ARTE ITALIANA
DEL
RINASCIMENTO
ARTE ITALIANA
DEL
RINASCIMENTO
SAGGI CRITICI
m
GUSTAVO FRIZZONI
NAPOLI NELLE SUE ATTINENZE COLL’ ARTE DEL RINASCIMENTO
GIOV. ANTONIO DE’ BAZZI DETTO IL SODOMA
BALDASSARE PERUZZI CONSIDERATO COME PITTORE
l’arte italiana nella GALLERIA NAZIONALE DI LONDRA
GLI AFFRESCHI DELLA CHIESA DI S. CECILIA IN BOLOGNA
CON 30 TAVOLE IN FOTOTIPIA
H
MILANO
FRATELLI DUMOLARD EDITORI
Libra.] della Reai Casa
1891
PROPRIETÀ LETTERARIA.
\MILANO-T.IP. LOMBARPr/^
oscuni 7.^ *
THE J. PAUL QETTY MUSEUM UBRARY
INDICE DEL TESTO
Pag.
Prefazione xiii
Napoli nelle sue attinenze coll’arte del rina-
scimento 1-93
Considerazioni generali 1
I. Elementi oltremontani 6
II. Arte umbra 13
III. Arte toscana e sua influenza 21
IV. Artisti dell’alta Italia 47
V. Andrea da Salerno ed altri regnicoli 61
VI. Giovanni da Nola 83
VII. Pittori toscani della decadenza 88
Giovanni Antonio de’ Bazzi detto il Sodoma. 95-187
Sua patria (97). — Nascita (99). — Educazione arti-
stica (101). — Arrivo in Siena e sue prime opere
quivi (104). — Affreschi di Sant’Anna in Creta (110). —
Affreschi di Montoliveto (112). — Il Sodoma come
ritrattista (122). — Affresco del 1507 a San Gimi-
gnano (126). — Va a Roma e lavora nella Camera
della Segnatura (127). — Di ritorno a Siena, vi prende
moglie nel 1510 (129). — Umoristica rassegna de’
suoi beni (131). — A Firenze eseguisce un Cenacolo
nel refettorio di Montoliveto (132). — Quadri della
Galleria di Torino (135). — Di nuovo a San Gimi-
guano nel 1513 (13C). — Suo secondo soggiorno a
Roma nel 1514 (136). — Sua amicizia quivi con Pietro
Aretino ed opere alla Farnesina (137 e seg.). — Altre
opere in Roma (144). — Reduce a Siena vi eseguisce
il celebrato Cristo legato alla colonna ed altre opere
note (147 e seg.). — Sua dimora in Lombardia fra
il 1518 e il 1525 e sue opere spettanti a quel periodo
(151 e seg.). — Di ritorno a Siena v’eseguisce parec-
chie fra le più insigne opere (160 e seg). — Nel 1538
è impegnato presso il principe di Piombino (173). —
Va a Volterra, indi a Pisa, dove lavora pel duomo
e per S. Maria della Spina (175). — Lettera di P. Are-
tino al Sodoma (178). — Altre sue opere in Siena
(180). — Quadri in gallerie estere (181). — Muore
nel 1549 (182). — Influenza sulla pittura senese (182). —
Il Riccio suo genero e scolaro (185).
Pag.
Baldassare Peruzzi considerato come pittore. 189-224
Suo carattere e suoi principii nell’esercizio dell’arte
(191). Sue opere sotto rinfluenza del Pinturicchio
(193 e seg.). — Decorazione delle volte nella Camera
d’Eliodoro (195). — Disegni al Louvre (198 e seg.). —
Freschi nel palazzo de’ Conservatori in Campidoglio
(203). — Alla Farnesina (207). — Alla Pace (214). —
Venere di Galleria Borghese (215). — Disegno per
un arazzo (216). — Grande disegno alla Galleria Na-
zionale di Londra (217). — Pitture di Beicaro, del
palazzo Pollini e di Fontegiusta (Augusto e la Sibilla)
in Siena (220 e seg.).
L’arte italiana nella galleria nazionale di Londra
225-R67
Introduzione 227
I. Scuola toscana 229
II. Scuola umbra: Raffaello: B. Peruzzi 268
III. Scuola ferrarese: pittori di Bologna: Melozzo da
Forli 280
IX
IV. Scuola padovana e veronese
V. Scuole venete
VI. Scuola lombarda
VII. Scuola parmigiana ....
Conclusione
Pag.
293
311
345
354
361
Gli
AFFRESCHI DELLA CHIESA DI
Bologna
Santa Cecilia in
.... 3G9-393
I. Origine della chiesa, suo stato di decadenza e
recente ristauro
II. Descrizione dei quadri decoranti le pareti . . .
III. Gli autori dei medesimi
INDICE DELLE TAVOLE
Bronzo di Donatello — Museo di Napoli.
2. '* Monumento di Maria d’Aragona — Napoli, chiesa di
Montoliveto.
3. '' Affresco dello Zingaro — Napoli, chiostro di San Severino.
4. “ Battesimo di N. S. di Cesare da Sesto — Pinacoteca
della Cava de’ Tirreni.
5. ® Adorazione de’ Magi, di Andrea Sabatini — Museo di
Napoli.
6. “ Altare di Giovanni da Nola — Napoli, Montoliveto.
7_a
Sodoma:
Ritratto di dama — Galleria di Francoforte.
8."
»
Proprio ritratto — Montoliveto Senese.
9.^
»
Studio pel letto di Possane — Oxford.
10.^
»
La Carità — Berlino, r. Galleria.
»
Studio per un soffitto — Firenze. Gali, degli Uffizi.
12.®
»
Il Madonnone a ’Vaprio d’Adda.
13.®
»
Madonna col Bambino — Milano, Eredi Gi-
noulhiac.
14.®
Baldassare Peruzzi : Tasta a chiaro scuro — Boma,
Farnesina.
15.®
»
» Affresco nella Cappella Ponzetti —
Roma, alla Pace.
16.®
»
» Studio per un’Adorazione de’ Magi
— Baccolta principesca di Sigma-
rmgen.
XII
17. ® Sandro Botlicelli; Marte e Venere — Londra, Gali. Naz.
18. ® Angelo Bronzino: Ritratto di un giovinetto >> >> »
19. ® Rafaele Sanzio : La Madonna Ansidei »
20. ® Garofalo : I tre Santi >.
2.1.® Melozzo da Porli: La Musica »
22. ® Andrea Mantegna: Sansone e Dalila »
23. ® Gentile Bellini: San Pietro Martire »
24. ® Giovanni Bellini: Il sangue del Redentore »
25. ® Vincenzo Catena: San Girolamo »
26. ® Antonello da Messina: Ritratto »
27. ® Moretto: Ritratto del Conte Martinengo »
28. ®Moroni: Ritratto di un Fenaroli »
29. ® Gio.Ant. Beltraffio: Madonna col Bambino »
30. ® Francesco Francia: Sposalizio di S. Cecilia
chiesa di Santa Cecilia.
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» »
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» >>
» »
Bologna,
PREFAZIONE
Animato già da tempo da benevoli amici mi
sono deciso di rinnire in un volume alcune
monografìe da me pubblicate parecchi anni or
sono in diversi periodici. Com’ era naturale
m’ attenni alla scelta di quelle cbe potessero
ottrire un interesse più generale e più duraturo.
Ma se l’importanza degli argomenti era tale
da meritare un’ esistenza meno effìmera di
quella riservata più o meno alla pubblicazione
di articoli di periodici, per un altro verso la
riproduzione dei medesimi in un volume non
poteva essere intrapresa tanto alla leggiera,
appunto per la buona ragione cbe un lil)ro,,
massime di natura scientifica, vuol essere ben
ponderato per giustificare da se stesso la pro-
pria esistenza. — Ora per ottemperare il meglio-
XIV
possibile a siffatta esigenza m’ avvidi die l’ im-
pegno da me assunto m’imponeva l’ obbligo
di rivedere dal prindpio alla fine gli stiidii die
avevano dato luogo a codesti miei scritti.
I progressi effettuati dalla scienza dell’arte,
l’esperienza acquistata nel corso degli anni
mediante reiterati viaggi in Italia e all’Estero,
i nuovi dati acquisiti merce le indagini di molti
eruditi benemeriti della storia dell’arte hanno
fatto sì, che parecchi giudizi esposti da prima
nei soggetti da me presi a trattare dovettero
essere o modificati o maggiormente determinati,
mentre l’affermazione di nuovi fatti apriva il
campo a nuove considerazioni e spesso a con-
clusioni diverse. — Nè mi perito di dichiarare
che nelle parti del mio libro concernenti l’arte
della pittura io mi sono giovato precipuamente
dei giudizii e delle rivelazioni dovute all’e.spe-
rienza e alla privilegiata intuizione del Senatore
Giovanni Morelli; le di cui pubblicazioni, per
quante riserve parziali si avessero a fare, se-
gnano incontestabilmente un sensibilissimo pro-
gresso nella conoscenza e nell’apprezzamento
critico delle opere d’arte del nostro Rinasci-
XY
mento. Al suo avviso pertanto io ebbi a riferirmi
in frequenti casi, ogni qual volta lo trovavo
in consonanza colla mia propria persuasione,
ora accennando in brevi tei-mini quanto nelle
sue opere e più estesamente esposto, ora dif-
fondendomi intorno ad argomenti da lui sem-
plicemente accennati. Che se in quest’ ultima
parte forse ho scarseggiato alquanto, mi valga,
di scusa se non di giustificazione Tabbondanza
della materia, che minacciava d’ingrossare ec-
cessivamente il volume.
Quanto alla serie di tavole intercalate ad
illustrazione del testo mi lusingo che siano per
riescire opportune e gradite nel loro complesso.
Esse furono eseguite in fototipia dalla ditta Ar-
turo de’ Marchi di Milano e tratte tutte da ripro-
duzioni fotografiche di diverse case. Fra queste
vuoisi nominare singolarmente la ben nota ditta
Adolfo Braun e C.^ di Dornacb e di Parigi,
che mi fornì i più belli esemplari. E sono pre-
cisamente quelli corrispondenti alle Tavole se-
gnate coi numeri 7, 14, 17, 18, 20, 21, 22, 23,
25, 26, 27, 29.
Al fotografo Mariano Morelli di Londra poi
XVI
vado debitore delFesemplare appositamente for-
nitomi per la riprodazione della celebrata Ma-
donna di Rafaello qual’è esposta nella Tavola 19.
Tenendo conto dei grandi servigi già resi a
quest’ora allo studio dell’arte dalla invenzione
della fotografìa, ho stimato opportuno in molti
luoghi di rammentare quanto dai fotografi ò
stato eseguito in fatto di riproduzioni di opere
d’arte (1). Nella scelta poi ch’io feci per le ta-
vole del mio libro fui guidato da diversi ci*i-
terii. Il principale doveva essere naturalmente
quello dell’ importanza sia storica sia artistica
dei soggetti, non che della novità loro rispetto
ai giudizi! ai quali hanno dato origine. Se non
che una restrizione inevitabile a sitfàtte con-
fi) In jjroposito piacemi anzi di avvertire qui, die mentre si veniva
stampando questo volume mi è accaduto di confermare i notevoli
perfezionamenti raspiunti anche fra noi nell’arte delle riproduzioni
fotografiche. Infatti mercè l’applicazione del nuovo processo isocro-
matico nei lavori intorno ai monumenti e alle gallerie, per opera prin-
cipalmente delle ditte Marcozzi di Milano, Alinari e Brogi di Firenze
e Anderson a Roma, noi vediamo con buon esito superate le difficoltà
fin qui incontrate nella riproduzione dei dipinti, i quali ora nei fogli
nuovamente eseguiti ci appariscono con una chiarezza e con una giusta
interpretazione delle tinte da richiamarci vivamente gli effetti degli
originali.
Fra questi vogliono essere noverati gli affreschi del .Sodoma a Mon-
toliveto da me rammentati più avanti, alla riproduzione dei quali si
sono applicati recentemente i Fratelli Alinari col nuovo sistema, me-
diante una bella serie di fotografie in diversi formati, illustranti quel-
r insigne cenobio.
XVll
siderazioni mi venne imposta in parecciii casi
dalla difficoltà di trovare dei modelli fotografici
di tal fatta che avessero ad assicurare una
discreta riuscita alla loro trasformazione in
tavole fototipiche, obbligandomi quindi a fare
({Liei che si poteva piuttosto che quello avrei
desiderato.
Comunque sia mi sono studiato che ciascuna
tavola col soggetto rispettivo corrisponda dal
più al meno a qualche tema interessante.
Milano, Novembre 1890.
NAPOLI
NELLE SUE ATTINENZE
COLL’ARTE DEL RINASCIMENTO
Fi-a i varii centri di antica civiltà che offrono ar-
gomento di studio alla storia dell’arte, la popolosa
Napoli tiene un posto singolare e ricco di molteplici
manifestazioni. Se non che, mentre gli storici politici
che a quella città e al Regno si riferiscono non sono
nè scarsi nè oscuri, invano si cercherebbe un autore
il quale ci porgesse un complesso d’istruzioni abba-
stanza spassionate per essere attendibili sulla origine
e sullo sviluppo delle arti in quelle provincie.
Ove si tenga conto di questo fatto e se ne ricerchi
le ragioni, si è indotti a farsi le seguenti due domande,
vale a dire se esso sia motivato principalmente dalla
condizione di una importanza affatto secondaria delle
belle arti nella coltura napoletana, oppure se dipenda
da trascLiranza per parte degli scrittori stessi. Ora,
ben ponderata ogni cosa, noi crediamo, senza volere
offendere nè gli artisti nò gli scrittori napoletani, che
in entrambe le versioni stia una parte di vero.
Quanto al primo punto. non v’ha dubbio che qua-
lunque indagatore imparziale, ove si volga a confron-
tare i prodotti dell’arte in Napoli con quelli che si
trovano in altre regioni d’Italia, come sarebbero in
Fuizzoni.
1
ispecie r Umbria, la Toscana, il Veneto e la Lombardia,
non potrà a meno di riconoscere che in queste ultime
essi portano un’ impronta più spiccatamente individuale
ed originale, che si può ritenere più o meno riflettere
genuinamente l’indole, il genio di ciascuna di quelle
regioni.
Non è così del Napoletano, dove se noi cerchiamo
con uno sguardo sintetico di abbracciare le successive
fasi dell’arte, non è possibile di rintracciare un fondo
veramente originale e che quindi si possa ritenere
collegato in modo diretto alla vita spirituale di quel
popolo. E la storia in vero ce lo conferma già in
epoca assai remota additandoci le impronte non dubbie
lasciate dai popoli immigrati nel Regno, a riscontro
delle quali la razza indigena non offre nulla di rile-
vante. Pei tempi antichi infatti basterebbe rammentare
l’attica perfezione raggiunta per opera dei Greci nelle
colonie che da loro presero il nome di Magna Grecia.
Più tardi si riscontrano le traode lasciate successiva-
mente dal sopraggiungere dei Longobardi, dei Sara-
ceni, dei Normanni e degli Svevi. E dopo che si è
svolta in Italia la vita municipale e con essa le singole
città ebbero ad acquistare, come si sa, le loro spiccate
fisionomie individuali spesso vivamente specchiate nel
dominio dell’arte, che troviamo in Napoli ? Sempre un
succedersi ed incrociarsi di influenze diverse e perciò
nessuna estrinsecazione spontanea di qualche valore
da costituire un’arte che si possa propriamente quali-
ficare per napoletana.
Ciò ammesso, come si saprebbe giustificare l’enfasi
colla quale gli scrittori napoletani innalzano i meriti
degli antichi loro artefici e lo sdegno da essi a gara
manifestato per l’ingiustizia nel parer loro commessa
dalla storia ed in ispecie dall’aretino Giorgio Vasari
verso i loro compatriotti ? Cotali lagnanze, ove si avesse
a prestar fede alla testimonianza dello storiografo del-
l’arte napoletana, il De Dominici, risalirebbero ad epoca
non meno remota della seconda metà del secolo XVI,
poiché le avrebbe manifestate già fra il 1565 e il 70
il notajo Gio. Angelo Criscuolo, fratello del noto pittore
Filippo Criscuolo in certe sue memorie che il De Do-
minici stesso dà ad intendere di pubblicare testual-
mente (1). Apparirebbe anzi le avesse espresse anche
prima di lui un pittore contemporaneo, il quale benché
non napoletano passò a Napoli gran parte della sua
vita e vi acquistò fama e considerazione certo superiori
al suo vero valore, vogliamo dire Marco Del Pino da
Siena. Nel secolo seguente troviamo altri due fra i mi-
gliori pittori napoletani. Massimo Stanzioni, e Paolo
De Matteis che scrissero pure intorno agli artisti loro
antenati per magnificarli e rimetterli in onore non
senza adontarsi della trascuranza con cui ebbe a trat-
tarli Giorgio d’Arezzo.
Puerilmente ingenui per non dire vani ci appaiono
simili sentimenti in questi ed in altri antichi scrittori
locali; ma dove li troviamo tutti raccolti ed ingigantiti
in modo veramente stomachevole gli é nell’opera vo-
(I) Laddove !1 presunto Criscuolo parla di Andrea Sabatino osserva
« quanto gran torto fece a questo pittore lo scrittore Giorgio, che li
suoi Fiorentine e paisani tanto inalsaie; dove in questo particolare
ha fatto conoscere fino a li figlioli che hanno un poco de scola la sua
gran passione e interessato scricere, cosa che non sta bene a chi serice
le Istorie delle Vite, massimamente perché come dice lo magnifico ec-
cellente pittore nostro Messer Marco de Pino, dece chi scrire vate,
tenere bilancia giusta, ecc. »
— 4
luminosa del biografo per eccellenza degli artisti na-
poletani, V. a. d. nelle Vite de pittori, scultori ed ar-
chitetti napoletani del sunominato Bernardo De Do-
minici, pubblicata Fanno 1742 in tre abbondanti volumi:
opera cosi sprovvista di fondamento storico e critico
e così ripiena di invenzioni più o meno romantiche
da aversene a trovare difficilmente altra che la superi
per tale rispetto. Noi crediamo invero che nè le gra-
tuite asserzioni di simili scrittori, nè il fatto dell’Espo-
sizione retrospettiva di Belle Arti tenutasi in Napoli
nel 1872, non siano riescile a persuadere qualsiasi
giudice imparziale che l’arte indigena ne’ più bei tempi
del Rinascimento vi avesse raggiunto un grado di
eccellenza pari a quella delle regioni più privilegiate
d’Italia.
E notevole d’altronde, come indizio di civile pro-
gresso, la nuova corrente delle indagini storiche for-
matasi in Napoli da una serie di anni a questa parte,
onde vengono sbugiardate una infinità di gratuite as-
serzioni degli scrittori anteriori. Questa corrente si fa
strada mercè uno studio diretto dei documenti storici
conservati negli archivi e per quanto concerne la storia
dell’ arte trova la sua estrinsecazione non solo nella
pubblicazione della grande opera edita per cura del
principe Gaetano Filangeri « Documenti per la storia,
le arti e le industrie delle prooincie napoletane », ma
anche in quelle periodiche deWArehmio storico napo-
letano. Fra queste anzi voglionsi rammentare in ispecie
la monografìa del signor N. F. Faraglia, nella quale
vengono provate per false le pretese testimonianze di
Marco da Siena e del Criscuolo e favolosi i ragguagli
del De Dominici stesso, e quella di N. Barone, una
ricca e preziosa miiiiei'a di documenti storici del tempo
che più c’interessa (1).
Comunque sia le arti belle in Napoli meritano di
essere considerate e studiate per altro rispetto, v. a. d.
per quello delle circostanze storiche che rivelano, come
già accennammo, col sovraporsi di svariati elementi
estranei.
Questo argomento, a volerlo seguire in ogni suo
particolare, richiederebbe indagini molteplici ed un
lungo studio scientifico. Noi tuttavia dobbiamo limi-
tarci qui a rivolgere la nostra attenzione essenzial-
mente all’esame critico dei monumenti tuttora conservati
e vedremo per esso quali conseguenze se ne abbiano
a dedurre.
Ciò premesso, una considerazione generica ci si af-
faccia in primo luogo, mercè la quale si verrebbe a
stabilire che nell’epoca suaccennata, cioè mentre in
diverse parti d’Italia si vanno formando delle scuole
originali indigene, in Napoli si riscontrano invece di-
versi indirizzi provenienti di fuori. I principali rispon-
dono a tre distinte influenze riconoscibili tanto nell’ar-
chitettura quanto nella scultura e nella pittura.
Sono in primo luogo quella dovuta al dominio della
dinastia dei re angioini che per quasi 180 anni si man-
tenne nel Regno; influenza da qualificarsi parte per
francese, parte per fiamminga ; dipoi quelle provenienti
dall’Italia media, cioè a dire quella della pittura umbra.
(1) Archivio storico napoletano, a. 1882: Le memorie degli arUsU na-
poletani pubblicate da Bernardo De Dominici. — Studio critico per
N. F. Faraglia.
Idem, a. 1884 e 1885; Le cedole di tesoreria dell Archicio di Stato di
Napoli dall'anno 1460 al 1504.
— G —
e quella dell’arte toscana, quest’ ultima riconoscibile
nelle opere di scultura principalmente. In fine ci rimar-
ranno da constatare insieme a detti indirizzi le traccie
dell’operosità di parecchi artefici deH’alta Italia.
I.
Elementi oltremontani.
Quanto all’architettura fa duopo risalire al regno di
Carlo I e di Carlo II d’Aiigiò, i quali notoriamente
fondarono molti monasteri e chiese.
In parecchie di queste, sebbene abbiano subito molte
modificazioni nel succedersi de’ secoli, nè se ne trovi
una sola conservata nello stato primitivo, sono tuttavia
da notare certe parti piti antiche le quali non possono
a meno che recare stupore nell’osservatore, richiaman-
dogli le particolarità di un’arte della quale egli trova
riscontro appunto più che altrove negli edifici ogivali
della Francia. Una impressione siffatta produce il coro
della chiesa di S. Lorenzo, nella quale del resto ai-
fi infuori dell’antico portale centrale tutto èrifatto; poi
la costruzione delle navate di S. Domenico Maggiore
e di S. Gennaro, ristaurate pur troppo ed ornate alla
moderna con pessimo gusto, degno davvero di una
qualche chiesa di campagna.
Altri esempi nei quali lo stile archiacuto ci è con-
servato nella sua originaria purezza oltremontana ci
sono offerti da alcuni motivi conservati in Castel Nuovo,
quali sono; un finestrone tondo che illumina dalla fac-
ciata la chiesetta di S. Barbara, nel gran cortile del
Castello; quivi accanto alla chiesa stessa un ampio
balcone o terrazza sorretto da un solo mensolone svol-
gentesi graziosamente secondo analogo gusto; nella -
sagrestia una piccola nicchia di delicato marmo bianco
contenente una statuetta della Madonna col Bambino,
nella cpiale apparisce la stretta attinenza dell’arte fran-
cese del quattrocento colla fiamminga; finalmente un
attiguo locale quadrato, che viene indicato quale ca-
mera dove stette rinchiuso posteriormente S. Francesco
di Paola ; dove è da osservare la regolare costruzione
della volta ad otto spicchi concentrici, altro esempio
purissimo di stile archiacuto, astrazion fatta della parte
decorativa eterogenea aggiuntavi più tardi.
Altrove vuoisi rammentare il coro rischiarato da
scelte e regolari finestre gotiche della chiesa antica
racchiusa nell’ ex-Convento di Donna Regina, alla
quale si ha accesso passando davanti al monumento
della Regina Maria di Ungheria, morta in quel con-
vento nel 1323 (1), e parecchi altri motivi curiosi sparsi
per la città, dei quali si è preso cura di conservare il
ricordo la Società napoletana di storia patria in ap-
posito album fotografico (2).
Nè siffatte manifestazioni ci devono recare meraviglia
quando si osservi che una infiuenza forestiera di ana-
loga provenienza si estende anche alla pittura, se-
gnatamente del secolo successivo. Infatti non sono
scarsi gli esempi di opere di pittura appartenenti al-
l’indirizzo fiammingo, trovandosene sempre buon nu-
li) Codesto monumento come osserva lo Schulz nella sua vasta opera
DeiikimUer der ICimst des Mittelalters in Unteritalien , è particolar-
mente notevole per l’aflìnità collo stile dei Cosmati, noti artefici ro-
mani del secolo decimoterzo.
(2) Belle fra altro, nella loro severità, le navate nuovamente scoperte
di sotto rintonaco nella chiesa di S. Pietro a Maiella.
— 8
mero e neJle chiese e nel Museo. Fra tutte la più
distinta e che fa onore davvero al suo autore^ qual
eh’ egli si sia ^ è una tavola d’ altare in San Pietro
Martire, chiesa che si trova in un laberinto di stradic-
ciuole vicine al porto mercantile. Vi è dipinto il Santo
Vincenzo Ferrer, domenicano, in piedi, e intorno a lui
nove piccoli quadri esprimenti leggende che a lui si
riteriscono. Sono graziose ed ingenue composizioni
che tengono del fiammingo in sommo grado non solo
nello stile ma anche nella tecnica meravigliosamente
perfetta e resistente agli effetti del tempo, nella quale
ognuno sa quanto primeggiassero già i celebri fra-
telli Van Eyck e la ragguardevole schiera dei loro
seguaci, mentre tuttodì si ammira nei loro quadri la
freschezza inalterata delle tinte e lo smalto impareg-
giabile.
Altra tavola di siffatto genere si trova nella chiesa
di S. Lorenzo all’altare nel braccio destro, dov’è be-
nissimo conservata e custodita con molta venerazione.
Rappresenta il serafico Santo di Assisi che dà la re-
gola ai suoi seguaci (1). Due ne troviamo in S. Do-
menico, cioè un’Adorazione dei Magi nella cappella
Muscettoli e una Deposizione nella cappella detta del
Crocefisso, dove, sia detto per incidenza, meritano tut-
tavia maggiore considerazione dal lato artistico i bei
monumenti di .stile toscaneggiante della famiglia Ca-
rata; poi una pala divisa in sei parti nella chiesa di
S. Severino nella quale tuttavia il gusto italiano, prin-
(1) Le fa riscontro nell’altro braccio un S. Antonio da Padova, quasi
perduto tuttavia per l’arte, essendosene impadronito il popolo devoto
con coprirla d’ogni sorta accessori a rilievo in argento, mentre gli an-
geli attorno vedonsi interamente ridipinti.
— 9 —
cipalmeiite iiell’arcliitettura, fa capolino insieme alia
maniera fiamminga (Ij.
Altre ben parecchie del resto vedonsi riunite sotto
denominazioni diverse (in gran parte certamente gra-
tuite) nelle sale del Museo Nazionale di Napoli. Fra
queste gode della massima celebrità la tavola rappre-
sentante S. Girolamo seduto nello studio ed intento a
cavare uno spino dalla zampa del suo docile leone,
pittura esaltata dagli scrittori locali come una delle
più insigni creazioni dell’antica arte napoletana, ve-
nendo attribuita ad un loro preteso Colantonio del
hiore. Nella recente nuova sistemazione della pinaco-
teca del Museo tale denominazione troppo assurda in
vero venne abbandonata, ed il quadro trovasi ora col-
locato in una sala consacrata alle opere della scuola
fiamminga e tedesca. All’antica attribuzione venne so-
stituita quella dal defunto Dott. Waagen proposta, il
quale non esitò a dichiararne autore nientemeno che
uno dei capostipiti della scuola fiamminga, cioè a dire
il rinomato Uberto van Eyck. Tale battesimo, se può
soddisfare chi ama pascersi d’illusioni e di grandezze
create colla fantasia, non è invece confermato punto
dai risultati della piìi recente critica. Già il sig. Ca-
valcasene ebbe ad osservare giustamente nella sua
storia della pittura in Italia (2) che tanto il S. Girolamo
del Museo quanto il S. Francesco della chiesa di San
Lorenzo e il S. Vincenzo Ferrer sunnominato non sono
da collocarsi se non nella scuola di Ruggero van der
(1) stava già sull’altare maggiore della chiesa nel succorpo, ma da
alcuni anni venne trasportata di sopra in una coppella a mano destra
entrando nella maestosa chiesa.
(2) Vedi A lUstovy of Paintinq in North Itahj, Voi. II, pag. 80.
— 10 —
Weydeii e quindi ben lungi dalla prima e più insigne
fonte dell’arte fiamminga. Noi crediamo potere aggiun-
gere che secondo ogni probabilità l’autore^ o gli autori,
che si vogliano, di dette pitture fossero propriamente
indigeni napoletani, o almeno italiani ammaestrati da
artefici fiamminghi venuti nel Regno durante il do-
minio degli Angioini ed anche posteriormente, giacche,
bene osservati, si presentano di un’intonazione più cupa,
più brunastra nel colorito di quel che siano i veri fiam-
minghi; di più nello stile degli accessorii circondanti
le figure tradiscono l’origine italiana. Nel quadro del
S. Gerolamo infatti non ultima delle parti che attira
rattenzione dell’osservatore è rambiente entro il quale
si trova, per gli svariati particolari che contiene, molto
diligentemente eseguiti, come sono il tavolino, gli scaf-
fali sui quali vedonsi posti libri, carte, ampolle, un
orologio a polvere e via dicendo. L’uso di popolare
gli ambienti dei quadri di simili oggetti, come è noto,
era famigliare tanto agli italiani quanto agli oltremon-
tani del Quattrocento, ma un sensibile divario è osser-
vabile ciò nullameno fra il gusto che vi spiegano gli
imi e quello degli altri. Ora l’accessorio che dà mag-
giore appiglio all’osservazione v. a. d. il sedile nel
quale sta seduto S. Gerolamo, nel modo come appa-
risce foggiato non ha nulla che rammenti lo stile pro-
prio dei fiamminghi sempre dipendenti in siffatti og-
getti dalla così detta architettura gotica, ma ci sembra
dimostri nel modo più positivo la derivazione da ar-
tefice italiano. Della finezza delle opere dei Van Eyck
poi le surriferite non ritraggono nemmeno ombra, nè
ormai vorrà dubitarne chiunque conosca il monumen-
tale loro capolavoro, quello del celebre Agnello mistico
— li-
neila chiesa di S. Bavoii a Gand, e in genere qualsiasi
altro lavoro autentico uscito dalle loro espertissime
mani. D’altra parte vuoisi qui rammentare che in
Napoli non facevano difetto realmente le opere dei
più celebri pittori fiamminghi , ed è preziosa la testi-
monianza che ne fanno i ricordi di uno scrittore del
tempo, cioè a dire di Bartolomeo Facto, il noto amico
e storiografo di re Alfonso d’Aragona. Nella sua opera
De viris illustribus compita nel 145G, trovasi infatti
un paragrafo dedicato a Giovanni Gallico, vale a dire
a Giovanni Van Eyck, dove, dopo averlo esaltato come
il primo de’ pittori del secolo, descrive parecchie sue
pitture esistenti nell’ abitazione di Alfonso ed altrove,
citando un’insigne tavola di una Annunziata coll’Angelo
Gabriele, un S. Giov. Battista, mirabile per espressione
santa ed austera, e un S. Gerolamo rappresentato al
vivo, circondato dai suoi libri, il quale forse fu preso di
poi da taluno per quello che è attualmente nel Museo,
ora aggiudicato al maggior fratello Uberto, mentre è
a ritenersi che il quadro inteso dal Facio sia da gran
tempo perduto. A quella tavola stavano aggiunti i ri-
tratti di Battista Lomellini e della di lui consorte, di-
pinti probabilmente sull’esterno degli sportelli, coi quali
secondo l’uso dei tiamminghi si soleva racchiudere il
soggetto pincipale (1).
(1) Ecco le parole adoperate dal Facio stesso (edizione Laurentius
Melius. Florentiae 1745, 4.'^ pag. 46) « Joannes GalUcus nostri saeculi
pictorum princeps iudicatus est litterarum nonnihil doetus, geometriae
paesertiin et earum antium quae ad pieturae oniamentum accederent,
putaturque oh eam rem multa de colorum proprietate incenisse, quae
ab antiquis tradita ex PUnii et aliorum auetorum didicerat. Eius est
tabula insignis in penetralibus Alphonsi regis, in qua est Maria Virgo
ipsa renustate ac rerecundia notabilis, Gabriel Angelus Dei filium ex
eanaseiturum annuntians, excellenti pulchritudine capillis reros cin-
— 12 —
Lo stesso autoi'e più avanti fa menzione di altro fra
i più eccellenti fiamminghi ch’egli chiama Ruggiero
Gallico, sotto il qual nome evidentemente è da inten-
dersi quello di Ruggero van der Weyden. Di lui pure
a suo dire il re Alfonso possedeva alcune pitture, in
ispecie una Vergine addolorata colle lagrime sul viso
ed un Ecce Homo (1).
Anche di queste pitture non si saprebbe accennare
le soldi ulteriori ; ma il trovarne menzione presso uno
scrittore del tempo ci chiarisce vieppiù il fatto della
influenza esercitata dalla pittura fiamminga in Napoli.
La quale d’altronde riscontrasi non di rado, e parti-
colarmente in parecchie tavole raccolte nel Museo,
nella prima sala consacrata alla Scuola Napoletana ;
pitture in vero sempre di scarso valore relativamente
e assai deficienti di carattere proprio ed individuale.
Vi primeggia il nome di un tal Simone Papa, sug-
gerito dal De Dominici, ma le opere che vengono a
lui attribuite non sono tali da richiamare gran fatto
l’attenzione dello studioso (2).
eentibus, Ioannes Bapt, oitae sanetitatem et austeritatem admirahiletn
prete se J'erens, Ilieronyinus eicenti persimilis, bibliotheca mirae artis,
quippe quae, si paulum ab ect discedas, cideatur introrsus recedere
et totos libros panciere, quorum capita modo appropinquanti appa-
reant. In eiusdem tabulae exteriori parte pictus est Bapt. Lomellinus
cuius fuit ipsa tabula, qualis erat ad unguem expressa, inter quos
solis radius celati per rimam illabebatur quem cerurn solem putes.-»
(1) 11 Facio lo chiama Rogerius Gallicus, e a lui si riferisce colle se-
guenti descrizioni : « Eiusdem sunt nobiles in Linteis picturae apud AL-
phonsum regem, eadem Mater Domini renuntiata Jìlii captioitate co-
sternata, projluentibus lacrgmis sercata dignitate consumatissimum
opus. Item contumeliae atque supplicia quae Christus Deus noster a
ludaei sperpessus est, in quibus prò rerum carietate sensuum atque
animorum oarietatem facile discernas. »
(2) Osserveremo soltanto che nel quadro principale a lui aggiudicato
dove vedesi San Michele ritto in piedi in atto di posare le anime, il
Le memorie degli archivi invece c’indicano il nome
di nn Giovanni di Giusto^ che il re Ferdinando d’Ara-
goiia, animato pure dalla passione per la pittura fiam-
minga, ebbe a mandare nelle Fiandre a perfezionarsi
e rendersi famigliare con queU’arte.
II.
Arte umbra.
Mentre l’ influenza della pittura fiamminga in Napoli
dovette avere avuto origine già prima della metà del
Quattrocento, per mantenervisi di poi sino oltre il prin-
cipio del secolo successivo , come risulterebbe dalle
opere che ne derivarono, l’influenza che abbiamo detto
proveniente dalla scuola umbra vuoisi riferire alla fine
del XV secolo e ai primi decenni del XVI.
Ora, come per rispetto a quella abbiamo potuto ve-
rificare la presenza in Napoli di parecchie opere di
primari artisti fiammingi, così rispetto a questa ci è
dato constatare anzitutto l’esistenza di due ragguar-
devoli quadri d’altare di pittori umbri che occupano
un posto importante nella storia dell’arte del loro paese.
Intendiamo parlare della tavola dell’Assunta fatta dal
Pinturicchio per la cappella Tolosa della chiesa di
Montoliveto di Napoli, ora nel Museo, rammentata in
Santo stesso è preso direttamente da un quadro di Giovanni Memelinjr
rinomato, rappresentante il Giudizio Universale, e che trovasi nella
Città di Danzica in riva al mar Baltico (Vedi Gseu, Feus, Guida della
Italia Meridionale). Vuoisi (jui rammentare eziandio una nidiata di
ben nove tavole mediocri nella saletta dei Bizantini e degli antichi
Toscani, dal catalogo messe sotto il nome di And. del Verrocchio,
ma fortunatamente con un punto d’interrogazione!
— 14 —
una nota nelle ultime edizioni del Vasari per una delle
sue migliori opere, alquanto allumacata dal ristauro,
e di quella di maggiori proporzioni fatta fare a Pietro
Perugino dal cardinale Oliviero Caraffa per l’altare
maggiore della chiesa cattedrale di S. Gennaro (1).
Non già che da ciò si voglia inferire quei due pittori
essere stati a Napoli in persona ad esercitarvi la loro
arte, la qual cosa per lo meno non ò provata da ar-
gomento alcuno, nè è necessaria a sostegno del nostro
assunto. Ma la presenza di quelle opere in Napoli fin
dalla loro origine già serve a spiegare come avessero
potuto formarvisi delle relazioni con alcuni dei prin-
cipali pittori della scuola umbra. Che se ciò non ba-
stasse ne troviamo la conferma neH’esistenza di altre
opere a fresco e in tavola nelle quali l’ intelligente
scorge facilmente impressi i caratteri provenienti dalla
scuola umbra. Vediamo dunque quali sono le princi-
pali appartenenti a questo indirizzo.
Fra le migliori e le meglio conservate vanno ram-
mentate due tavole coi Santi Michele Arcangelo ed
Andrea in S. Angelo a Nilo, quivi collocate ai lati del
monumento marmoreo del Cardinale Brancacci. Del
loro autore che viene citato col nome di Angiolillo
Roccadirame, napoletano, altro non ci è dato sapere
se non quanto scorgesi dall’apparenza di dette pitture,
vale a dire l’indirizzo al quale egli ebbe ad appartenere.
— Riconoscibile infatti per napoletano non foss’ altro
all’intonazione brunastra delle tinte, il disegno delle
figure d’altra parte (poste su fondo d’oro), il gusto
(1) Quest’ultima vedesi ora sull’altare della cappella Seripandi, tanto
ricoperta e snaturata da antico ristauro da porgere quasi apparenza
di copia.
— 15 —
neironiamentazione, in ispecie della corazza del poetico
arcangelo, manifestano indubbiamente una spiccata
influenza umbra, anzi più precisamente pinturicchie-
sca (1).
Il Cav. Camillo Guerra in una sua memoria intitolata
« De dipinti di recente scoperti nella cappella della
famiglia Tolosa in Monte Olmeto di Napoli » descrive
partitamente gli affreschi di detta cappella, nei quali
crede ravvisare la mano del Plnturicchio. Tale giudizio
gli viene suggerito, come si vede principalmente dalla
circostanza dell’essersi trovato originariamente in quel-
Tambiente la pala dell’Assunta del Pinturicclho. Se non
che in primo luogo non esiste, come si disse, alcuna
testimonianza a provare che il pittore suddetto fosse
stato a Napoli in persona, secondariamente i freschi
della cappella Tolosa per quanto se ne scorge ancora
mostransi realmente creazioni deboli e di poco conto,
e a dir molto accennano semplicemente ad una deri-
vazione dalla sua maniera. Il locale ora serve di ri-
postiglio.
Noteremo inoltre come manifestazione ben palese
della stessa scuola certa gran parete dipinta nell’ex
refettorio di Santa Maria Nuova. La parte principale
vi è occupata daU’Adorazione de’ Magi, ai quali vanno
congiunti alcuni Santi dell’ordine francescano; ai lati
in più piccoli spazii la Vergine Annunziata daH’Angelo
c la Natività, cd in alto sotto l’arco della volta l’In-
coronazione della Vergine. — Gli scrittori napoletani
(I) Sopra il portale laterale di detta chiesa vedesi una delle più gra-
ziose opere di scultura conservatasi in Napoli, una statuetta rappre-
sentante lo stesso Angelo in armatura col drago sotto i piedi, opera
del principio del XVI Secolo, di delicato sapore fiorentino.
16 —
vecchi, incominciando dal sedicente Criscuolo, ne fanno
autoi'i i fratelli Pietro ed Ippolito Donzelli. Li tengono
per loro compatriotti, e per servire all’intento di com-
provare la precocità della Scuola napoletana in con-
fronto delle altre li vogliono nati, il primo nel 1405,
l’altro verso il 1407.
Se non che essi vengono smentiti e smascherati ad
un tempo da certe memorie conservate negli archivi
tiorentini. Risulta dalle medesime che essi furono fio-
rentini di nascita e di educazione, che Piero ebbe i
natali nel 1451, Ippolito nel 1455, che entrambi stettero
allo studio a Firenze fino al 1480. Più tardi quindi,
stando al Vasari, essi avrebl^ero avuto parte alla de-
corazione del palazzo di Poggio Reale presso Napoli,
fabbricato dal noto architetto fiorentino Giuliano da
Maiano non prima del 1481. Finalmente è indicato il
1509 come anno di morte di Piero (1).
Solo con questi dati cronologi sarebbe possibile in
qualche modo attribuire ai Donzelli le pitture murali
anzidette. D’altra parte però esse non rivelano nessuna
(1) Queste notizie intorno ai fratelli Donzelli vegponsi raccolte nella
già citata opera dei signori Crowe e Cavalcasene Ilistorn oj painting
in iWorth Itali/, Voi. 2, pag. 104 e sono ricavate parte dai Bicordi di
Neri Bicci inseriti nel Vasari, ediz Sansoni T. 2.^, p. 89, parte nella
portata al catasto di Piero e Polito di Francesco di Antonio di Iacopo
datata 1480 nel Giornale Storico degli Archici toscani, anno VI, 1862,
p. 13-16.
Soggiungono poi i suddetti storici che il nome di Piero s’incontra
anco nei registri dell’Opera di S. Maria del Fiore, dove apparisce come
pittore di stemmi e di bandiere nel 1503 e nel 1.506.
Merita pure essere notato come Neri di Dicci accenni ne’ suoi Ri-
cordi che per molti anni nelle tavole da lui dipinte Giuliano da Maiano
fece tutto il lavorio di legname e d’intaglio, mentre Ippolito vi appa-
risce suo scolaro dal 1469 al 1471. L’architetto e i pittori toscani per-
tanto ebbero a trovarsi all’opera di Poggio Reale come antichi cono-
scenti.
— 17 —
relazione coll’arte tioreiitina, e le opere che gli scrittori
napoletani si compiacciono di attribuire loro sono tanto
disparate da generare lo stesso arruffìo della matassa,
la stessa negazione di ogni critico raziocinio quale si
riscontra rispetto ad altri autori dai medesimi allegati.
Stando alle loro indicazioni infatti i Donzelli in un
trittico, nella prima sala di scuola napoletana al Museo,
rappresentante la Madonna e il Bambino coji S. Se-
bastiano da un lato e un Santo francescano dall’altro,
si presenterebbero assai meschini artefici d’ incerta
provenienza. Due altre tavole invece nella stessa sala
rappresentanti tanto runa quanto l’ altra la scena del
Golgota e aggiudicata Tuna a Pietro, l’altra ad Ip-
polito non hanno nulla che fare col trittico suddetto e
manifestano (dove l’orrido ristauro non ha tolto loro
ogni carattere) l’influenza veneta, come vedremo piìi
avanti.
Ma che dire della celebrata tavola dell’Adorazione
dei Magi già nella chiesa del Castello Nuovo citata
dagli autori locali come gloria precipua di Pietro del
Donzello, ora trasportata nel palazzo reale?
Il catalogo dell’Esposizione dell’arte antica in Napoli
del 1872, che volle fregiarsi di tanto monumento patrio,
lo esaltava come mirabile per (jrande:^^a e per pregio
di colorito e di disegno. Quanto a grandezza intesa
come estensione di superfìcie non v’ha che dire, ma
la bellezza del colorito e del disegno ci sembra più
che problematica in un’opera affatto mancante di gusto
e di stile qual’ è la suddetta, e quale la giudicarono i
migliori critici dei giorni nostri.
Certamente non può in vermi modo essere attribuita
ad autore che fosse nato sul principio del XV secolo.
Frizzoni.
poiché tutto vi accenna ad origine posteriore^ v. a. d.
ad epoca da porsi intorno agii anni 1520, mentre scor-
gonsi facilmente effigiati nelle sembianze del più gio-
vane de’ Re Magi i tratti individuali di un principe
ben noto in quei tempi, v. a. d. quelli di Ferdinando
d’Austria fratello minore di Carlo V Imperatoi*e nella
età giovanile di 17 o 18 anni circa. Negli altri due si
l'avvisano pure dei ritratti, ma diffìcilmente saranno
quelli di Alfonso e di Ferrante I d’ Aragona, così in-
terpretati dagli scrittori per aggiungere prestigio di
maggiore antichità al dipinto; mentre sono da rite-
nersi piuttosto i ritratti di contemporanei del sunno-
minato (1). Anco il colorito torbido ed oscuro del
resto, il disegno caricato e scorretto indicano eviden-
temente l’età matura.
Per rispetto ai fratelli Donzelli dobbiamo quindi dire
non esistere alcuna opera autentica, nessuna notizia
attendibile da farci conoscere il valore e il carattere
loro, non potersene in fine formare altro criterio se
non negativo.
Chi fosse invece un altro pittore proveniente dalla
stessa scuola perugina ce lo attesta una tavola con-
servata nel Duomo di Capua nella cappella di Santa
Lucia alla navata destra ; poiché un’epigrafe a pié del
dipinto, ora per improvvido consiglio segata via, vi
stava impressa coi termini seguenti: Antonatius Ro-
manti.a M. F. pìn.TÌt 1ÌH9 (2). Il dipinto rappresenta
(1) In quello (li mezzo crederei ravvisare le fattezze di Francesco I
di Francia.
(2) li sacerdote lannelli di Capua appassionato ricercatore di antichità
capuane, oltre ad averci conservato memoria di detta epigrafe riesci
pure a rintracciare la derivazione genealogica di codesto Antonazzo
Romano, dalla (luale risulterebbe ch’egli ebbe ad antenato nel XIV
19 —
la Madonna col Bambino messa in mezzo dai Santi
Stefano e Lucia, sopra fondo dorato ; bencliè eccessi-
vamente rinnovato vi apparisce indubitata la relazione
col Pinturicchio, ciò che del resto si manifesta non
meno palesemente in altre pitture del medesimo che
vedonsi in Roma.
Come tardo eco poi dello stile umbro-pinturicchiesco
possiamo addurre alcuni riquadri murali nella chiesa
antica di Donna Regina, aggiunti di sotto all’esteso
ciclo di pitture giottesche. Vi abbiamo chiaramente
rilevato fra alcuni rabeschi la data dell’anno di morte
di Raffaello, 1520, e constatato così quanto fosse in
arretrato in Napoli simile indirizzo pittorico.
Un posto distinto nella pittura napoletana-umbra
si compete ad un’opera di autore la cui esistenza è
per noi avvolta nelle nebbie del mito non meno di
molte altre addotte dai biografi napoletani. Posta in
umile ed oscuro luogo, cioè a dire quasi nascosta
dietro l’ aitar maggiore della basilica di S. Restituta
(annessa alla chiesa Cattedrale di S. Gennaro) annerita
da sudiciume e da cattivo ristauro, essa offre ciò non
ostante certi pregi, certe finezze artistiche che si ri-
cercherebbero invano nelle opere da noi fin qui prese
in considerazione. Se queste ultime ci ricliiamano al
pensiero più che altro il Pinturicchio ed il Perugino,
la pala di S. Restituta si vorrebbe quasi dire ispirata
all’arte tutta grazia ed avvenenza del giovine Raffaello
Sanzio. E bensì vero che l’autore vi apparisce piti fe-
secolo un Giovanni Orsino Senatore di Roma e Conte di Gravina e
Conversano ; che suo padre si chiamava Marino (ciò che spiega la parte
abbreviata nell’epigrafe) c che l’Antonazzo stesso era ancora vivente
nel lóOO. Come artista del resto non merita punto un posto elevato,
mancando assolutamente di carattere e di originalità.
— ^0
lice nelle piccole figure onde va adorno il gradino della
pala, rappresentanti vari tatti della vita di S. Restitiita,
anzi che nelle figure maggiori, che sono la beata Ver-
gine col Bambino e a lato S. Michele Arcangelo e la
Santa titolare. Quest’ultima tuttavia è pure una nobile
e graziosissima figura pienamente in accordo con quelle
della predella morbidamente colorite ed atteggiate con
insolita soavità. Le tinte di cupa e piacevole armonia,
le forme alquanto molli delle figure, il carattere del
paesaggio e del l’architettura sono tutte qualità molto
analoghe a quelle di Raffaello nella sua epoca più pret-
tamente umbra v. a. d. attinente al Perugino. — Per
quanto la Madonna e il Putto, nonché l’Arcangelo sieno
figure un po’ meschine e tendenti al tozzo; pure detta
opera contiene sempre tanto di buono da far nascere
spontaneamente il desiderio di avere qualche notizia at-
tendibile intorno al suo autore. Sgraziatamente non si
ponilo ritenere per tali quelle che ne dà il De Domi-
nici nella biografia di un preteso Silvestro Buono na-
poletano che egli dice mancato ai vivi nel 1480, e al
quale attribuisce pure un debole quadro di una As-
sunta in Montoliveto, mentre il dipinto suddetto da
quanto osservammo risulta posteriore almeno di pa-
recchi anni al 1500. — Nè lo legittima maggiormente
la iscrizione che leggesi nel grado del trono della
Madonna, iscrizione da ritenersi apocrifa per più ra-
giojii, e anzi tutto perchè reca la data 1590 (1).
Che un Silvestro Buono napoletano sia esistito nella
(1) L’iscrizione è del seguente tenore: Silcesti o Buono Jec. Anno D.
1590. Il modo poco accurato con cui è eseguita, i caratteri troppo grandi
che vi sono impiegati, la data evidentemente assurda (senza parlare
del miscuglio d’italiano e di latino) la rendono davvero piu che sospetta .
21
seconda metà del XVI secolo è bensì vero, ma egli
fu tutt’altro pittore da quello che si ravvisa nella pala
di S. Restituta, e chi avesse vaghezza di persuadersene
de visti non ha che ad intraprendere la gita all’incan-
tevole Sorrento, ove troverà nel duomo sotto il pulpito
nella navata di mezzo una tavola di colorito chiai'o e
di mediocre disegno rappresentante la Madonna col
Bambino fra i due S. Giovanni, e segnata: Silvester
Bonus Neap. facÀebat. La parziale scrostatura dei co-
lori non permette più di leggervi la data, ma lo Schulz,
relatore preciso in siffatti particolari, la vide e la notò
nella cifra 1575, data che s’addice perfettamente allo
stile freddo ed insignificante di un tardo Cinquecentista,
quale si presenta l’autore dell’opera.
III.
Arte toscana e sua influenza.
Se gli argomenti fin qui addotti per quanto incom-
pleti voglionsi considerare tuttavia sufficienti a con-
statare il fatto di una decisa immigrazione dell’arte
umbra nel Napoletano negli ultimi decenni del XV
secolo e nei primi del seguente, non deve recar me-
raviglia che una provincia tanto favorita dalle Muse
quanto fu la Toscana avesse parimenti fornito il suo
contingente artistico alle amene contrade del Regno.
Quivi la munificenza dei re e dei grandi non volendo
rimanere inferiore alla propria dignità, come se n’ha
tutto dì indizio specialmente nella moltiplicità dei mo-
numenti sepolcrali sparsi per le chiese, spesse volte
ebbe a. rivolgersi ad artisti toscani per illustrare sè
stessa e la fiorente metropoli.
Codesto ric.hiamo alla Toscana si può verificare in
Napoli lin dal tempo di Giotto, il quale, come si sa,
fu realmente la fonte di una universale, sensibile ri-
generazione dell’arte. CITegli in persona fosse stato a
Napoli è cosa comprovata abbastanza da documenti
storici (1). Ma la sorte fu nemica alle sue opere in
cpiella città, poiché andarono tutte perdute in causa
di cambiamenti posteriori. Diciamo tutte perchè tale
è il nostro convincimento, quantunque comunemente
gli venga attribuita la cosi detta Madonna delle Grazie
in S. Chiara, avanzo di un affresco troppo rozzo pel
grande maestro, e dal signor Cavalcasene certi freschi
ridotti in cattivo stato, rappresentanti la distribuzione
miracolosa dei pani e dei pesci in un locale che servì
probabilmente da refettorio al Convento di S. Chiara
ed oggidì è occupato daH’ufficio di un giornale, sulla
piazza del Gesìi Nuovo. Quanto all’autore è bensì a
ritenersi per un trecentista non ispregevole, ma nel
parer nostro sensibilmente inferiore a Giotto.
Comunque sia, il soggiorno di Giotto in Napoli è
un fatto accertato, tanto più che rimangono pur sem-
pre alcuni importanti monumenti di pittura murale
attestanti vivamente che egli non partì da Napoli
senza avervi lasciato la sua impronta. Di tal nu-
mero è un fresco di severo concetto che occupa una
(1) Nel Voi. 1 deH’opera del Cavalcasene a pag. 317 trovasi riportato
il testo del documento, col quale Roberto re di Napoli accoglie in suo
servizio Giotto nell'anno 1330. Di più a pag. 322, adduce la prova che
Maestro Giotto era in Napoli nel 1333, trovandosi implicato in una lite
•con un tal Giovanni da Pozzuoli.
— 23 —
parte di altro refettorio tuttora esistente nello squallido
convento di S. Chiara, opera attribuita dagli scrittori
napoletani ad un antico loro concittadino designato col
nome di maestro Simone. Vi si vede seduto in un bel
trono tìnto a mosaico il Cristo di rigido ed impassibile
aspetto, da iin lato S. Lodovico e S. Chiara, dall’altro
S. Francesco e S. Antonio; sul piano anteriore re
Roberto con tre altri membri della famiglia inginoc-
chiati in atto di adorazione. È lavoro di maestro non
molto elevato nella schiera dei giotteschi, ma storica-
mente interessante e tale da offrire un contrasto be-
nefico coll’aspetto barbaramente barocco impresso al-
l’antica chiesa di S. Chiara sin dalla prima metà del
secolo scorso.
Ma il monumento senza dubbio il più pregevole
dell’arte giottesca conservatoci in Napoli sino ai nostri
dì, mirasi in una cappella delle chiesa dell’Incoronata.
Sono i noti freschi occupanti una vòlta ad otto scom-
partimenti sopra una tribuna a sinistra entrando e
rappresentanti i sette Sacramenti ed il Trionfò della
Chiesa, dei quali ben si può dire essere quanto di più
determinatamente giottesco trovasi in Napoli. Ch’essi
tuttavia non ispettino al pennello di Giotto, come pei-
molto tempo si è creduto, ma solo ad un suo seguace
è quanto rimase chiarito dalle indagini storiche fatte
da alcuni decenni or sono dal Minieri Riccio e pub-
blicate in apposito scritto (1), dalle quali risulta che
(1) Minieri Riccio, Saggio storico critico intorno alla chiesa dell'In-
coronata di Napoli e suoi affreschi. Napoli 1845.
Tutti gli argomenti riguardanti detto soggetto vedonsi inoltre criti-
camente riassunti dal dottissimo sig. Gaetano Milanesi nel suo Com-
mentario alla vita di Giotto nella nuova edizione delle Opere di Giorgio
Vasari pubblicata in Firenze da G. C. Sansoni (Vedi T. I, pag. 422).
— 24 —
la Chiesa dell’Incoronata fu fondata nell’anno dopo
la morte di Giotto, e che nella composizione^ espri-
mente il sacramento del matrimonio l’artista ebbe di
mira di rappresentare la cerimonia nuziale di Luigi
pidncipe di Taranto e di Giovanna Regina di Napoli,
ch’ebbe luogo nel 1347, cioè undici anni dopo la morte
di Giotto.
Il voler accennare poi un nome definitivo da sosti-
tuire a quello del grande fiorentino ci sembra cosa
troppo malagevole specialmente nello stato di deperi-
mento in cui trovansi oggidì dette pitture. Ad ogni
modo però non sapremmo accettare quello proposto
dal signor Cavalcasene, v. a. d. il nome di un tal
Roberto di Oderisio da Napoli, del quale esiste una
tavola segnata col nome nella sagrestia di S. Fran-
cesco in Eboli presso Salerno, e che, grazie alla ce-
lebrità ottenuta, venne pure richiesta a fare la sua figura
all’Esposizione di Napoli. Egli vi trova un fare molto
analogo a quanto si riscontra nella suddetta cappella
dell’Incoronata. La tavola nella quale è rappresentato
Gesù Crocifisso, fra Santi guerrieri ed angeli, più un
frate devoto in ginocchio, ci sembra a vero dire cosa
assai rozza e di poco carattere, nè in alcun modo pa-
ragonabile ai freschi di che si tratta , animati visibil-
mente dal potente soffio spirituale di Giotto e pieni di
tratti grandiosi ed altamente espressivi, tanto che la
mente dell’osservatore davanti ad essi si trova neces-
sariamente indotta a ricercarne l’autore nel novero dei
migliori e dei più degni scolari del gran maestro. Ma
qui sorge la difficoltà maggiore, poiché le opere di
costoro oltre l’origine loro tanto remota, per cui parte
and0.rono distrutte, parte soggette a molteplici altera-
zioni, presentano in confronto di quelle dei secoli suc-
cessivi^ poco spiccati i distintivi individuali, di modo
che in moltissimi casi^ come pure nel presente, dob-
biamo limitarci a stabilire T epoca approssimativa, e
al più la scuola cui appartengono.
La stessa cosa a un dipresso è a dirsi rispetto agli
avanzi della vasta decorazione pittorica delle pareti
interne della chiesa vecchia di Donna Regina, poste-
riormente ridotta a sede della Corte d’Assise, ed ora
destinata ad accogliere il fiendo Museo municipale,
quando pure.
Vi si vede svolto sulle vaste estensioni delle pareti
laterali un ciclo grandioso di episodii di storia sacra,
divisi fra loro da belle incorniciature architettoniche
con fìnte colonne spirali e decorazioni di mosaico.
Crediamo che sarà diffìcile di potere stabilire il nome
e la patria deH’autore principale e di quelli che ebbero
a coadiuvarlo in sì grande impresa. Quello che a])pare
evidente in quelle semplici ma efficaci composizioni si
è Tabbondanza di motivi propriamente giotteschi, quali
ci sono noti per la celebrata decorazione pittorica della
cappella dell’Arena in Padova. Si confronti fra altri
l’episodio dell’angelo seduto sul sepolcro di N. S. e
quello della Maddalena che vede apparirle il Signore
quali ci si presentano nella chiesa napoletana con quelli
analoghi a Padova e vi si scorgerà un nesso che non
si può ritenere puramente casuale; con questo divario
che all’Arena il carattere individuale del grande artista
si manifesta spiccatamente, mentre a Donna Regina
non si può dire altrettanto. Quivi d’altronde si notano
delle grandi lacune, ossia dei gi*andi tratti di parete
dove i dipinti andarono perduti. Così pure è grave-
— 26
mente avariato dal tempo il grandissimo quadro oc-
cupante tutta la parete interna della tacciata , dove è
espressa la scena complessa del Giudizio Universale
con una intìnità di figure di beati e di dannati.
Come seguace dello stile giottesco in fine e certa-
mente fiorentino di origine deve essere considerato
Tautore di un trittico dietro Taltar maggiore in San-
t’Antonio Abate a Napoli. Il dipinto rappresentante S.
Antonio abate in trono, messo in mezzo da quattro
angeli e da quattro Santi, racchiuso entro cornice
gotica del tempo, porta l’iscrizione autentica:
A. 1371 NICnOLAUS TOMASI DE FLORE, PIOTO.
Flvidentemente toscano nella composizione, nello stile,
nel disegno, nel colorito e nel panneggiato, come già
osservò il Cavalcasene, gli antichi scrittori napoletani
ciò nulla meno non tardarono a spacciarlo per ima
gloria del paese loro facendone un maestro Colantonio
del Fiore napoletano, forse non avvertendo neppure
die con siffatto nome non s’accorda quello dell’isci-i-
zione, dappoiché non apparisce giustificata in vermi
modo la derivazione del nome di Colantonio da quello
di Niccolò di Tomaso, di più la parola flore, come
sta scritta non è altro che un’abbreviazione di Florentia.
E se ciò non bastasse rimane ancora da osservare che il
nome di un Nicolò di Tomaso da Firenze trovasi nella
lista dei primi artisti che s’aggiunse il trecentista Iacopo
del Casentino in fondare l’arte di S. Luca in Firenze (1).
(1) Vedi: CaowE and CAVAiXAsra.r.E , Ilislonj of Paiiiting in Itair/,
Voi I, pag. 335.
Non ha nulla a che fare evidentemente col suddetto pittore un maestro
Colantonio de Ferrino, che figura in una memoria degli archivi napo-
letani del H87, come pittore di una camera da bagno del Duca di Cala-
— 21 —
Ma 11011 è per cpiesta parte soltanto die la Toscana
del Trecento trovasi rappresentata in Napoli, poiché
la Scuola senese parimenti vi ebbe il suo rappresen-
tante e questi fu niente di meno che il ben noto Simone
di Martino, l’insigne decoratore del palazzo pubblico
di Siena, di S. Francesco d’Assisi, del Castello d’Avi-
gnone, e così via.
In S. Lorenzo a Napoli infatti vedesi tutt’ora in una
cappella a destra una sua tavola che, quand’anco non
appartenga alle sue migliori opere, merita tuttavia di
essere osservata. Sopra un fondo messo ad oro e tem-
pestato di gigli vedesi il Santo Lodovico da Tolosa in
atto di porgere la corona a re Roberto inginocchiato
a canto a lui: in alto due angeli reggono una corona
sopra il capo del Santo. Sulla predella, divisa in cinque
scenette ingenue riferentisi alla vita del Santo scorgesi
segnata a caratteri antichi l’iscrizione: Symoii de Seiiis
me pinxit (1). Se l’autore in persona sia stato chiamato
a Napoli dal re stesso è cosa che non ci è dato con-
statare. È osservabile tuttavia che nella già citata chiesa
dell’Incoronata (cappella del Crocifìsso) trovansi alcuni
avanzi di pitture murali assai malconci dal tempo e
dall’ umido; dalle Guide e dai biografi attribuiti a un
tal Gennaro di Cola ma in realtà manifestanti caratteri,
che per quanto si può notarvi tuttora, richiamano \ i-
])ria in Castel Capuano. Troppo facilmente quindi vorrebbe identificarlo
col celebrato Golantonio del Fiore il sig. E. Muntz nel suo articolo;
La première Renaissance a Naples. (Vedi in proposito la Chroniquc
fles Arts del 7 gennaio 1888, pag. 6).
(1) 11 sig. Gaetano Milanesi in una nota alla vita di Simone Martini
del Vasari osserva essere stato lo Schulz il primo a rivendicare questa
opera al pittore senese, mentre dagli scrittori napoletani veniva gra-
tuitamente attribuito ad un preteso Simone napoletano (Vedi il T. I,
pag. 560 dell’ultima edizione).
vameiite la Scuola senese quale è rappresentata dal
principe de’ suoi pittori v. a, d. da detto maestro Si-
mone di Martino.
Il suo dipinto in San Lorenzo è opera tipica e pel
soggetto e per lo stile severo espresso anche neH’ornata
cornice del tempo, ma trovasi pur troppo in deplorevole
stato, essendo stata manomessa da audace ristauro e da
imprudente pulitui'a che in più parti ne asportò il colore.
La cecità del De Dominici e di quanti gli servirono
di guida, dichiarandone autore un Simone napoletano
è così madornale che basta averla accennata senza
occuparsene altrimenti. Il dubbio intorno alla reale
esistenza di un maestro Simone napoletano del resto
è davvero giustificato quando si osservi come sotto il
nome suo vengono registrate in oltre parecchie opere
affatto eterogenee tra loro; come sarebbero il tresco
sunnominato in Santa Chiara, una tavola d’influenza
fiamminga all’altare di S. Antonio in S. Lorenzo (1),
la pala surriferita del maestro senese, finalmente alcuni
quadri di tendenza umbra in S. Domenico.
Quanto al piccolo trittico che serve di ornamento
all’altare della cappella Minutoli, rappresentante la
Trinità nel mezzo e ai lati S. Gio. Batta con S. Gen-
naro, S. Caterina con S. Nicolò pellegrino, esso offre
puT'e caratteri delicati e fini da essere qualificata per
un altro prodotto di scuola senese (2).
(1) Detta tavola deve essere segnata deU’anno M38 (non so se genui-
namente).
(2) Ila la torma di un piccolo tabernacolo munito di sportelli, ora
aperti ed attaccati al muro.
Lo Schulz nella parte 3.®' della sua opera a pag. 30, osserva che Sersale
e d’Agincourt lessero impresso l’anno 1412 sulla porta esterna di detto
tabernacolo, data che corrisponderebbe infatti allo stile delCopera.
— 29 —
Nè mancano gli indizi di mia infiltrazione artistica
proveniente da Siena anche in epoca posteriore. Nel
Museo di Napoli codesta affinità si potrebbe riscontrare
in parecchie tavole antiche classificate sotto nomi di-
versi. Nella chiesa di Piedigrotta poi (2.“ cappella a
destra) si presenta pare una tavola assai curiosa, com-
posta di diversi elementi. Rappresenta nel mezzo una
Pietà che appartiene alTindirizzo napoletano fiammingo.
Vi sono aggiunte ai lati due altre tavole Tuna colla
Madonna ritta ed il divino Putto al collo, l’altra con
un S. Antonio abate di altra origine evidentemente e
da ritenersi fattura di un mediocre pittore napoletano
sotto rinfUienza della scuola senese della fine del Quat-
trocento.
Notiamo da ultimo che al Museo stesso, nella sala
toscana sta appeso un gran quadro rappresentante la
Strage degli Innocenti, proveniente dall’ antica cliiesa
di Santa Caterina a Formello in Napoli e segnata del
nome di Matteo da Siena (1). Come è noto, egli si
compiacque riprodurre più volte questo soggetto, dove
fa sfoggio di particolari architettonici e di scene di
orrore di un effetto drammatico alquanto burlesco e
goffo.
A tanto eccletismo artistico vediamo ora come par-
tecipano i monumenti di architettura e di scultura in
Napoli.
Maestra eziandio in codesti rami è in gran parte
(l) L’iscrizione dice: matteus ioaiNni he senms pinsit mccccxviii.
Quanto alla data crediamo debba interpretarsi per 1488, trovandosi
altre volte impiegato il segno x invece di un 8 (Vedi in proposito una
tavola di Carlo Crivelli in Brera). Quanto all'influenza della pittura se-
nese delta fine del 1400, questa si può verificare anche in altre tavole,
per es., nelle chiese di S. nomenico e di S. Caolo.
30 —
la Toscana, e in vero maestra piti eletta non poteva
darsi.
Giusto ed illuminato ci sembra il giudizio proferito
SLiirargomento del chiaro Prof. Giacomo Burckhardt,
il noto autore della Storia della Cultura del Rinasci-
mento in Italia. Lo troviamo esposto nel suo pregevole
libro intitolato il Cicerone, l’opera storico-critica più
geniale fra quante si sono compilate a’ dì nostri intorno
alle arti in Italia. In poche parole, ecco come egli si
esprimeva nella sua seconda edizione (1):
« La storia dell’arte napoletana assai male informata
dagli scrittori locali affatto mancanti di criterio, s’ap-
poggia massimamente su due nomi, cioè su quelli di
Masuccio I nel secolo XIII e di Masuccio II nel XIV,
i quali avrebbero esercitato la loro attività anche come
architetti, come che non appariscono per nulla nè in
documenti nè in epigrafi. Sullo stile della scuola in
genere, ove l’apparenza non inganni, esercitò la sua
influenza Giovanni Pisano, benché non vi sia penetrata
molto a fondo (2). La scoltura napoletana in quanto
si risente dei pregi comuni dello stile gotico, quali la
dignità degli atteggiamenti, il semplice cascar de’ panni
la severità e la bellezza dei tratti dei volti è ben atta
a dare soddisfazione; ma quel che le è proprio si è
una certa goffaggine e certo aspetto bamboccesco, una
ripetizione monota degli stessi motivi, una deficenza
di concetto, che risalterebbe meschinamente accanto
alle sculture toscane contemporanee. In ciò non fanno
eccezione nè i sepolcri degli Angioini in S. Chiara, nè
(1) Vedi: Ber Cicerone, Bine Anleitanr) sani Genuss der Kunstioerke
Italiens con lacob Burckhardt. Leipzig. 1869, pag. 583.
(2) A lui, come si sa, è attribuita la costruzione di Castel Nuovo.
— 31
<:|Lielli sfacciatamente dipinti nella cappella Minutoli in
Duomo, nò quelli della famiglia Durazzo nel coro di
S. Lorenzo, nè quelli in S. Domenico. Sempre si ri-
petono le stesse figure allegoriche di virtù e di scienze,
che lavorate di pieno rilievo sostengono l’arca mor-
tuaria, colle solite figure in bassorilievo suH’arca stessa,
i soliti angeli sostenenti le cortine superiormente, e
cosi via. Le statue dei defunti stessi per lo più v ap-
pariscono un po’ migliori. Le cose più notevoli in co-
desto stile sono forse le nove figure allegoriche, che
aggruppate a tre a tre sostengono il candelabro del
cero pasquale in S. Domenico maggiore. Costì le fi-
sionomie ed i corpi raggiungono un certo grado di
animata piacevolezza; il modo di trattare è simile a
quello del fonte battesimale di S. Giov. Fuorcivitas in
Pistqja, che è attribuito a Giovanni Pisano stesso. »
Fra le più gustose opere di scultura trecentistica in
Napoli vuoisi notare nella chiesa di S. Chiara la serie
di episodii della vita di S. Caterina in bassorilievo che
ricorre lungo la balaustra della tribuna dell’organo,
precisamente sopra l’ingresso principale. Vi sono mo-
tivi condotti con una vena narrativa ingenua così piena
di grazia da far pensare che l’origine loro diffìcilmente
si saprebbe rintracciare altrove che in Toscana.
Nel novero dei monumenti degli Angioini in Santa
Chiara poi tiene un posto di singolare importanza quello
di re Roberto, che s’innalza in maestosa mole dietro
l’altar maggiore. Nè ci reca meraviglia quanto appren-
diamo dai documenti pubblicati nella grande opera del
principe Gaetano Filangeri, i Documenti per la Storia,
le Arti e le Industrie delle prooincie napoletane, vale
a dire, che autori del monumento furono due artisti
toscani, i fratelli Baccio e Giovanni da Firenze, i quali
vi lavorarono dal 1340 al 1345; laddove dal De Do-
minici in poi le guide fino ai nostri giorni rattribniscono
al mitico Masuccio II, presunto scultore napoletano.
Tutto che altro non si sappia dei citati autori fio-
rentini, pure si scorgono nelle numerose statue del
mausoleo grindizi di un’arte nobile e severa, che sembra
preludere a quella dell'Orcagna e di simili maestri, in
ispecie nelle sette figure delle arti liberali decoranti il
sarcofago e in quella del re giacente sovr’esso. La
iscrizione: Cernite Robertiim, rerjem virtiite refertiim,
viene attribuita al Petrarca.
Il contrasto coll’aridità e colla rigidezza di certi mo-
numenti di carattere essenzialmente napoletano dei
primi decenni del secolo seguente (del XV), è altret-
tanto manifesto quanto significativo. Si veda in propo-
sito il monumento sepolcrale di Lodovico Aldomoresco
di Antonio Baboccio di Piperno del 1414 (come dalla
iscrizione che vi si legge) situato in S. Lorenzo presso
ringresso principale a mano destra, e in S. Giovanni
a Carbonara con piti suntuosa parvenza i due grandi
mausolei, l’uno consacrato alla memoria di re Ladislao
e della sorella Giovanna II, l’altro al di lei favorito, il
senescalco Sergianni Caracciolo. Quando si noti fra
altro che quest’ultimo monumento porta la data del
1433 e si confronti colle sculture contemporanee di
Firenze non è possibile non avvertire rinferiorità di
esso per valore artistico.
In mezzo a codesti prodotti di un’arte scultoria piti
o meno indigena ci è dato di nuovo constatare in modo
positivo rintroduzione dell’elemento toscano. Gli è fin
dal 1427 che noi vediamo entrare in campo il celebre
Donatello da Firenze con un suo monumento pel car-
dinale Rinaldo Brancacei nella chiesa di S. Angelo a
Nilo in Napoli. Con lui vi avrebbe lavorato, come ci
avvertono gli annotatori del Vasari, il Michelozzo,
standosene entrambi a Pisa (Vedi Vasari ed Sansoni III
pag. 209, n. 2) (1). Se non che è tale da persuaderci
il giudizio del surriferito autore die gli fa riconoscere
piuttosto il carattere napoletano nell’insieme di detto
monumento, potendo gli scultori toscani avervi avuto
parte solo in qualche particolare. Infatti lo spirito po-
tente e direi quasi fiero di Donatello in una cosa sola
vi si manifesta chiaramente, cioè in un quadretto a
basso rilievo rappresentante la Madonna in una gloria
di angeli posti sulla fronte del sarcofago che porta la
figura del defunto. Reco dove si può parlare davvero
d’ispirazione artistica e di vivace espressione di vita,
la quale in un tempo relativamente sempre remoto
dalla perfezione tecnica si fa strada in ardite e signi-
ficanti movenze e in tratti energicamente sentiti. Al
confronto sono sensibilmente più deboli le quattro statue
che servono di sostegno all’arca e che nella loro ese-
cuzione mostrano piuttosto di corrispondere al fare del
Michelozzo, come pure i due angeli reggenti la cortina
sopra il sarcofago, mentre la sovraposta lunetta colla
Madonna e due Santi è troppo grossolana anco per
lui e devesi forse considerare per un compimento fatto
da mano più dozzinale.
Il nome di Donatello ci viene pure richiamato dalla
presenza di altr’opera riconosciuta per sua in Napoli,
(1) Il sig. C. de Fabriczy nei suoi Nuovi appunti per ìa ìiiogrqfìa di
Donatello (Arte e Storia 22 novembre 1889) dimostra che già nel 142G
Donatello trovavasi a Pisa.
Frizzoni.
3
— ‘M —
cioè di una testa colossale in bronzo, oggi conservata
nel Museo Nazionale. Già la rammenta a vero dire il
Vasari laddove avverte che in casa del conte Matalone,
nella città medesima è una testa di cavallo di mano
di Donato, tanto bella, che molti la credono antica. »
Ciò non ostante detta testa, dal palazzo Maddaloni tra-
sportata nel Museo, veniva attribuita volgarmente ad
un cavallo antico, che la leggenda popolare diceva
opera magica di Virgilio, e che si vuole fosse situato
un giorno nella piazza presso la porta laterale del
duomo; taluni scrittori credettero che il re Corrado
gli facesse porre il freno ; ma dagli studii fatti dai si-
gnori Fiorelli e Bartolomeo Capasso, da un nuovo
documento indicato dal Milanesi nel C asari da lui
annotato e commentato, T. II, pag. 409, dall’inventario
redatto, per la secondogenitura di casa Maddaloni,
dalla duchessa Roberta Carata (nel 12 gennaio 1582),
come pure dalle osservazioni fatte dal Milanesi sulla
somiglianza della testa esistente nel Museo napoletano
con la testa del cavallo della statua del Gattamelata
a Padova, fusa da Donatello, risulta che la testa del
Museo non ha nulla a che fare col cavallo antico ma
che è opera di Donatello (1) (V. Tav. I).
(1) Le osservazioni del Capasso sono le seguenti: «Quello poi, die
della colossale statua di bronzo, ora conservata al Museo di Napoli, i
putrii scrittori aggiungono, nemmeno può arguirsi esser vero per pa-
recchi argomenti risultanti dalla ispezione dello stesso monumento.
Giacché il corrugarsi delle pieghe, che veggonsi negli angoli delle ma-
scelle su i canti, della bocca, dove stava il freno, e la nessuna traccia
di saldatura nella stessa bocca, e così pure l'estremità del collo slar-
qata alla base, oltre quello che la proporzione esige e le colature del
bronzo fuso nel basso del collo, che indicano il terminarsi ici appunto
del lacero, sono pruove tutte, se non m’inganno, che addimostrano,
come quella testa, così come ora sì vede, sia stata modellata e fusa
Nella chiesetta della Congregazione di S. Monica
presso a S. Giovanni a Carbonara avvi il monumento
sepolcrale del principe di Bisignano, segnato ben due
volte del nome di un Andrea da Firenze; opera d’ibrida
composizione tra il gotico e il classico. Come scultore
apparisce alquanto goffo, nè dovette tenere un posto
elevato fra i suoi compaesani. Lo si direbbe un debole
addetto all arte di Donatello e di Michelozzo.
Nella chiesa di S. Giovanni a Carbonara poi pare
che il suo nome sia da sostituire a quello del preteso
napoletano Andrea Ciccione, come autore del grande
mausoleo innalzato dietro l’ aitar maggiore a re La-
dislao, morto nel 1414. Lo indicherebbe, benché indi-
rettamente l’iscrizione posta sopra un monumento, ora
perduto, dell’antica chiesa di S. Francesco in Ancona,
dove, secondo attesta lo storiografo Baglioni, rautore
si era segnato nel modo seguente: Andrea de Florentia
qui etiam sepulcrum regis Ladislai excudit. Del resto,
come bene osserva il Perkins, « con le sue statue pic-
dall origine col treno e che mai s’ appartenesse a veruna statua di
cavallo. »
Il documento indicato dal Milanesi è una lettera che il Principe Fi-
langeri ha dato per la prima volta alle stampe, avendone latto richie-
dere copia autentica all’Archivio di Stato di Firenze (N. 395, filza 27
cart. priv. fam. Medici). Da questa lettera scritta da Napoli in data
12 luglio 1471 dal conte di Maddaloni si rileva che il Conte ringrazia
Lorenzo il Magnifico per il dono ricevuto di una testa di cavallo, lo
che ci mostra evidentemente che la testa di cavallo in quistione sia
stata mandata da Firenze.
Nell’inventario poi, redatto perla secondogenitura di casa Maddaloni
e che esiste attualmente presso l’attuale duca di Maddaloni, nel quale
per via di madre sono i titoli e le ragioni di casa Maddaloni e Colu-
brano, in questo inventario diciamo è notato, un camallo di bronzo,
opera del Donatello. (Vedi Arcliicio storico per le promneie napoletane ,
anno VII, fase. 1, pag. 407). « La testa di cacallo in bronzo già di casa
Maddaloni in Via Sedile di Nido ora al Museo Nazionale di Napoli. »■
— Firmato: Principe Gaetano Filangeri.
cole e grandi, ardii, colori e dorature, il mausoleo di
Ladislao è imponente a prima vista, ma dopo la prima
impressione, se si considerano attentamente le parti
appare la sproporzione nelle figure e resecnzione gros-
solana dei dettagli. Lo scultore imitando coloro che lo
avevano preceduto nell’innalzare i monumenti angioini
non riuscì che ad ampliarne i difetti. »
Il Milanesi lo trovò più volte rammentato negli ar-
chivi fiorentini col nome di Andrea di Onofrio, nato
nel 1388. Le sue memorie non vanno oltre il 1453 (1).
Quel che è certo si è che nel procedere del secolo
XV l’operosità degli scultori toscani in Napoli che per
la maggior parte furono pure architetti, si può sempre
più constatare.
Di chiese o di palazzi di quei tempi sarebbe quasi
vano il parlare dappoiché pochi ne rimangono, oppure
sono alterati o malconci. Quei pochi tuttavia che riu-
scirono o bene o male a sfidare i tempi, sparsi come
sono pei quartieri più vecchi della città sono tanto piti
interessanti e graditi all’osservatore quanto meno si
presenta attraente sotto l’aspetto architettonico queU’in-
gente agglomeramento di case che costituisce la città
di Napoli.
A pochi passi da S. Pietro in Majella nella strada
de’ Tribunali troviamo la curiosa costruzione, d’aspetto
più civile che ecclesiastico a vero dire, dell’oratorio
del Fontano, dedicato nel 1492, degno di fermare l’at-
tenzione del colto osservatore non tanto per particolare
pregio di motivi architettonici quanto pei concetti di
(1) Vedi Le Memorie degli artisti napoletani pubblicate da Bernardo
De Dominici, di N. F. Faraglia p. 271, neWArchicio storico per le pro-
vince napoletane, anno 1883.
sapienza essenzialmente pagana dominanti nelle epi-
grati contenute in una serie di ben dodici lapidi quivi
esposte al pubblico (1).
Al secolo XIII si fa risalire l’origine del palazzo
Maddaloni, ora S. Angelo, costruito a guisa di fortezza,
cioè tutto a bugnato uniforme da cima in fondo; ma
la sua porta fatta fare per Diomede Carafa nel 146G
nella sua moderata e classica forma richiama sensi-
bilmente il gusto toscano contemporaneo (2). Pochi
passi più in là sulla strada stessa di S. Trinità ma
dalla parte opposta troviamo un altro palazzo, il pa-
lazzo del principe dell’Aricia, ora del duca del Monte
di Marighano, di più gaio aspetto, esempio assai pia-
cente di una costruzione civile della fine del XV se-
colo e notevole per le belle proporzioni delle finestre,
delle rispettive sagome, degli spazii frapposti. Di gusto
assai affine poi si presenta la parte conservata della
chiesa di S. Severino, v. a. d. il suo fianco esterno
diviso in ben trovati spazii mediante i tradizionali pi-
lastri scannellati e di leggiero rilievo, intercalati da
graziose e castigate finestre centinate con occhi tondi
(1) Vi si legge fra altro;
Audendo agendoque Respublica creseit non iis consiliis quae timidi
incauta appe^ant.
In magnis opibus ut admodum difficile sic inascime pulchrum est se
ipsum continere.
Hominem esse haud meminit qui nunquam injuriarum obliriscitur,
e così via.
(2) La forma di detto portale, se non andiamo errati, è quella parti-
colarmente lamig'liare a Leon Battista Alberti tanto a Firenze quanto
a Mantova.
Di aspetto vieppiù formidabile doveva essere l’antico pai. Sanseverino
dove una lapide indica tuttora per autore l’architetto Novello da San
Lucano (a. 1470). Ne rimane una parte della facciata, tutta costruita in
pietra viva a punta di diamante. Ora serve di fronte alla nota chiesa
del Gesù nuovo, sostituita al palazzo sullo scorcio del XVI secolo.
— 38
sovrapposti. Codesta opera del pari che il palazzo del-
PAricia sono attribuiti ad un Giovanni Mormando, il
quale, benché napoletano di nascita, certamente si at-
tenne alio stile tìorentino, anzi a giudicare dai detti
edificii è a credere si fosse ammaestrato ed ispirato
agli esempi dell’immortale Brunellesco.
Maestro Giovanni Donadio Mormando, che viene
qualificato per architetto e costruttore di organi, è una
di quelle figure di artisti che si desidererebbero vedere
tratte fuori dalle nebbie del mito in cui rimasero fin
qui avvolte, poi che il merito suo pare stia quasi in
ragione inversa della scarsezza delle notizie che di lui
si hanno. Nei Documenti del principe Filangieri egli
comparisce fra i vivi in Napoli dal 1492 al 1522, anno
di sua morte. Fra gli edifizi ch’egli tu chiamato ad
innalzare, dei quali è da ammettere una buona parte
essere andata perduta coi rinnovamenti della città,
rimane tutt’ ora in essere una modesta chiesetta di
classiche forme, la quale se ne sta nascosta in recondito
luogo della città vecchia, quasi violetta che si cela allo
sguardo delle turbe. È la chiesa di Santa Maria della
Stella, che ciascuno del resto può facilmente scoprire
oggidì spingendosi a mezzo della nuova via del Duomo
e di là a canto al civico Museo Filangieri, passando
in un vicolo che conduce dietro la chiesa di S. Severo.
L’apparizione inaspettata nel mare magno di Napoli
di questa piccola chiesa, col suo stile castigato e colle
sue epigrafi, ha quasi qualche cosa di commovente
per chi la visiti la prima volta. La facciata tripartita
a mezzo di pilastri reggenti un proporzionato frontone
triangolare porge un’appropriata porta nel mezzo, due
nicchie ai lati, un occhio tondo nel frontone. L’autore
31) —
stesso vi appose la sua decliea in una lapide sopra la
porta coi termini seguenti : Tihi Stella Maris darissiina
Ioanties Monnandus; e in quelle sopra le nicchie:
Deposiiit potentes ed Exaltavit humiles. L’interno, ora
affatto disadorno, ci rivela pure la qualità sua nella
lapide sopra la porta che mette in sagrestia, ch’è del
seguente tenore;
Ioanties Monnandus architectiis Ferdinandi regis a
niusicis istrumentis sacellum cetustate collapsum sua
pecunia a fundamentis restituit forniamque in me-
liorem redegit an. MDXIX.
In fine volle l’architetto esprimere la devozione al
suo Santo omonimo iscrivendo nel piedestallo sotto la
statua del medesimo in sagrestia altra dedica seguente:
Divo Ioanni Baptistae Ioannes Mormandus.
In Napoli, come apparisce, l’intluenza di codesto stile
si mantenne in epoca più inoltrata assai che non in
Toscana. Citeremo ad esempio l’elegante architettura,
di S. Caterina a Formelle presso Porta Capuana co-
struita da un Antonio Fiorentino della Cava nel 1523
(un richiamo a Santo Spirito di Firenze); le facciate
tuttora conservate di S. Maria la Nuova, di Regina
Coeli, la cupola di S. Maria in Costantinopoli e fuori
di Napoli fra altre la chiesa di Vietri presso Salerno,
la di cui svelta ed aggraziata cupola contribuisce a
dare vaghezza al pittoresco prospetto del paese domi-
nante l’impareggiabile riviera d’Amaltì.
— 40 —
Tornando ai palazzi, non vogliamo interamente tra-
scurare il nobile palazzo Gravina ora R. Posta, attri-
buito a Gabriele d’Agnolo di Napoli, benché lo vediamo
deturpato principalmente per l’indebita applicazione
delle finestre del secondo piano. Dello stato primitivo
ci rimane indizio parziale nei fianchi, verso i corri-
spondenti vicoli, dove alle finestre marmoree ben sa-
gomate del piano nobile non è sovrapposto altro che
altrettanti mascheroni ad alto rilievo, racchiusi entro
appropriate incorniciature circolari.
Che il re Ferdinando I della casa d’ Aragona si
fosse servito a soddisfazione della propria grandezza
di parecchi architetti toscani è cosa nota. Poiché non
é fuori di proposito Tammettere che ne avessero pro-
fittato anche i più cospicui privati, vorremmo nominare
fra questi il nobil uomo Angelo Como, famigliare del
re, il quale si fece costruire un palazzo, fortunatamente
conservato, dov’é ben palese l’impronta dell’arte to-
scana. Situato già in un vicolo remoto di Napoli vec-
chia e quasi dimenticato pochi anni or sono , per un
provvido accordo stabilito fra il Municipio e il principe
Gaetano Filangieri vedesi ora allineato sulla fronte
orientale del caseggiato della nuova via del Duomo.
Una illustrazione storica e descrittiva del medesimo si
legge nel proemio al catalogo del Museo Filangieri,
che fu recentemente collocato neirantico palazzo Como.
Il nome dell’architetto fondatore noiì vi appare precisa-
mente, ma chi ponga mente alla circostanza, che gli
anni del suo compimento coincidono con quelli nei
quali Giuliano da S. Gallo figura al servizio dei reali
aragonesi e che il palazzo stesso porge elementi non
dissimili da quelli di altri edifici architettati da Giuliano,
41
potrebbe ben congetturare ch’egli avesse avuto la sua
pai-te nella creazione del palazzo Como (1).
Più sicure sono le traode dell’operato dei fratelli
Giuliano e Benedetto da Majano. Importante in vero
fu l’attività spiegata in Napoli da Giuliano, il maggiore
dei due fratelli, la quale va riportata al penultimo de-
cennio del secolo XV e termina colla fine de’ suoi
giorni nel 1490 (2).
Il A^asari non esita ad attribuirgli il più ricco mo-
numento di architettura e di scultura die tuttora mirasi
in Napoli, cioè a dire il grande arco trionfale di Castel
Nuovo. È bensì da notare che stando al comune sen-
timento degli storici napoletani, detto arco fu incomin-
ciato tino dal 1443 per decreto degli eletti del popolo
in memoria dell’ingresso trionfale di Alfonso I d’Ara-
gona nella città, avvenuto il 27 febbrajo dello stesso
anno, nel qual tempo Giuliano da Maiaiio non contava
che 11 anni di vita. Di piti esiste in S. Maria Nuova
una iscrizione sepolcrale che apertamente nomina au-
tore dell’ arco un Pietro di Martino milanese (3). Se
non che le ulteriori conclusioni della critica intorno a
codesto interessantissimo monumento mostrerebbero la
notizia del Vasari non interamente priva di fondamento.
(1) stimiamo utile avvertire qui elie il prospetto del palazzo venne
fotografato dalla nota Ditta Sommer di Napoli dopo il suo trasporto
nella nuova via.
(2) Da una lettera di Lorenzo il Magnifico ad Alfonso Duca di Calabria
come pure dagli ìstrumenti che concernono la cliiesu di San Eiigio al
Mercato, pubblicati dal principe Filangieri, voi 111, pag. 165, si rileva
che Giuliano morì in Napoli nel 1490.
(3) Ecco il testo dell’iscrizione: Petrus De Martino Mediolanensis oh
triumphalein arcis nocae Arcum solerter structum, et multa statuariae
artis suo munere huic Aedi pie oblata a diro Alphonso rege in eque-
strem adscribi oi’dinein et ab Ecclesia hoc sepulci‘0 prò se ac posteris
suis danari meruit 14T0.
— 42 —
E poiché esse ci sembrano autorevolmente riassunte
dagli ultimi Commentatori del Vasari noi lasciamo ai
medesimi la parola in proposito. « L’Arco triontale di
Napoli, osservano dessi a ragione, che ha molte belle
ed eleganti parti, manca di insieme, di armonia e di
proporzione. Quindi il parere di alcuni scrittori che
queir opera fosse in vari tempi e da maestri diversi
fatta ha grandissimo fondamento, e trova piena con-
ferma ne’ documenti.
Alcune sculture rappresentano il trionfo del re Al-
fonso I, altre e specialmente quelle delle rivolte interne
dell’arco e quelle delle valve di bronzo gettate da Gu-
glielmo monaco figurano le vittorie di Ferdinando I,
e di Alfonso suo figliuolo contro i Baroni ribelli. La
diligenza de’ passati scrittoio ha trovato ancora i nomi
di alcuni maestri che lavorarono quelle sculture; come
un Isaia da Pisa, ricordato in un suo epigramma dal
poeta Porcellio, e dal Filarete nel suo trattato inedito
di Architettura (1) e un Silvestro DaH’AqLiila celebre
pei‘ la magnifica cassa di San Bernardino in questa
città. Aggiungeremo noi un tal Andrea parimenti Dal-
l’Aquila, scolaro di Donatello, del f|ualè è parola, come
di colui ch’ebbe una piccola parte in quei lavori, in
una lettera del 1459, che è presso di noi e che fu da
noi stampata nel giornale Earjaiieo anno 3*^ (Novem-
bre 184G), ecc.
Rammenta in fine Pomponio Gaurico anche Desi-
derio da Settignano come uno di coloro che scolpirono
nella porta del Castel Nuovo (2). Questi artefici tranne
(1) Vedi Gayu, Carteggio, ecc., 1, 204.
(2) Desiderili gai Neapoli sculpsit fores nocae arcis sculpsit etiarn
egregie mai mora.
riiltimo precedettero assai l’andata di Giuliano a Na-
poli, dove fu egli chiamato non da Alfonso ma da
Ferdinando I e dal Duca di Calabria, poi re Alfonso II
per mediazione di Lorenzo il Magnitìco, il che non
può essere avvenuto che dopo il 1481 , fino al qual
tempo Giuliano stette a lavorare sempre in patria o
altrove ma non in Napoli come apparisce dalle altre
memorie che di lui abbiamo raccolte » (1).
Molto maggiore unità di concetto invece ed esemplari
proporzioni si osservano nella porta Capuana in onta
a certe infelici sovrapposizioni di epoca posteriore. Di
questa porta si sa essere stata architettata da Giuliano
da Maiano nel 1484, per ordine di re Ferdinando I, come
è pure noto che il ricchissimo ornato di basso rilievo
(1) Vedi il Commentario alla Vita di Giuliano da Maiano, Vasart,
T. II, pag. 483. — Come conferma, se non altro parziale, al detto Com-
mentario per quanto concerne gli artisti che lavorarono in Castel Nuovo
vuoisi inoltre rammentare l’opuscolo seguente: Gli Artisti ed Artefici
che Icasorccrono in Castel Naoco a tempo di Alfonso I e Ferrante I
d’ Aragona per Camiu.o Minieri Riccio, Napoli, 1876. In esso lo scrittore
comunica una serie di curiosi documenti intorno a molti artisti ed ar-
tefici, parte indigeni e parte forestieri, i quali per ordine dei due sovrani
ebbero ad eseguire in Castel Nuovo svariati lavori, ora naturalmente
per la massima parte perduti, come rimasero completamente all’oscuro
le capacità di coloro ch’ebbero ad eseguirli. Per quanto concerne i
collaboratori all’arco di Castel Nuovo vedansi pure le ulteriori infor-
mazioni fornite dal sig. Barone né\V Ai'chirio storico per le procincie
napoletane, a. 1884-1885.
Fra i medesimi si può citare quel Francesco Laurana, dalmata, in-
torno al quale si è fatto luce in tempi a noi vicini, d’onde si ricava
ch’egli operò come scultore ed incisore di medaglie successivamente
in Francia al servizio di Renato d’Angiò, in Sicilia, a Napoli, indi di
nuovo in Francia fino al 1490. Nè vuoisi qui pretermettere ch’egli figura
appunto a Napoli nel 1474 in un documento nel «juale è chiomato mastro
marmorario e ricece òO ducati pel pi ezz-o di una imagine fatta in
marmo della Vergine SS. col Cristo in .seno, la quale è stata posta
sulla porta della cappella del Castel Nuoro. È (luesta probabilmente
la statua che si vede tuttora in posto, eseguita in grandezza alquanto
inferiore al naturale, opera di un carattere un po’ vago ed indeciso.
— 44 —
nella fascia deirarco fu eseguito da Giovanni Merliano
da Nola 1535 neiroccasione dell’ ingresso di Carlo V
in Napoli. Di linee ardite ed eleganti ad un tempo
questa porta viene giudicata dagli intelligenti, e non
a torto certamente, una delle più belle del Rinasci-
mento italiano.
Ma l’opera piti importante affidata all’ ingegno del
distinto architetto dovette essere quella della villa di
Poggio Reale, die venne fatta innalzare da Alfonso
Duca di Calabria dopo il ricupero d’Otranto dalle mani
dei Turchi nel 1481 (1). Era celebrata per i condotti
e per le belle fonti che l’ornavano, ma oggidì è quasi
interamente distrutta, sì che per tarcene un’idea fa
duopo ricorrere all’ illustrazione figurata che ne dà il
Serbo nella sua Architettura, (Lib. Ili, pag. 121). L’e-
dificio consisteva solo di due piani ricchi di arcate
intorno ad un cortile quadrangolare e presentava, sol-
tanto 24 camere piuttosto piccole collocate agli angoli
a tre a tre rispettivamente a ciascun piano. Era evi-
dentemente un edificio assai aperto e calcolato pjer
godervi l’ombra e l’aria corrente (2).
Come vi si fossero condotti i fratelli Donzelli nelle
loro pitture intese ad illustrare le imprese di Ferdi-
nando I nella guerra dei Baroni è altra circostanza
naturalmente destinata a rimanere un mistero per noi.
(1) Che Giuliano da Maiano fosse rarchitetto di Pojigio Reale lo as-
serisce il Vasari e lule è l'opinione generalmente accreditata.
(2) Vedi Rurckharot, Ge^cìùchte der Renaissance in Jtalien, p. 194.
Da ulteriori rivelazioni risulta, a Giuliano essere succeduto al soldo
del duca di Calabria a Napoli Fra Giocondo nel 1492, giusta documento
rinvenuto neWArchicio notarile di Napoli. Vedi Fu.angieri, Voi. Ili,
pag. 165. Cosi pure emerge dai documenti pubblicati dal Barone, die
essi ebbero a chiamare al loro servizio gli architetti Luca Fancelli, An-
tonio di Giorgio da Settignano e il celebre Francesco di Giorgio Martini.
TTav. 2.
p. 46.
FOTOTIP.
i liWré
mi
MON. DI MARIA d’ ARAGONA - NAPOLI
— 45 —
Quanto alla parte che spetta a Benedetto da Maiano
in opere di scultura sotto il regno di Ferdinando I, vi
è da presumere eh’ essa si colleghi con quella ante-
riormente iniziata da altro noto tiorentino , Antonio
Hosellino, e interrotta dalla morte che lo colse verso
il 1479.
In Napoli gli è nella chiesa di Montoliveto che si
ritrova tuttora il loro comune campo d’azione. In co-
desto tempio, eh’ è un vero museo d’insigni opere di
scultura, le due prime cappelle, dei Terranova e dei
Piccolomini, situate a destra e a sinistra dell’entrata,
ci trasportano senza meno nel puro e squisito ambiente
dell’arte toscana quattrocentista. Costrutte entrambe
secondo il modello della ben nota cappella del car-
dinale di Portogallo in S. Miniato a Firenze, il Rosellino
eseguì in quella dei Piccolomini la finitissima pala del-
l’altare in marmo bianco, dove, per servirci delle parole
del Vasari, fece una tamia di una Natività di Cristo
nel presepio con un ballo d’angelt in su la capanna
che cantano a bocca aperta in una maniera, che ben
pare che dal fiato in fuori Antonio desse loro ogni
altra moven::a ed affetto, con tanta grazia e con tanta
pulitezza, che più operare non possono nel marmo il
ferro e l’ingegno. Nelle nicchie laterali poi stanno le
figure degli evangelisti Matteo e Marco, e di sopra i
busti di S. Luca e di S. Giovanni.
Dove l’indicazione del Vasari non è interamente
esatta si è nell’attribuire senz’altro allo stesso scultore
il monumento sepolcrale che quivi si vede , di Maria
d’ Aragona, figlia di Ferdinando I e moglie ad Antonio
Piccolomini, duca d’ Amai ti, morta nel 1470. Questa
versione, tuttora generalmente accettata in Napoli, ora
va modificata nel senso, che per quanto sia da am-
mettere che il Rosellino avesse ricevuto rincarico del
lavoro, fu poco stante dalla morte impedito ad ese-
guirlo. Tant'è vero, ch’esiste uno strumento del 1481,
nel c|Liale il duca d’Amalfi richiede 50 fiorini d’oro
agli eredi del Rosellino, in restituzione di quel di pili
che aveva pagato aH’artefice pel detto lavoro (1).
Osservando poi con occhio critico il monumento
stesso, si dovrà persuadersi che le sculture che lo
decorano, fatte, salvo alcune varianti, ad imagine di
quelle del monumento di S. Miniato, rivelano chiara-
mente la mente e la mano di Benedetto da Maiano,
come ebbe ad avvertire pel primo il dott. G. Bode (2).
Forse fu questo il suo primo lavoro in Napoli, dove fu
incaricato di poi dal Conte di Terranuova di eseguirgli
la pala marmorea nella sua cappella in Montoliveto.
11 soggetto principale quivi è rAnnunciazione, con una
prospettiva architettonica nel fondo, la quale a vero
dire contrasta alquanto colle piti corrette regole della
scultura di bassorilievo, mirando ad effetti che meglio
si addicono alla pittura. Deliziosa invece è la serie di
storiette con episodii dei Vangeli, che serve di deco-
razione alla predella sottoposta.
Un particolare interessante die concerne codesto la-
voro si ricava da una lettera che la regina di Napoli
(1) Vedi; Vasari, T. IH, pagr. 05, n. 2; dove la fonte di tale notizia è
additata nelle carte del monastero di S. Bartolomeo di Montoliveto di
Firenze, nel diplomatico dell’Arcliivio di Stato.
(2) Vedi: ItaUenische Bildhauer der Eenaissance con 11'. Bode. Berlin
1887, pap. 202.
11 contrasto fra la maniera secca ed angolosa del Rosellino e quella
più molle e tondeggiante di Benedetto apparisce anche nelle fotografie
latte a Napoli e a Firenze dalla ditta Brogi nelle cappelle nominate.
scrisse al magnilico Lorenzo de’ Medici ai IG di set-
tembre del 1489, nella quale essa prega il Magnitico
che procuri di ottenere dalla Signorìa di Firenze che
sia dato licenza di cavar dalla città senza spesa di ga-
belle le due tavole di marmo fatte pel detto conte (1).
Il carattere toscano del resto è riconoscibile in altri
altari ornati di opere di rilievo, nonché in parecclii
monumenti sepolcrali sparasi per le chiese di Napoli,
non dissimili da quelli che vedonsi in molte chiese di
Roma. La loro forma in genere è quella di leggiadre
edicole, sia ad arco sia ad architrave piano applicate
alle parseti e contenenti nel loro vano il sarcofago del
defunto. Ci basterà citare in proposito, per non dilun-
garci ti'oppo, i monumenti della famiglia Cai-afa nella
cappella del Crocefìsso in S. Domenico, già r-ammentati
di sopra, di gradevole aspetto tanto per la struttura
architettonica quanto pel modo con cui sono ornati.
IV.
Artisti dell’Alta Italia.
Ora coll’aver indicato la manifestazione deirelemento
fiammingo, del toscano e dell’umbro nei monumenti
artistici in Napoli, non si è per anco detto tutto; poiché
ci rimane pure da rammentare la presenza di parecchi
artisti dell’Italia settentrionale.
Fra questi, per quanto spetta alla pittura, vuoisi
qui porre l’autore cui fu affidata la parte precipua
(1) Vedi: Vasari, T. Ili, pag. 338 nota, dove si accenna per (piesto
documento all' Archivio di Stato di Firenze; carteggio privato de’ Me-
dici, filza 47, c. 174.
— 48 —
nella rappresentazione di una serie di episodii leggen-
darii della vita di S. Benedetto nell’antico chiosti'o di
S. Severino; chiostro poetico e venerando, che rac-
chiude l’annoso platano di S. Benedetto e dove, come
bene ebbe ad osservare un eletto scrittore, ci sentiamo
trasportati come in un oasi di tranquillità e di pace
in mezzo al frastuono incessante della grande città.
Ma chi è propriamente l’autore di codesta serie di
affreschi? La tradizione li attribuisce ad un Antonio
Solario detto lo Zingaro, napoletano. Se non die, ove
in proposito si ponga mente al cumulo d’incongruenze
e d’inverosimiglianze che lo storiografo De Dominici
espone nella biografia del suo Zingaro, ci s’impone
senz’altro il dilemma seguente: o il Solario non è
mai stato l’autore dei freschi accennati, o se lo fu la
sua vita appartiene quasi ad un secolo più tardi di
quanto fa lo storiografo napoletano e la sua deriva-
zione da un preteso maestro Colantonio del Fiore che
apparterrebbe essenzialmente al XIV secolo, è affatto
favolosa. Quest’ultimo termine dell’alternativa ci pare
il più verosimile. Per quanto la figura del Solario,
quale ci viene presentata dal De Dominici vada con-
finata nel novero delle creazioni mitiche, è a credersi
che vi rimanga pur tanto di storico da potere affermare
resistenza di un pittore di tale nome in Napoli.
Ciò posto, ci pare che si possano addurre degli ar-
gomenti di valore tanto estrinseco quanto intrinseco
per ritenere ch’egli e non altri fosse l’autore in capo
della decorazione pittorica del chiostro. Anzi tutto la
tradizione che gliel’ attribuisce, se non ha un valore
assoluto pure vuole essere tenuta in qualche conto.
Se non che, come la sua vita non può essere ri-
portata ad età cosi remota quale la vorrebbe il De
Dominici, così la patria anzi che nel Regno va ricer-
(iata nel Veneto; circostanze codeste che si possono
accertare per diverse considerazioni. Sarebbe puerile
infatti il voler sostenere oggidì il primato dell’arte del
i‘inascimento in Napoli in base al carattere e al valore
dei freschi di S. Severino, giudicandoli creazioni di
un artista che vuoisi morto già nel 1455, quando i
particolari dei medesimi accennano evidentemente ai
costumi e ai gusti della fine del secolo XV. Ch’egli
poi fosse veneto lo asseverano contrai'iamente al De
Dominici altri scrittori napoletani anteriori a lui (1).
Ora noi non ci peritiamo di asserire dal canto no-
stro che tale qualifica viene giustificata dagfiindizi ca-
ratteristici osservabili nei dipinti stessi. E in vero, per
quanto sia d’uopo convenire che la maggior parte di
essi sia stata miseramente sciupata e rifatta da un re-
cente iniquo ristauro, pure vi rimane tanto da potervi
constatare la più stretta attinenza coll’arte veneta, come
venne esercitata da pittori quali un Carpaccio, un Mon-
tagna e simili, astrazion fatta dal loro superiore valore
artistico.
Sappiamo bensì che vi si vollero notare delle remi-
(1) Il Zani xié\\a Enciclopedia delle Belle Arti, propende pure a questa
versione, rammentando che corrisponde a quanto affermarono prima
del De Dominici, Cesare d’Engenio nella Napoli Sacra, C. Celano nelle
Notule del hello della città di Napoli, e Pompeo Sarnelli nella Vera
f/uida de’ forestieri (Napoli 1713, png. 136).
I.a notizia più notevole è quella fornitaci dal d’Engenio nel suo libro
stampato in Napoli da Ottavio Beltrano nell’anno 1623; quivi a p. 32?
si trova il seguente passo concernente i chiostri di San Severino: tre
bellissimi chiostri, il secondo fu dipinto a fresco da Antonio Solario,
sinrjolar pittore renetiano, per sopranome detto il Zinrjaro, il quale
dori nel 1495. Epoca codesta che ben s’addice all’aspetto e al carattere
dei dipinti.
FaizzoNi.
4
50 —
iiiscenze della scuola umbra peruginesca e che a tale
opinione si attiene il signor Cavalcasene : d’altra parte
però il modo Ingenuo di esporre nella evidenza del-
l’azione gli episodi della vita del Santo richiamerebbe
maggiormente la vena narrativa colla quale i veneti
suaccennati, sogliono rappresentare analoghi soggetti ;
le figure non hanno quell’impronta convenzionale che
si avverte presso gli umbi*i, collo stereotipo modo di
fare le pieghe e le espressioni dei vuoiti (per qua] ito il
quasi generale rifacimento consente si dica). Nei fondi
dei quadri, dagli svariati motivi, che sono un po’ meno
manomessi, più che l’analogìa con quelli dal Pintu-
ricchio (11 pittore tipo per paesaggi umbri), si ravvisa
l’affinità coi veneti, non solo nel modo di aggruppare
gli alberi e d’indicare gli accidenti del terreno, ma in
modo, che si può dire vieppiù determinato, più pal-
pabile, nel carattere dei frequenti motivi architettonici,
introdotti ad accrescere vaghezza ai singoli quadri. In-
fatti come certe chiese, certi colonnati, portici, campanili
che vi si veggono sono affatto estranei a quanto di
analogo si riscontra in Napoli, così il disegno e lo
stile dei medesimi e fin anco il materiale laterizio col
quale in prevalenza sono ideati è di natura tale da
accordarsi con quelli dell’alta Italia e del Veneto in
ispecie (1). E quanto si rileva anche dalla unita ta-
(1) È noto come sia una forma esclusivamente veneta quella dei ca-
minetti sopra i tetti a forma allargata a guisa d’imbuto sulla cima. Ora
sifatti camini caratteristici si trovano ripetutamente introdotti negli
affreschi di S. Severino. (Vedi in proposito gli affreschi 4.», 6.», T.“ a
sinistra dell’ingresso). Parimenti tipici pel veneto sono i campanili di
terra cotta a larghe scanellature lungo i fianchi.
Avvertasi che l’S*^ e il 9'^ quadro dalla stessa parte sono stati un po’
più preservati dal ristauro per quanto danneggiati pur essi. Non tutti
i dipinti del resto sono della stessa mano. In ispecie certa lunetta colla
Madonna si presenta quale opera d’altra mano, alquanto fiacca.
vola III, tolta da una delle stampe che accompagnano
il Cenno storico letto all’Accademia di Belle Arti in
Napoli dal socio Camillo Guerra il 10 settembre 1844.
Non conviene illudersi d’altronde circa il merito in-
trinseco di codesti affreschi. Per quanto vi apparisca
attraente il modo semplice e candido di dare forma
sensibile ai racconti della leggenda, non vi è grande
elevatezza di concetto nell’espressione delle figure; le
loro movenze sono alquanto goffe ed impacciate al
confronto di quelle dei migliori artisti contemporanei.
Rimane la parte accessoria dei fondi, nella quale non
si vorrà negare all’autore una felice disposizione ad
ottenere dei graziosi effetti pittoreschi, di carattere,
come si disse, essenzialmente veneto.
Se non ci è dato poi di verificare altri dipinti in Na-
poli da attribuire allo stesso pittore, nel quale per le
considerazioni esposte non siamo alieni dal congetturare
il veneto Antonio Solario, sappiamo mercè le rivela-
zioni degli archivi che a tempo di re Ferdinando I,
ossia nei due ultimi decennii del XV secolo altri pit-
tori veneti furono chiamati a prestare l’opera loro in
Napoli. Tali un certo Galvano e un certo Cariuccio,
entrambi di Padova, nonché un Pierantonio Vene-
ziano (1). Se rimanga tuttora qualche traccia del loro
operato lo ignoriamo. Quello ch’è certo si è, che nella
prima sala della scuola napoletana del Museo di Napoli
si trovano alcuni quadri aggiudicati ad artisti napole-
(1) Vedi jielVArchicio storico per le procineie napoletane, a. 1884-85
la monografia di N. Barone, intitolata: Le Cedole di tesoreria dell'Ar-
chioio di Stato di Napoli dall’anno 1460 al 1504. È interessante l’ac-
cenno ad una pittura di Otranto fatta da Galvano, (forse la Cacciata
dei Turchi, quivi, nel 1481 per opera del duca Alfonso?)
tani, ma che analogamente agli affreschi di S. Severino
accennano ad una schietta provenienza veneta.
Tali sono due tavole rappresentanti entrambe con
numerose figure la scena della Crocifissione. La mag-
giore delle due principalmente, ch’è meno manomessa
dall’altra (n. 1 del cat.) è curiosa assai per l’impronta
eminentemente padovana e veneta degli ultimi decenni
del Quattrocento. D’altra mano ma di analoga scuola
è una lunetta col grazioso motivo del San Martino a
cavallo che divide il mantello col povero (n. 3) (1).
Ben altra cosa rimane a dirsi rispetto alla grande
tavola proveniente dall’altar maggiore di S. Pietro ad
Aram e collocata ora nel mezzo di una parete della
stessa sala napoletana. Celebrata già per un capolavoro
di Antonio Solari detto lo Zingaro, nel Museo ben^ a
torto serba la stessa denominazione, nonostante che
fino dal 1884 sia stato pubblicato un documento dal
quale si rileva essere stata dipinta fra il 1509 e il 1511
da maestro Antonio Rimpatta di Bologna (2).
E dire che doveva valere quale testimonianza elo-
quente della precocità e della eccellenza dell’arte na-
(1) «Una Croceflssione », nota il Cavalcasene con la usuale varietà
di termini di confronto, « che avrebbe potuto essere eseguita da un se-
guace veneto del Mantegna e di Carpaccio, ossia Michele da Verona,
un S. Martino che se fosse stato trovato a Udine sarebbe stato classi-
ficato fra le opere di Giovanni Martini », combattendo egli l’aberrazione
di quegli scrittori napoletani che adducono ad autori Pietro ed Ippolito
Donzelli.
(2) Vedi; Archicio ftalico per le procirice napoletane, a. 1884, p. !JI.
Quivi l’articolo del princ. G. Fllangeri intitolato : Intorno a un dipinto
Jlnora attribuito allo Zingaro. Vi apprendiamo che la grande ancona
fu commessa a detto pittore dall’abate e dai canonici di S. Pietro ad
Aram nel 1509 e che, condotta a termine nell’agosto del 1511, ne fu fatta
la stima dai due pittori maestro Pirro Antonio di Manfredo da Bologna
e maestro Simone di Antonio Petraini da Firenze. Ua somma da 140
ducati fu ridotta a 130.
poletana, raj^preseiitata da un artista nato nel 1382 e
morto nel 1455! Ora invece siamo certi di piìi cose
rispetto a quest’opera istessa, e sono: l.“ che non è
creazione di un artetice del Regno ; 2.“ che anziché
qualificarsi per opera di un’arte precoce accenna sen-
sibilmente ad un ritardatario rispetto al tempo della
sua origine; 3° che lungi dal presentarsi per un ca-
polavoro in genere è un dipinto meschinissimo.
Nulla di più goffo infatti e di più insulso di codesta
Madonna seduta col Bambino in ornato trono, messo
in mezzo a due gruppi di Santi, tutti dal più al meno
rigidi e rozzi. Si può dire in fine di simile dipinto, che
l’oscurità del nome dell’autore bene si accorda colla
mediocrità del lavoro, e che al più, nell’ ordinamento
esteriore del medesimo si potrebbe ravvisare un lon-
tano richiamo del gusto già anteriormente in voga fra
i pittori di Bologna.
Un terzo aspetto pel quale ci viene presentato il pit-
tore Zingaro dal De Dominici e da quanti s’affidarono
alle indicazioni di lui è quello per cui gli viene attri-
buito un gruppo di opere evidentemente di origine
napoletana hamminga, cioè le principali di quelle da
noi già accennate, quali sono la pala del S. Vincenzo
Ferree e quella del S. Francesco che dà la regola;
di pili una Deposizione in S. Domenico (cappella del
Crocefìsso) e un’ancona, che dal succorpo di S. Se-
\ erino venne trasportata, recentemente sopra un altare
corrispondente al lato destro della chiesa superiore.
Inutile osservare quanto sia contrario ad ogni vero-
simiglianza che un pittore, quale l’abbiamo qualificato
proveniente dalla scuola veneta, in epoca di spiccato
individualismo, avesse appartenuto, per quanto si voglia
— 54 —
ili tempo anteriore, alla schiera affatto distinta dei na-
poletani Jianiininghi.
Passiamo ora agli artefici venuti di Lombardia.
Di Pietro di Martino da Milano insignito dcH’ordine
cavalleresco da re Alfonso in grazia della grandiosa
opera dell’Arco di Castel Nuovo, già si è fatto menzione.
Anteriore di alcuni decennii dovette essere l’opera
del suo compaesano Leonardo da Besozzo, v. a. d. le
pitture murali decoranti la cappella Caracciolo, dietro
r aitar maggiore di S. Giovanni a Carbonara e rap-
presentanti la vita, la morte e la glorificazione di Maria
Vergine. Egli vi apparisce ingenuo compositore ma
non molto espressivo. La migliore sua composizione
vi è quella della Natività della Vergine, dove si vede
quello sforzo di ritrarre dal vero qualsiasi oggetto
sensibile, qual’ è proprio de’ pittori della prima metà
del Quattrocento, v. a. d. i motivi architettonici, gli
episodi casalinghi, gli arredi, le foggie del vestire, gli
animali domestici e via dicendo. Altri prodotti del suo
pennello del resto non si conoscono, come che trovisi
menzione di certe pitture e dorature di coperte di lino
da lui operate in Castel Nuovo, non più sussistenti ma
nominate dai Registri Angioini dell’ Archivio di Stato
di Napoli, per le quali gli furono fatti due pagamenti
distinti nel 1458 per ordine di Alfonso I d’ Aragona (1).
Se ci volgiamo poi di bel nuovo all’interessantissima
chiesa di Montoliveto vi troveremo da aggiungere alle
manifestazioni non dubbie dell’arte toscana alcune
opere di autori dell’Alta Italia. Nella cappella del se-
polcro infatti, dove si giunge piegando a destra prima
(I) Vedasi il succitato opuscolo del Minikri Riccio a pag. 6.
di trovarsi presso T aitar maggiore, si rimane colpiti
alla vista di uno di quei gruppi plastici a pieno rilievo
con tìgure grandi al naturale e rappresentanti la scena
del Santo Se]Dolcro, composta dalla figura del Cristo
morto nel mezzo, disteso sul cataletto e dalle pie donne,
nonché da S. Giovanni, dal Nicodemo e dall’Arimatea .
Clii ha visitato le chiese di Modena e di Ferrara, città
già unite un tempo, come è noto, sotto lo stesso do-
minio degli Estensi, si rammenterà come vi si trovino,
sia in una grande nicchia , sia in apposita cappella
simili gruppi, dove l’ intento precipuo deH’artefìce è
quello di risvegliare fra i devoti un vivo senso di
pietà mediante una rappresentazione possibilmente rea-
listica, e come si suol dire parlante del soggetto. Le
ligure quindi vi sono non solo fedelmente modellate
secondo il naturale, ma atteggiate eziandio in modo
drammatico e con segni esteriori assai marcati del-
r interno dolore e della disperazione. Nelle parti ac-
cessorie nulla è ommesso di quanto possa contribuire
a riprodurre la realtà delle cose, dalle rughe e dai nei
del volto ai particolari più comuni del vestiario. In hne
nella maggior parte dei casi vi è pure aggiunto l’effetto
del colore per compiere l’effetto ingannevole.
Di tal genere appunto (bencliè colorito semplicemente
a tìnto bronzo) è il gruppo nella cappella del Sepolcro
in Montoliveto a Napoli, e l’autore è, come viene gene-
l'almente ammesso, e come del resto lo prova il lavoro
di per sé, quello stesso Guido Mazzoni detto Modanino
0 Paganino che operò a Modena ed a Ferrara sullo
scorcio del XV secolo. In quelle ligure il contrasto
fra la vita e la morte è reso in modo assai sensibile ;
1 devoti hanno quell’impronta individuale che li qua-
litica per ritratti copiati direttamente dal vero; stando
anzi alle Guide, il Nicodemo ci presenterebbe i tratti
fisionomici deirumanista Giovanni Fontano, Giuseppe
d’Arimatea quelli del Sannazzaro, S. Giovanni in fine
vi porgerebbe quelli del re Alfonso II (1). Eccoci di-
nanzi pertanto ad altra opera di maestro venuto di
fuori, e che, come può credersi, avrà suscitato non
poca meraviglia fra i napoletani pel merito dell’ evi-
denza straordinaria. Lungi da noi del resto il volere
esaltare un’arte quale è codesta, die si fa la scimia
della natura e per tal via non avrebbe mai raggiunto
la finezza e la nobiltà spirituale per cui si distinguono
i sommi artisti, intenti per propria indole ad innalzare
rinterpretazione del vero col sotfio divino dell’ideale (2).
Più grato ci è il rammentare uno squisito lavoro
di decorazione in bassorilievo marmoreo die com-
prende un intiero ambiente, ed è quello dell’ipogeo
della chiesa Cattedrale di S. Gennaro. Incominciata
nel 1497, per ordine del Cardinale (òliviero Carata,
questa chiesuola sotterranea si divide in tre navate, a
soffitto di superficie piana , di buone proporzioni. Ma
quello che maggiormente vi alletta l’occhio e che la
rende una delle piti graziose cose del buon tempo che
(1) Un documento del 1492, 17 dicembre, avverte che «a Guido Paga-
nino, scultore modonese per conto del duca (dì Calabria) si danno 50
ducati per il sepolcro che ha fatto al detto Signore. »
Se si riferisce al sepolcro di Montoliveto, converrti dire che la figura
di S. Giovanni, se mai, ritrae le sembianze di Alfonso duca di Calabria,
il quale non divenne re Alfonso li se non nel 1494.
(2) Mentre codesto cosi detto mortorio è la sola sua opera che ci
venga additata oggi in Napoli, i documenti degli Archivi rivelano che
egli ebbe ad eseguirvi in quegli anni medesimi, fra il penultimo e l’ul-
timo decennio del Quattrocento parecchie altre opere. Per ulteriori par-
ticolari vedasi; La Scultura Emiliana nel Fti nascimento . di Adolfo Ven-
turi, nell'Arc/u'rfo Storico dell’Arte, fascicolo gennaio febbraio 189i).
si possano vedere in Napoli si è rornamentazione de-
licata onde vedonsi rivestiti i pilastri lungo le pareti
e rincorniciatura dei riparti sul soffitto, ornamentazione
deila quale è riconosciuto per autore un tale Tomaso
Malvito da Como ch’ebbe a compierla nel 1504.
\ i si ha accesso per due lati aprendo dei cancelli
di bronzo, bellissimi esempi pure essi di stile perfet-
tamente concordante con quello dell’ipogeo e muniti
dello stemma cardinalizio Carata.
L’immagine del cardinale stesso in marmo bianco,
figurato in atto di orazione davanti all’inginocchiatojo,
dalle Guide e dai consueti ciceroni viene ingenuamente
attribuita al Buonarroti , laddove apparisce in realtà
lavoro poco elevato sia nel concetto, sia nell’esecuzione,
condotto ad effetto verosimilmente dallo stesso Tomaso
Malvito, il quale in tal caso si mostrerebbe piti felice
come decoratore che come scultore di figura.
Se non che le indagini praticate dal principe Filan-
geri e rivelate nella citata sua grande pubblicazione
ci hanno messo sulle tracce di alcuni monumenti se-
polcrali dello stesso autore, che sussistono ancora, dove
apparisce trattata con bel sentimento anche la figura
umana. Il più antico sarebbe quello che porge il sar-
cofago di Marino Alagno, conte di Bucchianico e di
Caterina Orsini, sua moglie, visibile sul fianco destro
della già mentovata cappella Carata, ossia del Croci-
fisso in S. Domenico, datato dal 1477. Stà distesa la
figura del marito sopra il sarcofago, quella della moglie
sul fianco del medesimo in senso perpendicolare.
Simile disposizione è quella data dallo stesso scultore
comasco alle effigi di Giovanello de Cuncto, segretario
reale e di Lucrezia Candida sua consorte nella loro
sepoltura in una celebrata cappella neirartistica chiesa
di S. Maria delle Grazie a Capo Napoli (a. 1517-1524).
In hne per ragione di analogìa siamo indotti ad
ascrivere allo stesso artista un altro sarcofago che ve-
desi nella chiesa di Montoliveto, nel passaggio alla
cappella del mortorio del Mazzoni. Quivi sta esposto
al lato sinistro il sarcofago del giureconsulto Antonio
de Alessandro e della moglie colle rispettive ligure
applicate allo stesso insolito modo.
A convalidare la comune origine di codesti monu-
menti concorre rattiguo grazioso sedile marmoreo, in
forma architettonica delicatamente composta, con una
lunetta contenente una Madonna col Bambino di rilievo,
di carattere veramente lombairlo. Il sedile, come si ri-
cava dalla epigrafe, fu fatto fare insieme alla cappella
per devozione del sullodato^ giureconsulto.
Figura inoltre spesse volte nei documenti un altro
scultore lombardo, per nome Jacopo della Pila da Mi-
lano. A giudicare per altro dal monumento di sua
mano, fatto per un Brancaccio Imbriaco in S. Dome-
nico (anno 1500) non sarebbe stato artista di grande
levatura.
Anche della lina e caratteristica arte dell’intarsiatura
e deir intaglio in legno si riscontrano nel Napoletano
non pochi monumenti. La maggior parte certamente
appartengono all’epoca barocca, ma alcuni pure si
veggono pili o meno conservati, appartenenti ai mi-
gliori tempi (1).
È noto come tal arte tosse con particolare gusto
coltivata e (Condotta a perfezione da molti artefici ud-
ii) Tali le seilie corali di Monte Olivete, di S. Severino, di S. Pietro
lì Mojello, ili S. Angelo a .\ilo, ecc.
59 —
l’Alta Italia^ dove si rese celebre fra tutti fra Giovanni
da Verona, esaltato pel suo magistero fin dal Vasari
nella vita di Rafiaello Sanzio. Quivi dopo aver descritto
i freschi delle stanze, egli osserva che fra Giovanni vi
lavorò delle spalliere di legno, dei sedili e degli usci;
ed epilogando di poi l’altre opere distinte di lui, ram-
menta fra altre la sagrestia di Monte Oliveta di Na-
poli, e nel luogo medesimo nella cappella di Paolo da
Tolosa, il coro lavorato dal medesimo.
Esistono infatti tuttora nella chiesa di Monte Oli-
veto delle spalliere di panche ingegnosamente lavo-
rate a tarsìa, nelle quali si vede manifesto l’intento
di produrre degli effetti di prospettiva lineare. Sono
quelli che anticamente si trovavano, salvo errore,
nella cappella Tolosa, ma già da tempo trasportate
in un oratorio situato al lato opposto della chiesa, e
che in parte, come si vede dovettero essere rifatte a
nuovo.
Xè vogliamo tacere di un altro lombardo che tro-
viamo occupato per conto dei monaci di Monte Cassino
nell’insigne sede di S. Benedetto e più precisamente
nella loro chiesa sotterranea, dove egli compì trenta-
(dnque seggi corali di legno, graziosamente decorati
di variati intagli. Egli, come si ricava da un documento
conservato nell’Archivio del Convento (1) è Benvenuto
da Brescia, il quale benché appartenga alla seconda
(1) Vedi i Codici e le arti a Monteeassino del padre Andrea Caravita.
Quivi, nel Voi. 3», pag. 55, è riferito il testo di una dichiarazione di ri-
cevuta scritta dall’ artefice nei termini seguenti : « Io Bencenuto da
Brescia intagliatore, confesso acere ricevuto ducati quaranta dal Re-
verendo Padre D. Ambrosi a bon conto de l’opera che io faccio nel
tugurio. Et questo fu alli 30 de augusto 1558 in Sanato germano. Io
Benvenuto sopradetto ò scritto. »
metà del secol d’oro sembra non aver abbandonato
le buone tradizioni dell’epoca raffaellesca.
Di maggior importanza in fine è l’ impronta recata
nelle provincie meridionali da alcuni noti pittori lom-
bardi, quali sono nominatamente Cesare da Sesto e
Polidoro da Caravaggio. Ben è vero che già nel se-
colo anteriore un’influenza diretta della Scuola Veneta
di Giovanni Bellini ci si appalesa in Sicilia nelle opere
di Antonello da Messina non solo ma eziandio in quelle
di parecchi seguaci suoi, mentre anche in Sicilia non
si riscontra alcuna Scuola indigena degna di conside-
razione; ma è questo un argomento da non potersi
svolgere e dimostrare convenientemente con poche pa-
l'ole e che merita di essere studiato e trattato da sè
per le relazioni ch’esso ha colla storia della pittura in
genere, sì che in questo luogo l’averlo accennato ci
dovrà bastare.
Quanto a Cesare da Sesto, pittore che suscita in sì
alto grado la nostra curiosità, come quello che per le
circostanze della sua vita si trovò in grado di approf-
fìttare degli ammaestramenti di Leonardo da Vinci e
degli esempi di Raffaello da Urbino, egli è di quel
numero di artisti dei quali rimane tuttora da com-
porre la biografia, poiché non si hanno di lui al pre-
sente se non scarse e staccate notizie, 'lanto è vero
che non ci è neppur dato sapere quando e per qual
via egli si fosse recato a Roma e nelle provincie me-
ridionali dopo aver avuto la prima educazione a Milano
presso Lionardo. Pure è noto che in Messina non solo
egli lasciò una delle opere sue capitali, la grande tavola
dell’Adorazione de’ Magi, ch’è ora uno dei dipinti più
preziosi del Museo di Napoli (deturpato pur troppo dal
— Gl —
ristauro e da brutta vernice) ma che vi creò pure degli
allievi od imitatori, de’ cpiali il principale fu il mes-
sinese Gerolamo Aliprandi (1).
V.
Andrea da Salerno ed altri regnicoli.
Che nel Napoletano pure siano a riscontrarsi indizii
dell’attività e dell’influenza da Cesare da Sesto esei-
citata è argomento quale crediamo non sia per anco
stato considerato da nessun autore ma riteniamo abbia
a mostrarsi criticamente accertato.
Che se gli storici dell’arte napoletana ci presentano
il loro più valente pittore del XVI secolo, Andrea Sa-
batini da Salerno, come diretto allievo del divino ui-
binate, i criterii e gli argomenti loro, come già altre
volte vedemmo, non sono tanto stringenti e sicuri da
non aver a soflrire eccezione e da escludere in noi
l’opinione che le relazioni sue col Sanzio siano piut-
tosto da attribuire alla mediazione del versatile ed
elegante lombardo Cesare da Sesto. L’asserzione già
attribuita al Criscuolo che il loro geniale Andrea fosse
stato giovinetto alla scuola di Raffaello a Roma e che
egli anzi lo avesse coadiuvato nell’esecuzione degli af-
(I) La surriferita tavola di Cesare trovavasi originariamente sull’ aitar
maggiore in s. Nicolò, ed ora vedasi sostituita da un grande quadro
dell’ Aliprandi del 1519, figurante la presentazione al tempio, pittura di
grandi aspirazioni ma sventuratamente di pessimo gusto.
Stando al Commentario delle Vite del Vasari nell’ediz. de’ classici
italiani, un’altra opera di Cesare da Sesto era visibile nella sagrestia
di San Domenico a Messina, rappresentante la Madonna col Bambino
fra i Santi Giorgio e Gio. Battista. Non sappiamo dove si trovi pre-
sentemente.
freschi io Vaticano come T hanno essi provata e con
quali indicazioni dimostrata? E a Roma perchè non
troviamo noi oggidì rammentato il nome, nè additata
alcuna opera di sì gentile artista il quale supera sotto
certi rispetti più d’uno dei sicuri allievi del Sanzio?
Fu davvero invidia degli scrittori non napoletani come
asseriscono quelli? o non è piuttosto precipitato il giu-
dizio di chi senza solide prove e dietro congetture ed
apparenze vaghe compose la storia della sua vita, come
del resto era costume di fare anche rispetto agli altri
artisti napoletani? Comunque sia, egli vuol essere con-
siderato come il più perfetto rappresentante dell’epoca
aurea dell’arte nelle regioni meridionali, e per tale
rispetto essere chiamato ragionevolmente il Raffaello
dei suoi compaesani. La sua attività quale ci è dato
scovrirla nelle sue opere trovasi tutta circoscritta entro
i confini del Reame, anzi non si estende molto lungi
dalla sua città natale e da Napoli, Gli è solo in quei
luoghi quindi che noi possiamo imparare a conoscerlo
e ad assegnargli il posto che propriamente gli compete.
Non sappiamo se gli archivi napoletani avrebbero
per avventura ulteriori dati da fornirci intorno alla sua
vita. Scarsi quali sono presentemente, non ci rimane
quasi altro indizio di lui all’infuori di quanto sussiste
delle sue pitture.
Nulla che ci accenni con qualche fondamento il
tempo della sua nascita , tuttoché il De Dominici la
ponga intorno al 1480. A giudicare da suoi prodotti
saremmo indotti a ritenerla alquanto posteriore, poiché
questi hanno l’apparenza di appartenere tutti all’epoca
matura dello stile così detto raffaellesco.
Una strana ed enigmatica comunicazione intorno al
— (53
medesimo è quella che ci viene offerta da Gerolamo
Calvi nella sua opera intorno agli antichi lombardi.
In essa egli avverte che nell’ anno 1513 si trovavano
in Napoli Andrea da Salerno e il milanese Andrea
Solari intenti a dipingere insieme una cappella nella
chiesa di S. Gaudenzio, soggiungendo che in quella
pittura veniva riunita la bellezza della maniera di Raf-
faello con quella di Correggio (1).
Ecco una notizia che ove fosse pienamente attendi-
bile non sarebbe priva d’interesse per noi; ma vi è
in realtà molto da sospettare che fosse fondata sopra
un equivoco. Nè le opere del sunnominato pittore mi-
lanese nè alcun altro cenno stanno ad indicare ch’egli
si fosse mai recato nelle provincie meridionali. Oscura
riesce d’altra parte e veramente enigmatica la fonte
alla quale si riferisce per tale comunicazione il Calvi ;
sicché alla perfine noi siamo indotti a credere o che
il Solario da lui inteso fosse il misterioso Antonio, o
che lo scrittore avesse scambiato un lombardo con un
altro, cioè Andrea Solari con Cesare da Sesto, della
cui operosità nell’ Italia media e nella meridionale si
hanno indizii non dubbi. E1 valga il vero; già dal Va-
sari apprendiamo nella vita di Baldassare Peruzzi che
un Cesare milanese ebbe a decorare insieme al sud-
detto certe stanze nel Castello d’ Ostia presso Roma,
le quali pur troppo piìi non esistono (2). Che sotto l’ap-
pellativo di Ce.sare milanese sia da intendere Cesare
(1) Vedi Notiz-ie sulla cita e sulle opere dei principali architetti, scul-
tori e pittori che fiorirono in Milano durante il Gocerno dei Visconti
e degli Sforza raccolte ed esposte da Girolamo Luigi Calvi. Milano,
Tipop. FMetro Agnelli, 1865. La notizia surriferita trovasi nella parte 2.^
di detta opera a pag. 277.
(2) Vedi Vasari, T. IV, pag. 592.
(la Sesto^ mentre Sesto come si sa è paese assai pros-
simo a Milano, è assai probabile, tanto più che le opere
sue accennano chiaramente a relazioni con Raffaello
• in Roma. Se altro non vi fosse di lui basterebbe a
dimostrarlo la sua importante pala fatta per la par-
rocchiale di S. Rocco a Milano e che attualmente ap-
])artiene agli eredi del Duca Lodovico Alelzi nella stessa
(iittà, dove ti si presenta una Madonna seduta sulle
nubi col divino Bambino tutta ispirata sulla celebre
Madonna di Foligno del Sanzio.
Ma questo esempio non è isolato, bensì a sostegno
del nostro assunto ci occorre di rammentare qui un
altr 'opera di pittura che ci rivela pure lo studio fatto
da Cesare sulle opere dell’ Urbinate, mentre sopra
luogo viene attribuita senz’altro ad Andrea ‘Sabatini.
Consta di sei tavole già formanti la pala dell’ aitar
maggiore nella chiesa del Convento di S. Trinità della
Cava presso Salerno, da dove già da tempo furono
tolte mentre presentemente l’amatore puc) vederle rac-
(*.olte .nel locale di una piccola pinacoteca di ragione
demaniale nel Convento stesso. In essi, a chi le os-
servi spregiudicatamente, rivelansi così spiccatamente
espressi i tratti caratteristici di Cesare, come sarebbe
a dire il suo colorito vago ma molle alquanto, il mo-
dellato a linee mosse ed esagerate, le fattezze dei volti
spesso troppo leziose per potersi dire piacenti e belle,
(ìhe il fatto dell’essere state alcuni anni or sono rico-
nosciute e revocate a loro autore per parte di un co-
noscitore quale il Senatore Giovanni Morelli, ci sembra
altrettanto stringente e semplice nello stesso tempo
(]uanto quello con cui ebbe a rimaner dimostrato il
noto problema dell’ovo di Colombo. La tradizione leo-
— G5 —
nardesca imita airiiifiuenza di Raffaello vi fanno ca-
polino in modo quale non si riscontra se non nel noto
pittore milanese, la composizione della Madonna col
Putto sulle nubi con cinque angioletti attorno è di
nuovo assai simile, come accennammo, a quella della
Madonna di Fuligno. Se non che vi si scorge un fare
già sensibilmente più ricercato di quello del massimo
maestro, una smania pel grazioso e pel i*idente che
oltrepassa un giusto limite; d’altra parte però un di-
segno più accurato e più fìnito di quanto riscontrasi
in Andrea Sabatini. Le altre tavole raffigurano il Bat-
tesimo di Cristo, che diamo riprodotto nella Tav. IV,
dove le forme del nudo ci richiamano l’altro quadro
di simile soggetto dell’autore nella raccolta del Duca
Scotti a Milano, e le quattro immagini a mezza per-
sona dei Santi Gregorio, Benedetto, Paolo e Pietro (1).
Considerata l’importanza di questo complesso di pitture
riesce assai rincrescevole l’osservare come esse ad
eccezione della Madonna eh’ è ben conservata siano
tempo fa cadute in mano di inesperto ristauratore ; il
quale ne fece scempio parte ridipingendole e svisandole,
parte intaccando audacemente e lasciando svelati i co-
lori originali.
Ora quello che noi desidereremmo sapere si è come
queste tavole sieno pervenute in quel luogo e principal-
mente in qual modo si siano trovati fra loro il vero ed
il preteso autore delle medesime, dovendosi ad ogni
modo ritenere che la qualifica di autore dell’opera si
addica propriamente al maestro lombardo, per quanto
sia pure ammissibile che il Salernitano vi avesse avuto
(1) È tratta da una fotografia della ditta Rrogi la tavola rappresen-
tante il Battesimo.
Frizzoni.
mallo a darle compimento in qualche parte. Ma intorno
a ciò altro non ci è dato affermare se non la verità
di tale contatto, che viene accertato dall’ osservazione
comparativa delle opere loro e ci comprova anco una
volta la tendenza già osservata nel naturale napoletano
a ricevere anzi die a dare un indirizzo od un caratte:*e
alle manifestazioni nel campo delFarte, non potendosi
in alcun modo sostenere il ragionamento inverso senza
contrastare a quanto c’insegna lo sviluppo storico delle
diverse scuole italiane. Nonostante devesi riconosce[’e
che Andrea Sabatini più di ogni altro esplica neU’ope-
l'ato suo certe qualità veramente meridionali ; in ispecie
un modo spontaneo e facile di esprimere i concetti pit-
torici che lo qualifica per un vero improvvisatore do-
tato di un naturale senso artistico e capace di felici
ispirazioni, alle quali egli sa dar corpo con gi*azia non
comune, mentre in complesso poco si cura del finito
e del corretto nella esecuzione.
Il classificare le di lui opere in ragione del tempo
in cui si succedono riesce quindi quasi cosa impos-
sibile. Se si avessero a considerare fra le sue prime
quelle che presentano maggior castigatezza di disegno
crediamo tali siano le due pale eseguite pel duomo
della sua città natale. Di queste l’una racchiusa entro
l’originaria cornice trovasi tuttora nella cappella deità
del Sacramento, e rappresenta il Redentore morto e
giacente sul piano anteriore, pianto dalla Beata Ver-
gine e da altri quattro santi. Soggetto assai difficile a
trattarsi anco dai migliori artisti, il nostro Andrea iwn
vi riesci a soddisfazione di chi contempli la sua pittura,
poiché quel cadavere nel mezzo, dalle membra reaii-
sticamente cadenti e rigide, turba assolutamente colle
Tav. S.
sue linee antiestetiche T armonia della composizione.
Attraente e graziosa invece è l’altra tavola che già da
tempo venne trasportata nel Museo di Napoli e che
ha per argomento la Madonna e S. Giuseppe col Bam-
bino cui vengono a fare omaggio i tre Re Magi (n. .33
del catalogo^ prima sala dei Napoletani). Bella e ben
bilanciata vi è la composizione delle linee, arioso il
fondo, le tinte in genere dolcemente sfumate e i colori
in gradevole accordo fra loro. L’atto di profonda de-
vozione col quale il primo re si prostra ai piedi del
divin fanciullo è espresso con molta efficacia ; la figura
della Vergine si presenta avvenente e fina, e il suo
atteggiamento ci rammenta alquanto quello che tiene
nel quadro della Sant’Anna di Leonardo al Louvre.
(Wdi Tav. V.) (1).
Se nella stessa sala volgiamo lo sguardo alla parete
attigua, eccoci dinanzi altra aurea opera del napoletano
Raffaello (n. 24). Ma perchè mai fu collocata tanto in
alto, mentre il posto d’onore, di sotto, è accordato ad
un inqualificabile trittico attribuito ai Donzelli ? E in
generale vorremmo sapere, perche non si è avuto
maggior cura nell’ultimo ordinamento della regia pi-
nacoteca, di disporre i quadri in modo che i piìi im-
portanti e i pili pregevoli potessero essere nel miglior
modo possibile veduti ed apprezzati ? È questa una
mancanza che, anco astrazion fatta dell’ infelicità del
locale per sè stesso, della classificazione evidentemente
erronea spesse volte, e della condizione non che della
qualità di molti fra i quadri della raccolta, colpisce
(1) Altra tavola del Sabatini collo stesso soggetto diversamente trat-
tato sta nella sagrestia dei Girolomini. Le sembianze dei re Magi quivi
paiono ricavate da modelli viventi.
ogni visitatore intelligente di codesto riparto del nobile
Museo.
Comunque sia l’opera succitata del nostro Andrea
rallegra qual raggio di sole il grande e squallido sa-
lone dove si trova. È il vescovo, che tu osservi seduto
nel mezzo, il benefico S. Nicolò da Bari, rappresentato
in relazione contemporaneamente a tre ingenue leg-
gende che di lui si raccontano. C’insegna l’una come
egli venisse incoronato da due angeli dopo esser uscito
di prigionia ingiustamente sofferta ; le tre giovinette
graziose poi che a lui reverenti si accostano sono le
fanciulle di Mira, le quali per mancanza di mezzi di
sussistenza dal padre loro stavano per essere dirette
a vita disonesta, quando il Santo le salva benefican-
dole col dono di tre palle fattesi d’oro; a queste fi-
nalmente s’aggiungono i tre infelici condannati per
ordine del prefetto Eustazio e che vedonsi inginocchiati
per riconoscenza a’ piedi del Santo che ne ottenne la
liberazione, mostrando per anco le corde legate al collo.
Il tutto vi è dipinto dall’artista colla più candida com-
punzione, con una freschezza ed una vita d’una spon-
taneità affatto meridionale ; e all’ effetto lieto e sereno
contribuisce pure il fondo di cielo limpido e puro e il
paesaggio vago con .roccie e castella che ben ridette
l’aspetto di natura incantevole quale quella dell’aprico
golfo di Salerno.
Se una certa attinenza con Cesare da Sesto si sente
già in dette pitture, in modo vieppiii sensibile si pre-
senta nella pala graziosissima di Andrea Sabatini ohe
trovasi ora ripetutamente ristaurata sul secondo altare
a destra della chiesa di S. Severino e stava già nel
succorpo della medesima. Gli è in codesta pala che il
geniale autore si svela più spiccatamente come emulo
dell’artista milanese, eli’ egli supera, si può dire, per
vera e naturale grazia, mentre gli è inferiore per ti-
nezza ed accuratezza di disegno. È divisa in sei parti,
dove c|uella di mezzo neH’ordine inferiore rappresenta
la Madonna seduta sulle nubi col divino Putto seduto
in atto scherzoso, mentre tiene un cardellino posto sul
braccio della Madre. Sorgono fra le nuvole parecchie
figure di angioletti infantili disposti a due a due ed
intenti a far musica con diversi istrumenti; figurine
eteree ed altrettanto ingenue quanto è ridente e gra-
ziosa neH’aspetto quella della Vergine. Ma fra tutte la
più soave e poetica tuttoché non esente di scorrezioni
di disegno è rimmagine di S. Cdustina, cinta di rose
la fronte, nello scomparto a sinistra della Madonna,
alla quale fa riscontro dall’altro lato il S. Giovanni
del deserto. L’ordine superiore della pala riesce meno
godibile, e pel soggetto (la Crocifissione ed alcuni Santi)
e perchè è assai ricoperto ed insozzato dal ristauro.
Ma per tornare alla città natale del Sabatini noi vi
troviamo alcuni altri indizi della sua operosità. Tali
sono due tavole, pur troppo in pessima condizione,
runa al secondo altare a sinistra in S. Agostino (Ma-
donna fra due Santi) (1), Tal tra in S. Giorgio (secondo
altare a destra), tavola considerevole, in origine certo
fra le sue migliori creazioni per garbo di composizione
e grazia nelle arie e nelle movenze. Quivi alle inima-
gini della Vergine e di quattro altri Santi egli aggiunse
quella di una devota e nel gradino del trono inscrisse
la data 1523, quasi unica segnatura che ci fu dato
(1) I due Santi Agostino e Paolo a lato dell’ altare maggiore, a lui
attribuiti, non si possono se non ascrivere alla scuola.
scorgere nelle opere di Andrea, che, come si vede,
non pensò mai di firmarle col proprio nome. Ciò del
resto è consentaneo al suo tare affatto estemporaneo
e senza pretensioni che più o meno si palesa in tutte
le opere sue.
Anche nella vicina Eboli conservasi ima sua grande
tavola nella .sagrestia di S. Francesco. Come che ab-
bandonata e ridipinta grossolanamente vi si nota tut-
tora un beH’andamento di linee e un concetto largo e
grandioso. Vi tìgura la Madonna seduta in alto sulle
nubi col Bambino, con parecchi Angeli in giro, abbasso
S. Giovanni che sta scrivendo il Vangelo, e S. Fran-
cesco, lo sguardo estatico rivolto al Redentore.
Che del nome del Sabatini si sia talvolta abusato
citandolo fuori di proposito è cosa che diremmo quasi
s’intende da sè. Ce lo attestano fra altre certe attribu-
zioni delle Guide nella chiesa di S. Domenico e nel
Museo Filangeri, concernenti opere che non si accor-
dano affatto col suo stile e che accusano manifesta-
mente un’origine posteriore.
Non vediamo invece perchè sia aggiudicata alla
scuola e non al maestro stesso certa tavola rappre-
sentante la Deposizione dalla croce (n. 35 al Museo
Nazionale) nella quale, benché si presenti tutta imbrat-
tata da indegno ristauro e da orrida vernice, pure si
scorge quella impronta fra il lombardo ed il raffaellesco
cho è tutta propria e specifica del nostro Andrea (1).
(1) Il N. 5 (un’Adorazione de’ Magi) e i N. 12 e 17 (due ligure di Santi)
sono pure aggiudicati alla Scuola; sono lavori assai tirati via e scor-
retti ma nulla meno affatto nello spirito del maestro. Ch’egli del resto
si fosse assdciato nelle sue imprese pittoriche degli aiuti o scolari ce
lo farebbero argomentare certe sue pale in alcune chiese di Napoli non
rispondenti in tutto al suo fare sciolto ed elegante e al suo chiaro e
Filialmente per non ommettere quanto avvi di più at-
traente di mano sua nel Museo dobbiamo rammentare
tre tavolette a piccole figure (n. 28, 30 e 34) rappre-
sentanti r una il miracolo di S. Francesco davanti le
mura di Gubbio, mercè il quale ammansò un lupo^
pittura di concetto amenamente ingenuo ma sgrazia-
tamente assai sciupata dal ristauro (pur certamente
creazione di Andrea e non della scuola come vuole
il catalogo) le altre due raffiguranti episodii della vita
di S. Benedetto, v. a. d. quello ove il Santo riceve
neH’ordine i giovanetti Mauro e Placido, poi dove de-
finitivamente li veste dell’abito monastico. Queste ultime
veggonsi pennelleggiate a rapidi tratti, quasi a modo
di abbozzi, ma si distinguono per sì naturale grazia
e vivacità, che davvero non si saprebbe immaginarsi
altra cosa così tenue eppure tanto fornita di quel soave
aroma che emana dalle manifestazioni del secolo d’oro
dell’arte.
Dette tavolette, non sappiamo per quale destino, an-
darono disgiunte da sei altre che completano la serie
e si trovano in una sala ridotta ad uso di pinacoteca
nel celebre convento di Montecassino, risplendenti per
gli stessi pregi e provanti del pari la mirabile facilità
con cui l’autore sapeva dar corpo alle creazioni del
gajo colorire. Tale fra altre la grande tavola dell’ aitar maggiore in
S. Giorgio dei Genovesi, che porge oltre ad una Madonna maestosa
con angeli in alto, tutta sua, la scena tradizionale del cavalleresco pa-
trono di Genova, (luella cioè a dire della liberazione da lui operata
della regale donzella dalle orride fauci del drago. Quest’ ultima parte
vi è alquanto rigidamente e goffamente espressa, sicché ci fa pensare
o superasse il potere del maestro o fosse eseguita da mano estranea.
Lo stesso valga più o meno per la pala in S. Maria delle Grazie posta
ivi al primo altare del braccio sinistro della croce, della quale si di-
scorrerà più avanti.
pensiero (1). E da credere ch’esse anticamente an-
dassero unite ad una grande pala nella chiesa del
convento, rimossa di là allorché nel seicento fu data
nuova forma e nuovo ampolloso ornato alla chiesa stessa.
La tavola principale sarebbe quella che attualmente
conservasi nella grande sala di scuole diverse nel Mu-
seo Nazionale di Napoli, nella quale il Sabatini ebbe
a dipingere il Santo fondatore del convento di Monte
Cassino pontificalmente seduto in trono coi Santi Mauro
e Placido a lato e i quattro Dottori della Chiesa di
sotto. Se non die qui l’autore si presenta sotto l’aspetto
suo meno favorevole e nelle grandi dimensioni mostra
più spiccatamente i difetti che gli sono propri.
Quella stessa fugacità nell’ esecuzione che non di-
sdice alle piccole tavole degenera nella pala in un
non so che d’incolto e di vacuo; i volti sono privi di
espressione; certe sue forme non belle (in ispecie lo
sviluppo esagerato che suol dare al padiglione del-
l’orecchio) l’andamento alquanto rozzo e convenzionale
delle pieghe dei panni vi spiccano in modo spiacevole.
La tavolozza sempre da buon cinquecentista raffaellesco.
Che il Sabatini fosse stato ripetutamente a servizio
dei Monaci di Montecassino ne fanno fede oltre alle
sue opere parecchi documenti tuttora conservati nel-
l’archivio di queU’insigne cenobio. È merito del padre
Andrea Caravita l’averli resi di pubblica ragione nella
(I) Vi si vede S. Benedetto che benedice S. Mauro — il miracolo di
una liI)erazione operato da S. Benedetto. — S. Benedetto che dà la
regola ai suoi seguaci — S. Benedetto che risuscita un Bambino (assai
ridipinto) — S. Benedetto che risuscita un monaco caduto sotto le ro-
vine di un muro del Monastero (pure ridipinto) — finalmente; S. Be-
nedetto stesso morto sul cataletto e circondato da’ suoi monaci (ijuivi
si scorgono ritoccate le teste).
— 7:ì —
sua opera dottamente elaborata: / codici e le arti in
Moiitecassino ; opera in tre volumi pubblicata or sono
pochi anni dalla stamperia del convento stesso. Se ne
ricava che il nostro pittore due volte avesse lavorato
per Montecassino, avendovi egli ricevuto dei pagamenti
dapprima nel 1518, di poi nel 1529 (1). Vi si palesa
inoltre Tanno in cui venne a morte, che fu il 1530,
cioè a dire quindici anni prima di quello die accenna
cervelloticamente il De Dominici.
In quel tempo il Sabatini erasi trasferito a Gaeta
dove dicesi trovarsi tuttora sulTaltare maggiore della
chiesa delTAnnunziata un suo quadro rappresentante
appunto TAnnunciazione che avrebbe ad essere il suo
capolavoro. Dalle disposizioni autentiche del suo te-
stamento che viene parimenti riferito dal Caravita ap-
parisce che egli vi avesse espresso il desiderio di
essere sepolto a Gaeta precisamente, lo che ebbe poi
a veri bearsi (2).
In fine apprendiamo piti oltre come nel 1531 fosse
stato nominato tutore dell’erede di Andrea Sabatini,
quale fu il di lui tìglio Gio. Battista, un tale maestro
Severo da Jerace (3).
Lo stabilire un nesso fra le date suaccennate e le
opere che si veggono oggidì nel Convento di Monte-
cassino, è impresa malagevole, parte in causa dei
mutamenti effettuati nei secoli successivi, parto per
non essere bene precisati i soggetti nelle polizze di
])agamento. Per certo vuoisi sostenere che buona parte
delle pitture quivi operate da Andrea furono disperse,
(1) Vedi Voi. Ili, pag. 20 e seguenti.
(2) Vedi il detto testamento riportato a pag. 31, voi. III.
(3) V. voi. Ili, pag. 24.
mentre gliene furono attribuite altre posteriormente che
il critico non può ammettere giudiziosamente per la-
vori usciti dalle sue mani (1).
Nella sala dove trovansi ora riunite varie pitture
appartenenti al convento, si riconoscono tuttavia pa-
l’ecchie opere manifestanti attinenze più o meno dirette
col Salernitano. Di lui stesso è indubbiamente, oltre
alle sei tavolette coi fatti di S. Benedetto già citate altro
dipinto sul legno, di grandi proporzioni, dove è rafìfi-
gurato nel mezzo S. Benedetto quando egli riceve i
santi Mauro e Placido, che gli vengono presentati dai
rispettivi loro padri in presenza del popolo spettatore;
nel fondo il cielo veduto di sotto un’arcata. Danneg-
giato da intemperie e ridipinto nel mezzo, dovette cer-
tamente essere opera non senza pregio in origine. —
l^eggio ridotta, anzi quasi rifatta, tanto da potersi a
stento riconoscere per opera di Andrea è una tela con
S. Placido benedicente un devoto monaco al cospetto
di doppia turba di spettatori.
E che diremo di certa tavola quadrata rappresen-
tante il Battesimo di Cristo ed attribuita ad un tale
Filippo da Napoli, se non che essa ha l’apparenza di
un’ altr’ opera del Sabatini, molto palesemente influen-
zata da Cesare da Sesto ma sensibilmente male intesa
e scorretta nel disegno? (2).
Passando di là alla vicina cappella del Collegio,
(1) Reputiamo non sue ma al più dello scuola due tavole <iuadrilunglio
e due a l'orma triangolare contenenti parecchie immagini di Santi Ve-
scovi, ora appese nella sala della pinacoteca del convento, che il Ca-
rovita gli attribuisce sulla fede di un cronista del Seicento (un Medici
che scrisse nel 1610).
(2) Si presenta per opera presumibilmente di uno scolaro, o meglio
di un tardo seguace di Andrea una tavola di un S. Girolamo penitente
segnata; Oratias Russo (sic) neapoUtanus faciehat 15S2.
eccoci di subito dinanzi agli ocelli una grata appari-
zione, un’improvvisazione felice, vale a dire del nostro
Andrea ! Gli è la pala dell’altare dove con raffaellesca
eleganza egli dipinse la Beata Vergine seduta col Bam-
bino Gesù rivolto verso il S. Giovannino che gli viene
porgendo dei fiori ; ai lati le Sante Giustina e Scola-
stica, il tutto sopra un fondo di architettura e di cielo.
Lavorata apparentemente con molta facilità e disin-
voltura avrebbe ad appartenere all’età piti avanzata
dell’autore.
Ci rimane finalmente da rammentare un’altra sua
qualità non insolita a vero dire fra i pittori del Rina-
scimento, intendiamo cioè quella di pittore frescante.
C’insegna il Caravita, grazie alle sue indagini, che pel
convento di Montecassino egli ebbe a dipingere due
cappelle a fresco, le quali andarono rovinate allorché
venne rifatta la chiesa. Ci è grato tuttavia poter atte-
stare che in essa esiste tuttora una lunetta dipinta sul
muro, la quale benché piccola e modesta cosa, e non
scevra di danni pur essa, meriterebbe essere tenuta
in maggior conto di quanto vien fatto, essendo una
creazione oltremodo gentile e gustosa, certamente della
miglior epoca dell’autore. Vi è rappresentata nel mezzo
una candida Madonna, dall’aspetto fresco e giovanile,
dal tipo lombardo-raffaellesco, seduta davanti una cor-
tina a colore, col Bambino ignudo sul ginocchio destro,
vivacemente mosso; il vano del semicerchio dai due
lati è abilmente occupato da due verginali figure di
angeli adolescenti che si accostano graziosamente ani-
mati al divin Putto. Questo gioiello di pittura venne
ritrovato alcuni anni or sono in una cappella della
chiesa dietro una grande e farraginosa tela dipinta
da un seicentista. 11 fresco di Andrea avrebbe meritato
di essere ridonato alla luce del ,c:iorno, e noi deploriamo
che quei venerandi Padri, pur sì benemeriti per col-
tura e per dottrina, non siensi decisi a fare il sacrificio
di una decorazione più sontuosa per dar campo ad
un’opera pregevole del pili valente fra gli antichi ar-
tisti loro famigliari.
Il suo modo di jjennelleggiare pronto e spedito do-
vette fargli riescire comodo e gradito il dipingere a
fresco. È presumibile die parecchie sue Ojiere murali
siano andate perdute coll’azione del tempo e del mar-
tello demolitore, non solo a Montecassino ma anclie
in altre parti del territorio napoletano e nella capitale
in ispecie, la cpiale com’ò noto ebbe a subire nei se-
coli successivi mutazioni considerevoli nella sua costi-
tuzione edilizia. Noi osserveremo soltanto che il Sa-
batini dipinse a fresco una cappella nel convento della
Cava, V. a. d. la cappella mortuaria, rappresentandovi
un S. Benedetto seduto in mezzo a molti monaci del
suo ordine ed un grandioso Giudizio Universale ; se
non che queste pitture sono ora rese presso che invi-
sibili in causa di ulteriori costruzioni fatte in quel luogo
che privarono di luce la cappella.
A Napoli lo troviamo come frescante in un atrio, o
meglio semplice passaggio dal primo al secondo cortile
nel ricovero degli Incurabili. Pitture malmenate dal
tempo c daU'azionc atmosferica, il poco clic ne rimane
è pure interessante come impronta genuina del pro-
cedere vivace e spontaneo, quand’anche trascurato, del-
r autore, incaricato d’ illustrarvi alcuni fatti della vita
del Santo Patrono di Napoli. Kiempivano sei scom-
partimenti sulle pareti con composizioni a figure poco
minori del naturale. L’ egregio Prof. Burckhardt nel
suo Cicerone stima non a torto cli’esse rappresentano
quanto di più spiritoso Napoli possiede fra le produ-
zioni sorte sopra luogo neH’epoca aurea deH’arte. « I
concetti di Andrea, soggiunse, sono semplici e belli;
egli non dipinge se non quel che pensa e non già quel
che per qualsiasi movente pittorico mirasse a produrre
un determinato effetto. » Queste composizioni, esposte
quali si trovano da tre secoli e mezzo in un’ambiente
alquanto umido vanno deperendo per così dire a vista,
sicché una sola si conserva oggidì visibile nel suo
insieme, ed è quella dove il Santo, standosene in
mezzo al suo popolo devoto, con un cenno scongiura
da lungi il minaccioso tiagello dell’ eruzione del Ve-
suvio. Che il racconto di tale atto di trascendentale
autorità fosse vivamente impresso nell’ animo del po-
polo napoletano (e crediamo lo sia anche oggidì) non
avvi luogo a dubitarne. Nè gii autori sacri del paese
trascurarono di alfermaiio, come fece per esempio il
De Lellis laddove esclama con enfasi ascetica affatto
meridionale : « E che saria di Napoli senza la prote-
zione di S. Gennaro, dal quale ogni suo bene e man-
tenimento riconosce, o sia in liberarla dall’incendio
dell’acceso Vesuvio, tante volte estinguendolo, o dalla
strage del crudel morbo pestilenziale, o dall’oppressione
di barbare nazioni o dalla penuria dei viveri?» (1).
La volta del vestibolo è formata da un sistema di
archivolti concentrici, secondo il consueto sistema di
costruzione del tempo, nel mezzo del quale sta dipinto
il Padre Interno in mezza figura ed all’intorno uno
(1) Il passo trovasi nelle Aggiunte di De Lellis alla Napoli sacra
dell' Engenio.
svolgimento di rabeschi, nei quali non si può disco-
noscere r influenza del gusto raffaellesco, quale del
resto si andava propagando in quell’epoca per tutta
Italia.
Ci asteniamo dal menzionare le altre opere murali
dal De Dominici attribuite al Sabatini e che attual-
mente sono perdute, tanto più in quanto non si sa-
prebbe asserire se i suoi giudizii in proposito abbiano
retto fondamento.
Nè ci sapremmo rendere garanti tampoco del rac-
conto concernente la sviscerata amicizia che si sarebbe
stabilita fra il suddetto pittore e Polidoro Caldara da
Caravaggio, e che si sarebbe apertamente manifestata
allorché quest’ultimo, abbandonata Roma dopo il fa-
moso sacco del Borbone nel 1527, si recò a Napoli,
indi a Messina, dove finì i suoi giorni.
Di una dimora di Polidoro in Napoli non mancano
gli indizi, come che si siano smarrite le di lui opere
fatte per le chiese di Santa Maria delle Grazie e di
S. Angelo in quella città, già dal Vasari avvertite (1).
Una palese influenza di lui si osserva in parecchie
pitture di quella città, dove egli lasciò certamente degli
imitatori o degli allievi. Si qualifica per tale lo spa-
gnuolo Francesco Ruviales soprannominato il Polido-
rino, se di lui come asserisce il De Dominici (2) sono
alcuni freschi raffiguranti due fatti della vita del pro-
feta Giona nella chiesa di Montoliveto, in un passaggio
che mette alla cappella racchiudente il gruppo plastico
(1) Vedi T. V, pag. 151, delle tre tavole del Caravaggio esistenti nel
Museo di Napoli è noto che la principale, rappresentante la Gita al
Calvario, proviene dalla chiesa dei Catalani di Messina.
(2) Vedi Tomo 2.®, pag. 144.
— 79
del Mazzoni, pitture recentemente scoperte di sotto rin-
tonaco deH’imbiancatore, e nelle quali, comunque assai
malandate, e per se stesse di rozza e brutale maniera,
si ravvisa indubitatamente la scuola del lombardo
pittore (1).
Ma il principale scolaro di Polidoro in Napoli, fu
a quanto pare, il calabrese Marco Cardisco, uno dei
pochi meridionali di cui il Vasari faccia menzione,
lodandone l’operato. Il Museo di Napoli possiede il
dipinto di lui più pregiato nella maggiore sala degli
autori indigeni, collocato sopra una porta; pittura di
concetto grandioso ed animato, fatta in origine, come
si ricava dal De Dominici (2), per l’ aitar maggiore
della chiesa di S. Agostino in Napoli, onde il pittore
ebbe a dipingervi una scena popolata da molte figure
intese a rappresentare i filosofi eretici disputanti con
S. Agostino che sta in mezzo a loro in pompa ponti-
ficale, seduto in elevato seggio, vivacemente atteggiato.
L’interesse che può presentare quest’opera, è inutile
dissimularlo, tuttavia consiste unicamente neH’impronta
dell’ influenza raffaellesca di seconda mano che essa
evidentemente presenta mentre nulla rivela del resto
di originale e di intimamente sentito. Una certa atti-
nenza con Andrea da Salerno, comunque il Cardisco
non venga noverato fra i suoi scolari, pure vi si può
riconoscere, massime nella figura del Santo ed in al-
cune che gli stanno vicine.
Una comunanza fra i due pittori anzi crediamo
(1) Del Ruviales, o Roviale, il Vasari fa cenno pure come di un creato
di Francesco Salviati, ed indica una sua tavola in Roma nella cliiesa
di S. Spirito, rappresentante la conversione di S. Paolo. T. VII, p. 43 e 681.
(2) Vedi Tomo II, pag. 60.
averla avvertita viemeglio in altro dipinto che viene
bensì assegnato al pittore salernitano, ma che proba-
bilmente fn da lui soltanto ideato ed iniziato. È certa
pala che si trova in S. Maria delle Grazie a Capo
Napoli sul primo altare del braccio sinistro della croce,
contenente una Madonna col Bambino sulle nubi fra
due Santi e le anime del purgatoi*io di sotto, mentre
nella lunetta soprastante è rappresentato l’arcangelo
Michele che pesa le anime. Per quanto la composi-
zione voglia essere reputata creazione di Andrea nel-
r essenziale , 1’ esecuzione quale ci si presenta gli è
estranea, e le forme alquanto rozze, il colorito a tinte
brunastre e torbide ci ricliiamano il fare di Marco
Cardisco. Ch’egli fosse contemporaneo del Sabatini lo
dimostra l’ essere egli citato come tale in un docu-
mento del 1524 (1).
Dobbiamo dire d’altronde che sarebbe compito assai
ingrato quello di chi volesse fare uno studio speciale
della scuola del Sabatini, dappoiché è facile persua-
dersi aU’esame dei prodotti che tuttora ne rimangono
quanto fosse povera d’invenzione, di gusto e di carattei'e.
Ci basti richiamare in proposito le tavole di Gio. Fi-
lippo CriscLiolo nel Museo e nelle chiese di Napoli,
vacue di spirito e prive d’impronta individuale, e al-
trove in varie chiese di Napoli parimenti quelle di Pietro
Negrone, che avrà bensì preso a modello il gentile
artista salernitano, ma cui natura fu invida matrigna
tacendolo riescire mediocrissimo pittore e anzi tutto
orrido disegnatore (2).
(1) Vedi: Appunti per la storia dell' arte in Napoli di Bartolomeo
Capasso, neirarc/u'ojo Storico per le Procincie Napoletane, anno 1881,
pag. 53'! .
(2) Vedi a conferma dell’asserto i suoi quadri nelle chiese di S. Aniello,
di S. Restituta, di Donna Romita, ecc.
— 81 —
Altro pittore ed architetto nel tempo istesso appar-
tenente per nascita alle provincie napoletane^ ma assai
povero di spirito è Nicolò Filotesio^ noto sotto il nome
di Cola dell’ Amatrice^ dalla piccola città di tal nome
situata nell’Abruzzo ulteriore. Ch’egli tenesse famiglia-
rità col Sabatini non consta, come che voglia essere
considerato cpiasi per suo contemporaneo, conoscen-
dosi opere di lui dal 1513 al 1543. Evidenti sono bensì
le sue relazioni con artisti dell’Italia media provenienti
dal XV secolo, ma il determinare a quale scuola egli
appartenga precisamente sarebbe malagevole cosa,
stante che nelle sue opere egli ci si qualifica per un
vero Proteo nella pittura, assumendo ora le forme
dell’uno, ora quelle dell’altro de’ suoi predecessori;
onde avviene che non rare volte egli siasi sottratto al
riconoscimento dei tardi nipoti di oggidì in parecchie
sue opere. Prova ne sia quanto ci viene fatto di os-
servare nel Museo di Napoli stesso, dove la sua figura
meschina e fiacca si cela in alcuni suoi quadri sotto
denominazioni diverse che non esitiamo di ritenere
assolutamente erronee (1).
Nel Museo di S. Giovanni Laterano, dove è una
sua Assunta segnata del nome e dell’anno 1515, altre
due tavole, che pur si accordano con quella manife-
stamente, sono in modo troppo gratuito battezzate dal
(I) Nella così detta Sala delle Veneri vedonsi le tavolette 34, 47, 40
rappresentanti la Deposizione dì N. S., la Resurrezione di Lazzaro e
il Battesimo di Cristo, dove egli passa sotto la denominazione di antica
scuola lombarda.
Nella Sala toscana i n. 43, 49, 56, portano il nome di Giuliano Cesello
nel Catalogo, pittore nato, come si sa, nel 1367 e morto nel 1446. (Vedi
Vasari, T 111, p. 35), mentre queste tre tavole rappresentanti l’Incoro-
nazione della Madonna e due figure di Santi rivelano il fare di Cola in
pieno Cinquecento.
Frizzom.
6
venerato nome di Luca Signorelli. Infine senza parlare
di parecchi altri esempi sparsi dove egli si presenta
sotto nuove fogge ci basti qui osservare che fin anco
a Pavia nella raccolta comunale Malaspina si ha un
esempio del suo fare, come imitatore del tipo leonar-
desco, in una piccola tavola rappresentante, salvo er-
rore, il Cristo che porta la croce seguito da un ma-
nigoldo dallo scarno ceffo in caricatura (1).
In onta alla mancanza di un vero carattere suo
proprio si può dire in genere ch’egli pure riesce rico-
noscibile per un non so che di cupo e di velato che
hanno i suoi colori, accompagnati sempre da un di-
segno assai meschino e grosso. I suoi principali campi
d’azione sono a ricercarsi nella sua città natale e in
Ascoli e sue vicinanze, dove sussistono varie opere di
lui (anche di architettura) segnate del nome e della
data (2).
Nè faremo menzione delle opere degli altri artisti
napoletani del XVI secolo, quali furono Francesco
Curia, Ippolito Borghese, Gian Bernardo Lama, Fran-
cesco e Fabrizio Santafede, Girolamo Siciolante da
Sermoneta ed altri, tutti ecclettici, di assai limitata im-
portanza per la Storia dell’arte, stante che quello di
buono e di lodevole vi si ravvisa non è altro in so-
stanza se non un riflesso di più puri e di più eletti
esemplari.
(1) È situata questa pittura nel primo piccolo ambiente della Pinaco-
teca Malaspina, presso l'uscio d'ingresso al lato sinistro entrando.
(2) Vedi in proposito: Histonj of Painting in Itabj di CaowE e Ca-
— 83 —
VI
Giovanni da Nola.
L’arte scultoria invece, principalmente nella prima
metà del secolo, è molto meglio rappresentata a Napoli
e ci porge numerosi e pregevoli esempi in cappelle,
in altari e in monumenti mortuari nell’ interno delle
chiese. Se non che è da osservare che andrebbe errato
chi stimasse ravvisare nei medesimi un carattere na-
poletano assolutamente spiccato, mentre apparisce ad
evidenza che, come sulle altre arti, così anche su questa
si fossero estese le influenze di fuori, e per quanto
concerne la scultura oseremmo dire si fosse imposto
il tipo toscano massimamente; tipo del resto ricono-
scibile anche nella maggior parte dei monumenti del-
l’epoca onde si mostrano ricche le chiese di Roma.
Il più distinto e rinomato fra gli scultori indigeni è
Giovanni Merliano da Nola, il quale, se fossero sue
tutte le opere che gli vengono attribuite, avrebbe con-
dotto una vita assai operosa.
L’apprezzamento che di lui e della sua scuola fa il
già citato Burckhardt ci pare tanto equo e spregiudi-
cato da poter essere qui opportunamente riferito. In
primo luogo egli avverte a ragione che l’essenziale
pregio di quella scuola si riconosce nello sviluppo del-
l’elemeiito decorativo. Quanto al Nola stesso, soggiunge
« egli non mosti*a nè un profondo e penetrante senti-
mento della vita (per quanto sia buon interprete del
vero) nè una consapevolezza educata circa quanto con-
cerne i limiti e le leggi della sua arte; se non che l’e-
levatezza dell’ ambiente spesso innalza lui pure sopra
il livello ordinario^ e la sua costante ricerca di motivi
nuovi riesce talvolta a dare un’ apparenza originale
ai suoi monumenti sepolcrali. » In realtà egli ripro-
duce in genere le strutture e le forme già invalse
nell’Italia Centrale compiacendosi per suo conto in
una ricca ornamentazione, la quale ha questo di par-
ticolare che coi molti arnesi di guerra ch’egli slioI
introdurvi riflette in certo modo la vita agitata dai
gi'ajidi rivolgimenti politici nel Reame nel corso della
prima metà del XVI secolo. Siffatto genere di deco-
razione vedesi da lui applicato non solo nell’arco di
Porta Capuana, costruito anteriormente, come vedemmo,
da Giuliano da Majano, e dal Nola arricchito di ma-
gniflci lavori di rilievo nell’occasione del trionfale in-
gresso di Carlo V imperatore avvenuto l’anno 1535,
ma anche in parecchi ingressi di cappelle e in sepolture,
dove veggonsi spesso eseguite a rilievo nei pilastri e
nei fregi di candido marmo un’infinità di tai'ghe, sci-
mitarre, lance, scudi ed altri strumenti militari.
L’opera più castigata e fina che allo scalpello del
Nola viene attribuita è la sepoltura del giovinetto An-
drea Bonifacio Cicara, situata neirandito che precede
la sagrestia della chiesa di S. Severino, dove l’autore
con molta grazia rappresentò il defunto fanciullo gia-
cente entro un’ornata conca, il cui coperchio viene
sorretto da alcuni putti piangenti (1).
(1) I/epitalfio fu composto dal Sannazaro ed è del seguente tenore
Nate Patris Matrisq. amor et suprema coluptas
En tibi, quae nobis te dare sors cetait.
Bustas, ehea. tristesq. notas damus, incida quando
Moì's inmaturo funere te rapuit.
Andrene fdio dulciss. qui cixit an VI
Mensibus II Diebus XIX Ilor, IV.
Robertus Bonifacius et Lueretia Cicara
Parentes ob raram indolem.
Nella cappella della famiglia Sanseveriiio quivi sono
notevolq non foss’altro per la loro tragica uniformità,
i sepolcri dei tre fratelli morti avvelenati ranno 1516
e dallo scultore raffigurati nella loro armatura da
guerrieri, seduti ciascuno sul proprio deposito.
Di gusto corrispondente a quello del surriferito mo-
numento Bonifacio è la, scultura a foggia di sarcofago
che si ammira nella cappella De Riso in S. Maria
delle Grazie presso gl’ Incurabili ; opera decorata di
squisiti ornamenti e di un celebrato bassorilievo nel
mezzo, rappresentante un Cristo morto messo in mezzo
dalla Madonna e da S. Giovanni (1).
Queste due opere sono forse le piìi giovanili che si
conoscano di lui e spirano davvero la grazia perfetta
dell’aurea età dell’arte quale si rivela nel primo de-
cennio del Cinquecento.
In lavori di cappelle e di tavole di marmo per altari,
che, come giustamente osserva il 'V^asari, molto si co-
stumavano in Napoli, si riscontrano assai spesso le
traccie del suo operato o almeno del suo indirizzo. Il
loro valore artistico è assai vario, essendovi sculture
di lui degne dei migliori contemporanei, altre invece
fredde e convenzionali alquanto.
Fra le prime va rammentato il suo altare di marmo
in Montoliveto, fatto a concorrenza di quello del suo
contemporaneo e compaesano Girolamo Santacroce,
egregio scultore egli pure, ma che morì sul fior degli
anni. E, valga il vero, interessantissimo riesce il con-
fi) ii bassorilievo è da riportarsi all’anno 1509, come accenna in fondo
alla pag. 93 del IV voi. il principe Filangeri. L’epigrafe colla data 1590
vuoisi ritenere quindi pertinente ad opera posteriore, nella quale venne
innestato il bassorilievo suaccennato.
fronte dei due pregievoli altari a fianco nel principale
ingresso in detta chiesa, sopra ciascuno dei quali sorge
un bel gruppo di Madonna col Bambino, entrambi di
nobile espressione e di regolari ed eleganti linee, sì
che lo spettatore può rimanere realmente in dubbio a
quale dei due sia da accordare la palma. Del primo
ci porge un’idea sensibile la nostra tavola VI.
In tatto di cappelle avvi principalmente da notare
quella dei Caracciolo di Vico in S. Giovanni a Carbo-
nara, da considerarsi, in ispecie per le sculture che
contiene, come monumento cumulativo di tutta quella
scuola. Di ordine dorico, di forma rotonda e coronata
da una cupola, venne fondata da Galeazzo Caracciolo
nel 1516 ed appaga l’occhio per le sue ben propor-
zionate dimensioni, mentre per purezza di stile è pre-
feribile alle celebri cappelle circolari d’epoca piti ma-
tura, che il Sammicheli architettò a S. Bernardino in
Verona e il Pellegrini a S. Giacomo Maggiore di Bo-
logna (1).
Forse l’ultima, ad ogni modo una delle più celebrate
sue opere, è quella del grande monumento sepolcrale
del noto viceré Don Pedro de Toledo (morto nel 1553),
situato nel mezzo del coro della chiesa di S. Giacomo
degli Spagnoli e fatto erigere dal viceré stesso parecchi
anni prima della morte, a memoria di sé stesso e della
consorte.
Beiu^hè il sedicente Criscuolo lo citi in prima linea
fra le opere più belle di Giovanni da Nola, noi ci ac-
(1) Vedi Filangeri IV, p. 351. È indicata da un documento la data 1547,
nella quale G. Dom. d’Auria con G. Merliano da Nola imprendono a
far lavori di statue e d’altro in detta cappella. Vedansi in proposito
anche gli Appunti per la storia delle Arti in Napoli di B. Capasro
neW Archicio Storico per le Provincie Napoletane, voi. VI.
87 —
costiamo di preferenza aU’opinione del Prof. Burckhardt
nel considerarlo quale prodotto della scuola, senza voler
negare recisamente che il capo della medesima ne
abbia avuto l’incarico e v’abbia avuto qualche parte
nella direzione (1). Quel eh’ è certo si è che il monu-
mento dal lato artistico non merita in verini modo l’alto
posto e r ammirazione che gli tributano gli scrittori
compaesani. Esso al contrario rivela una decisa deca-
denza dell’arte architettonica non meno che della scul-
toria, quando non si voglia ritenere per grande i
elevato ciò che ha soltanto del massiccio e del farra-
ginoso. È costituito essenzialmente da una gran mole
quadrata ossia da un colossale sarcofago, sopra il
quale stanno genuflessi sopra degli inginocchiatoi il
viceré e la di lui moglie; agli angoli del monumento
sorgono quattro figure allegoriche rappresentanti delle
Virtù: il sarcofago stesso porge d’ogni lato dei bas-
sorilievi, illustranti le gesta del defunto, vale a dire
la guerra contro i Turchi, la vittoria riportata sul
corsaro Barbarossa, la festa di ringraziamento cele-
brata al ritorno di Carlo V dall’Africa. Ricco ed ac-
curato vi è bensì il lavoro, ma nel concetto non vi è
originalità, essendo desunto, poco felicemente in vero,
da quello del monumento di Francesco I di Francia
a S. Denis: le figure per sè stesse sono freddamente
realistiche e poco ispirate. Giovanni da Nola, se vo-
gliamo credere al Vasari, morì di 70 anni nel l.òòcS.
(I) « A costui (al Nola) fece lavorare Don Pedro de Toledo, marchese
di Villalranca ed allora Viceré di Napoli, una sepoltura di marmo per
sè e per la sua donna, nella (|uale opera fece Giovanni un’infinità di
storie delle vittorie ottenute da quel Signore contro i Turchi, con molte
statue che sono in quell’opera, tutta isolata e condotta con molta di-
ligenza. » Così il Vasari nel T. V, p. <10.
Il suo emulo Santacroce invece lo aveva precorso di
parecchi anni , essendo mancato ai vivi nell’ età di
35 anni.
Un’opera che viene generalmente legata al nome di
Domenico d’Auria scolaro del Nola, la fontana mar-
morea sulla spiaggia di S. Lucia, è troppo fina nei
particolari e poetica nella composizione per non aver
a credere che il maestro non v’abbia avuto gran parte
nell’invenzione e nel lavoro. Certamente la stupenda
posizione in vista del mare e del fumante Vesuvio
contribuisce assai aH’effetto; comunque sia, tale quale
ci si presenta è uno dei monumenti più graziosamente
ispirati fra quanti si hanno da osservare nella città di
Napoli.
Ragionevole in tìne e conforme al vero stimiamo
quanto osserva il moderno tedesco Cicerone laddove
conclude rispetto a questa scuola che in essa, come
in tante altre dove l’ideale non potè raggiungere una
manifestazione pura e senza affettazione, ciò che in
complesso avvi di meglio sono le effigi dei mausolei,
tanto busti quanto statue. Napoli ne possiede un ricco
tesoro anche di quel tempo; un popolo marmoreo di
guerrieri e di uomini di Stato quale non trova riscontro
forse se non in Venezia.
VII.
Pittori toscani della decadenza.
In fine, prima di porre termine a queste note, vo-
gliamo osservare come si verifichi in Napoli un’altra
invasione dell’elemento artistico toscano intorno alla
89
metà del secolo XVI^ che lasciò traccie di sè tuttora
sussistenti. L’influenza del medesimo in cotesta epoca
non poteva in vero essere salutare poiché era troppo
tarda, che anzi, se in altri tempi aveva avuto il potere
di imprimere un impulso benefico specialmente allo
sviluppo della scultura e dell’architettura, ora doveva
necessariamente propagare la decadenza relativamente
precoce che già si era fatta strada in Toscana.
Sonvi da citare non meno di quattro nomi di pittori
toscani che in quegli anni ebbero a ti*attenersi e ad
operare nelle grande metropoli del mezzodì, e sono
quelli di Gian Francesco Pernii detto il Fattore, del
suo allievo Lionardo da Pistoia, dell’ aretino Giorgio
Vasari e del senese Marco del Pino.
Delle opere del primo non si ha notizia certa oggidì
in Napoli. Attesta bensì il biografo aretino ch’egli vi
fu condotto dal Marchese del Vasto dopo essere stato
a Roma e in Lombardia; soggiungendo che anche a
Napoli attese a disegnare e a dipingere, ma che non
vi dimorò a lungo, poiché essendo di mala comples-
sione, ammalatosi vi si morì con incredibile dispiacere
di quel signor Marchese e di chiunque lo conosceva (1).
Dipoi fa menzione di Lionardo detto il Pistoia di-
scepolo del primo, di cui rimane se non altro la grande
opera dipinta sull’asse, rappresentante in vasta com-
posizione la Presentazione al tempio, già da tempo
collocata nella sala toscana del Museo. Opera manie-
rata e piena di leziosaggine, fu fatta in origine per
l’altar maggiore della chiesa di Montoliveto, ma rim-
piazzata di poi da altra pittura di simile invenzione.
(1) Vedi il Vasari, T. VI, p. 646.
eseguita verso il 1545 da Giorgio Vasari^ come av-
verte r autore istesso (1). Se non die questa ultima
opei-a nel volgere degli anni corse la medesima sorte
deiraltra, v. a. d. venne rimossa dal suo posto ed ora
trovasi del pari nel Museo a riscontro di quella del
suo predecessore e attesta non mono di quella die i
bei tempi deH’arte in Toscana erano trascorsi e che i
di lei tìgli mentre era pur sempre vivo e vegeto l’im-
rnortale Buonarroti, invano si sforzavano di seguire le
orme dei loro grandi maestri atteggiandosi ad emuli
loro e fors’anco dandosi per intesi di superarli e di
condurre l’arte a nuovi progressi, laddove in realtà
ne iniziavano inconsciamente lo stadio della decadenza
colla vanità degli artitìzii sostituiti all’ ingenua ma pro-
fonda semplicità del sentire.
Messer Giorgio che certamente appartenne al nu-
mei'o di codesti illusi non trascurò di tramandarci la
descrizione delle cose da lui operate durante il suo
soggiorno di due anni circa in Napoli, non che di
quelle speditevi più tardi da Roma. Chi desiderasse
farsene un concetto ne troverebbe sempre da osservare
parecchie, e sono in ispecie: due ante da organo, ora
appese sopra le due porte minori della facciata della
chiesa cattedrale di S. Gennaro, dal lato interno, una
serie di quadri nella sagrestia di S. Giovanni Carbo-
nara le decorazioni al fresco nell’oratorio annesso alla
chiosa di Montolivcto, oltre alla pala già rammentata.
Tali lavori per c|uanto accurati non ginstitìcano per
loro conto il disjirezzo assai sensibile che l’autore dei
medesimi manifesta rispetto ai prodotti dell’ arte in
— 91 —
Napoli nei tempi die precedettero il suo arrivo, spe-
cialmente là dove accompagna la descrizione delle sue
opere colle seguenti osservazioni : « Ma è gran cosa
che, dopo Giotto, non era stato insino allora in sì nobile
e gran città maestri che in pittura avessino fatto alcuna
cosa d’importanza se ben vi era stata condotta alcuna
cosa di fuori di mano del Perugino e di Raffaello;
per lo che m’ingegnai fare di maniera per quanto si
estendeva il mio poco sapere che si avessero a sve-
gliare gl’ingegni di quel paese a cose grandi e onorevoli
operare; e questo o altro che ne sia stato cagione, da
quel tempo in qua vi sono state fatte di stucchi e pit-
ture molte bellissime opere » (1).
L’asserzione, come ogiiun vede, aspira apparente-
mente a modestia, ma in realtà non è esente di pre-
sunzione; bensì non si vorrà negare che contenga del
vero nella sua prima parte, cioè in quanto concerne
le condizioni dell’arte indigena, quali egli ebbe a ri-
scontrarle nella grande metropoli.
Ai giudizii del Vasari, poco favorevoli in genere ai
napoletani, il De Dominici credette contrapporre quelli
di Messer Marco del Pino, noto comunemente colla
denominazione di Marco da Siena, il quale aveva scelto
quasi a seconda patria la città di Napoli e n’era stato
fatto cittadino. Se non che le argomentazioni in difesa
degli artefici napoletani attribuite a codest’altro toscano
evidentemente perdono ogni loro valore, se non sono
che gratuite invenzioni dello storiografo mentovato,
come ben apparisce dalle indagini praticate dall’ eru-
dito direttore degli Archivii napoletani, il signor Ni-
colò Faraglia.
(1) VaSart, T. vii, p. (376.
Marco del Pino, nato in Siena verso il 1525 seguì
dapprima la scuola del Beccafumi. Nel 49 trasferitosi
a Roma si trovò a contatto con Daniele da Volterra,
e con Perii! del Vaga e vi lasciò parecchie opere, finché
l'ecatosi a Napoli prima del 1560 vi spese i rimanenti
anni di vita (una trentina alTincirca) in istudii suH’ar-
chitettura e in eseguire moltissime opere di pittura,
trovando così favore e reputazione non comune fra i
nuovi suoi concittadini.
Il vero è che i prodotti del suo ingegno a mala
pena reggono al confronto di quelli del Pistoia e del
Vasari, come si può vedere appunto nella sala toscana
del Museo, dove ciascuno di detti autori è rappresentato
in grandi tavole ; tristi esempii tutti insieme di un’arte
falsa e ripugnante perchè tronfia e affettata. Molte sue
opere sussistono tuttora nelle chiese, in ispecie in quelle
di S. Severino, di S. Domenico, di S. Giacomo. La
migliore fra tutte forse è quella die serve da pala d’al-
tare in una cappella a sinistra in S. Gennaro, e che
rappresenta Cristo cogli Apostoli, mentre S. Tommaso
vien toccando il di lui costato; opera segnata dell’anno
1573, e condotta con un certo fare vigoroso e di bravura.
Comunque sia, la presenza delle opere di Messer
Marco non solo, ma eziandio di quelle degli altri due
SLimenzionati toscani porge dovunque indizi non dubbi
di un’arte invecchiata e convenzionale, nè riesce mai
a toccare qualsiasi corda sensibile nell’animo deH’os-
servatore (1).
(I) Sarel)l)e questo il luogo di ture menzione di un altro artista toscano
dell’epoca, la cui attività si svolse principalmente in Napoli; ma poiché
la sua individualità non era stata fin qui da nessuno covenientemente
delineata dobbiamo contentarci di segnalare in proposito una recente
— 93 —
Pertanto, giunti a tal punto, già si è oltrepassato il
soggetto propostoci nella presente rassegna, dove è
stato nostro intendimento principale il chiarire possi-
bilmente i termini di contatto esistenti fra il massimo
centro della civiltà italiana del mezzodì e quell’ arte
nazionale ed elevata, che sorta lentamente in seno ai
secoli medioevali giunse al suo apogeo nella prima
metà del secolo XVI. Che se il nostro studio ci ha
condotti ad un risultato piuttosto negativo rispetto a
Napoli, nel senso che s’ebbe a constatare come il fiore
dell’arte vi fosse stato piuttosto importato che svolto
spontaneamente fra le razze indigene del mezzodì, l’ar-
gomento ci sembra ciò nullameno degno di conside-
razione e non privo d’importanza in grazia degli svariati
fenomeni storici che dà luogo ad osservare; i quali
aggiungono nuovi dati e nuova luce all’illustrazione
dei tempi più gloriosi della cultura italiana.
monografia Intitolata: Sulla cita e sulle opei’e di Michelangelo Nac-
cherino, appunti di Antonino Maresca: Napoli, R. tipografia Francesco
Giannini e figli, Cisterna dell’Olio 2 a 7, 1890.
È un bel volumetto di 78 pagine, corredato di 13 tavole in lototipia»
col quale l’autore si è compiaciuto di richiamare in vita i ricordi di
uno scultore quasi dimenticato, che per l’epoca avanzata in che visse
manifesta una purezza d’ideale artistico insolita.
11 Naccherino, che in grazia del prenome e della patria, Firenze, fu
talvolta scambiato col Buonarroti, nacque verso il 1535 e morì nel 1622,.
dopo avere lavorato in Sicilia e a Napoli, dove dimorò per circa mezzo
secolo. Da quanto si vede nelle tavole illustrative surriferite le sue
opere in Napoli lo qualificano per un artista di severo e nobile senti-
mento c che seppe conservare fino a un certo punto lo buono tradizioni
della scultura toscana.
Il nome di Giovanni Antonio de’ Bazzi è da citare
senza alcun dubbio fra quelli dei più poetici ingegni
che si distinsero nel campo dell’arte in Italia nel se-
colo d’oro del Rinascimento. Lombardo di nascita
come di sentimento e di scuola, essendo passato,
giovane sempre, in Toscana e a Roma, ebbe la for-
tuna di trovarsi a contatto coi migliori pittori di quei
paesi. La sua mente per felice disposizione naturale
seppe da queste condizioni trarre tanto profitto da la-
sciare memoria per certi rispetti quasi di un altro
Raffaello nelle sue numerose opere di pittura. La
maggior parte delle quali, eseguite in Siena, fecero
sì che per lui la scuola senese venisse del tutto rifor-
mata e condotta a un rapido sviluppo dopo un’epoca
di prolungato letargo.
Il quesito dell’origine, ossia della patria del Bazzi,
è ormai risolto in modo tanto sicuro, che non può piti
dare luogo a dubbi; nè poteva essere suscitato se non
da certa tendenza antiquata ad un amor di patria che
meglio si chiama spirito di campanile, pel quale alcuni
scrittori si sono sforzati ad indicare il villaggio di Ver-
gelle nel contado di Siena quale prima culla del Bazzi,
Frizzoni.
mentre le più valide testimonianze ce lo assicurano
Vercellese di origine. In fatti il Vasari più volte nelle
sue opere lo dice apertamente da Vercelli (1) e lo
confermano altri scrittori dello stesso secolo XVI, cioè
il Tizio, il Giovio e rArmenini, come già ebbero op-
portunamente ad osservare, citandoli, i benemeriti an-
notatori del Vasari (2). Che se pure queste testimonianze
mancassero, ne farebbero cliiara prova le sue opere
stesse, le quali non ismentiscono mai la loro natura
lombarda, quand’anche modificata talvolta dalle in-
fluenze di altri artisti coi quali egli si trovò a contatto
durante la sua dimora in varie città d’Italia.
La stessa certezza si è acquistata circa il vero co-
gnome del nostro pittore, il quale in conseguenza di
una svista dello scrittore senese Ugurgieri (nelle sue
Pompe senesi impresse nel 1G49) venne fino a pochi
anni or sono chiamato dei Razzi, mentre da parecchi
documenti contemporanei conservati negli archivi di
Siena e altrove, risulta ch’egli si chiamasse Giovanni
Antonio de’ Razzi. Così tanto la questione della pati'ia,
quanto quella del vero nome del nostro artista è posta
in chiaro con valide prove dai sullodati commentatori
del Vasari delle ultime edizioni. Con maggior ampiezza
poi vengono svolte e discusse in una monografia in-
titolata : Notuie intorno alla patria e ai primi studi
del pittore Giovanni Antonio Bassi detto il Sodoma,
illustrate con nuovi documenti dal P. D. I.uigi Rruzza
barnabita, che si trova inserita a capo di una Miseel-
(1) Vedi Giorgio Vasari, Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori ed
architetti, con nuove annotazioni e commenti di Gaetano Milanesi.
(Ed. Sansoni). T. IV, p. 608, T. V, p. 63.5 e T. VI, p. 379.
(2) Vedi Vasari, ediz. cit., T. VI, p. 4()2.
99 —
lama di storia italiana edita per cura della Regia
Deputazione di storia patria (Tomo Torino, Stam-
peria reale, 1862). Questa monografìa, altra fra le molte
testimonianze del risveglio degli studi di critica storica,
contiene inoltre alcuni ragguagli intorno alle prime
relazioni domestiche di Giovanni Antonio, che l’autore
trasse da certi documenti dell’archivio civico di Ver-
celli. Per essi si viene a sapere che il padre di lui
fu un tale Giacomo di Antonio de’ Bazzi (o de Bazis
stando all’ uso di latinizzare di c[uel tempo), il quale
dal paese di Briandrate venne a stabilirsi a Vercelli
dove esercitava l’arte del calzolaio. È un atto del 1475
che lo riferisce.
Altra questione dibattuta fu quella dell’anno di na-
scita di Giovanni Antonio. Ecco come la riassume il
Bruzza stesso: « Incerto restò fìnora ranno della sua
nascita. Il Baldinucci, a cui consente il P. della Valle (1),
affermò che nacque nel 1479. Il chiarissimo signor Gae-
tano Milanesi (2) non avendo documento che lo assi-
curasse, sospettò dubitando die potesse ragionevolmente
fermarsi verso il 1474. Nuovi documenti ci danno di po-
terlo ora meglio conoscere. Vedemmo che il padre, o
sia che fosse venuto allora da Briandrate, o che avesse
già compito il tirocinio dell’arte sua, la esercitava da
sè nel 1475, e sebbene ci manchi l’instrumento di dote,
pare tuttavia che nel 1476 menasse in moglie Ange-
lina da Pergamo, (voce equivalente a Bergamo) c ne
avesse il primogenito Giovanni Antonio nel 1477. Im-
perciocché nel testamento che fece, essendo infermo,
(1) Vasari, ediz. di Siena, tom. VIH, pag. 298.
(2) Vasari, tom. XI, pag. 139, Le Monnier. — Documenti per la storia
dell’arte senese, tom. Ili, pag. 182.
il dì 13 agosto 1497, Giovanni Antonio (1) è nominato
il primo, innanzi al tratello Nicola e alla sorella Amedea
e ragion vuole che in documento di tanta importanza
i figli fossero nominati secondo Tordine naturale. Dal
quale documento si conosce che alla morte del padre,
Giovanni Antonio era in minore età, e lo era tuttavia
al 31 gennaio del 1502, perchè Angelina sua madre
s’intitola ancora tutrice di tutti e tre i tigli (2), e perciò
Giovanni Antonio non aveva ancora compito in tal
giorno ranno venticinquesimo, ch’era il termine posto
dallo Statuto Vercellese per uscire di minore età, come
fu espressamente notato nel testamento paterno. Da
un altro atto del 3 di agosto del 1503 che soltanto
riguarda il suo minore fratello Nicola, si conosce che
questi in tal giorno era maggiore e perciò libero dalla
tutela materna (3), mentre al 31 gennaio deiranno pre-
cedente era con Giovanni Antonio ancora minore, donde
si rileva che questi, il quale era primogenito, avesse
tocco i 25 anni un anno prima circa, cioè a dire fra
il 31 di gennaio del 1502 e il 3 di agosto del 1503. »
In tal modo il citato autore viene a stabilire che
l’anno 1477 è propriamente quello della nascita del pittor
vercellese, ed inoltre osserva che, essendo conosciuto
per un documento senese anco ranno della sua morte,
die fu il 1549, se ne deduce ch’egli avesse raggiunto
l’età di 72 anni, contrariamente alla relazione del
sari, il quale lo dice morto nel 1554 in età di anni 7.5.
(1) Documento A.
(2) Rogito di Enrico de Balbis, Prot. 5, fol. 146-148 :« Tutrix et curatrix
« ac tutorio et curatorio nomine Nictiole, lo Antoni et Amedee filiorum
« ipsius Angeline et dicti quondam magri (sic) Jacobi, etc. *
(3) Rogito di Guglielmo de Donate notul. 29, Ibi. CXI.
101
Airopinione del Bruzza circa ranno di nascita di Gio-
vannantonio si oppone senza spiegarsi, e a quanto ci pare
senza giusta ragione, un recente scrittore tedesco in una
sua estesa ed erudita monografìa intitolata : Leben
and Werke des Malers Giova nnantonio Ba:^2i voii
Vercelli genannt il Sodoma. Als Beitrag sur Geschichte
der italienischen Renaissance, sum ersten Male be-
schrieben von Albert Jansen. Stuttgart, Verlag von
Ebner und Seubert, 1870. Egli propendendo a credere
Giovannantonio come T ultimo nato dei fìgli di mastro
Giacomo, lo vorrebbe del 1479 o 80. Ma, lasciando
stare che non avvi ragione per abbracciare tale par-
tito, più strana davvero apparisce una mistificazione
in che incorse il signor Jansen nel fare tesoro delle
notizie raccolte dal P. Bruzza, affine di formare un
quadro possibilmente compito dell’ambiente famigliare
dentro il quale ebbe a crescere il giovinetto Giovanni
Antonio. Egli parlando del di lui padre Giacomo, per
ben tre volte si compiace di qualifìcarlo coll’epiteto di
magro o secco {der diirre Jacob), facendone un ap-
pellativo popolare. Questo però è un puro parto della
sua fantasia, e se ne cerchiamo la spiegazione, non
la possiamo trovare se non in nn’erronea interpreta-
zione deU’abbreviatura latina magri Jacobi (equivalente
a magistri Jacobi), che si trova in un brano di docu-
mento riferito dal Bruzza, dal quale scrittore unica-
mente il Jansen, come si vede, ricavò quel poco che
si sa di Giacomo Bazzi. Ma tornando al Bruzza, il
principale suo merito sta nell’ averci saputo indicare
(dii fosse stato il primo maestro del Bazzi nella pittura.
«Il vero maestro del Bazzi, egli dice, ci è ora fatto
conoscere da un documento del 28 novembre 1490,
che è negli atti del notaio G indetto de Pellipariis (1),
il quale documento è raccordo con cui Giacomo^ padre
di Giovanni Antonio, raccomoda con Martino de Span-
zotis, pittore, perchè gl’ insegni rarte. » Così un solo
documento induce al nulla tutte le congetture del Ro-
sinl, del Della Alalie e d’altri.
« Per tale accordo Giacomo de Bazis allogò per
sette anni Giovanni Antonio con maestro Martino, pro-
mettendosi l’un l’altro a vicenda che il tiglio farebbe
quanto ad onesto e fedele famiglio si conviene, lavo-
rando e consegnando il denaro senza frode alcuna, e
Martino d’ insegnargli l’arte della pittura, dei vetri e
delle altre arti che sapeva, colla mercede di fiorini
cinquanta di Milano per sua ricompensa e per le
spese che gli sarebbero occorse in detti sette anni.
Kd ecco dove e da chi imparò il Razzi i principi della
pittura, e quanti anni durò il tempo del suo tirocinio.
I sette anni che cominciarono al Natale del 1490 e
finirono a quello del 1497, furono da lui occupati nello
studio della pittura, dall’età di 13 anni incirca fino a
quella di 20, ed erano certamente sufficienti perchè
mettesse buon fondamento nel disegno e nel colorire,
e potesse mostrarsi grande anche nelle prime sue
opere. » Pur troppo l’ importanza di questa scoperta
viene diminuita dalla circostanza che non rimane piti
alcuna opera, la quale scientemente si possa attribuire
allo Spanzotti; laonde della sua maniera di dipingere
non ci possiamo formare alcun concetto determinato.
« Il tempo che abbandonò la famiglia (Gio. Antonio)
cd uscì di Vercelli, seguita il Bruzza, parmi che si
(1) Notili. 18, fol. 592. Vedi documento C.
— 103 —
possa definire sul principio del 1498, e me lo rende
credibile la morte poco prima avvenuta del padre,
l’aver compiuto gli anni che doveva stare sotto la
disciplina dello Spanzotti, il non trovare più alcun in-
dizio di lui nella sua patria, ed anche l’indole sua
vaga di libertà e di sollazzi, e ringegno suo che do-
veva sentire di che sarebbe stato capace se udisse i
consigli e vedesse le opere dei migliori maestri. » Che
egli sia stato per qualche tempo sotto la disciplina di
Leonardo da Vinci è cosa generalmente ammessa ma
non comprovata da alcun fatto storico. Bensì è da
ritenere per certo essere egli stato a Milano, dove
non avrà trascurato di vedere e di studiare le opere
del gran Leonardo; da poi che non possono essere
attribuite a puro caso le riminiscenze sensibili del
grande maestro, che si manifestano nelle opere del
Sodoma condotte negli anni successivi. Ch’egli poi
abbia conosciuto ed osservato le opere dei pittori lom-
bardi di quel tempo, ed anzi appartenga alla loro
scuola per la sua origine e per la comunanza del
sentire e dell’imaginare artistico, è cosa manifesta e
della quale danno indizio, non foss’ altro, i tipi delle
sue figure e « quella sua maniera di colorito acceso
recata di Lombardia, » come già ebbe ad osservare
il Vasari. Del resto non vi è nè in Piemonte nè in
Lombardia alcuna opera che si possa ragionevolmente
attribuire alla sua epoca anteriore alla partenza per la
Toscana.
Dobbiamo quindi insistere neH’osservazione già fatta
di una lacuna da notare nella storia biografica ed
artistica dei nostro pittore, la quale benché non ab-
bracci che un pajo d’anni della sua attività indipen-
dente ed autonoma, è tanto più rincrescevole in quanto
che ci nasconde Tuomo nel punto, dove avrebbe più
chiaramente e con tutta la vergine freschezza dell’età
giovanile manifestata la sua relazione cogli altri artisti
lombardi, con parecchi dei quali, in ispecie con
Andrea Solari, con Bernardino Luini e con Cesare
da Sesto, egli presenta pure certe generiche somi-
glianze nelle sue opere sparse per Siena e nel contado.
Ad ogni modo dovendosi ammettere che la sua par-
tenza per Milano avvenisse in sul principio del 1498,
il suo soggiorno in Lombardia non può essere stato,
di lunga durata, poiché ragioni storiche ci fanno cre-
dere che il fatto, accennato dal Vasari, dell’esser egli
stato condotto a Siena da alcuni mercatanti, agenti degli
Spannocchi, si debba collocare verso il 1500 o tutt’al
più nell’ anno seguente. Imperocché la presenza del
Razzi a Siena é comprovata dall’essere incordate due
sue tavole in casa i Sa vini di Siena per le quali l’in-
tagliatore Antonio Barili aveva fatto due ornamenti,
in uno dei quali si leggevano in due cartelle queste
parole: anno Domini mccccci. Antonivs. Barilis. senensis.
opvs (sic) (1).
L’arrivo in Siena del giovane e promettente artista
lombardo é tale fatto che merita nella Storia dell’Arte
una speciale attenzione, come c[uello che segna il prin-
cipio di una nuova èra sopraggiunta nello sviluppo
della scuola pittorica di quella città. Poiclié se noi
osserviamo a quale segno di uniforme sterilità si era
('.ondotta la scuola senese nella seconda metà del se-
colo XV, e come in sul nascere del nuovo secolo
(I) Vedi le Lettere senesi del P. Della Valle, voi. Ili, p. 330.
— 105 —
tuttora era diretta a persistervi, di leggieri dobbiamo
riconoscere che il Bazzi v’ebbe ad importare un valido
elemento d’ innovazione col sorriso pieno di soave
grazia e colla varietà ferace delle sue opere, senza le
quali in vero difìficilmente si riescirebbe a giustificare
il detto del Lanzi : « lieta scuola fra lieto popolo è la
senese.... ». In tatti, degli artisti .senesi di quell’epoca,
ove se ne eccettui for.se Gerolamo del Pacchia che
in quegli anni pare si trovasse a Roma, nemmeno i
piu notevoli, quali un Gerolamo di Benvenuto, un
Giacomo Pacchiarotto, recavano in se la capacità e
l’ispirazione necessaria per rianimare lo spii'ito ormai
inaridito della scuola di Siena, già rima.sta tanto ad-
dietro in confronto della fiorentina nella seconda metà
del Quattrocento. Se il Bazzi dunque occupa un posto
importante nella Storia dell’Arte, questo risulta preci-
puamente dalla sua attività artistica spiegata in sul
principio del Cinquecento, sia pel valore delle sue
opere di quell’epoca, sia per la sensibile infiuenza da
lui esercitata in quella sua quasi patria adottiva. Me-
ritano quindi di essere qui partitamente esaminate le
opere de’ suoi primi tempi, potendosi considerare come
primo periodo della sua carriera quello che precede
la sua andata a Roma verso il 1507 o 8, peilodo nel
quale si riscontrano le sue opere della maniera in-
dubbiamente pili pura e dell’esecuzione più coscienziosa.
Rispetto a. queste è da deplorare che di alcune non
si possa più rendere contezza oggidì se non per le
descrizioni lasciatene dagli scrittori. Tali le due tavole
succitate fatte pei Savini, una delle quali vuoisi rite-
nere di certo del 1501. Al tempo del Della Valle che
pubblicò le sue Lettere senesi a Roma nel 1780, esse
erano già scomparse da Siena. Nelle notizie da lui
raccolte intorno all’ intagliatore senese Antonio Barili
egli riferisce le parole di un autore anteriore, il Laudi,
dov’è contenuta anche una descrizione dei due qua-
dri (1), il primo dei quali colla data surriferita « alto
pili di tre braccia e largo braccia uno e mezzo, nel
quale è rappresentata la Vergine con idea e volto mae-
stosissimo col suo Bambino tutto nudo in grembo,
sopra modo delicato e tenero, con il S. Giovali Battista
parimente putto assai vezzoso e abbracciato dalla Ver-
gine col braccio destro, e con S. Giuseppe nella parte
di sopra, del quale apparisce una testa e una mano
con essa tenente un vaso.... quadro per reccellenza
sua di valore grandissimo. » Dell’altro quadro dice;
« Nella medesima galleria v’è un’altra pittura del
medesimo Sodoma in quadro alto braccia due e largo
braccia 1 e In essa si rappresenta la Vergine se-
dente col Bambino nudo in braccio, il quale sedente
mostra di volere ricevere ossequio da S. Gio. Battista
parimente fanciullo che mostra di riverire Cristo bam-
bino stante con le mani in croce appoggiate al petto.
Sopra San Gio. Battista apparisce Santa Caterina da
Siena in busto e con le mani giunte, tra le quali ha
un giglio , e a l’incontro comparisce una testa di San
Giuseppe. » Ignota del pari è la sorte toccata ad un
alti’o quadro, il quale, se vogliamo credere al Della
à'allc, la cui testimonianza tuttavia non è delle più
autorevoli, avrebbe ad essere stato la prima pittura
fatta dal Bazzi in Siena, tenuto conto di certe imper-
fezioni di disegno ch’egli vi trovava. Era situata sopra
(1) Vedi Della Valle, voi. Ili, pap:. 238.
— 107 —
rorganino del coro di S. Francesco, rappresentava la
Madonna col Bambino lattante, e, come soggiunge lo
stesso autore somigliava moltissimo ad una figura già
in parte guastata di Jacopo della Quercia nel basso-
rilievo della fonte di piazza (1). Finalmente vuoisi ram-
mentare come già esistente nella stessa chiesa una
tavola col Cristo che porta la croce, la quale verosi-
milmente ebbe a perire in un incendio avvenuto nel
1655 (2). Ad onta di tali perdite ci rimangono sempre
opere d’ importanza degli stessi anni da dimostrare
a sufficienza la capacità del suo ingegno, e sono: la
sua celebre Deposizione dalla Croce, alla quale ag-
giungerei pure un grazioso tondo di una Natività, tra-
sportato da Leccete ueirAccademia di Belle Arti a
Siena, piìi gli affreschi nel chiostro di Monte Olivete
e quelli del refettorio dei monaci di Sant’Anna presso
Pienza. Quanto alla insigne opera della Deposizione
apparisce ragionevole l’opinione già enunciata dal Della
A’alle e confermata dagli annotatori del Vasari delle
pili recenti edizioni, i quali la riportano innanzi al
tempo delle pitture di Monte Olivete, tenuto conto della
maniera più minuta e più castigata e deH’ordine stesso
della composizione (3). Questa tavola, fatta per l’altare
dei Cinuzzi nella chiesa di S. Francesco e trasportata
nell’ Istituto di Belle Arti nel Settembre del 1862, viene
celebrata a ragione come una delle più belle e piti
distinte del Bazzi, poiché in essa seppe spiegare tanta
profondità di espressione, quanta difficilmente si po-
ti) Vedi il suo voi. Ili, pag. 249 e 255.
(2) Vedi Vasari, t. VI, p. 388, n. 1.
(3) Altri scrittori invece la dicono fatta nel 1513, ma senza addurne
le prove.
Irebbe riscontrare in altro suo lavoro. In fatti il gruppo
delle pietose donne che reggono sulle braccia la Ver-
gine tramortita in terra, già lodato dal poco benevobì
Vasari, è sentito con una patetica delicatezza ed una
distinzione tale da rammentare i migliori pittori lom-
bardi di quel tempo. Notevole vi è pure pel suo at-
teggiamento ardito e per Taccurata esecuzione un uomo
armato posto dall’altra parte, che volta le spalle e mo-
stra il viso di profilo. La finitezza insolita usatavi dal-
l’autore, non che la venustà di parecchi tipi congiunta
ad una pienezza di colori della più gradevole armonia
sono tali che ci richiamano in modo particolare certe
qualità dal milanese Andrea Solari il quale, come si
sa , si era distinto come straordinario colorista già
parecchi anni prima del 1500, ct)me ben dimostra, tra
r altre cose, la sua atti'aente Madonna del 1495 fatta
per la chiesa di Murano presso Venezia, ed ora con-
servata nella galleria di Brera a Milano.
Circa la predella di detta tavola vuoisi osservare
come già ebbe a notare il Della Valle, che non può
essere del maestro stesso, percliè eseguita in modo
molto più rozzo, quale si addice ad un suo scolaro
od aiuto. Essa vedesi sempre unita alla tavola grande,
e contiene cinque storie della Passione di Gesti Cristo.
Il surriferito tondo poi è uno dei piti piacevoli or-
namenti della pubblica galleria di Siena (n. <S5 del
catalogo), e rappresenta il Bambino Gesù adagiato
per terra ed adorato dalla Vergine e da S. Giuseppe,
mentre dall’altro lato se ne sta il S. Giovannino sor-
ridente abbracciato da un bell’ angelo. Qui si direbbe
che insieme al fare lombardo si dimostri già qualclie
indizio di gusto toscano. Interessante vi e pure la carn-
— 109 —
paglia dipinta nel fondo da vero purista, animata qiiarè
da vivaci e ben mosse piccole fìgure.
La composizione certamente piacque ed incontrò fa-
vore, poiché il pittore ebbe a ripeterla piti tardi con
molte modificazioni nei particolari e tirandola via con
minor cnra. La replica vedesi ora nella galleria Scarpa
alla Motta di Friuli, dov’è tenuta per opera di Cesare
da Sesto (1).
L’essere caduto in dimenticanza il Sodoma in Lom-
bardia, dove si conserva piti vivo il ricordo di Cesare
da Sesto avrà fatto sì, che, si fosse scambiato il nome
deir uno con quello dell’ altro rispetto all’ accennato
quadro. Il vero è che questo non offre se non vaghe
attinenze con le opere di Cesare, determinate e con-
vincenti invece con quelle del Bazzi, tanto nei tipi in
genere, quanto nelle singole forme, nel colorito e via
dicendo.
La consuetudine di dipingere su tavole circolari si
riscontra, com’è noto, essenzialmente nell’Italia centrale,
specie in Toscana. Essa si prestava alla creazione di
opere, generalmente racchiuse entro ricche cornici or-
nate a festoni di frutta, da servire di ornamento alle
pareti domestiche. Che il Sodoma avesse eseguiti pa-
recchi di sifatti tondi non mancano indizi ad affermarlo.
Alcuni pochi devono trovarsi tuttora in case private a
Siena, altri sono passati in estranee contrade, dove il
loro valore suol essere maggiormente apprezzato. Nel
novero di questi ultimi rammenteremo due esemplari
provenienti da casa Chigi, e sono una Sacra Famiglia
con due angeli, ora proprietà del signor Holford di
(1) Come tale vedesi incisa nell’opera di Ifrnazio Fumagalli, intitolata :
Scuola (U Leonardo da Vinci, Milano, dalla R. Stamperia 1811, Tav. 38.
110 —
Londra, e una composizione deliziosa di due donne
con quattro putti allusiva alla Carità, che veniva at-
tribuita al Peruzzi (1).
Ed ora veniamo a quella serie di opere che ci fanno
conoscere la natura artistica del nostro autore in tutta
la sua estensione, vale a dire ai suoi freschi fatti per
i monasteri di S. Anna in Creta e di Monte Olivete mag-
giore, opere tanto pili sorprendenti quando si pensi che
furono compite da un gi(jvane fra i 25 e i 28 anni. I dati
cronologici che ad esse si riferiscono ci pongono in grado
di asserire questo fatto al quale potrebbe pure servire
di conferma il ritratto del pittore fatto da lui stesso
in una delle storie del chiostro di Monte Olivete, dove
egli ci si presenta appunto come giovane della sud-
detta età. Quanto a quelle di S. Anna, il Della Valle (2)
ci riferisce la seguente notizia, cavata da un libro di
memorie deU’archivio di quel monastero, dell’esattezza
della quale non abbiamo motivo di dubitare e che ci
rivela l’anno in cui ebbero origine; « L’anno 1503, a
di 1 di luglio, D. Andrea Coscia da Napoli, cellerario
di S. Anna, convenne con maestro Giovanni Antonio
da Vercelli, pittore, delle picture da farsi in refectorio
di S. Anna, per se. 20 d’oro, e le spese. E del tutto
ne appare una scritta di mano del detto cellerario se-
gnata con questo segno * se. 140 ^ =:. »
La chiesa di S. Anna in Creta, retta oggidì da un
curato, ed il rispettivo monastero soppresso già da
mezzo secolo circa, giacciono a quattro miglia da
(1) Il primo vedesi riprodotto in un tavola facente parte di una rac-
colta di stampe intitolata: Pitture esistenti nella città di Siena; il se-
condo in una fotografia fatta dal Cav. Paolo Lombardi di Siena.
(2) Vedi voi. Ili, pag. 254-255.
— Ili —
Pienza in luogo romito, ma accessibile per una di-
screta strada carreggiabile. Le pitture fattevi dal Bazzi
si vedono nel vasto locale che serviva di refettorio ai
frati benedettini, e sono divise in sei grandi scompar-
timenti, disposti a tre a tre sulle due pareti estreme
della sala, mentre su quelle di fianco ricorre ima
specie di fregio (contenente dei quadretti graziosi in
chiaroscuro e dei tondi con teste di santi), che dovea
essere situato sopra i seggi dei monaci.
Il soggetto principale è rappresentato sul muro di
faccia all’ingresso, ed è il miracolo della moltiplica-
zione dei pani e dei pesci. Quivi nella parte di mezzo
è espresso il momento in cui un putto pieno di vita
e di brio presenta al Redentore, che si distingue pre-
cisamente nel centro della parete ed è seguito dagli
Apostoli, un canestro coi cinque soli pani disponibili.
Vi è particolarmente notevole la figura nobile e serena
del Cristo, le altre sono fatte con poca cura. Nel par-
timento a sinistra vedonsi parecchi canestri in terra
destinati a raccogliere gli avanzi della gente satolla,
che vi è rappresentata composta da una folla di donne,
nomini, fanciulli, dove rocchio è rallegrato da certi
bei motivi di teste schiettamente lombarde. L’altro lato
della parete poi è quasi tutto guasto dall’ umido.
In queste storie il nostro pittore già manifesta un
suo ditetto particolare, che consiste in certa mancanza
di parsimonia nelle composizioni de’ suoi gruppi di
figure che riescono spesso troppo addensate e com-
patte, come avremo pure occasione di notare pili
avanti.
Nella parete opposta è espresso sopra la porta il
Cristo morto in grembo alla Madonna e compianto
da altri suoi fidi. Di sotto, nella grossezza del muro
della porta è un tondo contenente il busto del Redentore.
Nel comparto a sinistra vedesi colorito focosamente e
con grande vita un santo \^escovo messo in mezzo da
sei Olivetani parte in ginocchio parte in piedi, vestiti
in bianche tuniche, secondo il costume, raccolti tutti
sotto un finto atrio tirato bene di prospettiva, e nel
c|Liale vedesi un soffitto che, come già opportunamente
ebbe ad osservare il Della Valle, ritrae di quelli che
il Pinturicchio in quel tempo o poco prima eseguiva
nelle celebri storie che decorano le pareti della splen-
dida libreria del Duomo di Siena. Yì loda pure, ed a
ragione, certi putti scherzosi, che stanno disponendo
dei festoni. Non meno degno di attenzione è il quadro
a destra della porta, dove si vede S. Anna seduta in
trono e davanti a lei, a un gradino di sotto, la Ma-
donna col Bambino fra due Olivetani, veri ritratti di
devoti spiranti vita mirabile. Queste figure, raccolte
aneli’ esse sotto una bella loggia fatta secondo l’ uso
del tempo, presentano pur troppo alcuni guasti pro-
dotti dagli anni e daH’incuria degli uomini. Cosi è da
deplorare che sia aftàtto distrutta la testa del Bam-
bino Gesù, nel mentre il modellato del corpo tuttora
conservato rammenta in modo assai significante il tipo
dei putti del gran Leonardo.
Analoghi nello stile ma vieppiù importanti, non fosse
altro per la vastità delTimpresa, e per Tabbondanza e
la varietà dei motivi , sono i freschi di Monte Oliveto
maggiore, presso Chiusuri. Infatti il tempo della loro
esecuzione si può considerare immediatamente suc-
cessivo a quello dei lavori di Sant’Anna, imperocché
gli annotatori del Vasari (v. p. 134, n. 3) ci fanno
113
sapere che da certi ricordi cavati dai registri del mo-
nastero si rileva avere il Sodoma dipinte quelle storie
dentro i due anni 1505 e 1506. L’archicenobio di Monte
Olivete^ già ricca sede di monaci benedettini, denomi-
nati in seguito olivetani, è discosto da Siena circa trenta
chilometri. È una gita, la quale, benché richieda l’im-
piego di una giornata, non vuole essei'e trascurata da
chi, trovandosi a Siena, desideri formarsi un concetto
ben compito della capacità e del valore artistico del
Bazzi. Dal compianto fotografo Cav. Paolo Lombardi
di Siena è stata fatta bensì una bella pubblicazione
fotografica di quelle pitture, non che dei freschi di
Sant’Anna (che fa parte della sua grande raccolta
di opere d’arte della provincia di Siena), ma come
è naturale, se ci rende con perfetta fedeltà le compo-
sizioni, non può dare un concetto esatto del partico-
lare pregio, della vivacità e della freschezza del colo-
rito, per cui si distinguono gli originali del lombardo
pittore.
Il Vasari racconta in qual modo il Bazzi fosse stato
chiamato a prestarvi l’opera sua : « Essendo fatto ge-
nerale de’ monaci di Monte Oliveto Fra Domenico da
Leccio (dovrebbe dire Lecco) lombardo, e andando il
Sodoma a visitarlo, seppe tanto dire e persuadere, che
gli fu dato a finire le storie della vita di S. Benedetto,,
delle quali aveva fatto parte in una facciata Luca Si-
gnorelli da Cortona. » Al quale fatto si riferisce il se-
guente passo importante del cronista del monastero,
laddove discorrendo dell’abate Domenico Airoldi da
Lecco soggiunge: Secunda abbatiatus sui electione
(cioè, dai 16 maggio 1497, all’ 11 aprile 1501) Claiistri
magna inter colutimi a in dextera, ingressus rnonasterii
Frizzoni. 8
114
parte posita, qaae ocddentalem respiciunt plagam, eo
auetore, mira et arte et impensa a celeberrimis pic-
toribus depi età f aere. Et relicpia claustri intercolumnia.
simili opere exornasset nisi pictorum neeessitatus ob-
stitisset discessus. Questi pittori sono il Signorelli e un
altro sconosciuto, forse a lui subordinato, ad ogni modo
inferiore di merito, del quale sono rimaste alcune li-
gure sui pilastri dirimpetto alle storie del Signorelli
stesso. Il motivo pel quale quest’ultimo lasciò incom-
piuta la parte sua sta, secondo ogni probabilità, nel-
l’essere egli stato chiamato nel 1498 a Orvieto per
dipingervi una cappella nel duomo. Il cronista par-
lando dell’abate continua: Habita tamen hae tertia
ejus electione (anno 1505 , idibus aprilis) alicpianta
et ternporis intercapedine et pecaniaram eommoditate....
ineoeptum, ut sapientis est, tandem opus compiere de-
crevit. Et orientalem rneridionalemque claustri partem,
etsi diverso pictore, haud tamen inferiore pietura de-
coravit. Et nisi pictoris incuria adfuisset, universum
ut optabat, jam jam perfectum esset opus. (Voi. I,
pag. 45) (1). Il pittore qui nominato evidentemente non
è altri se non il Bazzi, il quale secondo ogni proba-
bilità non avrà tardato molto a dare compimento alla
decorazione di quel mirabile chiostro, dipingendo anche
le storie della parte settentrionale quali si vedono og-
gidì. Gli argomenti di tutte queste pitture, nove delle
quali sono del Signorelli, una del Riccio, e venticinque
del Bazzi, sono tratti dalla leggenda di S. Benedetto (2).
(1) Vedi Guida artistica della città c contorni di Siena. — Tipografìa
dei sordo-muti, 1883, pag. 184, n. 1.
(2) Vedi nel Vasari, pag. 145, n. I, la descrizione delle singole storie
del Bazzi; così pure nel citato libro del signor Jansen, die si distingue
— 115
Dove è da notare che il Signorelli nel trattare gli
episodi della vita del Santo prese le mosse dalla fon-
dazione del convento di Monte Cassino e il Bazzi li
completò, parte continuando le storie incominciate dal
Signorelli parte risalendo ai casi occorsi nella giovi-
nezza del Santo. Fra rnltimo di questa serie e la prima
del Signorelli intercede un’arcata dove anticamente
era una porta che metteva al refettorio grande, come
ci viene cortesemente comunicato dall’ erudito abate
Gaetano M. di Negro. Risulta poi dalle indagini da
lui praticate che quella porta fu chiusa fra il 1530 e
il 1541, dando così luogo ad un nuovo riparto murale
che venne frescate dal Riccio. Egli vi espresse il mo-
ijiento nel quale S. Benedetto manda Mauro in Francia
•e Placido in Sicilia.
Quanto al valore artistico della parte concernente il
nostro autore, giustissimo è l’apprezzamento che ne fa
il barone di Rumohr laddove dice: « Egli vi mostrò
una larghezza di vedute, un’acutezza d’intendimento
circa la significazione del carattere e del movimento
delle forme umane, al quale venne sostituendosi nelle
sue pitture posteriori un concetto assai generico di
grazia sensibile. » (Voi. II, pag. 138). Il Vasari in-
vece, che si compiace di diffamarlo dove può, dice
ch’egli vi fece quelle storie tirandole via di pratica e
senza diligenza. Il vero è, che quando anche ve ne
siano di fatte con una certa facilità che confina colla
sprezzatura, in complesso ci manifestano un autore ge-
iger la sua vivace vena narrativa (vedi pag. 55 e seg.), e in quello più
recente di Don Grégoire M. Thomas, intitolato : L’Abbaye de Mont-
OUcet-Mni.ear , essai liistorique et artistique. Florence, Imprimerle suc-
-cesseurs Le Monnier, 1881.
— ik;
niale e dotato di vivo senso pittorico. In alcune poi è
un’esecLizione tanto accurata e piena di grazia intima,
quale si potrebbe difficilmente riscontrare piìi spic-
cata in altri pittori di quel tempo. Tali sono quelle
quattro delle quali fa cenno particolare il Vasari stesso
e stanno alle cantonate del chiostro: Nella prima è
quando S. Benedetto si parte da Norcia per andare
a studio a Roma, nella seconda quando veggonsi
giungere con numeroso seguito e offrirsi a lui i gio-
vanetti Mauro e Placido, nella terza quando Fiorenzo,
prete e nemico di San Benedetto, conduce intorno al
monastero molte meretrici a ballare e cantare per
tentare la bontà di quei padri, e nella quarta quando
i Goti ardono Montecassino. Dai libri deH’archivio del
monastero si ricava che il Bazzi ebbe per mercede di
ciascuna di queste storie dieci ducati d’oro, mentre le
altre gli furono pagate a ragione di sette ducati soltanto.
Di lui sono inoltre nello stesso monastero, l'Incoro-
nazione della Vergine nel primo ripiano della scala
grande che conduce ai dormitorii e a capo d’essa
scala il Salvatore colla croce; poi un Gesù morto in
grembo a Maria con intorno le altre pietose donne;
sulla porta del quartiere del padre generale la Ma-
flonna coi S.' Michele e Pietro, e finalmente in un
ambiente che mette in comunicazione il chiostro colla
chiesa dipinse il cominciamento della religione olive-
tana e nella grossezza della porta da una banda un
Cristo alla colonna, dall’altra Cristo che porta la croce.
Sono 31 pitture in tutto, e n’ebbe in pagamento totale
241 ducati, pari a L. 1540 di quei tempi (1). Quanto
(1) Vedi in proposito i Documenti, per la storia dell'arte senese, di
G. Milanesi.
— 117 —
allo stile che vi si osserva, giova qui ripetere che
tiene essenzialmente del lombardo; di più che in molte
cose sembra pure vi si renda sensibile il prezioso frutto
della disciplina del toscano Leonardo, alla quale egli
certamente non rimase estraneo durante il suo sog-
giorno in Lombardia. In Monte Olivete ce ne danno
indizio certe significanti figure onde sono popolati i
suoi freschi ; tali sono le espressioni severe ed arcigne
de’ suoi vecchi, quelle piacevoli e piene di freschezza
giovanile de’ suoi putti, e l’incantevole sorriso delle
sue fisionomie femminili, il quale si nota particolar-
mente nella storia dove le belle vengono a mettere ad
ardua prova la virtù dei frati. Nè si potrebbe attribuire
ad elfetto di puro caso la comunanza di sentire con
T.eonardo manifestata nella mirabile esecuzione di certi
cavalli ch’egli si compiacque d’introdurre nelle com-
posizioni poste agli angoli del chiostro, che giusta-
mente vanno pregiate per certe loro particolari finezze.
L'ardore della mischia battagliera espressa nei gruppi
dei combattenti sotto Montecassino ha veramente del
leonardesco, tanto da rammentare, per lo spirito che
vi traspare, la composizione dei furiosi cavalieri dis'pu-
tantisi la bandiera nella battaglia d’Anghiari, dipinta
da Leonardo per una sala del Palazzo Vecchio di
Firenze, per quanto il signor Jansen ragionevolmente
osservi che di codest’ opera del Vinci difficilmente il
Razzi poteva avere contezza in quel tempo. Altre parti
poi l'ivelano una spiegata affinità di sentimento coi
migliori pittori lombardi contemporanei. In quel Cristo
che porta la croco ed è seguito da uno sgherro, di-
pinto presso la porta che va dal chiostro nella chiesa,
si potrebbe notare qualche cosa di affine al già ram-
mentato Solari, il quale più volte ebbe a dipingere lo
stesso soggetto in certe sue tavole. Due di queste tino
a pochi anni or sono si vedevano in Siena presso il
pittore Galgano, più o meno deteriorate dal tempo.
Furono di poi vendute, nè ci è noto dove si trovino
ora. Del resto il Bazzi ebbe una natura artistica di-
versa da quella del Solari, poiché lo supera decisa-
mente in fatto di spirito e di vivacità e ricchezza di
fantasia, mentre gli rimane di gran lunga inferiore
nella scrupolosità e nella accuratezza dell’ esecuzione.
Altri punti di contatto poi si potrebbero trovare fra
lui e Cesare da Sesto, se non altro in una certa ana-
logia di disposizione a trasmettere largamente nelle
loro creazioni artistiche le impressioni del bello che li
circondava tanto nella natura quanto neH’arte; di modo
che le loro opere presentano spesso una copia sovrab-
bondante di svariati e graziosi motivi, la quale mentre
ci è segno dello spirito di osservazione e della ric-
chezza d’idee dei rispettivi artisti, non può a meno di
riescire a scapito dell’effetto dell’insieme, rendendolo
sopracaricato e mancante della necessaria chiarezza.
Questi pregi e difetti si possono notare nelle pitture di
Monte Olivete, in quelle parti per l’appunto ove il Bazzi
lavorò con maggiore impegno e dove diede maggior
prova della sua naturale sensibilità per il bello delle
espressioni e delle movenze ; si possono notare in ispecie
nella storia dov’è rappresentato nel modo il più delicato
e pittorico il momento in cui San Benedetto impone le
mani sul capo dei soavi giovanetti Mauro e Placido^
mentre all’intorno per l’aperta campagna si avanza
eccessivamente compatta la moltitudine dei loro se-
guaci od accompagnatori; e similmente in quelle della
IV.) —
tentazione dei frati e dell’assalto di INIontecassino con
insolita cura ed amore eseguite. Anche le altre storie
però, benché alquanto più tirate via e meno studiate
offrono dei pregi non comuni nella ingenua freschezza
e nella facile vena narrativa spiegatavi dal pittore,
sempre variato, sempre di lieto e quasi burlesco umore.
Le forze creative della sua imaginazione si mostrano
in tutta la loro giovanile attività, ed egli non opera
altrimenti da quel che spontaneamente gli suggerisce
il suo pensiero. Il suo spirito gaio e poetico compenetra
e riveste tutto il soggetto da lui preso di mira, ed
apparisce non solo nei suoi bei gruppi di frati dalle
tuniche bianche, ora ridenti, ora compunti e severi,
ma altresì in modo meraviglioso nei paesaggi, nei
quali egli suole collocarli, dove mostra di essere stato
dotato da natura delle più felici disposizioni, a segno
da poter essere tenuto fra i più valenti ed imaginosi
paesisti del suo tempo, come lo confermano invero
molte altre sue opere posteriori. Spesso poi si compiace
di ornare le sue storie di edifìci architettonici, in ispecie
di graziosi ed aerei loggiati, nel fare i quali si può
ammettere, come abbiamo detto, che egli avesse già
avuto conoscenza di quelli rappresentati dal Pinturicchio
in quel tempo o poco prima nella celebrata sua opera
della libreria del Duomo. Che un’opera di tanta impor-
tanza qual’è la splendida decorazione di quella libreria,
avesse impressionato la mente giovanile dell’artista
lombardo è cosa più che probabile e della quale si
])uò pure trovare indizio in altri particolari, come nel
gusto dei vestiarii, ricchi per ornamenti e per isvariati
colori, quali si osservano in alcune delle sue più ela-
borate storie. Del resto non pare che il Pinturicchio
abbia avuto una speciale influenza sulla maniera del
Bazzi, il quale, benché lontano dalla patria, si man-
tiene fedele alle discipline ed al carattere di là tra-
sportati in Toscana, e per di più come artista assai
più vivace e libero non doveva certamente trovare in
una mente più compassata e più povei-a di spirito
quaPera quella del Pinturicchio un maestro da indurlo
a seguire le di lui traccie (1). Ciò nullameno gli poteva
giovare il valersi in qualche parte dei ricchi motivi
decorativi coi quali il Pinturicchio in certo modo supplì
nella sua celebrata opera alla deficenza di spirito e
alla monotonia di caratteri. Nè appare in vero che
Giovanni Antonio sia stato determinato a modificare
sensibilmente la sua maniera dai severi esempi di
Luca Signorelli che gli si presentarono al suo giun-
gere in Monte Olivete in quelle nove storie già da
quello compite. Ingegno maschio e profondo, il Si-
gnorelli non doveva essere tale da esercitare una sen-
sibile influenza su quello più fugace e lieto del giovane
lombardo. Merita poi una certa considerazione anche
il fatto dell’essersi trovato a Monte Olivete in quel
tempo il valente intarsiatore Fra Giovanni da à^erona,
non già perchè si debba credere che egli abbia poi-
tato alcuna modificazione nella maniera del Bazzi, ma
perchè non sarebbe fuori d’ogni probabilità Tammettei-e
che egli avesse portato dal Veneto certi disegni con
(I) Recherà quindi maraviglia ad altri forse come a noi che il siillo-
dato autore tedesco, laddove fa un apprezzamento generico degli af-
freschi del Sodoma in Monte Oliveto (pag. 67), opina che non saprebbero
reggere a confronto non solo di quelli dei Fiorentini contemporanei,
ma nemmanco di quelli del Pinturicchio e dello Zingaro, preteso na-
poletano. Cita pure in questo novero certi freschi del Gozzoll ad Arezzo,
dei quali certamente nessuno mai ebbe a vedere la traccia.
comj)Osizioni di Andrea Maiitegria , delle quali Gio-
vanni Antonio evidentemente fece uso in un fregio
finto di colore di bronzo, posto sotto una finestra sul
fianco settentrionale del chiostro, dove dipinse un trionfo
di Nettuno con cavalli e divinità marittime, ed un com-
battimento di mostri marini, composizioni già note per-
le caratteristiche stampe del Mantegna stesso. Intei'es-
santi del pari come complementi decorativi sono le
grottesche che ornano i pilastri del portico, dove il
nostro pittoi’e si compiacque di dai^e sfogo in isvariato
modo alle sue bizzarre ed umoristiche fantasticherie.
Certi piccoli medaglioni trattati in chiaroscuro, quasi
a modo di disegni alla penna e contenenti fatti di
storia antica e di mitologia sono degni di speciale
osservazione pel pregio dell’ invenzioni e per l’ esecu-
zione franca ed ardita, e rivelano uno spirito, umori-
stico talvolta, affine a quello di Leonardo.
Quanto allo stato di conservazione in cui si trovano
presentemente tutte queste pitture pur troppo non è
dei più confortanti, ma presenta almeno il vantaggio
deU’immunità da improvvidi restauri. In complesso la
parte eseguita dal Signorelli e quella che ha maggior-
mente sofferto, forse in gran parte per effetto dei colori,
di qualità tale da alterarsi più facilmente. L’ umidità
e le scrostature dei colori tuttavia hanno prodotto più
o meno molti guasti anche nelle storie del Bazzi, dove
jinre si scorgono spesso cresciuti pel tempo i colori.
Interamente distrutti poi sono fino dal tempo del Vasari
quei tondi ch’egli dipinse à due a due sotto ciascuna
storia rappresentandovi i generali tutti che aveva avuto
quella congregazione, espressi talvolta sotto le sem-
bianze di taluni dei frati vecchi che allora erano in
quel monastero. Del resto se si tiene conto dei tratti
sensibilmente individuali che appariscono in molte delle
figure delle storie stesse sovrapposte, vi è da persua-
dersi di leggieri che anche in quelle si abbiano a rav-
visare spesso dei ritratti.
Che egli come ritrattista abbia mostrato fino dal
principio della sua carriera una speciale capacità ce
ne fanno fede le parole del Vasari stesso, il quale
confessa che il Bazzi appena giunto a Siena vi fece
amicizie ed entrò in relazione coi gentiluomini di quella
città facendovi molti ritratti di naturale (1). Tanto più
strano quindi riesce il fatto, che al giorno d’oggi in
Siena non venga additato alcun ritratto di lui e che
scarsi siano quegli che gli vengono attribuiti altrove.
Se si considera però quante volte riesce malagevole
anche ai veri conoscitori il fissare il nome degli autori
nelle pitture di ritratti, rimane sempre ammissibile che
ve ne siano sparsi de’ suoi sott’altri nomi, ed incombe
quindi ai competenti indagatori il còmpito di definire
questa parte dell’attività artistica del Bazzi per quanto
sarà possibile.
Il velo deH’oblìo che la celava al pubblico frattanto
è già stato parzialmente squarciato mediante le estese
e penetranti osservazioni del Senatore Giov. Morelli
(Lermolieff), il quale nelle sue pubblicazioni intorno
alle gallerie germaniche ci addita, entro la .sfera delle
copiose digressioni, parecchi ritratti del Sodoma, parte
disegni e parte dipinti. Fra i primi vi sarebbero tre
(I) Kell’inventario delle cose lasciate dal Sodoma, tatto il 15 febbraio
del 1549 (stile comune), cioè nello stesso giorno in cui morì, si trovano
infatti registrati sei ritratti, fr.1 i quali (ideili di Pandolfo Petrucci, di
una Saracini e di una Toscani. (Vedi Vasari, p. 380, n. 1).
Tav. 8.*
p. 123.
sodoma: proprio ritratto -montodiveto senese,
singoli visi di uomini, condotti al carboncino, figure
notevoli pel tratto sicuro e vicace, cpiali vengono con-
servati nelle raccolte degli Uffizi in Firenze, dell’Al-
bertina a Vienna e del Museo Britannico a Londra;
fra i dipinti si distingue un nobilissimo ritratto di dama,
eccezionalmente accurato nell’ esecuzione, nella gal-
leria deir Istituto Stàdel di Francoforte, dove venne
fin qui gratuitamente attribuito a Fra Sebastiano del
Piombo e supposto esservi rappresentata Giulia Gon-
zaga, mentre apparisce più plausibile vi s’abbiano a
ravvisare i tratti di una signora appartenente ad una
delle cospicue famiglie di Siena (V. Tav. VII).
I freschi di Monte Olivete, come già si disse, ci of-
frono indubitatamente molti ritratti, i quali attestano
quanto valesse il loro autore nella spontanea ed arti-
stica riproduzione del vero. Fra questi ci limiteremo
a rammentare quello che rappresenta la figura del
pittore stesso, che vedesi nella terza storia, proce-
dendo nell’ordine cronologico degli episodi, dove egli,
stando al racconto del Vasari, si compiacque presen-
tarsi vestito delle spoglie di un gentiluomo milanese
venuto colà a farsi monaco e circondato dal suo famoso
corvo parlante e da altri suoi graditi animali. La sua
fisionomia indica chiaramente l’età giovanile che poteva
avere passato di poco i cinque lustri: è intieramente
imberbe, intelligente e quasi buffonesco nello sguardo:
le sopraciglia marcate; il naso alquanto ingrossato
SLiH’estremità ; le labbra piuttosto tumide; la chioma
esce di sotto un berretto sciolta ed abbondante sulle
spalle, inquadrando pittoricamente il viso (V. Tav. Vili).
Tiene la sinistra appoggiata sul pomo della spada, la
destra stesa innanzi in atto di chi si rivolga a parlare
con altri. Tale è il ritratto del Mattaccio, come lo eb-
bero a chiamare i monaci di Monte Olivete in causa
delle sue pazzie e stravaganze. Nè fu questa la sola
volta ch’egli ebbe a ritrarre sè stesso in pittura; che
il Vasari ci fa sapere che nel suo fresco nel chiostro
di S. Francesco a Siena, del quale pur troppo non
rimane oggi se non la mezza figura del Cristo legato
alla colonna, aveva ritratto se stesso senza barba, cioè
raso e con i capelli lunghi, come si portavano allora.
Nè miglior sorte toccò a quella parte di un fresco
sopra la porta di S. Viene dove « si ritrasse il Sodoma
con la . barba, essendo già vecchio e con un pennello
in mano, il quale è volto verso un brieve che dice:
Fac tu. » — Il Della Valle |)OÌ nomina due effigie di
lui, una segnato Giov. Antonio da Vercelli, l’altra in
cui è più vecchio, ma robusto e pieno d’energia, dove
dichiara l’onore conferitogli dai Sanesi dell’essere stato
ammesso alla loro cittadinanza. Questi difficilmente si
avrebbero a identificare coi due ritratti esposti sotto il
suo nome nelle gallerie degli Uffizi e Pitti, il primo nel
novero dei ritratti dei pittori al n. 282, il secondo in
un posto alquanto buio al n. 382, sapendosi quanto
arbitrarie siano le attribuzioni usate in quelle raccolte,
nè verificandosi in realtà nei medesimi i tratti carat-
teristici del suo fare.
Più convincente invece è la constatazione fatta dal
snllodato Senatore Morelli di nn altro ritratto del Sodoma
nella figura che sta accanto a quella di Raffaello,
là dove questi lo volle effigiato seco nell’affresco della
scuola d’Atene, considerandolo quasi suo collaboratore
nella decorazione di quella sala. Era bensì indicata sin
qui per vaga tradizione come l’effigie del maestro Pietro
— 125 —
Perugino; interpretazione alla quale si oppone essen-
zialmente la nessuna somiglianza coi tratti di lui^ il
quale d'altronde in quella sala non ebbe parte alcuna
di lavoro, mentre, come si vedrà, più avanti, la mano
del Sodoma si rivela in una parte della decorazione
di C[uella volta.
Crediamo d’altronde poter citare altri casi, nei quali
il Bazzi, salvo errore, si compiacque introdurre in
mezzo ad altre tigure la propria effigie. Uno di questi
ci sarebbe fornito dalla sua importante tavola rappre-
sentante l’Adorazione de’ Magi, oggi iiella cappella
dei Piccolomini in S. Agostino a Siena, dove per po-
polare tradizione viene indicato come suo ritratto una
testa vivace di un pastore che fa capolino fra due
alberi.
L’altro reputiamo abbiasi a ravvisare in una testa
d’uomo barbuto e attempato che se ne sta a mano
destra dietro le figure di Santi circondanti la Madonna
nella pala d’altare da lui eseguita nel 1542 per la
chiesa della Spina in Pisa. Quivi si presenta come la
sola figura la cui testa non sia circondata da aureola :
il viso non è convenzionale ma di espressione indivi-
duale energica ; bianca la barba e i baffi, folte le so-
praciglia. Nel precedente invece è senza barba, di aspetto
vegeto, come chi avesse trascorso appena la quarantina.
Se egli quindi è propriamente rappresentato sotto le
sembianze di quel pastore, che in vero se ne sta al-
quanto appartato dal rimanente della composizione dei
tre Magi col loro seguito, converrebbe conchiuderne
che il dipinto stesso si avesse ad assegnare ad un
periodo di tempo alquanto anteriore a quel che fin
qui si era creduto, e che gli annotatori avevano ar-
gomentato corrispondere circa al Tanno 1536, come si
vedrà più avanti.
Nel 1506 lo troviamo già di ritorno a Siena occupato
con quella tavola per la chiesa di San Francesco, la
quale rimase preda delle tiamme, come si è accennato
di sopra. Ma non vi rimase a lungo, se è vero, come
avvi ragione a crederlo, che nel 1507 egli visitasse la
turrita città di S. Gimignano. Stando in fatti alla rela-
zione di uno storico locale (1) in detto anno, essendo
podestà M. Gio. Batt. Macchiavelli, il Sodoma ebbe a
trescare a chiaro scuro una parete della cappella delle
carceri (ora ufficio d’economato municipale) ch’è tut-
tora in essere e ben ci rivela la sua mano, tutto che
si qualifichi per lavoro fatto con poco impegno ed
oggidì alquanto deteriorato. Comunque sia n’è grazioso
ed attraente il soggetto, appropriato alla primitiva de-
stinazione del luogo. Va diviso in due partimenti rac-
chiusi entro pilastri ornati di rabeschi a colore, quali
il Sodoma usò costantemente nei suoi dipinti mu-
rali, impressionato forse dalTesempio delle decorazioni
ideate dal Pinturicchio nella Libreria del duomo se-
nese. Nei capitelli dei pilastri stessi fa capolino la sua
passione per i cavalli, che vi sono introdotti come
motivo di sostegno similmente come in analoghe parti
nel grande chiostro di Monte Olivete. Nel riparto mag-
giore dell’affresco sta S. Ivone fra una turba svariata
di petenti in atto di render giustizia dal suo Tribunale,
davanti al quale due putti, ora quasi cancellati, erano
intesi a reggere lo stemma del Macchiavelli. Nello
spazio minore si vedono orfanelli e mendichi far pressa
(1) Luigi Pecori — Storia della terra di S. Gimignano — Firenze —
Cellini 1853, p. 563.
alla porta per chiedere ragione al venerabile magistrato.
Le figure, in genere vi sono eccessivamente lunghe e
poco eseguite, ma rivelano neirinsieme l’inventore fa-
cile ed ingegnoso, conforme a quel che apparisce nei
suoi chiaroscuri improvvisati per così dire lungo le
pareti di S. Anna in Creta.
Il confronto che si può fare in proposito colle ripro-
duzioni del fotografo Lombardi di Siena per le storie
di S. Anna e quella dei Frat. Alinari di Firenze per
quella di S. Ivone non può che riescire interessante
e persuasivo.
Nello stesso anno 1507 poi capitò a Siena il noto
Mecenate e ricco mercante Agostino Chigi per trattare
colia Repubblica della vendita di Portercole, come ci
dicono gli annotatori del Vasari, il quale essendosi
abbattuto nel promettente e allegro pittore lombardo,
tornandosene a Roma ve lo condusse seco, aprendo
così un nuovo meraviglioso orizzonte alla sua attività
e alle sue mire artistiche. Il lavoro infatti non gli mancò,
poiché avendo in quel tempo il papa Giulio II chia-
mato varii pittori a decorargli le sue sale in Vaticano,
divenute celebri poi per opera di Raffaello principal-
mente sotto il nome di stanze vaticane, si servì anche
del Razzi assegnandogli il còmpito di decorare la vòlta
della Camera della Segnatura. Alla quale cosa egli
diede effetto facendovi gli spartimenti e l’ornato delle
cornici e dei fregi della vòlta, di poi ponendosi ad
eseguirvi in alcuni tondi grandi alcune storie in fresco
« assai ragionevoli » (1).
(1) Vedasi nel secondo volume del Raffaello di Cavalcasene a pag. 11
il tenore dei documenti dei registri vaticani che concernono gli artisti
ch’ebbero a lavorare in Vaticano in quegli anni. Figura fra questi ap-
Quest’ ultime non esistono più ed il malevolo biografo,
il Vasari, ce ne dà la seguente spiegazione. « j\la |Der-
ciocchè questo animale, attendendo alle sue bestiuole
ed alle baie, non tirava innanzi il lavoro, essendo
condotto Raffaello d’ Urbino a Roma da Bramante
architetto, e dal papa conosciuto quanto gli altri avan-
zasse, comandò Sua Santità die nelle dette camere
non lavorasse più nè il Perugino (che v’aveva dipinto
la vòlta dell’ultima sala) nè Giov. Antonio, anzi che
si buttasse in terra ogni cosa. Ma Raffaello, ch’era la
stessa bontà e modestia, lasciò in piedi tutto quello
ch’aveva fatto il Perugino stato già suo maestro; e
del Mattacelo non guastò se non il ripieno e le figure
dei tondi e de’ quadri, lasciando le fregiature e gii
altri ornamenti, che ancora sono intorno alle figure
che vi fece Raffaello; le quali furono la Justizia, la
Cognizione delle cose, la Poesia e la Teologia. »
Le suddette fregiature e gli ornamenti, che richia-
mano il gusto di quelli di Monte Oliveto e di S. Anna ;
sono sempre in essere oggidì e noi qui possiamo sog-
giungere, con beneplacito del Vasari, che l’opera de-
corativa di quella vòlta è tale da non fare punto di-
sonore al suo autore, il quale vi diede prova di un
punto il Sodoma: «13 ottobre 1508. 11 magnifico Sigismondo Cliigi fa
sicurtà per Giov. Antonio de’ Ba/zi di Vercelli, a cui è commesso di
fare alcune pitture nelle camere superiori del pontefice nel palazzo
vaticano. » 11 documento nella sua integrità viene riportato del resto da
C. Cugnoni nella sua monografia intorno ad Agostino Chigi, il Magni-
fico, pubblicata nel secondo volume AeW Archivio della Società romana
di Storia patria (a. 1879) p. 486 n. 90. Quivi a pag. 48.5 vengono inoltre
ricordate certe pitture fatte dal Sodoma a Siena in servigio di Sigi-
smondo, fratello di Agostino Chigi, ora perdute. Vi si accenna alla de-
corazione pittorica della casa di lui e a soggetti mitologici e storici
trattati nell interno. (Favole di Ovidio e gesta di Giulio Cesare).
giusto senso delle proporzioni, dividendo e disponendo le
parti fra loro in modo ricco ed armonico e formandovi
quindi una degna inquadratura alle ideali figure di
Raffaello. Vuoisi pure osservare che oltre alla parte
puramente ornamentale ed architettonica vi rimane di
mano del nostro pittore il tondo nel centro della vòlta,
del quale ordinariamente rocchio dell’osservatore non
tiene conto, assorto qual’ è nella contemplazione del-
l’opera del divino Urbinate. In detto tondo riconosconsi
come creazioni di Giovanni Antonio certi putti ridenti
che sostengono l’arme del papa; dove l’artista volle
dar prova di svariati e capricciosi scorci.
Su codesta parte noi insistiamo tanto più a richia-
mare l’attenzione di chi è vago di rintracciarvi le im-
pronte del nostro autore in quanto sappiamo che da
alcuni scrittori d’ Oltralpe essa viene tuttodì attribuita
a Melozzo da Forlì, quasi che simili scorci non po-
tessero essere fatti se non da lui e che lo stemma
della Rovere che forma il centro dovesse necessaria-
mente riferirsi a Sisto IV piuttosto che a Giulio II (1).
Egualmente poi scorgesi la sua mano in otto picco-
lissimi quadri posti fra i quattro magnifici tondi di
Raffaello e contenenti fatti mitologici e di storia antica,
eseguiti in modo semplicemente decorativo.
Nel 1510 il Razzi trovasi a Siena, poiché sappiamo
che in queU’annO vi prese in moglie « una fanciulla
nata di buonissime genti, » la quale chiamavasi Bea-
trice e fu figliuola di Luca di Bartolomeo di Egidio
detto Luca de’ Galli, oste della locanda della Corona.
Il contratto della sua dote di 450 fiorini fu stipulato
(I) Si vedano in proposito le ottime fotografie eseguite dalla ditta
Rraun.
Frizzoni.
9
ne’ 28 di ottobre. Da Beatrice ebbe, nel 1511, Apelle,
levato al fonte battesimale da Gerolamo Genga (1); e
neiranno seguente Faustina, sposata a Bartolommeo
Neroni detto maestro Riccio, pittore ed architetto. Apelle
pare che morisse in fasce (2). Il ^ Asari, per non omet-
tere alcuna occasione d’ingiuriare il Bazzi, asserisce
ch’essendogli venuta a noia la moglie dopo la nascita
della tigliuola, l’abbandonò a se stessa; ma i docu-
menti lo colgono in fallo essendo provato ch’ebbe da
essa due ligliuoli non solo, ma eziandio che nel 1531
e nel 1541 dimorava tuttora con lui, potendosi al-
tresì dedurre da altri riscontri ch’ella non se ne se-
parasse mai (3). Circa la condotta di lui in fatto di
moralità, molto è stato detto a suo carico e in sua di-
fesa dagli autori che ne parlano. Che egli come individuo
avesse o poco o tanto del capo ameno, lo dimostrano
bensì e il suo ritratto in Monte Olivete ed il carattere
di certe sue composizioni che attestano di una faceta
e talvolta libera fantasia; e vieppiù evidentemente lo
dimostra una strana e burlesca denunzia de’ suoi beni
ch’egli stesso fece a Siena nel 1531, dove non meno
che in altri documenti non ha ripugnanza a qualifi-
carsi col sopranome di Sodoma, in luogo di usare il
cognome di Bazzi. Questa denunzia, tratta dalle Pompe
(1) Conviene dire che in questi anni il noto pittore Gerolamo Genga
avesse preso qualche cosa dal Sodoma nel suo modo di trattare l’arte.
Tanto è vero che un grande dipinto di una Trasfigurazione, eseguito
sulla tenda dell’organo del duomo, ora esposta nel Museo dell’Opera,
venne attribuito al Sodoma, mentre non è di lui, si bene del Genga,
com gl’indizii dell’opera stessa provano concordemente colle notizie
storiche, d’onde si ricava ch’egli la lece nel 1510 e n’ebbe cento scudi.
(Vedi Vasari, t. VI, p 316, n. 1)
(2) Vedi Vasari, p. 398, n. 2.
(3j Vedi Vasari, p. 399, n. 1.
131 —
sanesi dell’ Ugurgieri, ci vieii riportata dal Padre Della
Valle {Leti, se/i., toni. Ili, pag. 244), ed è una con-
ferma di quel die dice il Vasari circa la straordinaria
passione che aveva Gio. Antonio di tenere presso di
sò d’ogni sorta stravaganti animali, fra i quali vien
detto si distinguesse a quel tempo un suo corvo, « che
aveva da lui così bene imparato a favellare, che con-
trafaceva in molte cose la sua voce e particolarmente
in rispondendo a chi picchiava la porta tanto bene che
pareva Giovavi Antonio stesso. » Or ecco la rassegna
de’ suoi beni nel modo che a lui stesso piacque darla;
E prima un horto a fonte nuova, che io lo lavoro
e gli altri ricogliono.
Una casa in litigio con Nicolò de' Libri per mio
abitare in Vallerossi.
Trovomi al presente otto cavalli; per sopranome sono
chiamati caprette, ed io sono un castrone a governarle.
Trovomi una seimia ed un corvo che favella, che lo
tengo che insegni a parlare a un asino teologo in gabbia.
Un gufo per far paura a matti, un Barbagianni, e
del Tocco non vi dico niente per la seimia di sopra.
Trovomi due pavoni, due cani, due gatti, un tersuolo,
uno sparviere e sei galline con diciotto pollastrine.
E due galline moresche e molt’altri uccelli, che per
lo scrivere sarta confusione. Trovomi tre bestiaeee cat-
tive, che sono tre donne.
Trovomi poi da trenta figlioli grandi, e per traino
Ain {sic) Vostre Eccellense permetteranno bene, che
bone bavere di grosso. Oltre che secondo li statuti chi
ha dodici figli non è tenuto a gravesse di comune.
Pertanto a voi mi raccomando. Bene valete.
Sodoma, Sodoma derivatum M. Sodoma.
— 13,2 —
Ma il documento più scandaloso e compromettente
pel suo onore ce lo fornirebbero i segueiiti distici^ dei
quali e autore Eurialo Morani d’Ascoli, stampati in
Siena nel 1516:
Nane mi hi pulchra venus tenui dat vescier aura,
Ut revocem a teneris, Sodoma, te pueris.
Sodoma pedico est: cur te, Lucretia, vicam
Feeit? Habet nostras prò Ganimede nates.
Ora per ritornare al sopranome di Sodoma, poiché
il nostro pittore è assai più conosciuto per esso che
pel suo nome di famiglia, è necessario che noi ci fac-
ciamo a ricercare brevemente come e quando egli se
lo fosse acquistato. Quanto all’origine dell’insolita de-
nominazione, checché ne dicano i difensori del suo
onore, credendo di poterglielo salvare allegando le
sue amicizie e relazioni con uomini cospicui e con
religiosi, oppure supponendo che quel vocabolo fosse
l’appellativo di un’Accademia alla quale egli avesse
appartenuto, giova riconoscere che la spiegazione ad-
dotta dal Vasari ha la maggiore apparenza di verosi-
miglianza, laddove asserisce che egli si era acquistato
quel sopranome in causa del suo vivere licenzioso e
del tenere altrui in piacere e spasso con vivere poco
onestamente. Come attinente a questa questione me-
rita poi di essere qui riferito il racconto che il biografo
aretino fa di un fatto accaduto a Giovanni Antonio
trovandosi egli ad una corsa di cavalli. In questa oc-
casione veniamo a sapere in primo luogo, che il Bazzi
fu anche a Firenze, circostanza che non vuol essere
stata priva d’importanza nella sua carriera, e che vi
ebbe l’incarico dall’abate del convento di Monte Olivete
fuori porta a San Frediano di eseguire alcune pitture
a fresco nella facciata del refettorio, le C[uali però, causa
la sua trascLiranza, se si avesse a prestar fede al bio-
grafo aretino, « riuscirono siffatte, che fu uccellato e
fatto beffe delle sue pazzie da coloro che aspettavano
che dovesse tare qualche opera straordinaria. »
Codeste pitture si credettero per molto tempo perdute,
fin che pochi anni or sono venne fatto al monaco Don
Alfonso Focacci, abitante in quei locali di scoprire di
sotto il bianco una parte di una composizione di un
Cenacolo, che occupava certamente una parete dell’an-
tico refettorio. Per quanto frammentario e in parte
sciupato tale lavoro vi rimane quanto basta per avervi
a riconoscere senza ambagi l’opera del nostro pittore.
Di più si può dire che di per se stesso smentisce aper-
tamente il giudizio sfavorevole del Vasari, poiché l’ar-
tista mostra realmente di essersi preso a petto il còmpito
serio di un Cenacolo, ideando una figura di Redentore
che si vede di elevato tipo e di dolce espressione. Le
teste dei commensali (non ne rimangono che cinque)
sono tutte disegnate accuratamente, compresa quella
di Giuda, ch’è la meglio conservata. Dall’insieme pre-
gevole tanto pel colorito quanto pel disegno si vede
che quest’opera è fatta nel vigor degli anni, con ri-
miniscenze leonardesche sempre assai vive.
« Mentre dunque che faceva quell’opera, soggiunge
il Vasari, avendo menato seco a Fiorenza un cavai
barbero, lo messe a correr il palio di San Barnaba;
e come volle la sorte, corse tanto meglio degli altri
che lo guadagnò; onde avendo i fanciulli a gridare,
come si costuma, dietro al palio ed alle trombe il nome
0 cognome del padrone del cavallo che ha vinto, fu
dimandato Giovanni Antonio che nome si aveva a
gridare; ed avendo egli risposto Soddoma, Soddoma,
1 tanciulli così gridavano. Ma avendo udito così sporco
nome certi vecchi da bene, cominciarono a farne ru-
more e a dire: Che porca cosa, che ribalderia è questa
che si gridi per la nostra città così vituperoso nome?
— Di maniera che poco mancò, levandosi il rumore,
che non fu dai fanciulli e dalla plebe lapidato il povero
Soddoma, e il cavallo e la bertuccia die aveva in
groppa con esso. » Se questo fatto si debba reputare
come causa occasionale dell’ essergli stato applicato
quel sopranome, o se si debba credere che sia ac-
caduto dopo ch’egli già se lo fosse acquistato stando-
sene a Siena, non ci è dato saperlo. Avvertiremo in-
vece, stando a quel che poterono scoprire collo studio
degli archivii di Siena gli annotatori del Vasari, che
nelle carte e nelle scritture riguardanti Giovanni An-
tonio non gli si trova dato il sopranome di Sodoma
prima del 1513, essendo innanzi sempre detto Giovati
Antonio da Vertt^è, o da, Vercelli, o di Savoia. Ciò ap-
parisce tuttavia in un documento del 1513 stesso, dove
troviamo che Johannes Antonius Jacobi de Versò da
Savoja avendo avuto da Messer Agostino Bardi un
cavallo, stimato trenta ducati d’oro, si obbliga di di-
pingergli dentro lo spazio di otto mesi o la facciata
della sua casa, o una tavola da altare, a sua elezione.
Fu deciso per la facciata, a quanto pare, poiché il
Vasari ne fa cenno, soggiungendo che vi erano alcune
cose lodevoli, ma già in allora per lo più consumate
dall’aria e dal tempo (1). Intorno a quegli anni poi è
(1) Vasari, pag. 385, n. 1.
presumibile fosse stata eseguita dal Sodoma una ta-
vola d’altare, grande, centinata, ch’era a Colle di Val
d’Elsa nel Sanese, d’onde andò venduta alla Galleria
di Torino per mille e duecento scudi. È un’opera degna
di particolare attenzione per i suoi tratti di non comune
bellezza, talché si può ritenere eseguita in un momento
di felice ispirazione e di pieno vigore delle facoltà ar-
tistiche dell’autore. Vi è la Vergine in trono sopra
un’alta base, mentre tiene il Bambino nudo fra le di
lei ginocchia. Ai due lati vedonsi in piedi le due sante,
(^aterina e Lucia, nelle quali risplende grande nobiltà
di forme e umana grazia d’espressione. Accanto ad
esse, in ginocchio, il vecchio S. Girolamo e l’Evan-
gelista Giovanni, imberbe e di delicatissimi, quasi fem-
minei lineamenti. In alto a fianco della Madonna due
angioletti alquanto contorti stanno sostenendo le cor-
tine del trono. Quello eh’ è da deplorare si è che
un’opera di tanto valore estetico si veda al dì d’oggi
sfigurata da audace ristauro.
La stessa Galleria poi può vantarsi di possedere
oltre alla già citata tavola di una Lucrezia che si tra-
figge, un terzo quadro del nostro autore. E una tavola
contenente una Sacra Famiglia dove si riscontra il
tradizionale sorriso della Vergine, il Bambino idealiz-
zato, in atto di trastullarsi con un uccelletto, e S. Giu-
seppe vecchio, alquanto caricato nei tratti. Il colorito,
specialmente nei panni , apparisce caldo c vivace se-
condo l’uso lombardo (1).
(1) Simile nella composizione ma superiore per giovanile freschezza
é l’esemplare che vedesi nella Galleria di Monaco in Baviera, n. 1073,
laddove il numero seguente, un ovale contenente una testa di S. Mi-
chele, certamente gli viene attribuito senza fondamento di sorta. Porta
quest’ultimo le iniziali falsificate di Raffaello Sanzio e rammenta piut-
tosto Lorenzo Costa e Timoteo Vite.
Da Colle a S. Gimignano è breve il passo. Noi ve
lo troviamo di nuovo nel 1513, poiché si sà che il 2
di luglio gli furono pagate L. 142 dal Comune per un
grande affresco eseguito sotto la loggia dirimpetto alla
Collegiata (1). L’azione atmosferica nel corso del tempo
riia ormai in gran parte consumato. Pur vi si vede
ancora tanto da poter dire che vi stava dipinta la Ver-
gine in trono col Bambino rivolgentesi verso un Santo
vescovo raffigurante il patrono S. Gimignano. Dal
canto opposto un altro vescovo che si qualificherebbe
per un San Nicolò da Bari, poiché, come di pram-
matica, viene porgendo le sue tre palle d’oro. Supe-
riormente due angioletti librati nell’aria sono l’unica
parte che si é conservata dell’ intero dipinto. Sono
creature dalle tondeggianti forme, di una freschezza
e di una giocondità mirabile, che preludono senz’altro
a quelle che poco stante ebbe ad introdurre ne’ suoi
freschi nella dimora di Agostino Chigi in Roma.
Stando alla relazione del Vasari non apparirebbe
che il Sodoma si fosse recato di nuovo a Roma dopo
essersi trattenuto alcuni anni a Siena; poi che là dove
discorre della parte da lui avuta nella decorazione della
camera della Segnatura fa credere che Agostino Chigi
a confortarlo dello smacco sofferto in Vaticano al so-
pragiungere di Raffaello, lo avesse senz’altro incari-
cato della decorazione pittorica di una sala nella Far-
nesina.
Se nonché a noi non mancano i dati oggidì per ista-
bilire che fra il suo operato in Vaticano e quello nella
villa di Trastevere intercede un periodo di alcuni anni,
(]) I dati surriferiti si traggono dal Libro di Provv. di S. Gemignano,
Lett. G. N. 64, come accenna il Pecori nell’opera citata, a pag. 563.
passati di bel nuovo nella sua patria adottiva, alla
quale egli aveva fatto ritorno probabilmente coll’ im-
pressione di non aver trovato un lusinghiero apprez-
zamento de’ suoi lavori presso il pontefice Giulio IL
Succeduto a questi nel 1513 Leone è facile ima-
ginare che il Bazzi, nel vigor degli anni raggiunta la
pienezza de’ suoi mezzi, si fosse sentito attirato nuo-
vamente alla Città eterna, invitatovi fors’anco da Ago-
stino Chigi.
Ciò dovette verificarsi nel 1514 non appena adem-
piuto l’impegno per la facciata di casa Bardi, concor-
rendo diverse circostanze a provarlo. Fra queste vuoisi
qui rammentare il fatto dell’ incontro del Sodoma col
noto umanista Pietro Aretino in casa del Chigi a Roma.
Nella raccolta delle lettere deH’Aretino infatti avvene
una diretta al Sodoma da Venezia nel 1545 (da noi
riportata più avanti) nella quale, benché fossero tra-
scorsi di molti anni si compiace richiamare la sua
memoria ai bei giorni che avevano passato insieme
in loro gioventù presso il magnifico Agostino.
L’Aretino che, come avverte il suo biografo Gio. Maria
Mazzucchelli, ebbe nascita illegittima nel 1492, abban-
donò la patria in età assai giovanile e si portò a Pe-
rugia. ^4 stette, a quanto si ricava dalle sue lettere
parecchi anni esercitandovi il mestiere di legatore di
libri e fu per avventura in questo tempo e in questa
occasiono ch’egli colla lettura di libri che andava le-
gando incominciò a far pratica di essi e ad ostentarsi
per uomo letterato, facendo insieme conoscenza dei
soggetti più distinti e più dotti di quella città. Fatta di
poi deliberazione di recarsi a Roma, vi andò ventenne
circa, e come scrive l’Ammirato, a piede e non d’altri
arnesi fornito, che di quelli che aveva indosso (1). Al-
loggiò in casa di Agostino Chigi e stette in servizio
di Leone X, e più tardi di Clemente VII. È da am-
mettere quindi che il suo arrivo a Roma ebbe a coin-
cidere, o quasi, coirinnalzamento di Leone X al pon-
tificato.
Quanto al Sodoma si tenga conto dei dati cronolo-
gici seguenti : alla fine del 1513 lo vediamo trattenuto
a Siena dal noto impegno; nel giugno del 1515 ve lo
troviamo di bel nuovo per essersi egli assunto un in-
carico dall’opera del duomo. Negli anni seguenti poi
non pare da ammettere eh’ egli si fosse allontanato
gran fatto da Siena trovandovelo noi occupato con
opere di ragguardevole importanza. Se ne deduce, che
nell’intervallo fra il 1513 e il 1515 egli senza alcun
dubbio s’incontrò coH’Aretino presso Agostino Chigi,
nel mentre quest’ultimo già da alcuni anni era intento
ad ornare la celebre sua villa. Tant’è vero, che prima
ancora che Leone X avesse inaugurato il suo regno
da Mecenate troviamo poeti che decantano lo splendore
del Chigi, prendendo ad argomento dei loro versi la
sua recente villa in riva al Tevere, che a quel tempo
doveva essere circondata da un vasto e delizioso giar-
dino. È il romano Gallo Egidio quegli che pel primo
in un suo poemetto del 1511 ne esalta genericamente
(1) È notevole il seguente passo dell’Aretino stesso che si riferisce
alla sua andata a Koma:
« lo odiai sempre la povertà de la ricchezza (nei mercatanti) ma la
sorte mia per ridersi di me, sendo quasi garzone mi balzò oppresso
(l’Agostino Chigi, dove sarei morto pensando che però era mercatante
se io non avessi risuscitato l’animo negli apparati, nelle cene, con la
pompa delle quali più volte fece stupire Leone inventore della gran-
dezza dei Papi. » (Lettera da Venezia del 1537 al signor Ferieri Bel-
tramo. Edizione di Parigi del 1609, T. I, pag- 126).
139 —
i pregi in fatto di ambienti e di pitture, nonché di
soavità di fiori e di dolcezza di frutti (1).
In modo più particolareggiato poi allude un anno
più tardi alle pitture già eseguite Biasio Palladio in
una descrizione poetica dedicata ad Agostino Chigi
stesso. Dov’è da notare per noi, che mentre vi è fatto
menzione dei soggetti mitologici coi quali Baldassare
Peruzzi e Fra Sebastiano del Piombo decorarono la
loggia divenuta celebre più tardi per l’affresco della
Galatea di Raffaello, il poeta non dice verbo delle sin-
golari creazioni del Sodoma nel piano superiore (2).
Non si potrà negare che in codesto silenzio è da
scorgere un indizio di più a conferma del fatto, che
il Bazzi non ebbe ad operare nella Farnesina, se non
in occasione della sua seconda gita in Roma nel 1514.
Fortunato l’abitatore opulento di così eletta sede, che
dopo essersi servito dell’opera dell’architetto e pittore
Baldassare Peruzzi e di quella di Fra Sebastiano, gio-
vane sempre e scevro per anco della infausta imitazione
di Michelangelo, ora ad un tempo poteva rivolgersi al
suo protetto chiamato o condotto da Siena, e a Raf-
faello d’Urbino, il quale, terminata già l’opera sua im-
mortale nella stanza della Segnatura, e incominciata
quella della stanza d’Eliodoro, nello stesso anno 1514
abbelliva col sorriso ineffabile della sua grazia la loggia
della Farnesina, dipingendovi la sempre gioconda e
florida Galatca!
Nè meno importante e un’altra coincidenza ed è
(1) De ciridario Augustini Ghigi, patrctU Senenscs, libellus Galli Egida
Romani poe. laur.
(2) Suburbanum Augustini Ghisii opus per Blasium Palladium im-
pressum Romae per Jacobum Mazoehium, Romanae Accademiae bi-
bliopolam anno salutis MDXII.
— 140
quella della presenza in Roma di Leonardo da Vinci,
venutovi in quell’anno in compagnia di Giuliano de’
Medici ad assistere all’incoronazione del di lui fratello
Leone X.
Agli effetti di tali circostanze non fu insensibile ranimo
impressionabile del Razzi, tant’è vero che in quel pe-
riodo egli compì alcune opere fra le sue principali,
preparate con proprii studii, ossia disegni, che fino al
giorno d’oggi venivano aggiudicati parte a Leonardo,
parte a Raffaello.
Ideata essenzialmente sotto l'influenza del primo ap-
])arisce la sua Leda col cigno e i due gemelli Castore
e Polluce, della quale vedesi una copia antica nella
galleria Borghese a Roma. Il Lermolieff cui spetta il
merito di avere rivendicato al Sodoma il concetto ori-
ginale di quest’opera singolare, nel suo recente lavoro
critico intorno alla galleria Borghese ci addita ben
cinque disegui, tutti da ritenersi di mano dell’artista
stesso, nei quali in diversi modi egli studiò il sog-
getto (1). E mentre con buon fondamento due di questi
vengono contesi a Lionardo, due a Raffaello, ci si fa
chiaro il progresso dal valente critico portato nella
conoscenza individuale dei nostri grandi autori. Nel
caso presente gfindizii caratteristici ch’egli pone in
rilievo per determinare praticamente le creazioni di
mano del nostro artista crediamo non si saprebbero
ulteriormente smentire.
Quanto agli affreschi, eseguiti in altra delle sale del
piano nobile nella Farnesina, il Morelli pel primo con-
statò che, contrariamente a un pregiudizio invalso non
(1) Die Galerien Borghese und Boria in Rom con Iran LermolieiJ. —
Leipzig, F. A. Brockliaus 1890, pag. 193 e seguenti.
141
si sà da quando in poi, il Bazzi va considerato per*
autore di tutto insieme quel ciclo storico riferentesi ad
Alessandro Magno, laddove gli veniva fin qui tolta per
darla gratuitamente al Vasari quella parte nella quale
è rappresentato entro un vasto paesaggio l’eroe intento
a domai’e il suo focoso Bucefalo, forse unicamente
perchè svisata sciaguratamente da cattivo ristauro, che
noli impedisce d’altronde di ravvisare i tratti peculiari
del vero autoi*e (sia nelle figure sia nello sfondo) ani-
mato da vivo e poetico senso della natui'a. A questo
episodio fa seguito su altra parete la graziosissima
l'appresentazione delle Nozze di Alessandro e Rossane.
Quivi il pittore si compiacque di dimosti’are il suo
umore lieto coll’ introdui*vi una quantità di putti o
amorini schei*zevoli che se ne stanno parte intorbilo
all’avvenente sposa, seduta sull’orlo del letto, e sul
baldacchino del letto stesso in atto di scherzare sotto
una cortina, parte sospesi per aria od occupati al basso
colle armi di Alessandro, il quale si vede procedere
nel mezzo del quadro in atto di porgere la corona reale
alla sua eletta. Lo seguono due genii delle nozze, fi-
gure splendide per giovanile bellezza. Dall’altro canto
invece è posto un gruppo di ancelle della diva. Il sog-
getto, come si sà è desunto dalla descrizione che il
poeta Luciano fa del quadro d’ identico argomento,
trattato dal greco pittore Aetione, e dal lombardo in-
terpretato con quella libertà d’ imagi nativa che costi-
tuisce in genere l’originalità della nostra arte del Ri-
nascimento.
La genesi di questo suo celebrato dipinto, rintracciata
dal critico sullodato ci si manifesta fortunatamente in
parecchi disegni sparsi per diverse raccolte. Primo fra
142 —
questi imo scliizzo nella raccolta degli Uffizi (n. 1479)
contenente solo la parte centrale della composizione,
la quale sostanzialmente riapparisce in un foglio a ru-
brica della raccolta Albertina, riconosciuto ormai uf-
ficialmente per opera del Sodoma non ostante che
dagli scrittori fosse fin qui esaltato per fattura di Raf-
faello, mentre esaminato con cognizione di causa ri-
vela i tratti caratteristici del primo e non quelli del
secondo.
Conseguentemente va tolto a Raffaello per restituirlo
al Razzi uno studio per la figura della Russane ima-
ginata in piedi, nella raccolta pubblica di Pesth in
Ungheria, come già con piena persuasione abbiamo
riconosciuto da anni averglisi a rivendicare la pater-
nità di un disegno a penna rapidamente tracciato, che
trovasi nella raccolta di Oxford, quivi registrato nella
serie di disegni d’autori ignoti (n. 177). In detto disegno,
riprodotto nella Tav. IX, le figure non sono che la
parte accessoria: si limitano a tre putti reggenti dei
festoni sopra il baldacchino di un letto ideato in forma
architettonica, nel quale non è difficile ravvisare una
prima idea di quello che vedesi eseguito nell’affresco.
Il modo di schizzare trascurato e da pittore frescante
per eccellenza, la conformazione dei putti in ispecie,
ben si appaia con quanto si osserva in certi noti schizzi
del Razzi esposti in Galleria degli Uffizi (1).
(1) Il signor Robinson nel suo catalogo della raccolta di disegni es-
posta nelle Gallerie universitarie di Oxford si esprime nel modo se-
guente intorno a questo disegno:
« Lo stile dell’esecuzione di questo bel disegno non ha rassomiglianza
con quello di Raffaello, nè di alcuno de’ suoi scolari; spetta tuttavia,
secondo ogni probabilità ai primi tempi del secolo XVI, e parrebbe
offrire una certa somiglianza collo stile vigoroso di Baccio Bandinelli.
— 143 —
L’episodio che occupa la terza parete della sala del
Sodoma alla Farnesina è quello dove Alessandro ri-
ceve la famiglia di Dario da lui vinto. Vi si osservano
delle figure di tipo prettamente lombardo, da far pen-
sare a quelle di Beni. Luini; tale la madre posta in
ginocchio, di profilo, poi la bella donna ritta dietro a
lei, ch’è forse la moglie del re vinto, ed altre ancora
nelle quali vi sono da ammirare fattezze di squisita
grazia. Al contrario sono assai tirati via certi guerrieri
che formano un gruppo dalla parte opposta.
Finalmente è pure suo lavoro, ben che da taluno
posto in dubbio, la figura di Vulcano a canto al ca-
mino, che se ne sta chino a fabbricar saette, con ci-
piglio truce e acceso, accompagnato da un putto.
Queste pitture, qua e là guaste dal tempo e da ri-
tocchi, offrono in vero uno strano miscuglio di delicati
e bei motivi con flagranti trascuranze e scorrezioni di
disegno. Il bello inoltre vi è sparso alla rinfusa e senza
essere dominato da un concetto bene ponderato della
composizione, pregio per cui vanno sì altamente ce-
lebrati invece certi capolavori, quali il Cenacolo di
Leonardo, la Scuola d’Atene di Raffaello ed altri. Così
pure confrontati codesti affreschi del Bazzi con quelli
ch’egli stesso eseguì a Monte Olivete certamente si
mostrerebbero inferiori per castigatezza e finezza di
lavoro (1). La decorazione della sala alla Farnesina
Passavant (catalogo N. 560 s) lo classifica un po’ vagamente fra autres
dessùis de l'école de Raphael. »
Vedi: A criticai account ofthe drawings bij Michel Angelo and Raf-
faello in thè Unicersitg Galleries, Oxford, hij J. C. Robinson. — Oxford
at thè Clarendon Press, 1870, pag. 311.
(1) Chi desiderasse capacitarsi coi propri occhi del nesso che corre
fra i disegni x>er la Leda e per la storia di Rossane alla Farnesina coi
iiisomma si risente della fretta colla quale il pittore
ebbe a prepararla e ad eseguirla, poiché come si vide,
il suo soggiorno a Roma in queU’occasione deve es-
sersi limitato a breve tratto di tempo.
D’altre sue opere fatte in Roma non ci è dato notizia si-
cura. Tuttavia vedonsi oggidì due sue tavole nella Gal-
leria Borghese. Rappresenta l’una una Pietà, registrata
sino a poco fa al n. 7 della prima sala, come « scuola di
Leonardo. » Il suo fare molle, il suo dolce sentimento
vi è palese. Le tinte grigie e nerastre vi sono alquanto
cresciute. Più colorita, ma pure sempre nerastra nel-
l’ombre, è la sua Sacra Famiglia nella seconda sala
al n. 44, spiritosa per le espressioni ridenti dei volti ,
ma vaga e indeterminata nel modellato delle forme.
Un terzo quadro vi aggiungerebbe il signor Jansen,
nella stessa galleria, cioè un tondo coll’Adorazione del
Bambino, attribuito a Lorenzo di Credi. Ma a siffatta per-
sonale opinione dubitiamo che altri siano per acco-
starsi, da che è troppo evidente che codesto grazioso
dipinto è una produzione puramente toscana di un
autore che sta fra Luca Signorelli e Lorenzo di Credi.
Opera genuina del Bazzi è invece una tavola di un
San Cristoforo che porta il Bambino, nella Galleria
Spada (1). Così pure una tavola a figure piccole, presso
il principe Mario Chigi, composizione animata e di
succoso colorito. Quivi la sua mano apparì chiara-
rispettivi dipinti, non Im che a procurarsi le riproduzioni fotografiche
fatte dalla nota ditta Ad. Broun di Dornach in Alsazia, ricorrendo al suo
catalogo generale.
(1) xMcuni schizzi di analoga figura di mano di lui, a matita rosso,
vedonsi sul foglio n. 193G agli Uffizi. — Un disegno piu eseguito per un
San Cristoforo col Bambino ideato dentro una nicchia, è nella raccolta
Morelli.
— 14.“)
mente pochi anni or sono, mercè il ristanro esemplar-
mente condotto dal Cav. L. Cavenaghi. Il Lermolieff che
giustamente la cita fra le sue opere, non ha indicato in
modo altrettanto esatto il soggetto. Questo invece di ri-
ferirsi al Ratto delle Sabine potrebbe forse alludere ad
altro fatto della Storia Romana narrato da T. Livio,
V. a, d. alla persecuzione sofferta da Rea Silvia e dai
due suoi figliuoli Romolo e Remo, che dovevano essere
mandati a gettare nel Tevere, per comando del re
Amulio, La presenza dei fanciulli nella composizione ed
altri particolari lo indicherebbero. Certo si è che un
quadro di tal fatta è esistito in Siena, poiché se ne ha
menzione in un antico inventario d’ignoto privato ri-
portato dal Della Valle (1), ossia in nn Ricordo las-
satomi da mio padre de quadri di casa e suo presso,
dove figura un cpiadro del Sodoma per lungo, che
rappresenta Numitore (doveva dire Amulio) che con-
danna alla morte la madre di Romolo e Remo con i
bambini. — Scudi 100.
Quanto al lodato quadro di una Lucrezia romana
ignuda, che si trafigge, fatto pel papa Leone X e che
gli valse da lui il titolo di cavaliere, ci è dato qui
avvertire che il nostro pittore in una sua lettera del
1518 (che riferiremo più avanti) parla di una Lucrezia
da lui fatta in origine pel marchese Francesco Gon-
zaga, ma ceduta invece a Giuliano de’ Medici, il
quale avendola veduta a Firenze, la volle per se. Sa-
rebbe mai codesta la Lucrezia che il Vasari dice fatta
per Leone X ? I commentatori del Vasari riferiscono
esserne oggi possessore il signor Kestner, già amba-
(1) Op. cit., T. Ili, p. 267.
Frizzoni.
10
— 140 —
sciatore del re d’Annover a Roma. Se non che, astrazion
fatta della circostanza che detta figura, rappresentata
in piedi in aperta campagna, nel mentre sta per tra-
figgersi, non è propriamente ignuda, bensì rivestita di
un bel panno color rosso carico, la gradazione chiara
delle tinte e i contorni un po’ duri la qualificano per
opera di anni anteriori, secondo ogni verosimiglianza,
quale bene si accorda con altra sua graziosa pittura,
V. a. d. con quella appartenente alla Galleria di Berlino,
dov’è rappresentato il soggetto allegorico della Carità,
che diamo riprodotto nella Tav. X (1).
Del resto il Vasari (a p. 156) nomina un’altra Lu-
crezia dello stesso autore, « una tela che fece per
Assuero Rettori da San Martino, nella quale è una
Lucrezia Romana che si ferisce mentre è tenuta dal
padre e dal marito : fatti con bella attitudine e con bella
grazia di teste. » Forse è quella che vedesi nella Gal-
leria di Torino, e che attualmente è alquanto danneg-
giata dai ristauri. È dipinta sul legno invece quella,
alquanto annerita, che, trovata a Roma pochi anni oi-
sono, entrò di poi nella raccolta del Cons. Weber di
Amburgo (2).
Ma è tempo ormai che ci facciamo ad accompa-
gnare di nuovo il nostro pittore davanti alle principali
(]) Questa composizione, dalla quale spira un affetto e una grazia non
comune, non ostante una certa rigidezza che si osserva nel nudo della
donna, coi suoi tre teneri bambini, passava per opera di Bald. t’eruzzi,
finché per iniziativa del Senatore Morelli venne accolta nel novero delle
opere del Sodoma. — La Lucrezia ora è il precipuo ornamento del
Museo lasciato alla sua città dal defunto signor Ermanno Kestner, ni-
pote dell’ambasciatore.
(2) Intorno certe pitture murali del palazzo dei Conservatori vedasi
una più ampia discussione nella seguente monografia dove è fatto men-
zione anche del disegno al Louvre, rappresentante il Trionfo di Tito.
fra le sue molte opere lasciate in quella città, che vuole
essere considerata come sua seconda patria, da che
avendovi egli preso moglie, vi passò pure la maggior
parte de’ successivi suoi anni di vita. Ch’egli durante
il suo soggiorno di Roma fosse venuto allargando,
mercè nuove esperienze ed osservazioni, la sua maniera,
è cosa non solo presumibile, ma della quale ciascuno
potrebbe capacitarsi osservando i suoi freschi fatti per
Agostino Chigi. Se non che, rimane per lo meno dubbio
se questo fatto sia da ritenersi come un assoluto pro-
gresso di perfezionamento dell’artista, o se invece per
un altro verso non segni piuttosto una tendenza al
decadimento, trattandosi di un cervello balzano e piut-
tosto leggero quale si fu quello del Sodoma, che tro-
viamo spesso più curante del fare presto che del pon-
derare bene le sue opere ed eseguirle con diligenza.
Comunque sia, Siena possiede sempre tali capolavori di
lui, mercè i quali egli viene a qualificarsi per l’artista
sovrano di quella città ed in generale per uno dei più
felicemente dotati da natura nel privilegiato secolo XVI.
Degno di particolare menzione innanzi tutto , per
procedere in ordine di tempo, si è il suo Cristo le-
gato alla colonna, dipinto a fresco già esistente nel
chiostro di S. Francesco, ma fino dal 1842 segato
dal muro, essendovisi già guasta la parte inferiore, e
trasportato nella Galleria delle Belle Arti. Quanto al
tempo cui appartiene si può indicarlo almeno appros-
simativamente, poiché il Padre Della Valle (1) cita un
passo delle Historiae Senenses del Tizio dov’è detto
che quella pittura insieme colla gran porta della cliiesa
<I) Lettere sanesi, voi. Ili, pag. 264.
— 148 —
e la tìnestra tonda sovrapposta furono fatte nel tempo
che era guardiano un tale Fra Luca da IMontepulciano.
Ora di lui appunto egli dice^ che fu guardiano dal lolO
al 1515. È questa una delle più lodate figure del
Sodoma^ e in vero spira da essa un sentimento tanto
delicato, le forme vi sono trattate con tanta nobiltà e
i colori con tanto calore e intendimento pittorico, da
darci un elevato concetto delle disposizioni dell’artista.
La bellezza veramente statuaria onde risplende il
torso di questo Cristo, la quale più o meno si riscontra
in molte altre figure del Bazzi, mentre ci prova come
fosse sviluppato in quell’autore il senso del bello, giova
a rammentarci in questo luogo che Giovanni Antonio
da vero artista quale egli era, non solo ebbe a dilettarsi
nel fare raccolta di un certo numero di terre cotte e
di sculture, ma verosimilmente non era inesperto egli
stesso nella pratica dell’arte plastica. È una lettera
della raccolta del Bottari (1) che fa menzione di certi
lodati oggetti di scultura già appartenuti al Sodoma
e in quel tempo, cioè due anni dopo la sua morte,
passati in proprietà del Riccio pittore, che aveva avuto
in moglie la di lui figlia Faustina. Che il Bazzi stesso
poi avesse avuto occasione di occuparsi a lavorare di
rilievo, benché non ci rimanga alcun monumento pla-
stico a lui attribuito per dimostrarlo, lo proverebbe
tuttavia un documento dell’ Arcliivio dell’Opera del
Duomo di Siena (2), dal quale l'isulta che ai 22 giugno
del 1515 l’Opera stessa gli diede a fare i modelli di
due Apostoli di bronzo, allogati già a Francesco di
Giorgio Martino e poi nel 1505 a Giacomo Cozzarelli.
(1) Lettere pittoriche, voi. V, n. 42.
(2) Vedi Commentario alla vita del Sodoma, nel Vasari, p. 405.
l'av. 11.'
p. 14©.
SODOMA: STUDIO PER UN SOP'FITTO - FIRENZE, UFFIZI,
Il Barone di Rumohr nelle sue Ricerche italiane (1),
citando questo documento parla di certi frammenti
parziali di una tela da lui trovati, dai quali si scorgeva
esservi state dipinte le Metamorfosi di Cefalo, soggiun-
gendo che la posizione, l’atteggiamento e l’espressione
della tigura principale erano tali da soddisfare ogni
esigenza, e che il rilievo spiccato dato alle forme vi
dava indizio di intendimenti da scultore. Interessante
doveva essere quel soggetto anche per darci prova
del come il pittore trattasse gli argomenti mitologici.
Dal Vasari abbiamo notizia di un altro suo dipinto
contenente un fatto mitologico, cioè la caduta di Fe-
tonte dal carro del Sole, eseguito a Wlterra per Lo-
renzo di Galeotto de’ Medici; se non che egli lo dice
tirato via di pratica e senza studio, nè a noi consta
ormai in quali mani sia passato. Il soggetto ci richiama
bensì un bellissimo disegno per un soffitto, sopra un
foglio largo ben 59 centimetri ed alto 44, esposto nelle
vetrine agli Uffizi ai n. 1644 e riprodotto in piccole pro-
porzioni nella nostra Tav. XI. Quivi è attribuito sempre
a B. Peruzzi, essendovi segnato tale nome da mano
moderna. Ma la pienezza e la grazia delle forme in-
sieme alla spontaneità e alla scioltezza di mano indicano
chiaramente la diretta derivazione del Sodoma (2). Del
resto le più pregevoli pitture di lui in Siena debbonsi
ricercare nelle chiese e nelle confraternite, dove egli
si distingue massimamente come vivace e vigoroso
frescante , quand’ anche si possa scorgere che col-
(1) Vedi Italienische Forschungen, voi. 11, pag. 38G.
(2) Analogo gusto e analoga fattura, stando alla fotografia gentilmente
comunicataci, apparisce in altro interessante studio da soffitto, ap-
partenente aU’arcliitetto Destailleur a Parigi (1. 0. 572 a. 0.297).
— ir)0 —
raumentare degli anni la tendenza aireseciizione fret-
tolosa fosse andata crescendo.
Verso il 151(S noi lo troviamo occupato a concor-
renza di Gerolamo del Pacchia e del Beccafumi a
dipingere alcune storie a fresco nelPoratorio superiore
della Compagnia di San Bernardino presso S. Fran-
cesco; e sono: la Presentazione della Madonna al
tempio^ la visita a Santa Elisabetta, TAssunzione e
l’Incoronamento della Vergine, alle quali voglionsi ag-
giungere le singole figure dei Santi Lodovico, Antonio
di Padova e Francesco. Astrazion fatta di certe tra-
scuratezze, non si saprebbe abbastanza ammirare la
bellezza delle forme e degli atteggiamenti di codeste
sue figure di Santi; fra le quali il A^asari esalta mas-
simamente un S. Francesco, che stando in piedi alza
la testa guardando un angioletto, il quale pare che
faccia sembiante di parlargli; la testa del qual San
Francesco è veramente maravigliosa. In certi gruppi
di figure poi, e specialmente nelle femminili, si potrebbe
dire opportunamente di riscontrare « quella bellezza
molle ad un tempo e maestosa che bi-illa nel sangue
lombardo. » Paragonato coi suoi due emuli in que-
st’opera, il Sodoma non rimane loro inferiore di certo
per genialità e squisitezza d’ispirazione; anzi da queste
e da altre cose risulta che essi ebbero a subire T in-
fluenza dalla sua maniera e a lui in gran parte an-
darono debitoià di quel loro fare largo e pastoso, che
invano avrebbero trovato altrove fra i loro concit-
tadini. Del Beccafumi, al quale il Vasari è largo
di encomii, dice egli stesso che mentre era a Roma,
« avendo udito lodare Giovanni Antonio da Vercelli
come buon pratico, venne a Siena, e veduto che
aveva gran fondamento nel disegno, nel quale sa-
peva che consiste l’ eccellenza degli artefici, si mise
(ion ogni stadio, non gli bastando quello aveva fatto
in Roma, a seguitarlo, esercitandosi assai nella no-
tomìa » (1). E in altro luogo nota ch’essi lavorarono
a concorrenza dipingendo a fresco il Sodoma la fac-
ciata di casa Bardi, già nominata e il Beccafumi quella
dei Borghesi, posta di rimpetto. Quanto alle pitture del-
Toratorio di S. Bernardino è da ammettere che il Bazzi
vi lavorasse a più riprese, perchè mentre i documenti
dimostrano essergli stata pagata una parte d’esse nel
1518, d’altra parte pare che l’Assunzione non fosse
finita prima del 1532. Lo stato della loro conservazione
al dì d’oggi è pur troppo miserevole, poiché vi si scor-
gono in molte parti dei guasti cagionati dall’azione
del tempo e dai ristauri.
Dal 1518 al 1525 è da notare il fatto di una lacuna
di 7 anni che intercede nella serie delle notizie circa
la vita e le opere del nostro autore in Siena, come
già ebbe ad osservare il signor Jansen. La nostra at-
tenzione invece viene richiamata da una notizia riferita
da G. Campori nella sua opera intitolata: Gli Artisti
italiani e stranieri negli Stati Estensi, dove fa menzione
di un pittore Giovannantonio de Baziis parmigiano, il
quale secondo dichiara un documento del 1518, stava
in Reggio, essendovi nominato come testimonio a due
atti celebrati il 22 novembre dell’anno medesimo (2).
(1) Vedi Vasari, t. V, p. 634.
(2) Ecco il testo del relativo ro.aito steso in Reggio di Lombardia il
22 noveml)re 1518, pubblicato a pag. 77 dell’Opera: Compendio della di-
•icendenza dei fratelli Cxio. Bonifacio e PariQio de' Tac.coli, ecc. (Reggio
1741). Actuin liefp'i in Ecclesia S. Jacobi praesentilms ibidem Marjistri
Joanne Antonio de' Baziis de Parma, pletore ad praesens habitatore
Regii. (Vedi l’Opera del Campori a pag. 58).
Onde noi domanderemo in uno col Jansen : « Sai*ebbe
mai costui il Sodoma stesso? Carlo Milanesi, nel secondo
volume della Nuova Serie doiV Archivio Storico italiano,
propende decisamente a tale opinione. È bensì strana la
qualifica di parmigiano. Ma al Sodoma piacque chia-
marsi e farsi chiamare con ben parecchi nomi. Egli
può essersi recato da Siena a Parma e di là a Reggio
qualificandosi per parmigiano. » D’altra parte non va
esclusa la possibilità deH’esistenza contemporanea di
un altro pittore meno noto, dello stesso nome, se si
considera che tanto il nome di Giov. Antonio quanto
quello di Bazzi sono alquanto comuni (1). Non pertanto
cresce la probabilità della sua partenza da Siena per
l’Alta Italia nel 1518, ove si tenga conto di una già
da noi menzionata sua lettera di queU’anno, che viene
conservata tuttora inedita nell’archivio di Mantova e
nella quale esprime l’ intenzione di recarsi presso il
march. Francesco Gonzaga in queU’estate.
Per varie considerazioni però crediamo che prima
di allontanarsi da Siena egli debba avere dato mano
ad una delle sue piti importanti opere da chiesa, cioè
a dire alla grande tavola da altare dell’Adorazione dei
Magi die vedesi tuttora nella chiesa di S. Agostino.
(Mdesto dipinto, fatto in origine per commissione dei
fratelli Giovanni e Arduino Arduini, passò di poi nella
cappella dei Piccolomini, della quale è oggi il principale
(1) ruoto è vero che da certe schede e memorie di artisti parmigiani
si ricava che un Cristoforo de Bazzi è nominato tra i Parmigiani che
giurarono fedeltà a Frane. Sforza il 7 Marzo 1449. (Pezzana, Storia di
Parma, T. Ili, append. pag. 5).
La congettura per lo passato, nutrita da noi che la chiesa di S. Pro-
spero a Reggio in una pala di un S. Omobono fra i mendichi porgesse
un esemplare del Sodoma, in seguito a più maturo esame dovette essere
abbandonata. L’ignoto autore forse ne sentì bensì F influenza.
ornamento. Gli annotatori del Vasari lo ritennero di-
pinto nel 1536 , basandosi sulla circostanza che in
queiranno ai 13 di ottobre furono appianate le diffe-
renze insorte già pel pagamento del quadro fra Tautore
e i proprietari! (1). Se non che per un’ altra testimo-
nianza possiamo stabilire oggidì che quell’opera già
anteriormente era fatta segno dell’ ammirazione del
pubblico, trovandosi dei versi che vi si riferiscono nel
Dialogo amoroso di Philolauro di Cave, stampato in
Siena neH’anno 1533 (.2). Quando poi si ponga mente
(1) Vedi i Documenti per la Storia dell'arte senese di Gaetano Mila-
nesi, T. Ili, pag. 123. Quivi è riferito un memoriale dell’Archivio dei
contratti di Siena, dal quale apparisce che Vannoccio Biringucci, come
arbitro fra i fratelli Arduini e il magniflco Cac. Gioaannantonio, alias
Sodoma stabilisce, quest’ultimo essere stato integramente pagato del
suo credito, rimanendogli solo da ripetere dagli Arduini un tondo di
mano sua contro compenso di scudi 7.
(2) Vedi il Canto decimo contenente la lode di Caterina Rincontri,
donna di Marcello Petrucci.
Sei Sodoma, sei Riccio e Mattheo tosto (sic)
Ch’el mio Castello e la mia Patria honora.
Se Mecarino al colorir disposto
0 chiunque ai nostri dì sculpe e colora
11 volto (ove con l’arco amor s’è posto),
Havessen visto over vedessen ora
Di questa che ciascun l’adora e brama.
Saria più chiara (ch’or non è) lor fama.
Nè Sodoma quel volto almo e divino
(Quantunque bello) co’ tre Magi avanti
Dentro nel sacro tempio d’Augustino
Haria dipinto, co’ molti altri Santi
Su l’altar eh’ è alla porta piu vicino.
Nè Mattheo tosto fatti altri sembianti
Darebbe in Cave dentro ul sacro tempio
Di quel di cui le pietre fer gran scempio.
Nè Bastiano haria Venetia piena
Nè di più volti e piu figure ombrata
Nè Sodoma nè Riccio harebben Siena
Nè Mecarin d’altre figure ornata —
Se di costei la fronte alta e serena
Gli occhi e l’effigge di beltà dotata
Tenuta havessen sempremai davante
Ma del suo raro anzi divin sembiante.
— 154 —
alla circostanza essenziale, ch’è quella deH’aspetto e
delle qualità del dipinto stesso, non si può a meno di
arguire che la sua origine vada riportata agli anni mi-
gliori del suo autore, nei quali il colorito suole apparire
più nutrito e folgoreggiante, le forme più determinate e
quasi leonardesche, il paesaggio chiaro ed accurato.
In fine se si avesse a confermare come ritratto del
pittore il viso del pastore che si presenta stante da
se fra mezzo a due piante, per Tetà stessa che gli si
addice di una quarantina di anni o poco pili, cresce
vieppiù la probabilità die l’opera fosse stata condotta
dal Sodoma prima della sua partenza da Siena , che
ebbe luogo dopo il 1518, Quel ch’ò certo si è, che la
pala di S. Agostino va noverata fra le più pregevoli
sue creazioni, poiché in onta ai difetti che vi si possono
scoprire, sia nel disegno sia nel soverchio affollamento
di figure e degli svariati motivi, non che neiranneri-
mento delle ombre, i tratti di spontanea e sentita grazia
vi abbondano pure e ci rivelano l’artista ispirato da
vaghi e soavi concetti che si esplicano tanto nel pit-
toresco paesaggio, quanto nelle figure. Emerge fra
queste il volto avvenente della Vergine col Bambino
dal viso tondeggiante, simile a quelli che si notano in
altri quadri dell’età fresca deirautore. Bello è pure il
contrasto fra l’aspetto venerando del vecchio re ingi-
nocchiatole davanti e l’elegante figura di quello pii'i
giovane, che se ne stà l'itto dal lato destro.
(4ra noi stimiamo opportuno di riportare qui inte-
gralmente la lettera del nostro artista al Gonzaga, grati
sempre al defunto marchese Giuseppe Campori, il quale
ebbe la gentilezza di comunicarcela, avendone fatto la
scoperta egli stesso nell’Archivio di Mantova, scritta,
come egli dice, con tale nitidezza e perfezione di ca-
rattere da disgradarne qualsiasi più esperto e diligente
calligrafo.
D.”° D. Frane, de Gonzaga Marchioni.
Mantue D.no suo obsomo — Mantue.
' 73.”' 7)."' mi Colendiss. Salate — Passando pochi
giorni fa per Siena andando a Roma il Sig. Aloisi
el fratello parente di V. 111."“^ S. degnandosi advenire
alla mia stanza andando per il giardino a spasso gli
dissi che harei desiderio che quella havesse qualche
mernona di servitù de lopere mie — lui mi disse che
facendo un quadro con una Donna et col pattino et
San Frane, vi sarebbe gratiss.° Harei caro meglio in-
tendere se altro desiderio quella havessi et in questa
state deo favente verrò a visitare V. III. S. et porterò
meco il deeto quadro. Feci una Lueretia per V. III.
S.^'^^ et venendo a presentarla a quella fu veduta in
Fiorenza dalMag.^° Giuliano et fui sforzato a lassarlo.
Priegho V. III. S. si degni infallanter un minimo verso
farmi intendere il desiderio di quella et io sempre
sono paratis."’^ a piacere di quella la quale Dio lungho
tempo feliciti.
E. D. V. s.
Die Hi Mai] MDXVIII
Io Antonius Sodona (sic) Eques Se/'iis.
Questa lettera non è priva d’ importanza, per-cliò,
oltre all’ istruirci intorno ai pi'ogetti di Giovanni An-
tonio per queiranno, ne dà cenno di due sue opere.
Intorno al quadro della Lucrezia abbiamo già espresso
una nostra congettura. Di (\i\qWo in fieri ch’egli pro-
mette al Marchese non sappiamo in vero che sia
stato. — Merita tinalmente di essere notata la parti-
colarità deh’essersi egli sottoscritto Sodona invece di
Sodoma, modificazione che troveremo di nuovo usata
più in là, e che per avventura si potrebbe credere es-
sergli stata suggerita talvolta da un certo qual senso
di pudore.
Precisamente della stessa data poi avvi altra lettera
di lui conservata oggi iieirArchivio Estense in Modena
da dove lo trasse alla luce il Cav. Adolfo à enturi pub-
blicandola nel suo pregiato libro intorno alla Gal-
leria Estense in Modena. È diretta al duca di Ferrara,
ed eccone il tenore:
Drie. I). mi Cole/idis:’^‘ post hulem Comedat.
Salvi. — Questa per fare intedere come già tepo fa
essedo io co la Santità di Papa Leone a Fioreza il
vostro Ambaseiadore mi dette comesswne per Vra. S.
dovessi fare un San Giorgio a cavallo guado amazo
la vipera onde io Ilio facto et tegholo ad instdtia di
quella. Pochi giorni fa liò loge da Siena a caso trovai
lo spedale della Coloha ferrarese vostro famigliare et
a lui dissi il tutto come decto quadro sta a requisitione
di quella. Et lui disse dirlo a V. 111.”“^ S.
Spero in questa estate co ferirmi per infino al Mar-
chese di Mcitova per che gl io a fare certi quadri et
per advetura verro per infino a visitare V. III. S. et
portaro meco il decto quadro. Priegho cpiella se havessi
inteto d'altra cosa sandomene un minimo verso
mi sarà gratissimo per fare cosa che piaccia a V.
*S. alia quale hnmilinte mi raccomàdo et Dio
quello lungo tepo feliciti.
E. D. s. F.
Die Hi Mai] MDXVIIJ
(Foris) Iiì."‘o Duo D. Alfosio de Este Duce
Ferrarle Dno suo observandis.’»°
Ferrarle.
Io Antonius Sodona (1) Eques Senis.
L’incontro del pittore con Leone X a Firenze dovette
aver luogo nel 1515 o ai primi del 1516^ sapendosi
che in cpiel tempo il Papa fu di passaggio per la sua
città natale nell’occasione della sua andata a Bologna
ad incontrarvi Francesco I di Francia.
Quanto al quadro rappresentante San Giorgio che
libera la nobile donzella ammazzando il minaccioso
drago si potrebbe forse identificarlo in una tavola og-
gidì conservata nella pinacoteca del signor Cook a
Richmond presso Londra, nella quale l’autore per
quanto non intieramente soddisfaciente nelle figure ha
dato largo sviluppo all’elemento del paesaggio colla
varietà fantastica che gli è peculiare.
La lettera al duca di Ferrara in fine ci conferma
il proposito del nostro pittore di recarsi poco stante
in Lombardia. Ch’egli v’abbia dato seguito apparisce
non solo dalla lacuna sensibile che intercede fra il
1518 e il 1525 nelle memorie, frequenti del resto, degli
archivii di Siena che io concernono, ma anche dalla
circostanza dell’essersi trovate a tempi nostri nelle re-
(1) Nel testo originale, come veniamo assicurati dal Cav. Venturi,
si legge Sodona e non Sodoma, come per errore venne stampato nel
suo libro.
gioiii della valle del Pò la maggior parte delle opere
recanti l’impronta della maniera ch’egli si era formata
in codesto periodo di tempo. Il tratto comune die le
distingue noi lo ravvisiamo essenzialmente in un mo-
vimento di linee di una scioltezza spesso eccessiva e
affatto insolita fra gli altri seguaci di Leonardo da
Vinci, non che nella ricerca degli effetti del chiaroscuro
in contrapposto a quelli pili coloristici che prevalgono
nelle sue opere in Siena. Dove è da notare che l’in-
tensità delle ombre si è fortemente accentuata nel corso
del tempo in causa delle alterazioni subite dai preparati
ch’egli ebbe ad usare secondo l’esempio del Vinci e
di altri artisti del tempo.
Gli è di nuovo al corifeo dei nostri critici che noi
andiamo debitori deH’avvertimento di questa maniera
speciale del nostro artista e di averci messo quindi
sulle traode di meglio che una decina di opere sue,
passate quasi inosservate fin qui o sotto altri nomi (1).
Per quanto non si possa dire che segnino una re-
(1) Oltre al grandioso affresco di Vaprio d’Adda, rivendicatogli dal
Lermolieff, sono del numero le opere seguenti, eseguite su tavola:
Una Madonna col Bambino circondata da cherubini nella raccolta
Morelli, (di un chiaroscuro che ha quasi del correggesco), altra presso
il signor Layard a Venezia, una Maddalena penitente ed un frammento
di una Madonna presso lo scrivente, una Sacra Famiglia nel lascito
del pricipe Oddone nella raccolta comunale di Genova, altra di maniera
larga e spigliata presso Donna Laura Minghetti, alla quale si accosta
sensibilmente nelle forme e nella cu])a sfumatui'a certa Madonnina
« attribuita a Leonardo da Vinci » nella Pinacoteca Carrara (riporto
T.ochis) in Bergamo, al n. 136. A Milano, inoltre nella chiesa di San
Tomaso dietro l’altar maggiore un Cristo morto sorretto dalla Vergine
e venerato dalla Maddalena, accordantesi con altro soggetto analogo
in mezze figure, recentemente comperato nella stessa città doll’appas-
sionato raccoglitore, signor Enrico Costa di Firenze. In fine una Vergine
col Bambino di proporzioni un po’ maggiori del vero, appartenente
agli eredi Ginoulhiac in Milano.
Tav. 12“ p. 159
sodoma: il MADONNONE a VAPRIO d’ adda,
sipisceiiza dalla propensione al lavoro trascurato e
scorretto, pure non vi ftinno difetto i motivi arditi e
grandiosi di un ingegno animato da un vivo e potente
sentimento del bello.
Delle due piti importanti abbiamo voluto dare una
idea, almeno approssimativa nelle tavole XII e XIII.
Il Madonnone di Vaprio in provincia di Milano, fram-
mento di un affresco nella ducale villa Melzi, viene bensì
considerato genei*almente per opera di Leonardo da
Vinci, da altri anche del suo amico Francesco Melzo,
ma è certo che non si saprebbe in alcun modo indi-
care un documento storico da confermare tale cre-
denza, sostenuta pure da parecchi selettori del secolo
nostro (1). — Per un altro verso un esame spregiudi-
cato del dipinto stesso dovrebbe bastare a persuadere
ogni persona intelligente die i pregi si uniscono ai di-
fetti nel gigantesco gruppo in modo altrettanto estraneo
al Vinci quanto consueto al suo spiritoso ma sbrigliato
seguace, mentre le linee mosse e ondulate, in ispecie
nel disegno degli occhi e dei capelli, corrispondono
precisamente a quanto siamo soliti verificare nelle opere
del Sodoma e accreditano la rivendicazione fattagliene
dal Morelli. Lo stato di conservazione, come vedesi è
tutt’altro che confortante, essendo stato esposto in ori-
gine a quanto pare sopra una parete esterna della
villa, mentre trovasi ora neH’interno di una sala.
Richiamiamo in oltre l’ attenzione del lettore sulla
(1) Vedasi quanto scrissero in proposito; Amoretti, Trattato della
Pittura di Leonardo da Vinci, Milano 1804, pag. 101, — il Rio nel suo
Léonard de Vinci et son école, Paris 1855, pag. 150, — il Mùndler, Beitrdge
za Jacob Burckhardt’ s Cicerone, pag. 33, — Gaetano Milanesi nelle Note
al Vasari, T. IV, pag. 35, — Ignazio Fumagalli, .Srtto/a di Leonardo da
Vinci in Lombardia. Milano 1811.
— 160 —
cii'costanza dell’essere il Madoiinone dipinto a buon
fresco e del non conoscersi altra pratica di dipingere
sul muro per parte di Leonardo^ se non quella del /
lavoro a secco sullo stucco lucido^ da lui usato evi-
dentemente nella esecuzione del suo Cenacolo.
Non si vorrà negare in fine che all’opera accennata
fa adeguato riscontro la tavola di proprietà degli eredi
Ginoulhiac di Milano (Tav. XIII), la Madonna col
Bambino, che stende un braccio al collo di Lei, dove
l’ispirazione leonardesca è egualmente palese, in uno
alle qualità proprie del nostro pittore.
Nel 1525 ritroviamo notizia di lui in Siena. Impe-
rocché altra fra le più nobili e ben ispirate creazioni
del nostro artista si è lo stendardo allogatogli dalla
Compagnia di S. Bastiano in Camollia nel 1525, ac-
quistato nel 1786 dal Governo toscano e collocato nella
Galleria degli Uffizi. È un vero Apollo dell’arte cri-
stiana che si ammira nella figura del Santo titolare
della Compagnia, rappresentato ignudo, legato a un
albero, mentre alza il viso delicatamente addolorato
verso un angelo (tale da non degradare nè il Luini
nò Raffaello se l’avessero fatto) il quale apparisce dal-
l’alto e gli mette una corona in capo. Notevole poi è
in questo dipinto lo sviluppo dato dall’artista con mente
poetica al paesaggio che vi serve di fondo e dove l’oc-
chio dell’osservatore, mercè pochi ma efficaci tocchi,
spazia vagamente in mezzo allo più amene varietà
della natura. Nel rovescio della tela è dipinta la Ma-
donna col Figliuolo in braccio ed a basso S. Gismondo,
S. Rocco ed alcuni battuti (flagellanti) con le ginocchia
a terra; figure composte tutte con grande scioltezza
in mezzo ad altro vasto paesaggio.
Tav. 13.'
p. 160.
sodoma: madonna col bamb.- Milano, eredi ginouliiiac,
— 161 —
Che il Sodoma intorno a questi anni fosse giunto alla
più splendida esplicazione delle sue disposizioni artistiche
lo proverebbe, oltre il mirabile stendardo, la sua cap-
pella di Santa Caterina in San Domenico di Siena,
poiché in essa si può vedere più che altrove con quanta
bravura ed efficacia d’effetto egli abbia saputo trattare
la pittura al fresco, la pittura monumentale per eccel-
lenza e particolarmente appropriata ai soggetti storici;
nella quale parecchi altri esempi ci rimarrebbero di
lui a provare il suo valore, se non fossero rimasti in
tutto o in parte sacrificati dall’inesorabile avvicendarsi
delle intemperie e dell’ umido. Ecco intanto con quali
parole il Vasari ci descrive le pitture fatte dal Sodoma
nella Suddetta cappella : « Nella chiesa di S. Domenico,
alla cappella di Santa Caterina da Siena, dove in un
tabernacolo è la testa di quella Santa in una d’argento,
dipinse Giovanni Antonio due storie, che mettono in
mezzo detto tabernacolo: in una è a man destra quando
detta Santa avendo ricevuto le stimate da Gesù che
è in aria, si sta tramortita in braccio a due delle sue
suore, che la sostengono (è il celebre Svetiimento di
Santa Caterina), la quale opera considerando Baldas-
sarre Peruzzi pittore sanese, disse che non avea mai
veduto niuno esprimere meglio gii affetti di persone
tramortite e svenute, nè più simile al vero di quello
che aveva saputo fare Giovanni Antonio. E nel vero
è così, come, oltre all’opera, stessa, si può vedere nel
disegno che n’ho io di mano del Sodoma proprio
nel nostro libro dei disegni (1). A man sinistra nell’altra
(1) È evidentemente copia dell’ affresco il disegno a penna, n, 194?,
che si conserva oggidì nella Galleria degli tJlTìzi, dov’ò segnato in un
cartelletto posto in alto del pilastro che è nel fondo, l’anno l.'>26, ora
quasi svanito nel dipinto.
Friz/oni. Il
— 1(32 —
storia è quando Fangelo di Dio porta alla detta Santa
l’ostia della santissima comunione, ed ella che al-
zando la testa in aria vede Gesù Cristo e Maria Ader-
gine, mentre due suore, sue compagne le stanno
dietro. » {U Estasi di Santa Caterina). « In un’altra
storia che è nella tacciata a man ritta è dipinto un
scellerato che andando ad esser decapitato, non si
voleva convertire nè raccomandarsi a Dio , dispe-
rando della misericordia di quello, quando pregando
per lui quella Santa in ginocchioni, furono di maniera
accetti i suoi prieghi alla bontà di Dio, che tagliata
la testa al reo, si vide l’anima sua salire al cielo : co-
tanto possono appresso la bontà di Dio le preghiere
di quelle Sante persone che sono in sua grazia. Nella
quale storia, dico, è un molto gran numero di figure,
le quali ninno non dee maravigliarsi se non sono di
intera perfezione ; imperocché ho inteso per cosa certa
che Giovanni Antonio si era ridotto a tale, per infin-
gardaggine e pigrizia, che non faceva nè disegni nè
cartoni quando aveva alcuna cosa simile a lavorare,
ma si riduceva in sull’opera a disegnare col pennello
sopra la calcina (che era cosa strana) ; nel qual modo
si vede essere stata fatta da lui quella storia. »
Questo modo di stimmatizzare il Sodoma, per ragione
di giustizia il Vasari non lo avrebbe dovuto disgiun-
gere per lo meno da qualche osservazione sui molti
meriti artistici e sulle peregrine bellezze che si riscon-
trano in codesta grande composizione, nella quale se
qualche cosa è da criticare si è la sovrabbondanza di
vaghi ed animati motivi, dove, per un verso appariscono
bensì le imperfezioni inerenti alla soverchia fretta, per
l’altro nullameno si rende palese la ricchezza delle idee
— 1G3 —
e la facile disposizione deirautore a tesoreggiare e ad
estrinsecare il bello che d'ogni parte gli veniva fatto
di cogliere negli elementi della natura. — Dov'egli si
distingue massimamente e si distingueva fino dal prin-
cipio della sua attività artistica si è nella rappresenta-
zione delle figure di putti e di donne, alle quali seppe
infondere una grazia ed una vivacità tutta sua partico-
lare. — Quanto all’ammirazione del Peruzzi per lo Sve-
nimento di Santa Caterina vi è larga ragione per non
metterla in dubbio, tanto più se si noti che nelle opere
di pittura dell’architetto senese si rivela la sua non
dubbia affinità col nostro autore, col quale egli, secondo
ogni probabilità, ebbe a trovarsi in relazione già assai
tempo innanzi. « L’altre storie della detta cappella non
furono da lui finite, parte per suo difetto, che non voleva
lavorare se non a capricci, e parte per non essere stato
pagato da chi faceva fare quella cappella. » In fatti
furono compite nel 1596 da Francesco Vanni di Siena,
il quale nella parete a destra dipinse a olio il Miracolo
della indemoniata, opera non priva di merito, ma ten-
dente ad un effetto falso e manierato di fronte alle cose
del Pazzi (1).
(1) Altre due opere del Sodoma si vedono in S. Domenico, animate
dal suo soffio ideale, benché poco si possano godere, parte per essere
sciupate dal cattivo ristauro, parte per la infelice collocazione.
In sagrestia infatti è uno stendardo di una Madonna in gloria circon-
data da angeli, il sorriso soave dei quali, ha sfidato le ingiurie del
tempo, mentre la figura della Vergine è tutta alterata.
Nella cappella del Rosario poi sopra l’altare, attorno ad una antica
imagine votiva dipinse il Sodoma in alto il Padre Eterno colle mezze
ligure delicate di S. Caterina e di San Sigismondo e quelle di San Do-
menico e di S. Sebastiano di sotto. Sono quelle che il Vasari senza
precisare esattamente il posto accenna subito di seguito agli affreschi
celebrati. Ci fa specie l’essere sfuggito all’annotatore che vi stanno
tuttora (p. 395, n. 4) per (juanto annerite e mole rischiarate, ma non
pertanto improntate della nobiltà dei caratteri dell’autore. Inferiormente
— 1G4 —
Stando a quanto ne riferiscono i documenti senesi
abbiamo quindi da registrare come opera dello stesso
tempo circa quattro tavolette piccole di dimensioni, ma
importanti ]Del loro pregio artistico, le quali stanno
appese con parecchie d’altri autori nella chiesa della
Compagnia laicale dei Santi Griovannino e Gennaro.
Sappiamo che gli furono pagate novantotto lire, e die
il saldo del pagamento è de’ 27 maggio 1527 : di piìi
che servivano di ornamento ad una bara da portar
morti, appartenente alla Compagnia detta della Morte.
È noto come in quel tempo fosse assai frequente l’uso
di decorare le bare con pitture di soggetti sacri, che
solevano occupare le due estremità o testate. Vi erano
generalmente dipinte di dentro e di fuori o mezze
figure di Santi, o la Madonna col Bambino con de-
voti o senza, o il Cristo morto. Benché opere di
semplice decorazione, pure possono valere come uno
dei molti argomenti a provare la diffusione del gusto
e della compiacenza di quei tempi per le produzioni di
opere d’arte, fino negli oggetti i più usuali. Il Sodoma
stesso più volte ebbe l’incarico di siffatte pitture, e non
isdegnò di porvi mano. Alcune d’ infra esse vedonsi
tuttora nelle chiese, altre stanno appese oggidì con
altri quadri piccoli in un ambiente della Galleria delle
Belle Arti a Siena. Piacevoli all’occhio per la felice
ed armonica condotta delle linee, bene si accordano
colle quattro tavole o testate di bare nominate di sopra,
alle figure dei Santi vi sono nientemeno die 15 quadretti a storiette
corrispondenti, nei tre ripiani in cui sono disposti, al Rosario, suddiviso
in gaudioso, doloroso e glorioso. Osservati da vicino non ci peritiamo
di asseverare che per quanto arieggino il fare del maestro, pure non
sono del tutto alla sua altezza, ma si devono ritenere eseguiti da
qualche scolaro.
— irr) —
rappresentanti la Madonna col Bambino, il Cristo mor-to
in mezza figura e i Santi Bernardino e Gio. Battista,
quest’ ultimi due a vero dire sensibilmente svisati dal
ristauro. Nella prima le figure sono disposte e fra di
loro unite, con una grazia alla quale non si può a
meno di attribuire l’epiteto di raffaellesca, tutto che ci
si presenti quale frutto di sua spontanea ispirazione.
Nella seconda l’effetto della morte è figurato con no-
bile sentimento di forme e d’espressione, quasi di
tranquillo sonno, non dissimile da quello che si osserva
nella Pietà di palazzo Borghese, già citata, non che in
un’ altra Pietà che vedesi tuttora discretamente con-
servata in una pubblica via di Siena, dipinta a fresco
sulla cantonata della casa Bambagini, nella quale il
Vasari stesso riconosce « una grazia e divinità mara-
vigliosa » (1). Anche alle suddette tavole egli tributa la
dovuta lode, dicendo che quella bara « è tenuta la pili
bella di Siena: ed io credo che sia la più bella che
si possa trovare; perchè, oltre all’essere veramente
molto da lodare, rade volte si fanno fare simili cose
con spesa o molta diligenza. »
Sotto lo stesso anno 1527 c’informano i documenti
essere stato il nostro pittore incaricato di fare il disegno
o cartone per una storia del pavimento del Duomo
sanese, del quale però non conosciamo l’esito.
Vie più curiosi sono certi particolari registrati sotto
ranno 1520. Veniamo a sapere dai medesimi in primo
luogo, che il Sodoma il 20 luglio si trovava ammalato
all’ospedale di Santa Maria Nuova in Firenze (2), e
(1) Il disegno corrispondente è esposto in Gallerio degli Ullì/J.
(2) Nel prospetto cronologico degli annotatori è indicato l’anno 1527,
ma certamente per errore. — Vedi i Documenti ]}er la Storia dell'arte
senese.
— lf)() —
che nello stesso tempo il dì lui scolaro Francesco Ma-
gagni, sopranominato il Giorno del Sodoma, abusando
della fiducia del maestro non si peritò di approfittare
della circostanza per sotti-arre allo studio di lui una
certa quantità di oggetti d'arte e di suppellettili diverse,
che dovette però tutte quante restituire il giorno 6 di
agosto, come risulta dalla ricevuta di mano del So-
doma stesso, reduce a Siena. Particolari strani in vero
motivati senza alcun dubbio dalla singolarità della sua
vita, ove si consideri che il cavaliere magnifico era
già salito in riputazione nella città dove da anni erasi
accasato ed aveva moglie ed una figlia, mentre è a
credersi che a Firenze avesse trovato scarso appoggio
e poche simpatie per trovarsi ridotto a ricorrere al-
l’ospedale.
Non è privo d’interesse d’altronde rinventario degli
oggetti che il Giorno aveva portato via. Comprende
alcune opere di bronzo, di marmo, di gesso e di creta,
in parte antiche, delle quali forse l’artista si serviva
pe’ suoi studii; inoltre fra diverse carte viene citato
un lavoro manoscritto intorno alla pittura ed un altro
di Negromanzia.
Nello stesso anno gli furono allogate dalla magi-
stratura cittadina, ma da lui condotte a termine solo
nel 1534, le pitture nel Palazzo Pubblico, le quali veg-
gonsi tuttora, sfolgoreggianti di vigoroso colorito e di
elevati concetti, neU’ampia sala detta del Mappamondo
o delle Balestre.
Vi fece dapprima sulla parete di fianco le figure di
S. Vittorio armato aH’antica colla spada in mano (1),
(I) Un primo pensiero del medesimo, eseguito a matita tenera vedesi
nella raccolta degli UHÌzi. Porta il n. 1939.
167
e di S. Ansano che battezza alcuni neofiti. Le figure
sono più grandi del naturale e poste ciascuna dentro una
nicchia che vi finse il pittore stesso con accorgimento
di buon decoratore. Si sa che gli furono pagate ven-
tisette ducati d’oro larghi, secondo la stima che ne
diedero ai 21 settembre dei 1529 Domenico Beccafumi
e Bartolomeo di Davit pittori. Posteriormente poi vi
aggiunse sulla parete di faccia alle finestre la figura
sommamente pittorica di San Bernardo de’ Tolomei,
finto sotto un portico, sopra il quale vedonsi alcuni
putti scherzosi con la lupa in mezzo, simbolo della
città di Siena. Queste pitture, che a ragione si consi-
derano sempre come uno dei piti belli ornamenti di
detta città , furono ideate con grande spontaneità dal
loro autore, il quale disponendo le sue figure in ispazi
distinti, da un lato evitò gl’inconvenienti delle troppo
complicate composizioni, dall’altro ebbe campo di mo-
strarvi largamente la sua genialità nella manifestazione
del suo concetto circa la venustà della figura umana
tanto rispetto alla forma quanto al colorito. -Dallo stesso
ambiente poi non ci sapremmo dipartire senza ram-
mentare un’altra opera bellissima del Sodoma, che vi
si vede conservata nell’altare della cappelletta, chiusa
da una caratteristica cancellata di ferro battuto. Questa
tavola in origine situata suU’ultimo altare della navata
destra nel Duomo sanese, venne di là trasportata, non
sappiamo per qual ragione, nel luogo indicato, unita-
mente all’ ornamento marmoreo che la cinge. Vi è
espressa in modo spontaneo e grazioso la Vergine
col Bambino, posta fra S. Giuseppe e S. Callisto, e a
darle vaghezza concorre il fondo del quadro col suo
vasto paese, dove si vedono distintamente rappresentate
— 168
le rovine della basilica di Costantino e del Colosseo,
impressioni memorabili pel pittore, da riferirsi all’epoca
della sua dimora in Roma, Benché non ci sia dato
stabilire l’anno in cui il Sodoma fece quest’opera, pos-
siamo ritenere che è da riporsi fra quelle della sua
età matura, nella quale se per un verso si faceva
sempre meno curante della precisione nel disegno, per
l’altro, guidato nel dipingere da un certo estro poetico
suo particolare, sapeva ottenere i più mirabili effetti
di chiaroscuro con opportune gradazioni di tinte (1),
Questo pregio che si può riscontrare sempre nelle sue
opere, vi risalterebbe vieppiù ove egli avesse usato
maggior cura nella scelta e nella preparazione dei
colori, i quali, come vediamo, più o meno andarono
soggetti ad oscurarsi, massimamente nelle pitture fatte
sulla tavola e sulla tela. Di tale difetto non andarono
esenti parecchie delle sue più belle opere. Fra le altre
ce ne dà esempio la sua importante e grandiosa tavola
che si osserva in un altare della Collegiata d’Asciano
in Valdichiana (stazione sulla ferrovia romana). In
essa è rappresentata un’avvenente Madonna col Putto
fra le ginocchia, al quale il S. Giovannino presenta
la croce. A ciascun lato due Santi, trattati con bel
garbo e nelle movenze e nell’espressione. In siffatta
opera il Bazzi indubitatamente vinse e superò il suo
competitore Girolamo del Pacchia, il quale nell’altare
di contro dipinse una Deposizione, opera in vero assai
guasta dal ristauro (2).
(1) Reputiamo «iiiindi decisamente in errore «luegli scrittori che as-
segnano l’origine di detta tavola agli anni 1516 o 1517, mentre il lare
molle nell’insieme, l’ armonia cupa del colorito accennano ad epoca
sensibilmente più avanzata.
(2) Se spetti allo stesso tempo ossia a data posteriore un all'resco del-
— 1()0 —
Annerita assai è pure la tavola fatta in Siena per
l’altare della sagrestia de’ frati del Carmine^ una Na-
tività di N. D. lodata dal Vasari, ma dove ad onta di
parecchie belle teste si notano certi motivi che danno
già indizio di una tendenza al convenzionale e all’af-
fettato. Ora è sopra l’altare in una cappella al lato
destro della chiesa.
Degne di speciale considerazione sono le pitture del
Sodoma nella cappella di Sant’ Iacopo in Santo Spirito,
che a detta del Vasari, gli fecero fare gli uomini della
nazione spaglinola « i quali vi avevano la loro sepol-
tura. Nere e trascurate bensì vi sono le figure di
San Nicola e di San Michele, poste a fianco di un’ima-
gine di Nostra Donna antica; ma tanto più delicata e
pura è la lunetta dove non è per anco scomparsa quella
certa dolcezza propria dell’arte lombarda, della quale
veggonsi risplendere due giovanili Sante e due angeli
che sono presenti all’atto col quale la Vergine veste
dell’abito episcopale Sant’Alfonso. « E sopra tutte queste
figure, le quali sono a olio in tavola, è nel mezzo circolo
della vòlta dipinto in fresco Sant’ Iacopo armato, sopra
un cavallo che corre, e tutto fiero ha impugnato la
spada, e sotto esso sono molti Turchi morti e feriti.
Da basso poi ne’ fianchi dell’ altare sono dipinti a
fresco Sant’Antonio abate e un San Sebastiano ignudo
alla colonna die sono tenute assai buone opere » (1).
r Assunta cogli Apostoli, visibile tuttora sopra un altare della chiesa
nel castello di Tre(iuanda, a poche miglia da Sinalunga, non consta.
(Lineilo che è certo si è che appartiene al novero delle sue opere più
stracche e più svogliatamente eseguite.
(1) Un preludio con varianti alla decorazione pittorica di detta cap-
pella si scorge in un foglio a pochi tratti, conservato agli Ulfizi sotto
il n. 1937.
170 —
Rispetto alle quali vuoisi osservare che i ricordi del
convento di Santo Spirito di Siena ci attestano come i
Santi Antonio abate e Sebastiano fossero finiti di di-
pingere fin dal 20 gennaio del 1530, e al Sodoma fosse
pagato del primo quattro fiorini, e del secondo sei : di
più se ne ritrae che nel 16 aprile del detto anno egli
aveva compito il mezzo tondo dentrovi la Madonna che
consacra Sant’Alfonso; ma il prezzo non è notato.
La circostanza dell’avere il Sodoma dipinto in una
cappella di proprietà spagnuola, richiama opportuna-
mente in questo luogo un aneddoto narrato dall’Ar-
menini nel libro primo Bei ueri precetti della pittura.
(pagina 21 e 28), potendo essere ritenuto la cagione
che fece conoscere il Sodoma agli Spaglinoli dimo-
ranti in Siena. Racconta egli adunque che Giovanni
Antonio essendo stato un giorno villanamente insul-
tato da un soldato spaglinolo, di quelli che stavano
allora a guardia della città, e non potendo ricattarsi
perchè colui era circondato da troppi compagni, si
pose a considerarlo attentamente e poscia andato a
casa ne ritrasse a memoria i lineamenti e li colorì
al naturale; indi presentatosi al principe spaglinolo
espose il fatto e chiese soddisfazione. Il principe gli
domandò chi era il reo; ed egli allora trattosi di
sotto la cappa il ritratto, glielo presentò, dicendo:
« Signore, così è la sua faccia; io non vi posso di lui
mostrare pifi oltre. » Il principe e gli altri eh’ erano
presso di lui riconobbero incontanente il soldato, il
quale ebbe il meritato castigo. Un tale avvenimento
giovò al pittore, poiché fu cagione di venire in grazia
di quel signore e degli altri gentiluomini dai quali
ritrasse ajuto e favore. L’Ai-menini assicura d’avere
— 17L —
udito narrare questo fatto da un vecchio Senese stato
amico strettissimo dell’egregio artefice (1). Forse a que-
sto incidente istesso abbiamo da riferire la causa prima
per la quale troviamo il cavaliere Sodoma insignito
negli ultimi suoi anni di un nuovo titolo di onorifi-
cenza, cioè di quello di Conte palatino. Di certo in-
torno a questo particolare non sappiamo altro, se non
che egli stesso si compiacque fregiarsene aggiungen-
dolo al suo nome sull’ iscrizione apposta ad una sua
pittura nella cappella della piazza di Siena, come ve-
dremo a suo luogo.
Fra gli affreschi del Sodoma nei quali dobbiamo
deplorare i danni cagionati dal tempo voglionsi ram-
mentare oltre a una grande composizione rappresen-
tante la Natività sopra la porta de’ Pispini, quelli da
lui fatti per la Compagnia di Santa Croce, e di là po-
steriormente segati, uno dei quali, che è alterato da
cattivo ristauro, si vede nella chiesa dell’ex Monastero
di Sant’ Eugenio fuori porta S. Marco, oggi villa Gric-
cioli e due altri furono trasportati fino dal 1841 nella
sala grande della Pinacoteca di Siena, i quali, comechè
danneggiati, si mostrano tuttavia lodevoli, non foss’altro
per r armonia calda dei colori. Nel primo è rappre-
sentato l’Andata al Calvario, nel secondo il Cristo orante
nell’Orto, nell’altro la sua Discesa nel Limbo. Anche
costà si trova notevolmente impresso il carattere lom-
bardo del Razzi, il quale si presenta dal suo lato più
attraente nella figura di Èva, dotata di un’eleganza
giovanile mirabile e dove le forme del nudo hanno
molta analogia con quelle della Leda.
(1) Vedi Vasari, p. 392, n. 3 393, n. 1.
Intanto il nostro artista si va facendo vecchio. Da
quanto possiamo arguire dai documenti che lo riguar-
dano risulterebbe ch’egli^ sia per infingardaggine, sia
per naturale incostanza più volte lasciasse a mezzo
le opere incominciate per terminarle poi quando gli
avrebbe fatto comodo. Così vedemmo che le sue pitture
deH’oratorio di San Bernardino incominciate nel 1518,
non ebbero il loro compimento se non nel 1532. Nel
salone detto delle Balestre in palazzo pubblico, lavorò
a due riprese, poiché mentre le due figure dei Santi
Ansano e Vittorio furono da lui eseguite nel 1529,
quella di San Bernardo cade nel 1534 soltanto. Nè
si mostrò più solerte in seguito nelFadempimento del
suo impegno nella cappella di Piazza, che anzi la Si-
gnoria di Siena a più riprese ebbe ad ammonirlo e a
fargli istanze perchè conducesse a termine il lavoro,
come si vedrà a suo luogo.
Dell’anno 1535 sono due dipinti rappresentanti en-
trambi la Resurrezione di Cristo. L’uno è una tavola
grande che fa parte della Regia Pinacoteca di Napoli
ed è munita del cartellino colla seguente iscrizione:
IO. ANT. .EQVES. VE. (sic) AUCT. F. A. 1535 (1). La figura
del Cristo eh’ apparisce in alto sopra un fondo di
nubi, è dipinta con certa bravura e con forti con-
trasti di luce ed ombre, i quali le danno molto ri-
lievo. Il suo tipo tuttavia non è molto elevato. Le fi-
gure dei guardiani intorno al sepolci-o hanno quasi
alcun che di mostruo.so, e sono eseguite trascurata-
mente. l'auto più invece sorprendono pei* la loro pia-
fi) stava anticamente codesta tavola nella chiesa di San Tommaso
in Napoli, come ci fa sapere l’abate Gio. Batt. Baciclielli nel suo liegno
(U Napoli in prospettica, stampato nel 1703.
— 173 —
cevol grazia i due angeli; runo seduto suU’orlo della
tomba, l’altro che si appoggia al coperchio d’essa. La
campagna nel tondo a tinte sfumate e col solito tocco
geniale. — L’altra Resurrezione di Cristo è un affresco
nel jDalazzo pubblico di Siena, e la sua composizione
presenta qualche somiglianza con quella della tavola
del Museo di Napoli. Posta in origine nel luogo dove
si vendeva il sale, fu segata di là nel 1842, e tra-
sportata nella stanza dove risiede il Sindaco. Opera
degna di essere veduta aneli’ essa e pregievole per
l’invenzione ed il calore delle tinte, si può credere, a
quanto osservano gli annotatori del Vasari, che fosse
dipinta nel 1535, essendo Camarlingo del concistoro
un tale Ciac. Tondi, del quale si vede dipinta l’arme
gentilizia in basso della pittura (1). — E prima di uscire
dal palazzo pubblico noteremo pure che di Giovanni An-
tonio esiste colà nella saletta che fu residenza dei signori
della Biccherna, ed oggi serve alle adunanze del Muni-
cipio, una Madonna col Bambino e i Santi Ansano e
Galgano, la quale fu dipinta nel 1537, come vi è notato.
Dopo una dimora verosimilmente assai lunga in
Siena, troviamo nel 1538 Giovanni Antonio impegnato
in lavori presso Giacomo V principe di Piombino (2).
Tuttavia non ci è dato riferire che cosa egli vi facesse,
mentre non rimane in quella città traccia alcuna del
suo operato. Il Vasari dice soltanto ch’egli vi esegui
(1) Uno studio a rubrica p. la figura del Redentore trovasi nella rac-
colta dell’onorevole Senatore Morelli. Vedi: Collezione di f/uar’anta
disegni scelti dalla raccolta del Senatore Gio. Morelli, riprodotti in
eliotipia, descritti ed illustrati da Gustano Frizzoni. — Milano, Hoepli
editore 1886.
(2) La sua prima dimora quivi pare abbia avuto luopro già nel
come si avverte nel prospetto cronologico del Vasari T. VI p. 407.
174 —
alcuni quadri e col mezzo del Principe, oltre a molti
presenti e cortesie da lui ricevute, cavò dalla sua isola
d’Elba molti animali piccoli, di quelli che produce
quell’isola, i quali tutti condusse a Siena. Del resto ci
rimangono alcune lettere della Signoria di Siena di
quell’anno che sono nel Carteggio del Gaye (voi. II,
pag. 266 e seg.), dalle quali si ricava, come già eb-
bimo a notare, ch’essi erano malcontenti di lui ed ave-
vano a stimolarlo perchè ritornasse a Siena per adem-
piervi ad un impegno assunto fino dall’anno antece-
dente, cioè conducesse a termine l’affresco della cap-
pella di Piazza da lui lasciato sospeso in seguito alla
partenza per Piombino, benché fosse stato pattuito
ch’egli lo avesse a dare terminato a Santa Maria
d’agosto dello stesso anno 1537, promettendogli la
Signoria il prezzo di sessanta scudi d’oro. Questa pit-
tura oggidì è assai deperita e guasta dal tempo. Vi
sono espresse in figure maggiori del naturale la Ma-
donna col Bambino in trono circondata da vaghi an-
geli e da quattro Santi. L’iscrizione oramai sciupata,
al tempo del Della Valle si poteva decifrare almeno
in parte leggendovisi, come egli riferisce:
Ad honorem Virginis Marine
Io Antoniiis , Sodotia (sic)
Eques et Comes Palatinus faeiebat 1538.
Superiormente a questo dipinto, che serve da quadro
all’altare, vedesi poi rappreseutato il Padre Eterno in
una gloria d’angeli. L’opera intera anche senza la
sottoposta iscrizione ci dà indizio manifesta che il suo
autore era oramai giunto in età avanzata, poiché ve-
desi tirata via con fretta, essendovi trascurata l’esecu-
— 175 —
zioiie, mentre la naturale sua grazia ha assunto l’im-
pronta di certa vuota e convenzionale esteriorità. Se
si tiene conto di ciò, e d’altra parte delle istanze fatte
dalla Signoria perch’egli tornasse a Siena, si sarebbe
quasi indotti a pensare ch’egli fosse salito a maggior
fama e fosse maggiormente ricercato quando già le
sue forze e la vera ispirazione andavano scemando.
Fatto sta che negli anni seguenti noi lo vediamo
nuovamente in moto. Tuttavia rimarrebbe da nominare
prima, stando col Della Valle, una tavola con San-
t’Anna puerpera nella chiesuola della villa Bandinelli
a due miglia fuori Porta San Marco di Siena fatta
nel 1540. Se vi era già una pittura originale non può
essere identificata certamente colla tavola che vi si
vede ora, proprietà della famiglia Nerucci, poiché
sebbene il soggetto è quello indicato, non si saprebbe
scorgere nel dipinto stesso neppure una copia dal
Sodoma, ma piuttosto un pasticcio ben posteriore, co-
munque in un pilastro si veda chiaramente segnata
la data 1540.
Immediatamente dopo o poco di poi si può presu-
mere egli fosse partito per Volterra, dove stette, come
si vide, alcun tempo presso Lorenzo di Galeotto de’
Medici. Del quadro di Fetonte che precipita dal carro
del Sole, fatto pel Medici, già si fece menzione. Il si-
gnor Jansen poi cita im altro quadro del Sodoma,
tuttora esistente nella sagrestia del duomo di Volterra,
dell’altezza di due piedi circa, esprimente la Deposi-
zione di Cristo dalla croce, nel quale egli loda pai4i-
colarmente il fondo a paesaggio finamente sentito ed
attraente. (V. l’opera citata, p. 194). Se non che è a
ritenersi che l’erudito alemanno v’abbia preso abba-
glio additando una mediocre copia per un originale.
Per quanto infatti l’ invenzione graziosa della compo-
sizione accenni al Sodoma, il piccolo dipinto (ciré
eseguito su tela) (1) non ci rivela punto la sua nota
maestrìa nel maneggio del pennello. « Ma venutogli
a noia lo stare a Volterra ed in casa di quel genti-
luomo, come colui ch’era avvezzo ad essere libero,
si partì ed andossene a Pisa; dove per mezzo di
Battista del Cervelliera fece a messer Bastiano della
Seta, operaio del duomo, due quadri che furono
posti nella nicchia dietro l’altare maggiore del duomo
accanto a quegli del Sogliano e del Beccafumi. In
uno è Cristo morto con la Nostra Donna e con l’altre
Marie, e nell’altro il Sagrifizio d’Àbramo e d’Isac
suo figliuolo. Ma perchè questi quadri non riuscirono
molto buoni, il detto operaio, che aveva disegnato
fargli fare alcune tavole per la chiesa, lo licenziò co-
noscendo che gli uomini che non studiano, perduto
che hanno in vecchiezza un certo che di buono che
in giovanezza avevano da natura, si rimangono con
una pratica e maniera le più volte poco da lodare. »
Tale il severo giudizio del Vasari. A noi tuttavia sarà
lecito osservare che anche in queste opere rimane pure
molto di buono e che esse dimostrano non essersi per
anco in lui estinta la scintilla dell’ingegno e del sen-
timento del bello, della quale abbiamo ognora trovato
dotato il nostro autore. Vero è che l’epoca tarda vi si
rivela per una certa rilassatezza nell’esecuzione e nel
modo di colorire, (massime nel Cristo morto) pel quale
si vedono oggidì cresciute eccessivamente le ombre.
(1) Non ci sono noti quadri del Sodoma di limitato proporzioni, di-
pinti altrimenti che sulla tavola.
177
Gli annotatori del Vasari nel riferire certe partite in-
torno a questi due quadri die si trovano nei libri d’am-
ministrazione della Primaziale di Pisa, dall’anno 1539
al 154:2, vengono a stabilire ch’essi furono lavorati
dentro gli anni 1541 e 42. Osservano inoltre che li
sacrifizio d’Àbramo, ch’è superiore di merito al Cristo
morto, nel 1811 fu portato a Parigi e vi stette poco
più di tre anni (1).
« Nel medesimo tempo finì Giovanni Antonio una
tavola ch’egli aveva incominciato a olio per Santa
Maria della Spina , facendovi la Nostra Donna col
Figliuolo in collo, ed innanzi a lei ginocchioni Santa
Maria Maddalena e Santa Caterina, e ritti dai lati
San Giovanni, San Bastiano e San Giuseppe; nelle
([Liali tutte figure si portò molto meglio che ne’ due
([Liadri del duomo. » (óltre a queste figure a dir vero
avvi quella di San Pietro, munita dell’attributo della
chiave del paradiso. Quanto alla figura che viene qua-
lificata per San Giuseppe si manifesterebbe in quella
testa avvolta in un panno giallo e priva deH’aureola a
differenza dell’ altre, alquanto appartata a destra, la
quale già abbiamo menzionata, congetturando che
possa essere l’effige del pittore medesimo. Ora questa
tela (è realmente una tela e non una tavola) ricca di
effetti pittorici, è passata a far parte della piccola ma
importante Galleria pubblica di Pisa. Nelle figure
regna davvero una grazia non comune, mentre il di-
segno è assai indeterminato e scorretto (2). « Dopo,
(1) Vedi Vasari, pag. 397, n. 3.
(2) Nei lavori fatti a Pisa, secondo ci avvertono gli annotatori del
Vasari, fu aiutato da un scolaro per nome Gio. Maria lucci da Piom-
bino (T. VI. p 415).
Fuiz.zom.
12
non avendo più che fare a Pisa, si condusse a Lucca,
dove in San Ponziano, luogo de’ frati di Monte Olivete,
iì'li fece fare un abate suo conoscente una Nostra
Donna al salire di certe scale che vanno in dormen-
torio. » Di questa non rimane traccia alti-imenti. Bensì
nella pubblica Galleria quivi (sala I n. 12) vuoisi no-
tare una sua tavola con un Portacroce seguito da uno
sgherro, pittura non priva di merito, come che sen-
sibilmente annerita. Finita che l’ebbe, se vogliamo cre-
dere al Vasari, egli « se ne ritornò a Siena, stracco,
povero e vecchio; dove non visse poi molto: perchè
ammalato, per non avere nè chi lo governasse, nè di
che essere governato se n’andò allo spedai grande
e quivi finì in poche settimane il corso di sua vita. »
Abbiamo un indizio già avvertito dai sig. Jansen, per
credere che verso l’anno 1.545 egli avesse avuto l’in-
tepzione di ritornare presso il Principe di Piombino.
Ce lo dà uno scritto a lui diretto da Pietro Aretino,
il quale si trova nella raccolta completa delle sue let-
tere. (Edizione di Parigi, 1609, libro terzo, p. 163).
Notevole pel calore dell’espressione e pel raggio di
luce che getta sulla convivenza di due amici a tempo
di loro dimora in Roma, noi ne riportiamo qui per
esteso il contenuto:
AL SODONA (sic).
« Io nello aprir la lettera mandatami, leggendoci
insieme il vostro nome col mio, così me ne risentii sin
nelle viscere, come se noi ci fossimo run coll’altro
di presente abbracciati, con quel cordiale affetto d’a-
more con che ci solevamo abbracciare quando Roma
e la casa di Agostin Chisi cotanto ci piacque, che ci
saremmo cruciati con chi ci avesse fletto^ che pure una
liora non rimarremo senza. Ma negli aggiramenti del
mondo anche le genti si aggirano, onde costui e colui,
cpiesti e quelli, costoro e coloro sono trasportati da la
sorte de i casi in alcune parti ad habitare, che non
mai pensarono di vedere, che il mio cavaliere mille
volte caro, mille volte da bene, mille volte galante,
certo che sete non risuscitato nella memoria mia, che
in vero non ci moriste mai, ma ringiovanito nel modo
che vorrei, che ringiovanissimo noi. Ma a che pro-
posito il dico, se nello invecchiar nostro nella etade
haviamo sempre fanciulli i pensieri? die cosa hanno
a fare le virtù delle ricchezze, se ad altro non son
buone che a consumare le menti di chi le possiede
con la miseria dell’ansia, che meno ne gode quanto
più ne ripone ? io per me ho speso in questa città un
thesoro sifatto, che non è principe che ritrovandoselo
non gli paresse haverne assai, e se bene alcuno me
ne riprende, a me più rallegra l’animo Tesserne suto
liberale, che non fu il nome, che spero lasciar di me
ai secoli, che verran dopo di noi. Sì che viviamo il
termine da Dio stabilitoci ; ringratiandolo in tanto del
dono concessoci da la pietà del suo conservarci in
vita; mentre più de i conoscenti nostri ne sono iti sot-
terra, che voi non avete mosso colpi di pennello, e io
tratti di penna; da che siam diventati famosi nell’arte
del pingere e dello scrivere, ma ben ci darà Cristo di
rivederci anco un giorno, del che supplico la bontà
di lui, che ciò sia tosto, in questo mezzo attendiamo
a visitarci con la presentia de le carte e se avviene,
che ve n’andiate, qual mi dite, a Piombino, basciate
la mano al Signor suo in mia vece.
« Di Agosto in A’enetia MDXLV. »
— isn
Benché ci manchino dati positivi per asseverare
cli’egii abbia fatto altre opere a Siena dopo il sno ri-
torno da Pisa e da Lucca, pure si può presumere ap-
partenga alla line della sua carriera artistica una ta-
vola d’altare che vedesi nella sagrestia della piccola
chiesa di San Giacomo, Contrada della Torre, e nella
quale è espressa con tinte assai annerite e in modo
poco distinto una Gita al Calvario con una quindicina
di figure quasi grandi al vero. Essa presenta abba-
stanza manifesti i caratteri e le particolarità del pit-
tore, benché non sia cosa da fargli molto onore (1).
A maggior diritto quindi vogliono essere rammentate
prima di finire due altre sue tavole in Siena, di dimen-
sioni più piccole, ma di maggior merito ed appartenenti
alla sua fresca età, delle quali non ci é venuto fatto
di dare contezza anteriormente nel contesto dell’espo-
sizione. Di questa l’ima é una figura piccola di una
Giuditta, che trovasi nella sala grande della Galleria
di Siena, n" 346, avvenente d’aspetto e dipinta con
molta delicatezza; l’altra ima graziosa Sacra Famiglia
col San Giovannino che presenta la croce a Gesù,
(quadretto un po’ alterato da ristauri, ma pur sempre
degno di essere osservato, che trovasi esposto con
(1) La chiesa fu fondata a quanto pare dagli Spagnuoli nel 1531. A detta
del custode il quadro di sagrestia era originariamente circondato di altri
31 quadretti riferentisi alla Via Crucis, che sarebbero passati in Ispagna.
Sopra un altare della chiesa stessa poi merita di essere osservata
una Beata Vergine della Misericordia coi Santi Giacomo e Cristoforo,
eseguita nel 1545 da Giovanni di Lorenzo Cini, pittore locale, il quale
vi deve aver preso di mira il Sodoma, seguendone le tracce.
Altra tavola sua vieppiù importante è quella che rappresenta la bat-
taglia vinta dai Senesi a Porta Camollia nel 1526, espressa con un’in-
finità di piccole figure. In alto dei gruppi di angeli che si accostano
alquanto al fare del Beccafumi. Meglio figurerebbe in Galleria, anziché
nell’oscuro posto assegnatole in S. Martino.
altre opere di autori diversi in una sala appartenente
alla Confraternita della Madonna sotto le vòlte dello
Spedale.
Se noi volgiamo ora uno sguardo retrospettivo sul-
l’attività artistica del nostro autore, gioverà convenire
ch’essa ci si presenta ricca di risultati se non sempre
dello stesso valore — causa Tumore variabile dell’ar-
tista — pur sempre ragguardevoli nel loro insieme.
Da quel che c’è noto e per quanto abbiamo fin qui
osservato possiamo argomentare che, all’ infuori di al-
cuni periodi in Roma e in Lombardia, il suo campo
d’azione sia da ricercare tutto in Toscana. A quella
classica terra dell’arte vuol essere quindi diretto chiun-
que desideri formarsi un concetto dell’arte di Giovanni
Antonio de’ Razzi, tanto piìi, da che sono scarse le
sue opere pervenute in altri paesi, laddove un gran
numero di quelle di altri artisti hanno mutato posto
per le vicende dei tempi. Delle gallerie di quadri in
Italia all’ infuori di Toscana abbiamo veduto possedere
di lui alcune tavole quelle di Torino e di Napoli.
Quanto alle estere ne vanno tuttora prive le primarie,
quali il Museo del Louvre, la Galleria Nazionale di
Londra (1) e quella di Dresda. Un piccolo ma veri-
tiero esempio del suo favore ce Toffre la Galleria di
Relvedere a Vienna in una tavola dov’è dipinta pa-
rimente in mezze figure una Vergine col Putto e col
San Giovamiino, piti un San Giuseppe nel fondo. Lo
spazio vi riesce troppo riempito dalle teste, disposte
(I) Quella di Londra a dir vero è entrata in possesso da qualche anno
di una tavoletta proveniente dalla raccolta Rosini di Pisa, ma per
quanto caratteristica, non appartiene al periodo migliore ed è poca
cosa per tanto artista in cosi cospicua galleria.
per di più a due a due in modo poco felice. Il disegno
è poco accurato, il rilievo invece elfìcacemente ottenuto
con vigoroso chiaroscuro. Finalmente vuoisi far cenno
di un’opera che il già citato padre Bruzza nella sur-
riferita notizia intorno al Bazzi dice essere stata sco-
perta a Chamberi in Savoja presso il signor marchese
Costa di Beauregard. Sarebbe un frammento di un
Portamento di croce, assai rifatto da antico ristauro.
Ammesso pure che alcune altre cose di lui abbiano
abbandonato il loro posto d’origine, come avvenne per
esempio dei suoi quadri fatti per i Savini di Siena e
di alcuni altri, rimane tuttavia accertato che a Siena
e nei suoi contorni soltanto ci è dato formarci un’idea
ben compita del nostro artista.
Quanto alla data della sua moide, viene accertata
da una lettera inedita di ser Alessandro Buoninsegni
del 15 febbraio 1549 (stile comune), scritta da Siena
a Bernardino suo fratello, ambasciatore a Napoli ; dove
tra le altre cose dice: « Il cavaliere Sodoma questa
notte si è morto » (1). Essendovi interamente taciuta
la circostanza che il Cavaliere fosse morto all’ospedale
è supponibile ch’essa non sia altro se non una delle
frequenti invenzioni del Vasari, ch’egli torse si com-
piacque mettere in un fascio colle inesatte notizie ri-
ferite circa le relazioni di Giovanni Antonio colla moglie
Beatrice.
L’intiuenza del Sodoma sulla pittura senese fu rile-
vante, come già si disse, avendo egli contribuito in
gran parte a risvegliarla dal suo prolungato letargo
(1) Notizia riferita dagli annotatori del Vasari e tolta dall’Archivio
delle riformazioni di Siena, filza 35 delle lettere. — l-ettera a Bernardino
Buoninsegni.
e a ridonarle vita e scioltezza. Con tatto ciò non si
può dire ch’egli v’abbia educato un numero grande
di scolari, a meno che fra questi si vogliano pure
contare i pittori sanesi più distinti di quel tempo, i
quali in diverso modo seguirono talora la sua maniera,
quali furono Domenico Beccafumi, Gerolamo del Pac-
chia e Baldassarre Per uzzi. Del resto, se si tiene conto
della sua natura instabile e svagata, riesce naturale
l’ammettere ch’egli non doveva essere l’uomo da con-
fondersi col dare ad altri una regolare istruzione. Gli
annotatori del Vasari (v. pag. 163) ci riferiscono bensì
alcuni documenti, l’uno de’ quali ci fa sapere che
l’Opera del Duomo di Siena dopo avergli fatto fare i
modelli di due Apostoli di bronzo nel 1515 lo pose
ad insegnare gratuitamente il disegno a quattro fan-
ciulli della bottega di essa Opera; l’altro, ch’egli nel
1516 prese impegno d’insegnare per sei anni l’arte a
Matteo di Giuliano di Lorenzo Balducci. Tuttavia non
sappiamo come egli adempiesse sì tatti impegni, tanto
più d’appoichè nessuna opera sicura ci rimane di questi
suoi allievi, non essendo in alcun modo ammissibile
che il sunnominato Matteo di Giuliano sia da identi-
titicarsi con quel Matteo Balducci che fu allievo del
Pinturicchio nel 1509 e del quale si conservano pa-
recchie opere in Siena nella Galleria e altrove, in istile
affine a quello del maestro, col quale non che col Pe-
rugino fu scambiato talvolta (1).
(I) A pog. 72 dei Do('umenU per la Storia dell’ Arte senese del Milanesi,
tomo HI, si trova bensì in data II pennaio liU! il contratto di allopa-
pione di Matteo di Giuliano Halducci di città della Pieve con Giovanni
Antonio detto il Sodoma per apprendere da lui l'arte della pittura. Se
non che l’altro Matteo Balducci in un documento si chiama J)e Ospitale
Fontignani eomitatus Perasinas (sic).
Ne è facile ravvisare la sua iiifhieiiza nelle opere
rii Michelangelo Anseimi e di Daniele da Volterra,
che diconsi pure essere stati alcun tempo sotto la di-
sciplina di lui, ma che essenzialmente sono da con-
siderarsi seguaci il primo del Correggio, il secondo
del Buonarotti. Come veri suoi scolari invece voglionsi
l'itenere Girolcuno detto Gioìiw del Sodouict, Lorenzo
Brazzi detto il Rustico, e Bartolommeo Neroni detto
il Riccio. Del primo è una tavola nella chiesetta di Santa
Mustiola presso Sant’ Agostino a Siena, una Madonna
in trono con Santi ai lati, al primo altare a destra,
nella quale si apprende come cada naturalmente nel
vuoto e nel convenzionale un ingegno mediocre, che
non sappia seguire le traode di un maestro ricco di
elevati ideali se non in quel che costituisce le sue qualità
puramente esteriori. Migliore è un affresco, già in
parte intaccato dall’ umido, rappresentante la scena
della Crocefissione, che vedesi tuttora nella cappelletta
di S. Maria della Croce, detta oggi la Madonna rossa.
Se non che riesce malagevole lo stabilire quanta parte
v’abbia avuto il Giorno, da poi che un documento del
1.549 che vi si riferisce, farebbe intendere che il lavoro
da lui incominciato fu poi terminato dal Riccio insieme
ad un suo aiuto (1). È pittura non ignobile, di buon
colorito e di disegno corretto, la quale meriterebbe
di essere meno trascurata o per meglio dire levata
da quel posto, prima che vada consumandosi.
Del Rustico che gli fu compagno nell’arte poco si
conosce (2). Se non altro rimane di lui un bell’esempio
di arte decorativa nell’ ornamentazione a grottesche,
(1) Vedi Guida artistica di Siena del 1881 rommentata, p. IWi.
(2) Vedi Convnenf. nel Vasari, p. 410.
secondo il gusto della metà del Cinquecento, in due
volte della loggia degli ufficiali della Mercanzia, oggi
spettanti al casino dei Nobili ossia degli Uniti. Dov’è
da notare di nuovo ch’egli non fece che continuarvi
un’opera iniziata nel 1549 da altro ingegnoso artista
senese, Pastorino Pastorini.
Ma il più noto fra gli scolari del Sodoma è il Riccio,
che in sua prima gioventù sposò Faustina, figlia di
Giovanni Antonio suo maestro. Gli annotatori del Ya-
sari ci danno molti ragguagli intorno alle sue opere.
A noi qui giova rammentare ch’egli diede compi-
mento, per così dire, all’impresa pittorica del Sodoma
nel convento di Monte Olivete, facendovi pure alcuni
freschi, i ciuali però non raggiungono di gran lunga
il merito di quelli del suo maestro e del Signorelli (1),
come prova a sufficienza l’arcata da lui intercalata fra
le altre nel grande chiostro, parecchi anni piìi tardi.
Anche nelle due tavole grandi all’Accademia di Siena
si presenta come un seguace volgare del maestro, al
quale sembra siansi talvolta attribuite delle pitture die
meglio considerate vorranno essere restituite al suo
genero e scolaro il Riccio. Tali sarebbero, per tacere
d’altri, oltre il quadro d’altare nel paese sanese di
San Quirico (del quale già facemmo parola) un tondo
a fresco, visibile sulla parete a sinistra della Col-
legiata d’Asciano, rappresentante N. S. morto sor-
retto da tre angeli (2), una pala centinata col Cristo
in croce e i Santi Maria, Maddalena e Giovanni di sotto,
(1) Vedi la Gairìa rii Siena del 1883, a p. 183 e seguenti.
(2) 11 fotografo Lomljardi a vero dire lo classifica per opera del Hazzi
al n. 1286 del suo Catalogo. Che il Riccio d’altronde avesse lavorato
per quella chiesa già lo verificò il Milanesi accennando ad una sua
tavola della Madonna del Rosario del 1534 (Vedi Vasari, T. VI, p. 412).
i8(;
ch’è ili Volterra nella chiesa di S. Francesco (cappella
Gnidi, frescata all’ intorno sui primi del Quattrocento
dal fiorentino Cenni di Sei* Francesco Cenni). Sono
opere nelle quali egli s’accosta alquanto al maestro,
benché gli rimanga sempre inferiore per certe sue
peculiari durezze e per un non so che di smunto nel
colorito, che dal più al meno non si smentisce mai.
Dove pure apparisce ch’egli siasi studiato di emu-
larlo con discreto esito si è in due tavolette ad uso
testate di bara, ora appese nell’oratorio già rammentato
dei Santi Giovannino e Gennaro ai lati deH’altare. La
(dtata Guida le dà per pitture arieggianti il fare di
1). Beccafumi, ma a noi pare che richiamino più pre-
cisamente il fare del Biccio. In tal caso egli non ha
forse fatto mai nulla di più grazioso e di più prossimo
alle opere del maestro, di codesta sua Madonnina col
Putto e del Cristo morto, sorretto da due angeli.
Non è priva di merito un’altra sua Crocefissione
sopra un altare della chiesa dell’Osservanza, per la
conservazione della quale andrebbero presi senza ul-
teriore indugio opportuni provvedimenti prima che del
tutto si sfasci. In città, nel ricovero di Campansi, un
affresco con Gesù e la Samaritana al pozzo; in un
andito delle Scuole Regie (accanto all’Opera del duomo)
un Cenacolo; in S. Maria degli Angioli uno stendardo
da processione e via dicendo.
Fu attivo anche come architetto e come decoratore
e attese con ispeciale disposizione alla miniatura, come
proverebbe l’esistenza di quattro corali recanti il suo
nome e la data 1531, ora consei'vati nella Biblioteca
civica di Genova (1).
(I) Per ulteriori ragguagli vedi Vasari, T. VI, ]>. -112.
— 187 —
Quanto al nostro Gio. Ant. Bazzi possiamo conchin-
clere che l’importanza della sua apparizione nella storia
dell’arte senese emerge principalmente dairesempio of-
ferto in Siena nelle sue opere stesse, le quali vi do-
vettero produrre, come già abbiamo osservato, un ge-
nerale rinnovamento, una rigenerazione a più efficaci
espressioni di vita, di grazia e di naturale varietà.
Tuttavia questi progressi verificatisi in modo palese
nei migliori suoi contemporanei e seguaci affrettarono
nello stesso tempo col concorso d’altre cause il prin-
cipio della decadenza e del manierismo, che già prima
della metà del XVI secolo, specialmente coll’esempio
del Beccafumi, si fa strada in Siena, rendendo l’arte
sempre più infedele alle sane e pure tradizioni dei
tempi primitivi.
BALI)A8SARE PEIiUZZI
CONSIDERATO COME PITTORE
Il Vasari nel suo preambolo alla vita di Baldassare
Periizzi gli attribuisce in particolare i pregi della quiete
e della pace delPanimo, della modestia e della bontà.
Benché si sappia che simili elogi sparsi nelle sue Vite
non vanno presi alla lettera, ma spesso sono piìi che
altro dei semplici riempitivi retorici, pure nel caso ac-
cennato paiono accordarsi in modo omogeneo colla
grata impressione che suscitano in noi le bellezze pe-
regrine delle forme e delle proporzioni di un capola-
voro quale è fra gli altri la Farnesina di Trastevere.
Infatti non ostante siano andate perdute le storie dipinte
in terretta colle quali l' autore ebbe a decorare l’e-
sterno deH’edificio, pure si può dire che domina nel
medesimo tale un armonia fra le parti architettoniche
e le decorative interne, che comunica nell’osservatore
un senso di quiete e di pace estetica da formare ri-
scontro alle virtù attribuite all’artista. Ma astrazion
fatta dal nesso fra le virtù morali e le spirituali che
in molti casi d’ altronde non vediamo congiunte di
pari passo fra i mortali, quello che apparisce sen-
sibilmente in un naturale quale quello del Peruzzi si
è la squisitezza del suo gusto in ogni ramo dell’arte,
si è la sua disposizione ad assimiliarsi la quintessenza
del bello, quale era venuto maturandosi col concorso
di molti ingegni peregrini nel secolo d’oro dell’arte.
Le sue relazioni col Pinturicchio dapprima, indi col
Sodoma, gli esempi di Raffaello e di Miclielangelo in
Roma costituirono altrettante circostanze da influire
sul suo sviluppo e si rivelano successivamente nell’a-
spetto delle sue opere. La quale cosa intendesi qui ve-
rificare essenzialmente nelle opere attinenti all’arte della
pittura, come quelle delle quali è nostro intento di oc-
cuparci.
Quali fossero i suoi primi maestri non ci viene
riferito in modo preciso, dicendo il Vasari semplice-
mente ch’egli da giovane trovandosi a Siena « pra-
ticava sempre con persone ingegnose, e particolar-
mente con orafi e con disegnatori. » Di una eappel-
ìetta ch’egli avrebbe dipinto a Volterra appresso alla
porta fiorentina non ci rimane contezza. I noti com-
mentatori delle ultime edizioni del Vasari hanno bensì
potuto stabilire il fatto, che l’artista senese nell’età di
20 anni, cioè nel 1501, si trovava in Siena, dove ri-
ceveva un pagamento per certe sue opere di pittura
fatte alla cappella di San Giovanni in quel duomo.
Quand’anco delle medesime non rimanga più traccia,
pure ove si consideri che quella cappella appunto si
distingue tuttodì per alcune pitture murali del Pintu-
ricchio e che le prime opere del Peruzzi che troviamo
poco di poi a Roma accennano decisamente alla sua
derivazione dal pittore perugino, si sarebbe indotti ad
ammettere se non altro con molta verosimiglianza che
([Liesti fosse stato il suo primo maestro nelTarte pittorica.
Intorno al 1503 viene presunto il passaggio di Bai-
classare dalla città natale alla Città eterna e fra le sue
■opere più precoci quivi vanno citati i freschi nella
cappella maggiore di S. Onofrio. Il sig. Cavalcasene
ribatte giustamente l’errore comunemente invalso, pel
quale si suole attribuire al Pinturicchio l’ esecuzione
delle storie dipinte negli scomparti delle pareti late-
rali e al Peruzzi soltanto quelli della volta, asserendo
■egli che si scorge una sola mano in tutta l’opera,
come risulta pure dalla espressione del Vasari, il
quale al Peruzzi e non ad altri aggiudica tutta quel-
l’opera. Vi si avrà ad avvertire dunque al più una
stretta attinenza fra il fare del più giovane con quella
del più attempato dei due pittori già da noi accennata.
Oomunque sia, tanto negli scomparti delle pareti con
episodii tolti dalle Sacre Scritture quanto negli spicchi
delle volte, contenenti figure di Profeti e di Sibille, noi
scorgiamo agevolmente il lavoro di una mano tuttora
alquanto inesperta, di una mente che non ha peranco
raggiunto la pienezza della sua espansione. Senza par-
lare del colorito, il quale ha sofferto in molte parti
per l’azione del tempo, il disegno vi è alquanto duro
e scorretto e nei contorni delle forme non si fa punto
sentire lo studio dei modelli di scultura antica, che
apparisce evidentemente nelle opere posteriori del Pe-
ruzzi, come lavoro di assimilazione che si sarà pro-
dotto in lui mano mano colla osservazione e lo studio
dei monumenti deU’antichità classica (1).
(1) Nella cospicua raccolta del sig. Malcolm di Londra trovasi un foglio
con alcune figure schizzate a penna, che avrebbero ad essere uno stu-
dio preparatorio per un gruppo delle suindicate Sibille. Questo denota
per verità l’influenza del Sodoma. Tant'è vero che sta registrato sotto
il suo nome nel Catalogo compilato dal sig. I. C. Robinson, stampato
a spese del sig. Malcolm in Londra nel 187G.
Frizzoni.
13
L’inclinazione a trattare soggetti storici d’altronde
già in epoca precoce dovette svilupparsi in lui e lo
proverebbero fra altro due quadretti, probabilmente
da cassoni, dal Lermolieff riconosciuti per opere sue
eseguite sotto l’influenza del Pinturicchio. I due soggetti
sono quelli del Ratto delle Sabine e della Continenza
di Scipione. Appartengono al r. Museo di Madrid
(n. 573 e 574) dove sono assegnati all’antica scuola
umbra (1).
Allo stesso tempo circa vorrà essere assegnato un
frammento interessante di un affresco ridotto a forma
di quadro e incorniciato, da anni ricoverato in una
sala di palazzo Chigi in piazza Colonna e nel quale
sono rappresentate le tre Grazie. L’amore per l’antico
già vi fa capolino, essendo tale gruppo desunto vero-
similmente da una reminiscenza dell’artista dal celebre
marmo delle tre Grazie, già nella Libreria del duomo
di Siena (ora traslocato nel Museo dell’Opera quivi),
come proverebbe la quasi perfetta corrispondenza del
gruppo scolpito con quello dipinto. In quest’ultimo a
dir vero le forme sono rese in modo imperfetto ; i con-
torni sono secchi e mancanti.
Non crediamo poi di andare fuori del seminato avver-
tendovi già certi indizii che accennano a un suo contatto
in patria con altro ingegnoso pittore venutovi recente-
mente di fuori, nel fior degli anni pur esso, v. a. d. col
vercellese Sodoma. E come non lo richiamerebbe in
ispecie l’aria delle teste delle tre belle, atteggiate a dolce
soitìso, per un verso, e per l’altro il modo in cui vi sono
dipinti nel fondo i tronchi d’alberi e le foglie, trattati
(1) Vedi: Le Opere dei maestri Italiani nelle Gallerie di Monaco^
Dresda e Berlino. — Bologna, Zanichelli 1886, p. 259.
— 11)5
(ioii certi tocchi di tinte oscure sopra un cielo clharo,
secondo la pratica usata dal Sodoma in moltissimi
suoi fondi a paesaggio, così ricchi di effetti pittorici?
Codesto frammento oggidì molto annerito, che venne,
salvo errore, da Ostia trasportato neirappartamento
del principe Mario Chigi in Roma è forse la sola parte
rimasta, o quasi, delle opere eseguite quivi nel maschio
della rocca dal Peruzzi. Dove vuoisi osservare, secondo
quanto soggiunge il Vasari, ch’egli vi fu coadiuvato
da Cesare da Milano, v. a. d. secondo ogni probabilità
dalTallievo del Vinci, noto altrimenti col nome di Ce-
sare da Sesto, il quale deve essersi trovato nel numero
di quegli artisti che partirono di Lombardia e vennero
a visitare Roma dopo il rovescio del dominio sforzesco
nel 1499 (1).
Delle due cappellette dipinte nella chiesa di S. Rocco
a Ripetta in Roma una è distrutta, l’altra dov’è raffi-
gurato il Presepio, tanto sciupata dal ristauro da non
})otervi ravvisare altrimenti la mano dellautore originale.
Merita invece maggiore attenzione un lavoro accu-
rato, eseguito in Vaticano, non avvertito dal Vasari,
ma dal Cavalcasene pel primo riconosciuto come opera
del Peruzzi. Vogliamo dire tutta la parte decorativa
della volta nella Camera d’ Eliodoro, una parte eccet-
tuata, che pare terminata o rifatta pili tardi da uno
scolaro di Raffaello, di maniera più larga, ma meno
coscienzioso nel disegno. È noto che nelle Camere, le
quali da Raffaello presero la loro denominazione, alti-i
(1) Il Vasari dopo avere accennato le pitture di Baldassare nel
maschio della rocca avverte cli’eran quasi delle mioUor cose che fa-
cesse, soggiungendo : bene è cero che fa cUutccto in questa opera da
diesare da Milano.
— r.)r> —
prÌQia di lui avevano dato jjrova del loro sapere,
ed il Vasari ce ne nomina parecchi, soggiungendo
che le loro opere furono gettate a terra per cedere il
posto a quelle del giovine Urbinate protetto da Giulio II.
Raffaello però non solo volle che fosse rispettata la
parte dipinta dal Perugino nella Camera dell’ Incendio
di Borgo, ma di piti conservò il partimento e le grot-
tesche già eseguite dal Sodoma sulla vòlta della Ca-
mera della Segnatura, come ancora oggi si vede. Ri-
spetto a quella della Camera d’ Eliodoro, il Vasari
(ediz. Sansoni, T. IV, p. 330) nomina soltanto i quat-
tro soggetti dipintivi da Raffaello , trattati come finti
arazzi e oggi assai deperiti. Dello squisito partimento
che serve quasi di cornice ai quattro suddetti dipinti
egli non fa cenno, ma chi ben osservi e fra di loro
paragoni le opere del Peruzzi, finirà col persuadersi
ch’egli n’è l’autore e che Raffaello quindi dovette avere
stimato non meno ragionevole il rispettare l’opera del-
l’artista sanese, di quel che avesse stimato opportuno
conservare quella del Sodoma nella stanza vicina.
Della quale circostanza si ha la ulteriore riprova nel
fatto rilevato dal Lermolieff (1), che il Sanzio come
ritrasse le sembianze del Sodoma a canto alle sue
nella Camera della Segnatura, così volle introdurre
quelle del Peruzzi neH’attigua, quasi per fare omaggio
ai suoi predecessori nella decorazione di quegli am-
bienti. Avverte intàlti il sullodato critico, che la figura
generalmente interpretata quale ritratto di Giulio Ro-
mano nell’affresco della cacciata di Eliodoro, che si
riscontra in uno dei portatori del Papa, mentre rap-
(1) Vedi op. cit., p. 442.
197 —
presenta un individuo sensibilmente più attempato di
quello che fosse Giulio, il quale nel 1514 contava
appena 22 anni , porge nello stesso tempo fattezze
(iorrispondenti in tutto a quelle del ritratto raffigu-
rante il Peruzzi, eseguito a lapis e attaccato a lato
a un suo pregievole disegno a penna e bistro che
trovasi in Galleria degli Uffizi. Esso appartiene allo
stile provetto dell’artista, impressionato già dagli esempi
di Raffaello e della scuola, e per gli svariati motivi e
le numerose figure che contiene merita di essere at-
tentamente osservato e studiato. È condotto a guisa
di un lungo fregio, nel quale è rappresentata una festa
campestre in varii riparti (1).
La parte che spetta al Peruzzi nella sala vaticana
non solo mostra, come osserva il sig. Cavalcasene, il
gusto di un uomo impressionato dal bello antico e do-
tato di quella sicurezza, capacità e precisione propria
di chi è famigliare colla divisione di spazii architetto-
nici, ma anche per quanto concerne la pittura vi si
liconosce il gusto e la maniera sua. La qual cosa si
può osservare massimamente in quattro figure di putti
seduti, che sostengono l’arme dei Della Rovere, gra-
ziosi nella espressione, benché alquanto duià nel dise-
gno, e coloriti con certe tinte fredde, a sfumature rosse
assai spiccate, che troviamo similmente usate, in modo
più o meno sensibile, nelle altre sue opere (2). Il nesso
(1) V. il Catalos’o dellestampe e disegni esposti nella r. Galleria degli
Ul'fìzi p. 72, n, 438 (cornice 112).
(2) Alcuni eruditi tedeschi, cioè a dire il Professor Wicklioff di Vienna
e il suo allievo Dottor II. Dollmayr ultimamente credettero di es-
sere riesciti a dimostrare che al Peruzzi stesso vada attribuita anco
l’invenzione e l’esecuzione della parte principale della volta, che con-
siste nelle (juattro composizioni id.eate a guisa di arazzi. Quest’ ultimo
che coire d’altronde fra queste pitture e quelle ese-
guite dal Peruzzi, probabilmente alcuni anni più tardi,
alla Farnesina è pure manifesto.
Se non che queste ultime furono precedute in ordine
di tempo da un’altra serie di opere, delle quali è tanto
più opportuno discorrere qui in quanto passarono fi-
nora sotto altri nomi e furono quindi ingiustamente
sottratte al complesso delle produzioni artistiche del
nostro autore. E in vero già da molti anni, dopo avere
osservato partitamente i piccoli quadri eseguiti a chiaro-
scuro con composizioni di trionfi ed altre scene mili-
tari romane, che formano parte della decorazione
rammentata nella Camera d’ Eliodoro, ci venne fatto
di riconoscere ad evidenza la derivazione dalla stessa
mano di un interessantissimo disegno a penna appar-
tenente al Museo del Louvre (1). Che anzi vuoisi no-
tare che il disegno già ah antico ebbe a servire da
esemplare ad una delle più rinomate stampe di Mar-
cantonio Raimondi. Problematica rimane sempre la
significazione del soggetto rappresentatovi, non poten-
dosi ritenere ammissibile il titolo di Trionfo d’ Amore
anzi in un suo articolo nella ZeUschriJt fav bildcnde Kunst (agosto 1890)
intitolato: Die Zeichnungen der Decite dee Stanza d' Eliodoro , viene
alla conclusione, che halTaello, allorché fu chiomato a dipingere le
Stanze, avesse voluto lasciare intatto tale lavoro del Ceruzzi non altri-
menti di quello che aveva fatto colla volta della Stanza dell’ Incendio
dipinta dal Perugino. Ora lasciando da parte le argomentazioni eh’ egli
trae dall’esame di alcuni disegni che hanno relazioni con (pielle com-
posizioni, è troppo chiaro per fermarcisi l’anacronismo in che l’eru-
dito scrittore cade ammettendo che le composizioni medesime si deb-
bano creder eseguite non ]>iu tardi degli anni 1508 e 9, laddove esse a
differenza della parte puramente decorativa, eh’ è improntata dall’in-
fluenza del Sodoma, accennano ad uno stile del tutto raffaellesco di
età ben più avanzata.
(1) Nel Catalogo dei disegni del l.ouvre di F. Heiset porta il n. 437, in
(luello delle fotografie della stessa raccolta, fatte da A. Rraun il n. 363.
— 199 —
adottato dal catalogo del Louvre. Certamente vi si deve
ravvisare un argomento simbolico, ma nell’ incertezza
ci caveremo d’impaccio riportando l’interpretazione pro-
posta da Adamo Bartsch nella sua opera intitolata le
Peintre graveur, la quale rimane sempre una vera
enciclopedia scientifica per quanto concerne l’arte del-
l’incisione, non ostante che gli studii più recenti ne ab-
biano in molte parti compito e rettificato il contenuto.
Egli dunque nel volume XIV che tratta di Marcantonio,
a pagina 173 descrive l’opera indicata nel modo se-
guente: « Codesta stampa conosciuta in Italia col nome
di Tito, rappresenta il trionfo di un imperatore romano.
Vi si osserva quasi nel mezzo il Genio della città di
Roma, espresso mediante una figura di un giovane
eroe, il quale lia sotto i piedi degli elmi e degli scudi
e s’appoggia colla mano destra sopra un prigioniero
mentre s’avanza la pompa del trionfo ed una donna
a destra nella stampa prepara una corona d’alloro pel
vincitore. Questa incisione che viene chiamata da ta-
luno il Trionfo di Marco Aurelio pare non possa con-
venire a siffatto imperatore. La rappresentazione di
una provincia soggetta, la quale vedesi portata a si-
nistra, nel fondo, è tanto affine a quanto vedesi nelle
medaglie coniate in occasione del trionfo di Tito e
di Vespasiano, che deve tenersi per certo essersi vo-
luto con questo soggetto ritrarre il trionfo decretato a
Roma dopo la conquista della Giudea. Questa stampa
è una delle più rare di Marcantonio; si crede ch’egli
1 abbia tratta da un disegno di Andrea Mantegna. »
A quanto s’intende da questa descrizione del Bartsch
egli non ebbe contezza del foglio a penna già appar-
tenente al raccoglitore Jabach, indi al museo del Louvre,
200 —
che vuoisi ritenere appunto Tesemplare di cui si servì
Marcantonio per la sua stampa. Oggi sarebbe un po-
vero critico quello che volesse confermarlo per opera
della mano del Mantegna (1). Nel Catalogo del si-
gnor Reiset è collocato fra gl’ignoti, soggiungendo visi
poi, che questo disegno potrebbe essere del Francia,
di Lorenzo Costa e perfino di Pellegrino da S. Daniele.
Si accostarono maggiormente al vero coloro che cre-
dettero ravvisarvi la mano del Sodoma, in quanto la
sua influenza vi si fa sentire palesemente (2). Se non
che è indubitato che le sue figure sono sempre più
tondeggianti e più piene nelle forme, più sciolte ne’ mo-
vimenti, e di una grazia più spontanea ne’ tipi, senza
parlare del modo più facile e piti largo di condurre
i tratti, che ci è noto in tutti i disegni del Sodoma.
— Quanto al foglio del Louvre suindicato è da con-
getturare che il modo minuto ed accurato con cui è
condotto fosse motivato dall’intento di farlo servire di-
rettamente da modello all’incisore. Comunque sia i
tratti caratteristici dell’autore vi appariscono così cor-
rispondenti a quelli che si avvertono nelle pitture di
S. Onofrio, che chiunque si mettesse a fare il confronto
non potrebbe fare a meno di riconoscervi la mano
dello stesso artista, ancorché i soggetti (sacri gli uni,
profano l’altro) non abbiano nulla di comune fra loro.
Infatti certa particolare esilità e deficiente conforma-
zione delle membra umane, in ispecie delle gambe c
(1) Il Selvatico nel suo commentario alla vita di Andrea Mantegna
lo cita fra i disegni attribuiti a lui qualificandolo per un Trionfo
d’amore, ma dubita che sia di lui, perché vi trova uno stile più largo
del mantegnesco. (Vasari, ed. Sansoni. T. IV, p. 433).
(2) Vi allude infatti il Tauzia nel suo Catalogo del 1888 a p. 12.
— 201 —
delle braccia, dalle linee e dalle forme rammentanti
direttamente quelle delle consuete ligure del Pinturic-
chio, certi atteggiamenti alquanto rigidi e stentati, il
modo col quale è trattato T andamento dei panni, in
line il genere delle tisionomie, per toccare solo delle
cose essenziali, vi sono tanto identici, da non poter
lasciare alcun dubbio che il Trionfo di Tito accennato
sia propriamente una creazione di Baldassare Pe-
ruzzi (1).
Quanto alle relazioni sue con altri incisori, nulla ci
(Consta di preciso; merita tuttavia di essere notato il
fatto che un altro suo disegno, rappresentante Ercole
(die caccia l’Invidia dal tempio delle Muse fu inciso
da artetici di lui contemporanei. L’uno è Ugo da Carpi,
che tradusse maestrevolmente quella composizione in
una stampa a chiaroscuro, dove trovansi incise da un
lato le lettere bal. sen. dall’altro per ugo, l’altro il
maestro del dado, così chiamato per tale contrassegno
(generalmente munito dell’iniziale B) del quale si servì
come monograma (2). Ne parla il \^asari (T. 5, p. 422)
soggiungendo nella vita Ugo da Carpi: « Dopo lui
Baldassare Peruzzi, pittore sanese, fece di chiaro scuro
simile una carta d’Èrcole che caccia l’Avarizia, carica
di vasi d’oro e d’argento, dal monte di Parnaso ; dove
sono le Muse in diverse belle attitudini, che fu bellis-
sima. » Espressione non del tutto esatta, perchè darebbe
a creder-e il Peruzzi essere stato l’autore della stampa
a chiaroscuro, mentre esso, come abbiamo osservato
non fece che il disegno, del quale in seguito si servi-
rono i due incisori sunnominati. Per quanto dei disegno
(1) Come tale lo adduce pure a p. 229 il Lermoliett’nel citato suo libro.
(2) Vedi Bartsch, voi. XII, p. 133 e voi. XV, p. 195.
202 —
non si abbia contezza altrimenti, pure da quanto ap-
parisce nelle interpretazioni degl’ incisori s’intende che
doveva appartenere ad un’epoca di maggiore sviluppo
dell’artista inventore che non il disegno del Trionfo
di Tito,
Ben s’accordano invece con quest’ultimo nella stessa
raccolta del Louvre due altri fogli di minori dimensioni,
egualmente tratteggiati colla penna. Rappresenta l’ uno
una figura ignuda, ritta in piedi, intesa a rappresentare*
un Ermafrodito, cui si vien accostando un Fauno a
destra , mentre a sinistra sul suolo vedesi un trofeo
d’armi. È un disegno che tanto per il procedimento
tecnico col quale sono condotti i tratti di penna, quanto
per la struttura delle forme, in ispecie delle gambe
esili e ricurve, porge sensibili attinenze col Pinturicchio.
Simili indizii si hanno nell’altro disegno, di ricca com-
posizione con figure di uomini, di donne e di fanciulli
in varii gruppi e a diverse distanze, alludenti certamente
a un soggetto mitologico o allegorico, reso vieppiìi
attraente da una specie di arco di trionfo a rialzo di
due piani e da un colonnato nel fondo. I singoli mo-
tivi vi sono resi con molta ingenuità, benché in ogni
parte si riveli la mano di un disegnatore impacciato,
lontano tuttora dal suo pieno sviluppo (1).
La propensione del nostro autore allo studio e alla
riproduzione dei soggetti storici, interpretati secondo lo
stile e gli ammaestramenti del Pinturicchio e del So-
doma, come nei disegni accennati di sopra e nei chia-
(I) Il Tauzia nel suo Catalogo supplementare pei disegni esposti al
Louvre, dell’anno 1888, giustamente costata in detto disegno (n. 19(57)
la mano medesima di quello del Trionfo di Tito, attribuendo però
entrambi i fogli al Sodoma, essendogli mancata probabilmente l’op-
portunità di avvertire il nesso die corre fra il Razzi e il l’eruzzi.
roscuri della vòlta nella Camera vaticana trovò inoltre
largo campo ad espandersi in alcune sale del palazzo
dei Conservatori in Campidoglio. V’ha di che mara-
vigliarsi non siano state rammentate dal Vasari, tanto
più ch’egli allude ad altro lavoro di carattere più effi-
mero dallo stesso Peruzzi operatovi, là dove racconta
che « nell’ornatissimo apparato che fece il popolo ro-
mano in Campidoglio, c[uando fu dato il bastone di
Santa Chiesa al duca Giuliano de’ Medici, di sei storie
di pittura che furono fatte da sei diversi eccellenti pit-
tori, quella che fu di mano di Baldassare, alta sette
canne e larga tre e mezzo, nella quale era quando
Giulia Tarpea fa tradimento a’ Romani, fu, senza
dubbio alcuno giudicata la migliore. » Ora se le pitture
fatte per Tappunto verso il 1514 sono scomparse, lo
stesso non è a dirsi rispetto a quelle pur troppo bai-
baramente sciupate e ripassate da audace ristauro,
che coprono le pareti di due sale, nell’ambito di quelle
rese accessibili ai visitatori delle raccolte capitoline,
note l’una colla denominazione di Sala delle guerre
puniche, l’altra di Sala dei fasti, in grazia dei sog-
getti quivi rappresentati. Giudicando dalle manifeste
imperfezioni delle forme e dalla mancanza di scioltezza
voglionsi ritenere eseguite sicuramente alcuni anni
prima. — La sala più importante sarebbe la prima, sulle
quattro pareti della quale, vedonsi interpretati altret-
tanti argomenti allusivi alla lotta fra Roma e Cai'tagino.
Vi apparisce il lavoro di un uomo assai studioso
delle antichità romane, per quanto concerne il vestiario
e gli attrezzi da guerra. Le composizioni presentano
spesso queU’afTollamento di hgure che si osserva anche
maggiormente nel già citato disegno del Louvre. Sono
204 —
ia gran parte poco corrette nel disegno e lunghe al-
quanto, nel modo già notato anteriormente. Che se vi
si volessero partitamente indicare tutti i tratti caratte-
ristici, sia nei tipi fisionomici, sia nel modo di rappre-
sentare gli edifici ed i paesaggi, che ci richiamano
sempre un che di mezzo fra il Pinturicchio e il So-
doma, si moltiplicherebbero i più validi argomenti per
giungere alla conclusione circa il vero autore dell’opera.
L’aspetto della quale ci suggerisce la considerazione,
die, mentre il Peruzzi va certamente debitore della sua
più bella fama alla sua qualità di architetto, egli non
si astenne dall’aspirare a quella di pittore, nella quale
arte nondimeno conviene riconoscere ch’egli riesci non
tanto nelle composizioni di libera mano e di originale
fantasia quanto nei lavori di decorazione subordinati
ai concetti architettonici. Nullameno è stato forse troppo
dimenticato che Baldassare si applicò alla pittura sto-
rica, e a tale circostanza si vorrà attribuire la causa
dell’essersi fin qui posto in dimenticanza il vero autore
delle pitture qui rammentate. Non si sapi'ebbe quindi
spiegare con quale fondamento per deliberazione del
municipio romano nel 1860 siasi ricorso al nome del
perugino Benedetto Bonfigli, per indicarlo quale autore
della decorazione pittorica nella sala delle guerre pu-
niche, con apposita epigrafe. Non v’ha dubbio che
chiunque abbia conoscenza del fare di codesto pittore,
(mediocre in vero nell’arte sua, come si scorge nei
suoi freschi del palazzo pubblico a Perugia e nelle sue
tavole conservate ora nella interessante Pinacoteca pub-
blica di quella città) non potrà in alcun modo accettare
siffatto battesimo in Campidoglio. Se non che la cosa
non deve recare gran meraviglia quando si pensi che
Roma è ricca non solo di belle fontane^ ma ben anche
di lapidi, quali più e quali meno sensate. E il Cam-
pidoglio in ispecie, basterebbe e darne la conferma.
Per quanto spetta intanto al nostro soggetto, avvi da
rammentare qui un altra epigrafe, la quale si trova nella
sala denominata de’ Fasti Capitolini nello stesso palazzo.
Essa allude, fra l’ altre cose, agli avanzi di dipinti
murali, visibili in quella sala, nei quali chiunque vi
ponga mente facilmente riscontrerà uno stile all’ intutto
simile a quello che si vede nella Sala delle guerre pu-
niche. Ma gli uomini che stavano a capo dell’ ammi-
nistrazione municipale del 1865 avendo fatto rinnovare
Tambiente (certo non con profitto dell’aspetto originale
di quelle povere pitture) vollero tramandare la memoria
del fatto, per mezzo della lapide accennata, indicando
senz’altro come autore di dette pitture Alessandro Bot-
ticelli, non pensando certamente che nella città mede-
sima, cioè nella Cappella Sistina in Vaticano vengono
mirati sempre dagl’intelligenti tre grandi freschi del
Botticelli, i quali possono agevolmente infliggere una
smentita solenne a quanto essi vollero inciso nel
marmo. — Quanto alle pitture stesse si può credere
che in origine rivestissero tutte le pareti della Sala dei
fasti e che rappresentassero i trionfi dei sette re di Roma.
Forse ebbe a vederle intatte uno scrittore del XVI
secolo, Andrea Fulvio, del quale esiste un libico stam-
pato nel 1545, intitolato de Urbis Antiquitatxbus. dove
descrivendo le cose contenute nel palazzo dei Conser-
vatori, parla anche di certe pitture murali nei termini
seguenti: «(Est) in parietibus reeens pictura ubi sep-
tem Reguin Ro. triumphalia gesta et triuinphalium
Virorum eminentissimi Triumphi. A sifatta spiegazione.
infatti non disdicono le quattro storie o, a meglio dire,
frammenti di storie che vediamo tuttora nella sala
dei fasti.
Il tempo cui spettano i dipinti indicati, si può desu-
mere, se non altro, approssimativamente dalla ricor-
renza dello stemma dei Della Rovere, accompagnato
dal triregno, nel cornicione che si stende sotto il sof-
fitto, il quale ci ripoi’ta indubbiamente agli anni del
papato di Giulio II, dal 1503 al 1513.
Una bell’ opera di decorazione appartenente allo
stesso volger di anni è quella che vedesi sulle volte
di una cappella sotterranea nella remota chiesa di
Santa Croce in Gerusalemme a Roma. È un lavoro
di mosaico a fondo d’oro, ordinato, come è noto, dal
cardinale Bernardino Carvajal, e pel quale il Peruzzi
ebbe a fornire i disegni. Vi si manifesta un gusto
eletto nella divisione degli spazi! ; dove si osserva nel
mezzo la figura del Redentore, nei quattro ovali late-
rali i quattro Evangelisti; in quattro riparti minori frap-
posti ai sovraindicati alcuni episodi attinenti alla leg-
genda della Invenzione della Croce; sotto gli archi
quattro figure di santi, fra i quali si nota sant’Elena,
e a’ piè della medesima inginocchiato il cardinale Car-
vajal. Una vaga ornamentazione, infine, serve di con-
giunzione armonica fra le diverse parti trattate a figure
dà rilievo alla classica eleganza dell’insieme. — I
mosaici dovevano essere finiti nel 1.509, come fu già
avvertito dagli annotatori delle ultime edizioni del Va-
sari, dappoiché li nomina rAlbertini nel suo opuscolo :
De mirabilibus nome et veteris urbis Romce.
Di maggiore importanza è l’argomento della parte
che spetta al Peruzzi nella nobilissima creazione arti-
stica della villa di Agostino Chigi, nota sotto il nomo
della Farnesina. E la prima domanda che si affaccia
oggidì si è quella di sapere s’egli vada considerato
come semplice decoratore di una parte della villa o
anche quale architetto costruttore della medesima. In-
torno a questa ultima circostanza, a vero dire, non
orasi manilestato quasi alcun dubbio tino a pochi anni
or sono, allorché sorse Tegregio architetto barone En-
rico di Geymiìller, coll’assunto di dimostrare che la
costruzione della nota villa del Chigi, sia da attribuirsi
a Raffaello Sanzio anzi che al Peruzzi. Senza dilun-
garci qui nell’argomento che ci scosterebbe troppo dal
nostro intento, noi rimandiamo chiunque desideri ad-
dentrarvisi alla suntuosa ed artistica pubblicazione del
sullodato architetto, dove esso è ampiamente trattato (1).
Non possiamo esimerci tuttavia dall’osservare, che le
ragioni, di loro natura essenzialmente critiche, dal me-
desimo allegate, non paiono aver trovato un consenso
esteso fra le persone competenti, laddove all’attesta-
zione del Vasari in favore del Peruzzi, checche si vo-
glia rilevare in contrario, non può essere negata una
importanza decisiva, tale da far traboccare la bilancia
dal lato della opinione tradizionale. Il noto passo del
Vasari è quello dove, dopo aver raccontato che il Pe-
ruzzi dipinse la facciata della casa di Ulisse da Fano,
nella quale le storie che egli vi fece d’ Ulisse gli diedero
nome e jdma grandissima , soggiunge che molto più
gliene diede il modello del palaz^zo d’ Agostino Ghigi,
(1) Vedi Enrico de Geymùller: Rafaello Sanzio studiato come ar-
chitetto, con l’aiuto di nuoci documenti. Edizione di trecento esem-
plari, in grande formato, corredata di 8 tavole e 70 illustrazioni dogli
originali o da’ ristauri. Milano, Ulrico lloepli editore, 1884.
— 21 )S —
condotto con quella bella grazia che si vede, non mu-
rato, ma veramente nato. L’interpretazione di questo
passo nel senso generalmente accolto, che Baldassare
vogliasi ritenere propriamente l’architetto costruttore di
quel palazzo, se non altro ha l’interesse speciale per
noi di risolvere il quesito intorno al tempo approssi-
mativo in cui il nostro artista ebbe ad associare la
sua pratica di architetto a quella esercitata fino dagli
anni più giovanili nell’arte della pittura. Ch’egli dal-
tronde già da qualche anno fosse applicato allo studio
dell’architettura lo dimostra la circostanza dal Gey-
mùller stesso avvertita nei suoi Projets primitifs pour
St. Pierre a Rome, dove egli potè provare (1) che fin
dagli anni 1505-150G il Peruzzi /n uno dei principali
disegnatori di Bramante nello studio dei progetti per
S. Pietro, ed inoltre che, ad eccezione di uno o due, i
numerosi disegni di Baldassare per questa fabbrica,
conservati nella raccolta degli Uffizi, furono fatti per
Bramante. E soggiunge; Dinotano già grandissima
pratica in siffatti lavori.
Una considerazione di ordine generale al postutto,
che ci viene suggerita da sifatte rivelazioni, si è quella
che nei bei tempi dell’arte non era consueta quella
suddivisione dei suoi diversi rami, che è divenuta
quasi abituale oggidì, e che i cultori della medesima
erano veramente artisti in tutta l’estensione della pa-
rola, vale a dire dotati di omogenee disposizioni per-
le più svariate applicazioni dell’arte medesima. Per
quanto si voglia ammettere, adunque, che il Peruzzi
abbia preso in mano la matita e il pennello prima che
(1) Pag. 157 e seg.
— 209 —
il compasso, rargomento in sè stesso non è di gran
momento, quando si ponga mente al fatto, che nel com-
plesso delle sue produzioni artistiche, apparisce la ver-
satilità del suo ingegno con tutta la squisitezza propria
del secol d’oro della nostra Rinascenza.
Comunque sia, ritenuto che nel 1509, come è gene-
ralmente ammesso , egli avesse incominciato a dar
mano alla edificazione della dimora privilegiata del
suo ricco concittadino, non più tardi del 1511 egli deve
essersi applicato a decorare col pennello le volte di
quella loggia peregrina, divenuta celebre di poi per raf-
fresco del Trionfo di Galatea, eseguitovi da Rafaello.
Tanfi è vero che in quell’anno già troviamo fatto allu-
sione a quelle pitture nel poemetto latino intitolato;
De viridario Augastini Ghigi patritii Senensis, libellus
Galli Egida Romani poe. laur. I termini generici coi
■quali la decorazione vi è accennata, dà luogo ad ar-
gomentare, che il lavoro fosse tuttora in via di ese-
cuzione (1). — Più specificamente invece allude un
anno più tardi alle pitture già eseguite il poeta Biagio
Palladio in altra descrizione della villa, dedicata ad
Agostino Chigi (2).
I soggetti accennati ne’ suoi versi sono quelli ese-
(1) Ecco il passo che vi si riferisce:
Sed geminis (quales toto ncque habentur in orbe
Ingeniis hominum Jleri ncque posse putantur)
Porticibus fulget domus; atque haruin altera in ortuin
apposita est: solemque incitai inatutinum :
Altera quam rapido serrai crinitus ab cesta
Flatibus objectam Borece spirantis Apollo ;
Verum arnbas cariis ornai pictura fguris
Quales Poma habuit nuinquam.
(2) Suburbanuin Augustini Ghisii opus per Blasium Palladium im-
presstun Bomce per Jacobuin Mazoehixim Pornance Accademice biblio-
pRIZZONr.
14
— 210 —
gLiiti parte da Fra Sebastiano dal Piombo, parte dal
Peruzzi. Qiiest’ultimo, come è noto, dipinse la parte
piana della volta e i circostanti pennaccdii, laddove il
primo si applicò alla decorazione delle sottoposte
lunette, astrazion fatta di una sola, come si vedrà più
avanti. Le due composizioni centrali, dove sono rap-
presentati da un lato gli episodi spettanti ai miti di
Perseo e di Medusa, e dall’altro Diana nel carro
tirato da due tori, contrariamente a quanto viene as-
serito dal Vasari e alla evidenza dei dipinti stessi,
vengono attribuite volgarmente a Daniele da Volterra;
laddove tutto vi si accorda come lavoro di un mede-
simo artista, fornito di quelle doti di purezza e di
castigatezza di stile che invano si ricercherebbero in
un seguace di Michelangelo.
Il riguardo alla divisione degli spazii, lo studio del
bello plastico nelle figure, in particolare nei nudi, e
nello stesso tempo una candida freschezza di concetti,
die si manifesta in quelle graziose figure tratte dalla
mitologia sono particolari che qualificano propria-
mente il gusto e le disposizioni del gentile artista se-
nese. Vi si può bensì notare come difettoso un certo
stento nella esecuzione, certe durezze nel modellato
delle figure, le quali si rendono vieppiù sensibili per
polam anno salatis MDXII. Rispetto alla loggia suindicata cosi si
esprime ;
Cedat opus merito cerum;
Ileic Inno ut ceris cehitur paconibus ; extat
liete Venus orta mari, et concila sub siderei feidur;
liete Boreas raptam ferus arehit Orithyam ;
Ileic Pandionice reserant arcana Soroi’es.
Deniejue cjuas Ocidii cersus pinxere, repinxit
Pictor, et cequcwit Pelignos arte colores.
Tarn ferlix pictor vate ut pictore poeta.
Téav. 14.
PERUZZI : TESTA A CHIARO SCURO - ROMA - P'ARNESINA
ia vicinanza immediata di un capolavoro tanto mera-
viglioso per la sua viva spontaneità, quale si è il fre-
sco della Galatea, ma con tutto ciò la volta del Pe-
riizzi presa nell’ insieme rimane sempre un’opera di
decorazione delle più squisitamente deliziose.
Nè ad altri se non a lui stesso si vorrà assegnare
in ultima analisi la esecuzione della testa colossale
trattata a chiaroscuro, posta in una delle lunette della
volta accanto a quelle dipinte da Fra Sebastiano, e
che la tradizione assegna a Michelangelo, forse in
grazia della sua imponente proporzione più che per
altro motivo. (V. Tav. XIV). La maniera di Baldas-
sare in vero ben vi si riconosce nel modo di accen-
nare le fattezze del volto, che sembrano ritratte da un
esemplare plastico, dove il movimento della bocca,
delle narici, delle sopraciglia si presentano condotte
c.on quella castigatezza di linee, nobilmente arcuate,
che si può riscontrare agevolmente anche nelle altre
sue figure della sala medesima (1).
(1) Non sapremmo quindi consentire nell’opinione espressa dal si-
gnor Cavalcasene, tendente a conciliarsi con quella che è portata dalla
volgare tradizione. Egli infatti dopo avere ammessa la possibilità che
Michelangelo visitando Sebastiano nel palazzo del Chigi vi avesse di-
segnato la testa colossale, crede però di constatare nella esecuzione
il modo di trattare di Sebastiano, come se egli aresse tentato di com-
binare la lai'ghezz-a del tocco giorgionesco colla proporzione colos-
scde e col meccanismo dell’azione, famigliare a Michelangelo. (V. Hi-
storg of Painting in North Italij. V. II, p. 318). L’autore potrebbe bensì
vantare in favore della sua opinione un passo dei Commontarii della
famiglia Chigi, scritta da Fabio Chigi (più tardi Alessandro VII) nel
1618, dove la testa colossale viene indicata quale opera di Sebastiano.
Senonchè noi crediamo che quella indicazione sia fondata piuttosto
sul fatto che il pittore veneto ebbe ad eseguire quivi le altre lunette,
che sopra un giudizio diretto dell’opera stessa. — Vedi in proposito la
monografia di G. Cagnoni nell’Archivio della Società Romana di Sto-
ria patria, voi. II, anno 1879. Quivi, a pag. 64, Fabio, dopo aver notato
che Sebastiano dipinse Polifemo sopra una porta della loggia della
Galatea, soggiunge... ac praeterea grande ciri caput in anguli lunula.
Un’altra decot'azione pittorica del Peruzzi nella Far-
nesina, diffìcilmente accessibile ai visitatori in genere,
si è quella che ricorre lungo un fregio che si stende
sotto un classico soffitto di una sala situata a piano
terreno parimenti, ma esposta dal lato della Lungara.
Vi è rappresentata in piccole hgure una sequela di
episodii tolti dalla mitologia classica (1). Mentre ci ac-
cordiamo col Cavalcasene là dove egli rileva il merito
di questa serie graziosa e bene distribuita, resa con ef-
ficacia fantastica assai piacevole a rimirarsi, ci è gioco-
forza di nuovo tare qualche riserva in quanto egli vi
scoi’ge l’opera di un uomo die ha studiato Rafaello e
Midielanfjelo senza abbandonare la sua propria origi-
nalità, resa vieppiù eletta dal contatto eoi grandi contem-
poranei. Se non andiamo errati noi crediamo invece
che quest’opera, forse la prima da lui condotta col pen-
nello nel nuovo palazzo alla Lungara, appartenga ad
una fase della sua pratica artistica, nella quale l’ in-
fluenza di Rafaello e di Michelangelo non è per anco
penetrata nell’animo suo, ad una fase più ingenua
bensì, nella quale egli dovette aver seguito più che
altro gli esempi del suo concittadino per elezione se
non per nascita, il Sodoma. Il Peruzzi, come altrove,
non vi raggiunge la scioltezza di mano di lui, ma vi
spiega una certa sveltezza garbata di forme, vi pre-
senta dei tipi e delle composizioni che ci rammentano
(1) Il Cavalcasene non trascura di citarle partitamente. Sono, come
egli ben dice, copiose illustrazioni della facole di Ercole, il Ratto
d‘ Europa, Danae colla pioggia d'oro. Diana che trasforma Atteone,
la morte di quest' ultimo. Apollo e Mida cogli orecchi d'asino. Apollo
e Marsia, Venere e Cupido, Giuochi di fanciulli e di tritoni. Deità
fiuriali, Sileno, Un satiro che sorprende Venere dormiente, T.a caccia
di Meleagro, Endimione. V. Historg of Painting in Jtalg.V. Ili, p. 392.
vivamente il siillodato artista e che riescono assai
piacenti, massime nelle piccole proporzioni del fregio.
Il confronto fra le rappresentazioni indicate e quelle
di una serie di tavolette del Sodoma, già possedute
dal defunto direttore del Louvre, il visconte de Tau-
zia, contenenti pure dei soggetti mitologici, potrebbe
servire d’opportuna conferma nel rilevare le somi-
glianze e le differenze che corrono fra i due artisti,
avvalorando inoltre il fatto, die nello scambio di rela-
zioni avvenute nell’ esercizio del loro lavorio ideale il
Sanese mai sempre fu quello ch’ebbe a subire il fa-
scino del Lombardo, com’è naturale fra due ingegni,
dei quali Timo domina l’altro per forza di iniziativa
creatrice e per vivacità di sentimento.
Che le produzioni del primo non ostante sieno state
scambiate talvolta con quelle del secondo è cosa che
abbiamo cercato di mostrare ad evidenza colle ta-
vole X e XI.
Ma per tornare alla dimora di Agostino Chigi, men-
tre già da gran tempo si ha da lamentare la perdita
delle istorie eseguite di terretta, come dice il Vasari,
adornanti l’esterno del palazzo, le quali, come si può
imaginarsi avranno contribuito in modo assai vantag-
gioso a legare fra loro le delicate membrature archi-
tettoniche deH’edificio, vi rimangono tuttora in essere
per quanto rifatti modernamente nella grande sala
del piano sii|)criore i partiineiitl di colonne fiyarate
in prospettica, le cjuali con i strafori mostrano quella
essere maggiore. È un’opera nella quale, la pittura e
farchittetura evidentemente si danno la mano e che
potrebbe servire come non ultimo argomento a raffor-
zare la fede che il Periizzi abbiasi a ritenere l’archi-
tetto del fabbricato stesso.
Solo alcuni anni pili tardi crediamo si verifichi la
sua trasformazione artistica mediante l’ influenza di
Rafaello e di Michelangelo, la quale venne a sovrap-
})orsi a quella sempre sensibile del Sodoma. Ce ne
})ersuade Tosservazione degi’interessanti lavori da lui
eseguiti nella cliiesa della Pace. Quivi ci si presenta
in primo luogo la cappella Ponzetti, che non è altro in
realtà se non una nicchia d’altare posta sul fianco
sinistro entrando in chiesa. Sopra la mensa è rappre
sentala la Madonna seduta col Bambino ignudo, ritto
in piedi sul di Lei ginocchio sinistro, in atto di bene-
dire al devoto, l’arcidiacono Ferrando Ponzetti, che
viene presentato da Santa Brigida, come indicano le
guide, laddove ci pare di riconoscere in quella figura
e nell’abito che indossa il tipo della serafica Santa Ca-
terina di Siena. Le fa riscontro infine la sua omonima,
nota colla denominazione di Santa Caterina d’Ales-
sandria, munita dell’attributo consueto della ruota
spezzata. (V. tavola XV). Mentre in questa parte,
dalla quale emana uno squisito sentimento di grazia
e di afietto, si avverte tuttora in modo palese il nesso
spirituale che collega il pittore al suo maestro, il Bazzi,
in quella che corrisponde al bacino, ossia alla supei*-
ficie emisferica superiore della nicchia, divisa in belle
partizioni, che rammentano in minori proporzioni quelle
del coro in SanfOnotrio, egli mostra di essere stato
impressionato anche dalle grandi prove date da Pa-
faello e da Michelangelo in Vaticano, nelle Stanze e
nella Cappella Sistina. Basti osservare le storiette che
egli vi eseguì, allusive al Vecchio ed al Nuovo Te-
stamento, che si vedono tuttora, benché alquanto oscu-
rate, per verificare come egli in parecchie delle m(?-
B. PERUZZI: CAPPELLA PONZETTI - ROMA, ALLA PACE.
p
Tav. 16."
desime si sia appropriato tipi, movenze, aggruppamenti,
desunti spesso da quei due insigni corifei dell’arte nella
Città eterna (1).
Se Tesecuzione di quest'opera va riportata al 1516
(o 17), come indica la data appostavi, quella dell’altro
grande dipinto in forma di quadro, posto sotto la cu-
pola e rappresentante la Purificazione di N. D. non
deve scostarsi gran fatto da quegli anni medesimi, a
giudicare ancora da quel miscuglio di influenze del
Sodoma e di Rafaello che si nota nelle sue figure.
Queste vi sono studiate con amore, quasi ciascuna
per sè, coir intento di atteggiarle nel modo il più vago,
non senza qualche detrimento della spontaneità e della
fusione nel complesso della composizione. Il fondo è
reso interessante e variato da alcuni edifici di classica
architettura, condotti con ottima prospettiva e che ac-
cennano nuovamente allo studio deU’antichità condotto
con libera interpretazione.
I guasti del tempo e di grossolani ristauri che sono
visibili nella cappella Ponzetti pur troppo lo sono
vieppiù in codest’altro affresco, orribilmente macchiato
e annerito (2).
Nelle gallerie di Roma non pare che esistano opere
di pittura del Peruzzi, astrazion fatta da una mezza
(1) Il Cavalcasene, op. cit. Ili, p. 395, soggiunge, che nell’aspetto ge-
nerale deiropera avvi pure qualche cosa che ci richiama Gaudenzio Fer-
rari ; e che la presenza di questa circostanza in più di uno di questi
affreschi potrebbe almeno suggerire il pensiero che il suddetto pittore
si fosse trovato a Roma insieme al Peruzzi. Sentenza codesta, basata
per avventura sopra un modo di vedere troppo soggettivo dello scrit-
tore e che difficilmente verrà confermata, tanto più da che le prove
convincenti di una dimora di Gaudenzio a Roma fanno difetto asso-
lutamente.
(2) Di entrambe le opere accennate, alla Pace, si hanno fotografie
eseguite dalla ditta Alinari di Firenze.
— 210 —
figura dipinta sulla tavola, che in Galleria Borghese
|)Orta il nome di Giulio Romano. Vi è raffigurata una
Venere ch’esce dal bagno. Il modo con cui vi si ve-
dono trattate le forme, denotante una stretta imita-
zione dei modelli scultorii, le pieghe del panno che
la ricopre in parte e che hanno un non so che di duro
e di acuto insieme al colorito freddo die vi domina,,
richiamano infatti assai più il fare del Peruzzi che
non quello di Giulio, non ostante le alterazioni pro-
dotte dal ristaiiro.
Scarse dovettero essere del resto fin dall’origine
le opere di simil genere di mano del nostro artista,
dedito, come s’intende, principalmente all’arte decora-
tiva, massimamente ne’ suoi anni più provetti, nei quali
è da ammettere si fosse rivolto sempre più all’eser-
cizio dell’arte architettonica. Nè voglionsi considerare
se non in accordo colla medesima le facciate dipinte
a chiaroscuro che il Vasari gli attribuisce, e che do-
vevano essere molto in uso a Roma a quei tempi, og-
gidì pur troppo quasi interamente perdute. Così pure
ci viene riferito che in più di una occasione egli si
fosse prestato ad allestire apparati per feste e per
rappresentazioni.
Quello invece di che non troviamo fatto menzione
negli scrittori antichi si è, ch’egli avesse fornito esem-
plari per composizioni d’arazzi. Ora ci è dato di poter
asserire die uno dei grandi e celebrati arazzi, tuttora
conservati in apposita galleria nel palazzo Vaticano,
si ha a ritenere composto secondo un disegno d’inven-
zione di Baldassare. È precisamente quello nel quale
è rappresentato il soggetto deH’Adorazione dei Magi.
Il foglio sul quale vedesi eseguita la corrispondente
Tav. 16
PERUZZr: STUDIO P. UN ADORAZ. DE MAGI - SIGMARINGEN.
217 —
composizione trovasi nella raccolta del palazzo prin-
cipesco di Sigmaringen in Germania, dove è tenuto
in grande onore, come opera di Rafaello. È eseguito
a penna e bistro e si distingue per la vivacità dei
gruppi, che dai due lati vengono accostandosi alla
capanna, davanti la quale si presenta la Sacra Fa-
miglia, come vedesi nella Tav. XVI. Nò si vorrà ne-
gare che da questa ispirata creazione emani un alito
sentitamente rafaellesco. Certamente il disegno rasso-
miglia a quelli autentici dell’ Urbinate assai pili di
moltissimi altri che gli vengono gratuitamente aggiudi-
(iati, ma a chi sia riescito di acquistarsi una famiglia-
rità intima col suo modo di estrinsecare graficamente
i suoi pensieri riescirà evidente che non si scorge
nel foglio di Sigmaringen se non il rifiesso della mente
di lui, onde riluce la schiera de’ migliori suoi seguaci.
Fra i quali vuoisi qui senza dubbio porre il Peruzzi,
come già ebbe a rilevare anche il Lermolieff nove-
rando fra le cose sue il disegno accennato, che infatti
porta chiaramente la impronta della maniera sua da
qualificarsi per rafaellesca (1).
Abbiamo motivo di credere eh’ egli abbia trattato
più di una volta lo stesso soggetto; cioè una volta
durante il suo soggiorno a Bologna nel 1522, dove
era stato chiamato per fornire dei disegni per la
chiesa di S. Petronio. Il Vasari infatti non meno
che lo scrittore contemporaneo Pietro Laino nella sua
guida, chiamata Graticola, citano un disegno di chiaro-
(I) Op. cit. p. 442. Nella reale Galleria di Dresda avvi un ([uadro a
piccole figure tratto dallo stesso disegno, astrazion tatto dalle varianti
nella struttura della capanna e nello sviluppo del paese. Porta il n. 100
eil è registrato fra i <iuadri di scuola romana, fotografato da Draun,
n. 81.
— 21S —
scuro coirargomento accennato che si trovava in casa
Bentivoglio. Che codesto disegno sia da identificarsi
con quello che si conserva nella Galleria Nazionale
di Londra, avvi argomento a crederlo per piìi ragioni;
anzitutto perchè vi si palesano le immediate impres-
sioni riportate da Roma, quali vi potevano essere de-
sunte in epoca prossima alla morte dell’ Urbinate. Uri
circostanza poi dell’esservisi firmato l’autore coi ter-
mini BAL. SENEN. clie vedoiisi segnati sopra un fram-
mento di cornicione disegnato a piè del foglio indi-
cano pure un’opera non eseguita in patria. Infine
sapendosi che di detto cartone esiste una copia in
istampa del bolognese Agostino Caracci, fatta nel 1570
(quando egli avea 22 anni) si ha un indizio di più
per ritenere che il disegno fatto pel conte Gio. Batt.
Bentivoglio di Bologna sia quello che ora vedesi a
Londra. Ben è vero che la composizione non corrisponde
precisamente ne’ suoi particolari colla descrizione che
ne fa il Vasari, il quale vi osserva dei carriaggi, che
non trovansi nel disegno, dei casamenti intorno alla
capanna la quale vi fa difetto interamente, mentre la
Sacr-a Famiglia vedesi collocata a piè di un gran-
dioso arco in rovina. Senonche è noto ch’egli spesse
volte è poco esatto nelle descrizioni dei soggetti.
Comunque sia il cartone della National Gallery
è un’opera importante, non foss’altro per la esube-
ranza dei motivi, sia nelle figui'e, sia nel paesaggio, sia
negli accessorii architettonici e di suppellettili attinenti
ai doni dei Magi. E come un riassunto delle più sva-
riate manifestazioni dell’arte quali ci appariscono a
Roma mercè l’attività spiegata in differenti modi dagli
allievi del Sanzio, in ispecie da Polidoro, da Ferino e
da Giulio; nella quale prende il sopravvento la ten-
denza aH’effetto spettacoloso, all’esagerato, tanto nel-
r insieme quanto nei particolari, a scapito per vero
dire di C[uel felice equilibrio di mezzi che suole distin-
guere le creazioni del maestro.
Sappiamo per testimonianza degli stessi scrittori
sovraindicati, che Girolamo da Treviso si servì della
invenzione del Peruzzi per farne un quadro grande.
Ignorasi tuttavia dove questo si trovi ora, non po-
tendo essere certamente quello che vedesi nella stessa
Galleria Nazionale, il quale non è che una copia me-
schina dal disegno noto (1).
Dai dati biografici intorno al Peruzzi nell’ ultima
edizione del Vasari si ricava ch’egli stette a Roma
la prima volta dai primi del Cinquecento in sino al
1527, fatta eccezione della sua andata a Bologna nel
1522, e viene confermato il racconto delle violenze da
lui patite neH’occasione del memorabile sacco di Roma
perpetrato dalle truppe imperiali e la conseguente sua
partenza da quella città.
Segue quindi un periodo di ben otto anni della vita
del nostro artista, nel quale egli fu trattenuto in patria
e ricercato pel disimpegno di varii onorevoli incarichi,
fra i quali figurano quelli di stimare alcune opere dei
pittori Sodoma e Beccafumi.
Quanto a pitture di lui stesso, appartenenti a detto
periodo, poco ci rimane da indicare oggidì e la ca-
gione ne va desunta tanto dalla sua precipua occu-
pazione in impegni da architetto, quanto dall’azione
deleteria del tempo e dall’incuria dei posteri.
(1) V. il Cat. della Galleria Nazionale di Londra, n 218.
— 220 —
Fra le pitture tuttora sussistenti voglionsi l'ammeu-
tare quelle della villa di Beicaro a tre miglia da Siena;
le quali sarebbero di considerevole importanza per vie
meglio determinare il concetto che dobbiamo formarci
del nostro artista^ dandoci esse novella prova della
sua capacità eminente nelle opo'e di decorazione e
della grazia colla quale egli seppe esprimere quei
soggetti mitologici, se non fossero sgraziatamente rin-
novate da un univei'sale ristauro. Valga ciò in parti-
colar modo delle vòlte della loggia, posta nel giar-
dino, dove sono raffigurati nel modo il più grazioso
ed ameno in piccoli comparti altrettanti fatti riferen-
tisi alle divinità del mondo classico. Questi poi vedonsi
circondati da una decorazione ad uso pergolato di
fogliami con frutti e con animali svariati, nei quali
})alesemente si scorge Timitazione di quanto fu esem-
plarmente ideato ed eseguito da Giov. da Udine nelle
famose sue Loggie Vaticane. (1) Meglio conservato
relativamente ma impallidito per eccessiva pulitura, è
un quadro rappresentante il Giudizio di Paride, deco-
rante la vòlta dell’atrio della stessa villa. Similmente
dipinse di chiaroscuro lungo i muri della cappella gli
ornati, e di colore i quattro Evangelisti e il Martirio
di alcuni Santi ; nel centro del coro la Madonna col
Ifambino. Nel mezzo della vòlta nella parte anteriore
ci si presenta entro un tondo l’arme dei Turamini, gli
antichi pi'opi-ietai'ii della villa, contenente una mezza-
luna e una stella, circondata da ])utti in iscorcio che
guardano giù, in modo analogo come quelli del So-
doma nel centro della vòlta della Camera della Segna-
li) Il fotografo de Roche di Siena ha eseguito recentemente alcune
buone riproduzioni dalle vòlte della loggia di Beicaro.
tura in Vaticano. Negli ornati sul listello della tr-i-
buua, come veniamo a sapere per cortese comunica-
zione fattane dal presente proprietario della villa il
nob. sig. Celso Camajori, trovaronsi dipinte due pic-
cole cartelle, una alla destra l’altra alla sinistra del-
l’altare. Nella prima si leggono le seguenti iniziali
C. T. F. (Crescenzio Turamini fece) nella seconda il
millesimo 1535. Il carattere dei dipinti indicherebbe
da se che sono opere della tarda età del loro autore,
le cui forze inventive ed esecutrici vi appariscono al-
quanto esani-ite, astrazion fatta dall’alterazione cagio-
nata dal ristauro, che dovette essere intrapreso negli
anni dal 1868 al 1873 in causa dello stato in che era
ridotta la cappella male riparata dalle intemperie. Il
danno sofferto dalle pitture della loggia invece, tanto
più sensibile quanto più avrebbero rivelato il merito
del nostro autore, ebbe per causa precipua l’essere
stata ricoperta con il bianco di calce per volontà di
un’antica proprietaria che aveva trovato quelle piccole
figure indecenti per la loro nudità. Venne tolto il
bianco, ma i dipinti avev-ano molto sofferto, tanto che
per conoscere che cosa rappresentavano occorreva
})assarvi sopra un panno inumidito. Furono quindi,
come si è accennato, pressoché rifatti con nuovi colori,
sì che ormai di originale del Peruzzi non vi rimane
altro se non la vaga invenzione ispirata da un com-
plesso di gradite classiche reminiscenze (1).
(1) « Io sono contrarissimo a qualunque sorta di restauro, soggiunge
in proposito nella sua lettera informativa il sig. Camajori; ma qui si
trattava di conservare il concetto dell’artista e codesto concetto in
breve sarebbe andato perduto, qualora fosse stata ritardata la esecu-
zione del fatale ristauro. » Egli si compiacque inoltre di parteciparmi
che il compianto suo padre Giuseppe Camajori, dopo di avere pazien-
-»)
Barbara sorte fu pure quella che toccò a tre dipinti
da soffitto iieirantico palazzo dei Gelsi, oggi de’ Pol-
lini in Siena presso la chiesa del Carmine. Che Bal-
dassare abbia avuto mano a lavori per quel palazzo
di cui è ritenuto Tarchitetto, apparirebbe già dallo
stile del nobile cornicione che lo incorona esterior-
mente, dove si ravvisano manifeste analogie di pro-
poi'zioni e di motivi con quello della Farnesina. Sgra-
ziatamente i dipinti, che si possono vedere in tre
ambienti del piano nobile, sono malmenati e svisati
da rozzissimo ristauro, sicché vi s’indovinano più di
quel che si vedano ormai i suoi tipi dalle fattezze
regolari e massime il suo modo di piegare un po’
monotono e a pieghe minute ed allungate, — Il sog-
getto del soffitto maggiore è tolto dalla Storia Ro-
mana e rappresenta Scipione Africano nell’ atto che
restituisce il denaro del riscatto di una schiava ai
temente rovistato tutti gli archivi e biblioteche senesi, aveva scritto
una storia molto accurata del Castello di Beicaro (inedita). L’antichis-
simo fortilizio di Beicaro vi è nominato fino dal 1199, come proprietà
de’ Marescotti. Passato da una in altra famiglia, ebbe a soffrire varie
vicende e più volte fu diroccato. Quanto a un disegno di B. Peruzzi a
cui allude è certamente quello che viene citato neU’/nrìjce geogralìco-
analitico del disegni di architettura esistenti nella R. Galleria degli
Ul/izl di Fh'enze, compilato dal conservatore dei disegni e delle stampe
slg. Nerino Ferri e pubblicato per cura del Ministero della pubblica
istruzione nel 1885 in Roma, dove a pag. 212 è citato come « progetto
in pianta pel Castello di Beicaro presso Siena (disegno 346.)» Lo fece,
come seguita il sig. Camajori, per commissione di Crescenzio Tura-
mini. 1 lavori furono dal Peruzzi iniziati, ma non condotti a termine
a quanto pare. Più tardi la guerra mossa da Cosimo de’ Medici nel 1554
contro la Repubblica senese fa la nuova causa della sospensione dei
lavori. Nella Storia succitata si leggono le peripezie e i danni sofferti
dal Castello per causa di quella guerra. I.e opere di architettura del
Peruzzi che presentemente esistono a Beicaro sono le seguenti : L’in-
terno scompartimento del palazzo, il muro di divisione fra il piazzale
e il giardino.
parenti della medesima acciò le serva di dote ne’
suoi sponsali. Il secondo è quello dell’Adorazione de’
Magi, giunti col seguito in presenza del Bambino Gesù.
Il terzo la Lapidazione dei vecchioni, seduttori della
casta Susanna.
Finalmente vuoisi pure considerare come opera
della sua età matura il fresco, ora assai patito e mal-
concio, della Sibilla che vaticina ad Ottaviano Augu-
sto la venuta di Gesù Cristo. Pittura che non ostante
la celebrità di cui gode è manifesto segno della deca-
denza di lui rispetto ai suoi anni migliori. Vi si scorge
infatti un fare convenzionale ed esagerato che fa pen-
sare quasi ad una male intesa imitazione di Miclie-
langelo; un non so che di teatrale, ch'è il contrapposto
di un concetto spontaneo e vivamente sentito.
La data riscontrata nella cappella di Beicaro d'al-
tronde indicherebbe essere le sue ultime opere fatte
in patria appunto quelle condotte in detta villa, poicliò
si sà che nel mese di marzo dello stesso anno 1535
egli era tornato a Roma per attendervi ai lavori della
fabbrica di S. Pietro. Ma ormai non gli doveva essere
concesso neanche un anno di vita nella Città eterna,
poiché l’estremo suo giorno è registrato al 7 di gen-
naio del 1536. (Vasari T. IV, pag. 606, n. 1).
Come si vede il Peruzzi è un tipo spiccato di que-
gli artisti, che, vissuti in un’epoca di notevole evolu-
zione nello sviluppo dell’arte e dotati di un’indole
impressionabile, ebbero a passare successivamente
per diverse fasi, tanto che, giunti verso il termine della
loro carriera, ci si presentano con una tisionomia af-
fatto diversa da quella manifestata al loro esordio ;
diversità tanto grande in vero quanto è grande il di-
vario che corre fra l’arte ingenua e senza artitici,
peculiare del Quattrocento, e quella complessa e ricer-
cata, quale venne ad istrinsecarsi in seguito alla su-
blime attività spiegata dagli astri maggiori, die dai
satelliti volevansi emulare e superare se fosse stato
possibile.
La civiltà e ad un tempo la potenza dell’oro inglese,
come in molte altre cose, così anche nell’intento di
raccogliere opere d’arte hanno saputo ottenere, come
ognun sa, grandi risultati. Come è legge generale che
l’abbondanza e la ricchezza affluiscano vieppiù là dov’è
più vivo lo spirito del lavoro e dell’industria, così do-
vette pur accadere naturalmente che l’assopimento o
la decadenza della prosperità materiale e spirituale di
altre nazioni tornasse a particolare profitto della in-
glese anche per ciò che concerne il possesso di rare
e preziose opere d’arte. Da buon numero d’anni la
Galleria Nazionale di Londra n’è prova ben manifesta,
l’iscontrandosi ormai assai di rado il caso che gli
acquisti ai quali essa aspira le vengano contesi da
altri Musei. E ciò perchè il governo inglese trovasi
nella fortunata circostanza di adottare la massima di
non badare a spese, pur di riuscire ad accaparrarsi
opere che abbiano un elevato ed assoluto valore. La
(jual cosa se non gli è riuscita sempre, pure ha otte-
nuto l’effetto d’innalzare in breve volgere d’anni la
Galleria Nazionale al grado di una delle più scelte
raccolte che esistano, almeno nel novero delle recenti
senza alcun dubbio.
La cifra rappresentante l’importo complessivo delle
somme impiegate a costituire la Galleria Nazionale,
dalla sua fondazione nel 1824 insino all’anno 187G,
viene indicata nella prefazione al Catalogo dei quadri
stampato nel 1878 ed è di per se stessa assai elo-
quente. Essa ammontava in allora a Lire st. 356,013;
che significa in altri termini un importo di Fr. 8,900,325.
Pure considerati gli acquisti fatti e il pregio loro, viene
generalmente riconosciuto il governo inglese aver fatto,
come si suol dire commercialmente, un eccellente af-
fare. Del resto va notato che la raccolta di quadri
quale si presenta oggidì va debitrice di aumenti no-
tevoli ai doni ed ai lasciti di cospicui privati e della
casa regnante. Per tal modo vi stanno ormai esposti
agli occhi del pubblico non meno di un migliaio di
dipinti, dei quali oltre seicento appartengono alle scuole
straniere; i rimanenti alla scuola inglese (1). Quesful-
(I) Potrà riescire non privo d’interesse, per chi è vago di note stati-
stiche il cenno comparativo del numero dei quadri delle principali
Gallerie d’Europa, esposto ilal Direttore della Galleria Nazionale, si-
gnor Federico Burton in una nota al suo Catalogo della penultima
edizione. Se ne deducono i seguenti rapporti di cifre. La Galleria Va-
ticana in Roma non contiene se non 37 pitture (ma di che qualità in
gran parte!); quella del Campidoglio 225. Nella Galleria di Bologna,
sonvi 280 quadri circa; nella Pinacoteca di Brera a Milano 503; in quella
di Torino 569; in quella di Venezia 688; nel Museo di Napoli 700, esclusi i
dipinti antichi di Pompei e d’Ercolano; nella Galleria di Berlino ve ne
sono circa 1230, dopo i recenti acquisti; nella Pinacoteca di Monaco ve
ne sono circa 1280; nella Galleria di Belvedere a Vienna da 1550, escluse
le pitture moderne; nella Galleria imperiale di Pietroburgo 1631, Ira cui
327 italiani; nella Galleria degli Uffìzii in Firenze, ve ne sono circa 1200;
e circa 500 in i^alazzo Pitti. Ad Amsterdam 330; ull’Aja 304. La collezione
di Anversa contiene 606 pitture, quella di Bruxelles circa 550, nel museo
del Louvre se ne contano più di 1800 (esclusa la collezione Campana),
dei quali 543 italiani; nel museo del Brado in Madrid 1833; finalmente
nella celebre Galleria di Dresda, circa 2000 pitture (esclusa la collezione
dei pastelli).
In fatto di raccolte private, la Galleria Borghese in Roma eh’ è la
migliore collezione privata in Europa, conta 526 pitture; la Galleria
I.ichtenstein a Vienna 713; (piella del duca di Sutherland 323; la Galleria
Bridgewater 318; quella del marchese di Exeter oltre 600.
tima sta segregata dalle altre, come lo richiede il suo
carattere affatto speciale e le sue qualità che, come
suole accadere con tutte le scuole più recenti, sogliono
essere apprezzate assai più dai connazionali che da
amatori d’altri paesi.
In noi certamente risvegliano il più vivo interesse
le opere delle scuole italiane e gli è di queste che ci
è caro intrattenerci brevemente col benigno lettore,
rivolgendo la nostra attenzione a quelle che per le
loro qualità offrono uno speciale interesse rispetto alla
storia dell’arte. Che se non ci sarà dato riscontrarvi
una serie all’ intutto compita dei nostri antichi autori,
ne troveremo nullameno un gran numero di valenti
e di rari anche fra noi.
Nella nostra rassegna non trascui‘eremo poi di tener
conto delle indicazioni contenute nella ultima edizione
del Catalogo, dell’anno 1889, notevolmente migliorato
ed accresciuto dal Direttore della Galleria stessa ,
Sir F. W. Burton.
I.
Scuola toscana.
Rivolgendo lo sguardo a quella scuola la quale
(checché vogliali sostenere certi autori spesso preoc-
cupati troppo da sentimenti di vanagloria regionale o
municipale), fu l’antesignana e la più elevata fra quante
sorsero in Italia; v. a. d. alla scuola toscana, dovremmo
prendere in considerazione i più antichi Fiorentini e
Senesi, raccolti in due appositi locali. Ma poi che i
nomi ivi esposti, di Giotto, di Orcagna, di Gaddi non
— 23!) —
ci appariscono abbastanza ginstitìcati dall’aspetto delle
opere alle quali sono applicati (1), ci limiteremo a fe-
licitare la Galleria Nazionale inglese di essere riescila
ad appropriarsi due o fors’anche tre tavolette del grande
Senese Duccio di Buoninsegna. Di questo severo ar-
tista vuoisi ritenere, oltre una piccola pala munita di
sportelli, una tavoletta rappresentante rAnnunciazione
la quale insieme ad altra nella Galleria di Berlino,
formante un piccolo trittico colla Natività fra due figure
di Profeti, deve aver fatto parte della grande opera
illustrante la Vita di Cristo, celebre capolavoro di lui,
fatto per l’ aitar maggiore del duomo di Siena. Che
in occasione della ricostruzione dell’altare nel 150G
detta opera fosse levata di là è cosa nota. Così pure,
che fino a pochi anni or sono essa vedevasi divisa in
più parti in sagrestia e sulle pareti laterali del duomo,
mentre ora ha acquistato migliore collocazione nel
Museo dell’Opera, attiguo alla cattedrale stessa. Quello
eh’ s’ ignora invece si è come e in qual tempo siano
state sottratte le tavolette che vediamo oi'a ricomparire
nelle suddette gallerie estere.
Venendo ai Fiorentini del Quattrocento troviamo
rappresentata alla Galleria Nazionale inglese uno degli
artisti meno conosciuti, e che contribuì non pertanto
efficacemente a quel felice risveglio dell’arte nella via
del Rinascimento propriamente detto, quale si verificò
in Toscana, nei primi decenni del secolo XV. Inten-
diamo parlare di Paolo Uccello fiorentino, che ben
può dirsi occupare un posto parallelo a quello del
Masaccio, negli sforzi diretti allo studio della prospet-
(1) Opere perla massima parte acquistate una trentina d’anni or
sono presso i negozianti Lombardi e Baldi di Firenze.
— ^31 —
tiva, quando nulla di simile veniva tentato altrove. Se non
che, la sorte dei due artisti fu diversa, poiché, il primo,
nato sullo scorcio del secolo XIV potè protrarre i suoi
giorni di vita oltre gli 80 anni a quanto pare, mentre
Masaccio che vide la luce del giorno il 1402, contra-
riamente a quanto si era creduto tino a pochi anni or
sono, non superò l’ anno ventisettesimo di sua vita,
come risulta dai documenti pubblicati dal sig. Gae-
tano Milanesi, che li scoprì negli archivi fiorentini.
Scarse come si sa, sono le opere superstiti di P. Uc-
cello, onde è a stimarsi fortunata la Pinacoteca inglese
che riesci a far sua nel 1857 una delle quattro tavole
con composizioni di battaglie dipinte in origine per la
famiglia Bartolini e dal Vasari citate, e che sono di-
sperse presentemente. Infatti oltre a quella di Londra
trovasene una agli Uffizi a Firenze, una al Louvre:
la quarta come osserva il sig. Reiset nella sua Visita
alla Galleria di Londra (1) era già presso i negozianti
Lombardi e Baldi a Firenze, alquanto danneggiata e
non sappiamo dove si trovi ora. È notevole in detti
quadri il modo ingegnoso col quale l’autore intese
indicare lo sfondo del piano su cui s’incontrano i
cavalleresclii guerrieri, immaginando sparsi sul suolo
una quantità di armature e di lance spezzate, le di
cui linee incrociantisi fra loro diventano naturalmente
come le misure delle distanze. In quello di Londra è
l’appreseiitato come osserva il Catalogo, la battaglia
di S. Egidio, dove Carlo Malatesta, signore di Rimini
e il suo nipote Galeazzo furono fatti prigionieri da
Braccio di Montone nel 1416.
(1) Vedi : Une risile à la Galerie Nationale de Londres par M. Reiset —
2® édition — Rapilly Libraire, — 53 bis — Quai des Grands Augustins 1887.
232 —
Proveniente egualmente dalla Toscana, e precisa-
mente dalla Badia di S. Domenico sotto Fiesole, è
certa tavoletta larga e bassa di altro fra i primitivi ed
affatto ingenui quattrocentisti, vale a dire di Fra Gio-
vanni, non a torto conosciuto sotto il nome dell’An-
gelico. Il soggetto in esso rappresentato col candore
del religioso artista, è per così dire un’apoteosi del
Redentore, raffigurato risorto dal sepolcro, con una
bandiera nella mano, in mezzo ad un coro di angeli
musicanti; ai lati grandi turbe di beati e di Santi; in
tutto più di 250 tigurine, « così belle, osserva il Va-
« sari, che paiono esseri propriamente di Paradiso. »
Non così teneri ne furono a quanto pare i frati del
secolo nostro, dappoiché non si trattennero, una cin-
quantina d’anni or sono, dal farne oggetto di commercio,
staccando la tavola dall’ aitar maggiore della loro
chiesa, dove serviva da predella alla pala sovrapposta.
Ne divenne possessore il sig. Valentini console prus-
siano in Roma; nel 1860 poi un nipote di lui lo ven-
dette alla Galleria Nazionale di Londra, dove non gli
manca di certo il numero degli ammiratori. — Difetta
invece della sua particolare tinezza l’altro quadretto
attribuitogli, una Adorazione de’ Magi, già appartenente
alla raccolta Rosini di Pisa.
Dell’altro frate fiorentino contemporaneo, vale a dire
di Fra Filippo Lippi, ingegno peregrino e che contribuì
sensibilmente a promuovere il progresso precoce del-
l’arte fiorentina, troviamo due opere da noverarsi fra
le cose sue più squisite e delicate. Hanno la forma
di lunette a centinatura depressa e rappresentano l’una
il mistero deH’Annunciazione, Taltro una accolta di sei
Santi fra i più popolari in Firenze, seduti ai lati di
un settimo Santo, ch’è il protettore speciale della città,
S. Giovanni Battista. La loro provenienza d’altronde
è delle più cospicue, poiché si trovavano in origine
nel Palazzo Riccardi, anticamente de’ Medici di Fi-
renze. Di là passarono nelle mani dei fratelli Metzgei*,
negozianti, i quali li vendettero in Inghilterra verso il
1846. Nel 1861 entrarono a fare parte della raccolta
nazionale. Sono marcati coll’impresa di Cosimo de’ Me-
dici, noto fautore dell’artista. L’impresa è formata
come si sa da un anello dal quale escono tre piume.
Il dott. Richter ben a ragione nella sua rassegna della
Galleria Nazionale esalta il pregio di questi dipinti e
dà riprodotto in eliotipia il secondo (1). A differenza
dell’Angelico, dalla indole serafica per eccellenza. Fra
Filippo sa unire il sacro al profano, il celestiale al
terreno con una grazia spontanea, che conferisce alle
sue figure un incanto singolare.
Suo immediato scolaro fu quel Francesco Pesellino,
noto per le sue tavolette a piccole figure con sog-
getti leggendai’i, la maggior parte conservati in Italia.
A Londra noi lo troviamo rappi‘esentato da un esem-
plare di figure grandi, cioè da una tavola di una Tri-
nità, che non ha certamente l’attrattiva delle cose di
minori dimensioni. Il Vasari la cita bensì per opera
di lui, ma ove si ponga mente che il Pesellino negli
ultimi anni di sua vita tenne bottega in compagnia di
un altro pittore, Piero di Lorenzo da Prato, apparisce
giustificata la congettura, già espressa dal Lermolieff,
(1) Vedi: Italian Art in thè NationaL Gallerjj, bij Jean Paul Richtei'.
London Sainpson Low, eco. 188 Fleet Street a. 1883 pag. 19. È un bel
volume in 4^, corredato di 41 illustrazioni, parte in eliotipia parte in
incisione.
che il surriferito quadro sia essenzialmente opera di
quest’ ultimo non trovandovi egli nè lo spirito nè la
fattura del primo (1).
Altre tendenze ed altre aspirazioni sono quelle ma-
nifestate dal gruppo di pittori che furono scultori in
pari tempo, anzi in primo luogo orefici. Fra questi
vuoisi rammentare Antonio Pollajuolo. Di lui la Gal-
leria possiede l’ importante quadro del martirio di
S. Sebastiano, grande pala tolta dalla cappella Pucci
nella chiesa di S. Sebastiano de’ Servi in Firenze,
benché, ci affrettiamo a convenirne, sia tufi’ altro che
un’opera piacente e dà contribuire a risvegliare l’en-
tusiasmo che suscita per altre vie l’arte fiorentina
dell’epoca. L’atteggiamento del Santo legato all’albero
non ci offre linee belle, ha qualcosa di forzato, e negli
arcieri che lo circondano si vede troppo palese l’ in-
erito di renderli ben espressivi nei loro movimenti.
Con tutto ciò vi è del carattere in codesta opera, ed
un carattere propriamente individuale in ispecie per
quanto concerne il disegno, pel quale ci si rivela l’au-
toi*e, che è senza dubbio il maggiore dei fratelli, An-
tonio, più scultore che pittore di sua professione, ce-
lebre come tale in grazia de’ suoi lavori fatti per
l’altare del battistero di Firenze e per i monumenti di
Sisto IV, e di Innocenzo Vili in Vaticano. Di lui, come
è noto, avvi anche una grande incisione rappresen-
tante un combattimento d’uomini nudi, la quale essendo
segnata del suo nome e porgendo un’assoluta somi-
glianza nel modo di esprimere le forme del corpo
umano, serve di piena conferma alla denominazione
(1) Vedi: Die Galerien Borghe.^e urici Boria con I. F.er'inoUeff. l.eìii'/Ag:
Rrockhnus 1890, pag. 337.
— 235 —
data all’opera suddetta. D’altronde vuole essere os-
servato, che mentre il Vasari esplicitamente aggiudica
al solo Antonio il grande martirio di S. Sebastiano,
viene contradetto dall’Albertini, il quale nel suo Me-
moriale, pubblicato fino dal 1510, rattribuisce a Piero
suo minore fratello. Ora sta il fatto che Piero fosse
pittore di professione, come basterebbe a provarlo un
quadro segnato del suo nome a San Gemignano. Per
un altro verso è pur certo che parecchie pitture furono
lavorate in compagnia dai due fratelli, come attesta
lo stesso Vasari, laonde se ne ha a dedurre, come
ben conchiude Sir Frederic Burton nel suo Catalogo,
che in simili casi Antonio fosse quello che forniva il
disegno, mentre Piero s’incaricava della esecuzione coi
colori. Nel San Sebastiano probabilmente noi vediamo
un opera condotta in tal modo; il disegno severo ed
accurato del fratello maggiore, lo scultore ed orefice
di professione, facilmente vi s’intravede; s’egli abbia
avuto parte nel colorirla, e in tal caso tino a qual
segno, è un quesito che rimane tuttora aperto (1).
Dove il nuovo Catalogo ha voluto trincerarsi invece
dietro un riserbo di una prudenza eccessiva si è nella
classificazione generica di Scuola fiorentina del XV
secolo adottata rispetto a due interessanti tavolette,
nelle quali le attinenze con Andrea Verrocchio ven-
gono pur generalmente ravvisate oggidì, benché atten-
(1) Il Vqsqpì asserisco questa tavola essere stata terminata nel HTf,
e soggiunge avere il pittore ritratto nella figura di S. Sebastiano l’im-
niagine di Gino di Lodovico Capponi, mentre il quadro tuttavia gli
venne commesso da Antonio l’ucci. — Flsiste inoltro uno studio dal nudo,
a contorno di penna per la figura del Santo, dove anco una volta si ve
riflca come nei disegni apparisca spesso maggiore spontaneità di senti-
mento che non nelle opere eseguite. (Vedi in proposito la già citata Colle-
zi, one di quaranta disegni scelti della raccolta del Senatore G. Moi'elli).
23(3
tameiite esaminate si manifestino troppo detìcieiiti per
poter essere aggiudicate al maestro medesimo sì runa
che l’altra. Rappresenta Tuna una Madonna dalle gi-
nocchia in su col Bambino in grembo^ corteggiato da
due angeli. Venne affidata nel 1857 al pittore Giuseppe
Molteni in Milano, per l’occorrente ristauro, che gli
riesci assai bene. La denominazione di Domenico Ghir-
landaio colla quale venne comperata, non che quella
di Pesello accolta più tardi non potevano reggere in
alcun modo al lume della critica, come non regge
neppure quella di Pollajuolo.
Se vuol essere riconosciuto il merito del Dott. Bode,
direttore della r. Galleria di Berlino, di avere pel primo
indicato a quale indirizzo dell’arte fiorentina appartenga
questo delicato quadro di devozione, d’altra parte dob-
biamo avvertire non essere egli riescito del pari a deli-
neare rettamente la figura del maestro di Leonardo, lad-
dove fra le svariate opei‘e die vorrebbe rivendicargli gii
assegna senz’altro il secondo quadro di che abbiamo ad
intrattenerci qui, rappresentante il giovinetto figlio di
Tobia guidato dall’angelo Rafaele, dipinto non molto dis-
simile dal prenominato e al pari di quello improntato di
un carattere molto troppo meschino e limitato per ac-
cordarsi colle magistrali sue opere, massime di scul-
tura , per la maggior parte conservate a Firenze (1).
Un altro gruppo di opere fiorentine da attirare l’at-
tenzione dell’osservatore nella Galleria Nazionale è
quello che trovasi esposto, a vero dire un po’ alla
l'infusa, sotto i nomi di Botticelli e di Filippino Lippi.
Quando si siano prese per punto di partenza le mol-
(1) Vedi: ItaUenische BUdhauer der Benais-ianre. — Berlin, Spe-
ninnn 1887, pop. 126.
teplici loro opere autentiche a fresco e in tavola, non
che le traccie dei loro primi pensieri conservati nei
loro disegni, massime nella ricca raccolta di Firenze,
non deve accadere facilmente di confondere fra loro i
quadri dell’ uno con quelli dell’altro, nè tampoco con
quelli dei loro seguaci ed imitatori. Certe tavole in
Galleria degli Uffìzi, per es., prese a confronto, ba-
sterebbero di per se a dimostrare che due belle com-
posizioni, rappresentanti entrambe l’Adorazione dei
Magi, vanno tenute per prodotti dell’ingegno del primo
e non del secondo come vuoisi dal Catalogo della
pinacoteca inglese. È raccolta l’una entro una tavola
tonda, l’altra in un quadrilungo, pieni di figure espres-
sive, ma che pur troppo si presentano egualmente in-
torbidate da men che mediocre ristanro. Un terzo
quadro dello stesso soggetto a figure più piccole, con
maggior margine di paese, venuto ad aggiungersi agli
altri due pili recentemente, è pure cosa gustosa, ma
che non andrebbe registrata, com’è, sotto il nome del
Cippi (N. 1124). Che sia uscito però dalle mani di un
condiscepolo di Sandro e di Filippino alla scuola di
Fra Filippo apparisce più che probabile, com’è pro-
babile che sia derivato dallo stesso pittore certo epi-
sodio della morte di Lucrezia, che figura egualmente
fra le opere di Filippino nella sala di Promoteo di
Galleria Pitti, ben che senza buon fondamento.
Ma dove l’attuale Direzione della Galleria seppe fare
un colpo straordinariamente fortunato si fu neH’acquisto
di una tela che porta tutta l’impronta del Botticelli
(alta quasi 4 piedi e larga poco più di 3), rappre-
sentante la Natività di Nostro Signore. Essa è, ed a
ragione, uno degli oggetti che pili attirano rattenzione
— 238
degli intelligenti^ essendovi manifesto tutto lo spirito
ed il brio che qualificano in modo speciale le opere
del Botticelli. Va divisa la composizione, eh’ è a pic-
cole figure, in tre parti. In quella di mezzo è raffigu-
rata la capanna del Presepio colla Madonna in ado-
razione del divino Infante, e S. Giuseppe seduto da
un canto come in atto di uno che dorma: di dietro i
soliti animali; a destra i tre re Magi; a sinistra tre
pastori genuflessi in adorazione accompagnati da an-
geli. Altri tre angeli stanno in ginocchio sul tetto della
capanna cantando da un libro tenuto da quello di
mezzo. La parte inferiore presenta un fondo a parete
l'occiosa, davanti alla quale vedonsi tre uomini gio-
vani in lunghe vesti, la fronte inghirlandata, ciascuno
in atto di abbracciare un angelo, mentre alcuni esseri
diabolici cercano di nascondersi nei crepacci della
roccia. Nella parte superiore finalmente i cieli danno
campo ad una gloria d’angeli che si danno la mano
danzando in giro, pieni d’esultanza. Notevole è la lunga
iscrizione in lingua ed in caratteri greci che si legge
sopra una striscia grigia in cima al dipinto. In essa
l’autore si riferisce al capitolo XI deU’Apocalisse in
modo che non riesce ben chiaro, soggiungendo aver
('gli Alessandro eseguito quella pittura alla fine del-
l’anno 1500, durante i torbidi d’Italia (1). Il soggetto,
come osserva giustamente l’ autore del Catalogo, è
concepito in modo assolutamente mistico e simbolico,
e coll’intenzione espressa di alludere agli effetti pro-
dotti sui princìpi del bene e del male colla venuta di
(I) Vedine la interpretazione nel Catalogo del Sig. Burton, pag. 56, e
per più ampie spiegazioni si legga il saggio del Professore Sidney
Colvin di Cambridge nel PortJoUo, Febbraio 1871.
— 239 —
Gesù Cristo. Come opera d’arte è un vero tesoro e
fortunatamente bene conservato.
Chi conosce il Botticelli sa come egli riescisse effì-
(iace e spiritoso anche nei soggetti tratti dalla mito-
logia. Basti rammentare la sua Nascita di Venere
nella Galleria degli Uffizii, l’ammirabile Calunnia di
Apelle, quivi stesso, la Danza delle Grazie all’Acca-
demia di Belle Arti. — La tavola larga e bassa, rap-
presentante Venere e Marte addormentato, sdraiati
sull’erba, con tre burleschi satirelli di dietro, in un
paesaggio fronzuto, appartiene allo stesso genere e fa
bella mostra di sè nella privilegiata Galleria Nazio-
nale. Come opera sommamente caratteristica del mae-
stro la diamo riprodotta nella Tav. XVII. Il sonno
profondo del Dio, l’affaccendarsi scherzoso dei putti
colle sue armi, mentre uno gli si accosta dando fiato
ad un corno per isvegliarlo, il semplice riposo della
diva, sono trattati con tanta spigliatezza e disinvol-
tura, quale non si ritrova se non presso il Botticelli,
il quale vi dispiega inoltre un’ammirabile lucentezza
di colorito.
Nè vorremmo dipartirci da tanto artista senza in-
dicare come opera di sua mano un ritratto di un
giovane imberbe (busto senza le mani) precedente-
mente atti’ibuito a Masaccio, ma dal recente Catalogo
pure additato per opera del Botticelli. Le fattezze del
viso vi sono disegnate e modellate con quella sicu-
rezza e con quel sapore, gli occhi in ispecie con
quella vita parlante che si suole riscontrare nelle in-
telligenti fisionomie di Sandro.
Ch’egli abbia avuto più di un garzone e di un imi-
tatore, intenti a seguire le di lui tracce, servendosi
240 —
aH’occoreiiza de’ suoi disegni e de’ suoi cartoni, è
cosa che ogni buon conoscitore deve avere avvertita,
come vuoisi pure costatare che moltissimi dipinti, che
10 arieggiano da lontano, nelle raccolte sì pubbliche
che private vengono spacciate per opere di lui stesso.
Della quale pecca a dir vero non si saprebbe di-
chiarare esente il Catalogo della Galleria Nazionale.
— Infatti, benché nel cenno biografico del Botticelli
11 Sig. Burton osservi giustamente che fra le nume-
rose opere portanti il suo nome ben parecchie vo-
glionsi considerare soltanto come uscite dalla sua
bottega, egli poi registra tutte quelle della Galleria
senza distinzione di sorta sotto il nome del maestro.
Fra quelle che evidentemente si scostano dal suo fare
la pili importante è una grande tavola dov’è rappre-
sentata rAssnnzione della Vergine, ossia, come me-
glio si potrebbe definire, la sua Glorificazione. Note-
vole è la composizione per la copia di figure che
contiene. Nella parte superiore raffigurante le regioni
celesti, sta seduto il Salvatore in atto di benedire la
Madre inginocchiata alla sua destra. Dai due lati
schiere di cherubini e di serafini, ai quali vanno unite
San Pietro, San Giov. Battista e Santa Maria Mad-
dalena. Più a basso due grandi zone di figure com-
prendenti la gerarchia angelica insieme ai patriarchi,
profeti, apostoli, evangelisti, martiri confessori, dottori
della chiesa e vergini. Nella parte terrena ed inferiore
del dipinto gli Apostoli sono riuniti attorno alla tomba
della Madonna, dalla quale spuntano i gigli. A si-
nistra sta inginocchiato il devoto Matteo Palmieri, a
destra la moglie. In distanza l’estesa campagna rap-
presenta la valle dell’Arno colla città di Firenze e
dintorni con fondo di monti.
La storia di questo dipinto è assai curiosa e ci
viene riferita dal Catalogo nel modo seguente; «tu
eseguita l’opera approssimativamente intorno al 1472,
per Matteo Palmieri e collocata nella cappella della
famiglia in San Piero Maggiore a Firenze. Il Pal-
mieri era uomo distinto ed erudito, che rese impor-
tanti servigi alla Repubblica, si diplomatici che d altro
genere. Teologo profondo e ammiratore studioso delle
opere di Dante, egli compose un poema in certo modo
ideato sulfesempio di quello della Divina Commedia,
nel quale egli suppone di essere condotto dalla Si-
billa Cumana a traverso i Campi Elisii al Cielo, ossia
alla « Città di Vita. » Dopo la sua morte ed onorevole
sepoltura nel 1475 o poco dopo, questo poema che
non era stato diffuso anteriormente, cadde nel sospetto
per opera di critici insidiosi, di contenere certe idee
eterodosse intorno alla natura degli angeli. Ripor-
tata la cosa alle autorità ecclesiastiche mentre pen-
deva la inquisizione, la pittura sospetta di riflettere
in qualche modo le dottrine incriminate, venne co-
perta e la cappella dove si trovava sottratta al culto
pubblico. Finalmente dopo un certo lasso di tempo
la dottrina venne dichiarata innocua e la cappella
riaperta. Nel frattempo però l’argomento della eresia
del Palmieri era stata discussa così violentemente in
Firenze, che la storia si diffuse in Europa, dando
origine a poco a poco a relazioni inesatte e strava-
ganti che furono variamente raccontate dagli scrit-
tori ecclesiastici, alcuni dei quali ebbero ad affer-
mare che il Palmieri era stato bruciato vivo quale
eretico ; altri che il suo corpo era stato disumato e
bruciato insieme col suo poema. Vasari nella sua Vita
FRizzoNr.
IG
— 242
del Botticelli descrive la pittura in lungo e in largo^
_ soggiungendo che il pittore altrettanto quanto il Pal-
mieri erano stati aggravati dalla taccia di eresia dai
malevoli. — Il dipinto porta l’impronta di guasti fatti
con intenzione; i visi del devoto e della moglie sua
infatti sono stati graffiati: 'un tentativo di ristanrarli fu
fatto successivamente. Ad un dato tempo indeterminato
fu trasportato alla villa Palmieri, sede di campagna
della famiglia presso Firenze. Resosi defunto Tultimo
erede, in principio del secolo presente, il dipinto passò
nelle mani di un incettatore fiorentino, e più tardi in
proprietà dell’ undecimo duca di Hamilton. Fu acqui-
stato dalla Galleria Nazionale alla vendita dei quadri
del palazzo Hamilton nel 1882 (1).
Quanto all’autore vero, lasciando da parte la con-
gettura di alcuni eruditi tedeschi , per cui vorreb-
bero credere il Vasari avere equivocato il nome di
Botticelli con quello di Frane. Botticini, senza pre-
sumere da parte nostra di determinarlo, osserveremo
soltanto che ci apparisce più che altro un seguace di
Sandro, alquanto più fiacco di lui e che in molte cose
pare si accosti altrettanto al Verrocchio.
Di tredici anni più giovane del Botticelli è Filippino
Lippi, il quale, se supera il primo per le qualità della
grazia, non raggiunse forse del tutto l’altezza dell’in-
gegno del maestro. La sua natura amabile e gentile
del resto lo rende generalmente più piacente alla,
maggioranza degli amatori; e le sue opere sono tanto
(1) «Vedasi per un minuto rendiconto delle postume persecuzioni
dell’autore della « Città di Vita » e per le circostanze rispettive le No-
tisce istoriche delle chiese ^fiorentine , ecc. (Firenze 1754) del Padre
Gius. Richa. T. 1 Lezione XI. A tempo del Richa il dipinto pare si tro-
vasse sempre al suo posto primitivo. »
più ricercate in quanto sono più rare, essendogli stato
troncato il tilo della vita, come si sa, in età di 47 anni,
nel 1504. De’ suoi quadri d’altare la maggior parte
hanno lasciato il loro posto primitivo per andar ad
arricchire le raccolte pubbliche.
Quella che dall’ antica cappella di Casa Ruccelai
nella chiesa di S. Pancrazio a Firenze passò nel pa-
lazzo della stessa famiglia, ed infine fu comperata
nel 1857 dalla Galleria Nazionale di Londra, a dir
vero non appartiene a’ suoi anni migliori. Non vi è
più infatti tutta quella purezza di stile a cui l’artista
s’attenne nella sua parte di lavoro alla pregiata cap-
pella Brancacci e nella tavola della Badia, ma ciò ni.il-
1 ameno è opera che rappresenta bene la maniera del-
l’autore, sempre caratteristico e vivo nelle sue figure.
Rappresenta la medesima la beata Vergine seduta in
aperta campagna col divin Figlio al seno ; ai lati i santi
Domenico e Gerolamo genufiessi, in atto di adorazione.
Nella sottoposta predella, avvi il Cristo morto, sorretto
da Giuseppe d’Arimatea, e ai due lati S. Francesco
tì Santa Maria Maddalena.
Mentre poi il nuovo Catalogo gli assegna due altre
tavole che in realtà non mostrano se non qualche
affinità col suo fare, ben fece accogliendo senza ul-
teriore riserbo per opera di Filippino una mezza figura
di un angelo collo sguardo abbassato e le mani giunte
in atto di preghiera, un frammento a vero dire, ma
che ha tutta l’impronta del lare suo proprio e che
rivela la finezza del maestro (1).
(1) Il Museo Britannico possiede nel Gabinetto dei disegni un interes-
santissimo schizzo di Filippino pel fresco della Disputa di S. Tom-
maso nella cappella Carata alla Minerva a Roma.
Punto rappresentati nella Galleria inglese erano tino
a pochi anni or sono i Ghirlandai. Il ritratto di gio-
vinetta, girata di terza, busto senza le mani che venne
acquistato di poi e sta esposto per opera di Dome-
nico, nella sua durezza e povertà di disegno, non di-
sgiunto da una piacevole limpidezza di colorito, ci ri-
chiama più che altro il fare del suo cognato Seba-
stiano Mainardi.
Ridolfo del Ghirlandaio invece figura in una delle
opere più importanti, una ricca composizione di ben
17 figure, rappresentante la Gita al Calvario. Ch’essa
appartenga a’ suoi anni giovanili apparisce non solo
dalla affinità che vi si scorge col fare di Francesco
Granacci, ma anche dai richiami leonardeschi che si
])alesano in più di una fra quelle figure (1). Proveniente
dal palazzo della antica famiglia degli Antinori, e in
origine da un altare di spettanza della medesima, ne
troviamo fatto menzione nella vita del pittore, compilata
da Giorgio Vasari, coi termini seguenti: « Nella chiesa
di S. Gallo fece in una tavola Cristo che porta la croce
con buon numero di soldati, e la Madonna ed altre
Marie che piangono insieme con Giovanni, mentre
^Vronica porge il sudario a esso Cristo con pron-
tezza e vivacità; la quale opera, in cui sono molte
teste bellissime ritratte dal vivo, e fatte con amore,
acquistò gran nome a Ridolfo. Vi è ritratto suo padre
ed alcuni garzoni che stavano seco, e de’ suoi amici
(1) In un fruerriero a cavallo, munito di elmo si ravvisa un tipo ri-
cavato da un mirabile disegno di un profilo di guerriero di Leonardo
da Vinci nella raccolta Malcolra a Londra. (Vedansi le fotografie del
(luadro e del disegno indicato, eseguito dalla ditta Ad. Braun). Anche in
altre teste, fra gli sgherri massime, si trovano dei tipi che rammentano
Leonardo.
— 245
il Poggino, lo Scheggia ed il Nunziata, che è una
testa vivissima; il quale Nunziata, sebbene era dipin-
tore di fantocci, era in alcune cose persona rara e
massimamente nel fare fuochi lavorati, e le girandole
che si facevano per San Giovanni; e perchè era co-
stui persona burlevole e faceta, aveva ognuno gran
piacere in conversando con esso lui. »
Per ordine di tempo avremmo dovuto in vero men-
zionare anteriormente il nome del primo maestro del
Signorelli, cioè di Pier della Francesina, di cui la Gal-
leria possiede due opere certe; v. a. d. una tavola di
un Battesimo di Cristo nel Giordano, eseguita per
la chiesa di S. Giovanni Battista del Borgo S. Se-
polcro, ed una Natività di Nostro Signoi-e che era in
possesso della famiglia Marini-Franceschi , discen-
dente dal pittore stesso; ma non sapremmo dare molto
peso a queste opere (per quanto siano rare e ricer-
cati in genere i prodotti dell’arte sua) nello stato in
cui si trovano, scorticate e rifatte dal ristauro. Quanto
ai due ritratti femminili esposti sotto il suo nome avvi
di che dubitare della loro autenticità, per quanto re-
chino l’impronta di opere d’arte contemporanea (1).
Fra le opere di Signorelli merita la maggiore at-
tenzione quella proveniente tino dal 1882 dalla rino-
mata raccolta Hamilton. Contiene una composizione
di ben dieci ligure, trattata con quel fare largo e
(1) La Galleria possiede una buona figura del suo scolaro Bartolomeo
Corradini detto fra Carnovale. È un S. Michele di grandezza di poco
inferiore al naturale, in ricca armatura, ritto in piedi mentre calpesta
il mostro da lui già domato. Questa tavola ben conservata apparteneva
al Fidanza a Milano, e fu acquistata dalla raccolta di Slr Charles East-
lacke nel 1867. Le faceva riscontro quello di un .Santo frate ora con-
servato nel Museo Poldi Pezzoli a Milano. Fotografato da C. Marcozzi.
240
sprezzante dei minuti particolari^ che suole conferire
una tipica grandezza alle opere del robusto artista.
Il Vasari nella vita del pittore ne fa menzione coi ter-
mini seguenti : « A Volterra dipinse in fresco nella
chiesa di S. Francesco, sopra l’altare di una Compa-
gnia la Circoncisione del Signore che è tenuta bella
a meraviglia; sebbene il putto avendo patito per Tu-
mido, fu rifatta dal Soddoma molto men bello che
non era. E, nel vero, sarebbe meglio tenersi alcuna
volta le cose fatte da uomini eccellenti piuttosto mezzo
guaste, che farle ritoccare a chi sa meno. » Noi con-
sentiamo col Dott. Richter là dove egli osserva che
il cattivo ristauro imputato al Sodoma probabilmente
non è che una pia invenzione del Vasari. Sta il fatto
ch’egli, come si vede, sinistramente prevenuto contro
l’artista vercellese, cercò dove poteva di metterlo in
cattiva luce. Oggi non si saprebbe ad ogni modo
scorgere lo stile del Sodoma nella figura pesantemente
ridipinta del Bambino, mentre è da osservare che
dietro la tavola è accennata la circostanza di un tardo
ristauro operato sul dipinto nei 1732 dal pittore Cigna.
Vuoisi notare in fine che il Vasari prese certamente
abbaglio nell’ indicare come lavoro a fresco quello di
che si tratta. Esso è dipinto sulla tavola e come tale
rammentato da un autore locale (1).
(1) Come avverte Tannotutore del Vasari, T. Ili pag. 685 n. 4 certi
Incuci, di autori e pitture volterrane, manoscritti nella biblioteca di
Volterra (autore un tale Ormanni) citano come esistente in S. Fran-
cesco una tavola di I.uca da Cortona colla Circoncisione. Altri ai'-
punti esistenti nella detta Libreria rammentano una pittura del me-
desimo Luca con (piesto soggetto nella compagnia del nome di Gesù.
Ma tanto in questa (pianto in (piella chiesa oggi non si vede quest’o-
pera.
— 247 —
Ci piace invece fermarci alquanto sopra nn altro
pittore fiorentino contemporaneo di Filippino Lippi,
benché morto parecchi anni più tardi di lui, ed è il
fantastico ed originale Pier di Cosimo. Già parecchi
anni or sono in una nostra rassegna delle pitture
del Rinascimento italiano nella Galleria di Berlino
s’ebbe a notare come mercè i lumi della critica ci
sia dato formarci un concetto più compito e più esatto
intorno alla sua artistica attività, che gli assegna fra
suoi compaesani un posto peculiare, grazie all’ ingegno
suo indipendente e bizzarro. Possiamo qui confermare
i giudizii intorno alcune opere che credemmo dover-
glisi rivendicare; quali un tondo col Presepio attri-
buito per r addietro alla scuola del Perugino, nella
pi-ima sala della Galleria Borghese, un altro tondo
collo stesso soggetto ma diversamente composto nella
Galleria di Dresda, ivi sotto il nome di Luca Signo-
relli fino pochi anni or sono ; e finalmente una tavola
quadrata nella Galleria di Berlino, rappresentante pure
l’Adorazione dei pastori, e che forse in grazia del
suo focoso colorito era stata aggiudicata affatto fuori
di proposito al nostro insigne pittore Gaudenzio Fer-
rari, ma nelle ultime edizioni del Catalogo gli è stata
ritolta per ridonarla al suo vero autore. Osservazioni
e studii ulteriori ci diedero facoltà di additare parec-
chie altre pitture sparse in diversi luoghi, come tali
che sono da ritenersi per prodotti di mano di Pier
di Cosimo. Incominciando fra noi in Italia, ci ricorre
alla mente certa soave mezza figura di una Mad-
dalena, posta come nel vano di una finestra, con
un libro aperto sopra il parapetto, la quale trovavasi
nella raccolta del monte di Pietà in Roma, sotto il
— 248 —
nome di Andrea Mantegna. Bene ripulita in epoca
recente questa pittura e rimessa nel suo pristino stato,
onde ebbe a riacquistare tutta la freschezza del suc-
coso suo colorito, giunse di poi in possesso delhono-
revole Barone Baracco, come opera riconosciuta e ben
manifesta del nostro autore. — All'estero ne riscon-
trammo in più luoghi sotto diverse denominazioni ,
delle quali siamo persuasi la critica vorrà fare giu-
stizia col tempo: noi le citiamo qui, come tali che
varranno a giustiticare intanto la nuova classificazione
adottata rispetto a un bel ritratto nella Galleria Na-
zionale.
Rammentiamo pertanto in primo luogo a Parigi nel
Louvre una Madonnina col Bambino sulle di lei gi-
nocchia in atto di stendere la mano verso una colomba
che simboleggia lo Spirito Santo, quivi collocata fra
gi’ignoti di scuola fiorentina (1). Il suo gusto vi si
appalesa indubbiamente tanto nell’intonazione calda
deH’incarnato quanto nello strano panneggiamento va-
riopinto onde si compiacque adornare la figura della
Vergine. Nel modo di trattar le forme si scorge una
mira particolare ad ottenere l’effetto del tondeggiamento,
che gli è consueto; di più in quelle del Putto, che è
ignudo, è sensibile l’affinità con Leonardo da Vinci,
col quale in realtà egli tenne famigliarità, come già
ebbe a constatare il Vasari. A proposito poi del bio-
grafo Aretino vogliamo appunto osservare in questo
luogo, che la vita da lui ti-acciata di Piero di Cosimo
ci porge un desiderato lume a confermare il giudizio
(1) È al N. ■197 del catalogo del 1878 e vi è detto che il (luadro era
posto nella chiesa di S. Luigi de’ Francesi in Roma, e che offre ana-
logia con parecchie pitture di Luca Signorelli.
249 —
nostro intoi‘110 a tre quadri di lui, de’ quali, come os-
servano gli annotatori del Vasari, s’ignorava fin qui
il destino.
Intendiamo parlare innanzi tutto di un busto in
profilo rappresentante, stando all’iscrizione sottoposta,
le sembianze di Simonetta Vespucci, intesa probabil-
mente nel tempo istesso come un’antica Cleopatra,
porgendo essa un serpe avvinto al collo, secondo
l’uso degli artisti del Rinascimento di lusingai'e spesso
l’amor proprio dei ritrattati, specialmente se del bel
sesso, coll’aggiungere loro qualche attributo sacro o di
qualche persona dell’antichità, celebre per virtù o per
bellezza. Questo quadro faceva parte della raccolta del
signor Federico Reiset, direttore del Museo del Louvre
a Parigi, acquistata di poi dal duca d’Aumale. Ora,
benché il dipinto venga dal Catalogo attribuito ad An-
tonio del Pollajolo, noi non crediamo ingannarci scor-
gendovi ben impresse le note caratteristiche del fan-
tastico nostro pittore, mentre il nome di Polla] nolo
non ci sembra più giustificato di quello del Botticelli,
il quale ebbe pure a dipingere una bella Simonetta.
Gli altri due quadri sono due busti d’uomini che
vedonsi nella Galleria deH’Aja in Olanda, e che aspet-
tano tuttora il loro battesimo; l’uno rappresentante un
uomo nel fior degli anni con un compasso in mano,
l’altro un uomo attempato con un foglio sul quale stanno
segnato delle noto musicali. Sbalestrati, non sappiamo
per quale seguito di circostanze, in luogo tanto remoto
dalla loro patria, li vedemmo esposti al pubblico come
ignoti. Se non che l’avervi conosciuto senza esitazione
la mano di Pier di Cosimo, ci ha pure offerto il mezzo
di potere stabilire, secondo ogni probabilità, chi sieno
250 —
le persone quivi rappresentate. Il passaggio del Vasai'!
che si riferirebbe ai tre ultimi dipinti qui nominati è
quello che trovasi in fine alla vita di Pietro di Cosimo,
laddove parlando egli di Francesco da S. Gallo che
fece il ritratto di Piero stesso allorché era vecchio,
soggiunge: « il qual Francesco ancora lia di mano
« di Piero (che non la debbo passare) una bellissima
« testa di Cleopatra, con un aspide avvolto al collo, e
« due ritratti, Tuno di Giuliano suo padre, l’ altro di
« Francesco Giamberti suo avolo, che paion vivi » (1).
Che per la testa bellissima di Cleopatra abbia voluto
intendere il Vasari nuli’ altro che il profilo da noi
menzionato di sopra della Simonetta Vespucci, noi lo
reputiamo tanto più verosimile (quantunque rautore non
lo nomini personalmente), in quanto in detto quadro
l'aspide le sta precisamente avvolto liberamente al
collo, come lo accenna Fautore, mentre generalmente
la fiera regina dell’Egitto viene rappresentata nell’atto
di tenerlo in mano e di accostarlo al seno ; ciò che
potrebbe pur far pensare d’altra parte che il pittore
vi avesse introdotto quel motivo piuttosto come un
ghiribizzo d’artista che per qualificare come Cleo-
pati'a la persona da lui ritratta. Quanto agli altri due
ritratti, cioè quelli della Galleria dell’Aja, ci è dato
stabilire con tutta sicurezza che sono quelli dei S. Gallo
accennati dal Vasari, poiché il piti giovane che è qua-
lificato come architetto avendo in mano il compasso,
corrisponde affatto all’effigie di Giuliano, quale vedesi
incisa in capo alla di lui biografia dal Vasari com-
pilata; il più vecchio poi che gli fa perfetto riscontro.
(1) Vasari ed. Sansoni, pag. 144, T. IV.
— 251 —
non è altri evidentemente se non il di lui padre Fran-
cesco (1),
Che Pietro fosse esercitato in fare ritratti è cosa che
si ricava dalle notizie del Vasari, e che indica una
pratica consueta fra gli artisti tiorentini dell’epoca,
tanto pittori quanto scultori. Di lui stesso poi ci sono
noti due altri ritratti in Inghilterra. Trovasi l’uno,
già sotto la denominazione d’ ignoto fiorentino, nella
Galleria di Dulwich presso Londra (galleria del resto
ricca principalmente di autori Olandesi), ed è un busto
di giovane uomo imberbe in vesta rossa, dal viso al-
quanto carnoso, quasi tumido. Nel fondo vedesi il
cielo di color chiaro e trasparente e di sotto certe
mura, certe torri di aspetto veramente toscano me-
dioevale.
Più attraente e più importante però è una mezza
figura di guerriero in armatura che occupa un degno
posto nella Galleria Nazionale di Londra (2). Fu le-
gato alla medesima da un privato inglese, come ri-
tratto di Francesco Ferruccio, di mano di Lorenzo
Costa. Ragionevolmente questa dupplice qualifica non
confortafa da fondate ragioni venne abbandonata dal
recente Catalogo. Il rappresentato, che sarà stato pre-
sentato come l’effigie del celebre patriotfa toscano per
renderlo più interessante, ora ha perduto questa au-
reola, figurando semplicemente come ritratto di un
guerriero in armatura. Quanto all’ autore è vieppiù
evidente come fosse infondata l’ attribuzione al ferra-
ti) Nella Galleria deirAja li vedemmo esposti come opere di maestro
sconoseiuto di scuola italiana, e come tali vedonsi chiaramente ri-
prodotti dal fot. Rraun coi numeri 31(5 ter c 316quater del suo Catalogo.
(2) Vedi il N. 895 del Catalogo.
252
rese Lorenzo Costa. Se mancassero motivi per dubitare
di simile battesimo, basterebbe notai’e la circostanza
che il dipinto di che parliamo ci trasporta vivamente
in un ambiente toscano, laddove dalla moderna cri-
tica viene ormai tenuta peggio che in sospetto la
notizia data dal Vasari, che il Costa fosse stato alla
scuola di Benozzo Gozzoli. In realtà la lunga carriera
artistica del pittore ferrarese non porge alcun indizio
di una sua qualsiasi diretta relazione colla scuola to-
scana, mentre tutto porta a ritenerlo non solo sorto
ma eziandio completamente formato nella scuola fer-
rarese. Ora nel preteso ritratto del Ferruccio si ossei’-
servano delle parti accessorie che provano l’ autore
essere stato in diretta e piena conoscenza dell’aspetto
locale di Firenze, poiché il fondo del quadro è costi-
tuito da una nitida veduta della piazza della Signoria
col Palazzo Vecchio, presso la porta del quale si vede
persino sorgere (isolata come in allora si trovava) la
statua del Davide di Michelangiolo. In conclusione noi
reputiamo ben fondato il giudizio di chi seppe ravvi-
sare pel primo in detto quadro la mano di Piero di
Cosimo (1). I suoi tratti caratteristici non vi fanno di-
fetto, sia che si badi al colorito caldo delle carnagioni,
sia alle forme tondeggianti e tendenti un poco al tozzo,
quali si osservano massime nelle dita grosse del guer-
riero, il quale del resto riluce pieno di evidenza e di
(I) ]] merito della scoperta è dovuto al Dott. J. P. Hichter, autore
del nuovo Catalogo critico della surriferita Galleria di Dulwicli; il
quale, rilevando il posto importante che si compete all’artista nella
scuola fiorentina, giustamente osserva che lo stile di Pier di Cosimo
più o meno ebbe influenza su (luello di Fra Bartolomeo, di Albertinelli,
di Ridolfo del Ghirlandaio, di Andrea del Sarto e fors’anco di Francia
Bigio.
vita nella solida corazza che gli cinge la vita. Notiamo
poi qui di sfuggita che il pittore nel 1504 fu chiamato
con altri maestri a dare il suo parere sulla colloca-
zione da darsi al David di Michelangelo, che venne
definitivamente innalzato nel noto posto nel Giugno
dello stesso anno (1). Insornma il suo ritratto alla
Galleria Nazionale è un capo di speciale interesse,
un’opera che onora il suo autore.
Yì è infine un altro quadro sotto il suo nome (acqui-
stato presso il signor Lombardi Francesco in Firenze
nel 1862), che parla molto alla fantasia, e in onta a
certa consueta deficienza di finezza nelle forme, ha
dei pregi coloristici tutti suoi. Il soggetto è tratto dalla
mitologia greca ed è quello della morte di Procri.
Essa vedesi dipinta giacente in un campo ricco di
fiori ; presso il suo capo sta inginocchiato un Satiro
che le tocca dolcemente la spalla mentre a’ di lei piedi
siede il cane Lelaps già donatole da Diana. Nel fondo
una veduta di mare con altri cani e alcuni uccelli
lungo la costa. — In opere di simil genere Piero suol
manifestare un estro tutto suo, mentre poi si distingue
sempre per vigorìa e succosità di colorito fra tutti i
suoi compaesani.
Del suo grande e celebre scolaro Andrea del Sarto,
la Galleria Nazionale non possiede che un quadro da
poterglisi attribuire con tutta sicurezza, ed è un affa-
scinante ritratto, comccho sensibilmente ritoccato, di
un giovane uomo a mezza figura, visto di fianco, con
un libro fra le mani, lo sguardo vivo e penetrante
rivolto dal lato sinistro. In un angolo a sinistra in alto
(1) Vedi Gaye, Carteggio, eco. 11.^, pag. 455.
— 254
le due lettere A allacciate fra loro, formanti il mona-
gramma di Andrea d’ Agnolo. Il dipinto è condotto con
mirabile scioltezza e con la consueta sfumatura di
tinte; l’accordo del color violaceo della veste con
quello del molle incarnato è inteso da vero artista. Il
rappresentato del resto non è per nulla Tautore stesso,
come indicherebbe il Catalogo. Le sue fattezze deci-
samente più comuni ben si vedono più volte effigiate,
nelle raccolte di Firenze. Vero è che ne conviene poi
lo stesso signor Burton a costo di contradirsi là dove,
dopo presentato il quadro soggiunge, che per quanto
sia rincrescevole il distruggere la piacevole illusione che
questo ritratto rappresenti il pittore stesso, pure con-
viene riconoscere che le sembianze e la forma generale
della testa non hanno che poca o nessuna somiglianza
coi ritratti sicuramente autentici di Andrea agli Uffizi
e in Galleria Pitti, o con quello inciso nell’opera del
Vasari, il quale ebbe a conoscere personalmente il
pittore.
Come è noto il suo valore come autore di grandi
composizioni si riconosce essenzialmente ne’ suoi la-
vori a fresco. Ci basti rammentare in proposito le sue
bellissime storie della vita della Madonna e di S. Fi-
lippo, intraprese nella fresca età di vent’ anni circa e
che richiamano sempre l’attenzione degli amatori nei
portici del cortile che mette alla chiesa della SS. Annun-
ziata. Quivi egli ebbe a eollaboratore un amico di sci
anni maggiore di lui, dotato egli pure di qualità da ar-
tista benché in grado meno eminente, intendiamo Fran-
cesco di Cristoforo Bigi comunemente chiamato e co-
nosciuto sotto il nome di Francia-Bigio (nato in Firenze
nel 1482). La Galleria alla quale rivolgiamo la nostra
attenzione, riesci ad acquistare, vaiùi anni or sono,
presso il signor Fuller Maitland un buon ritratto di
detto pittore nel quale ben si scorge l’affinità della sua
maniera con quella del suo valente concittadino. Trat-
tasi nuovamente di un i-itratto di un giovane uomo
dai lunghi capelli, in mezza figura con berretto e veste
nera, qualificato per un cavaliere di Malta dalla croce
che porta sul petto. Egli tiene nelle mani una lettera
spiegata (ove non si riesce a decifi’are se non la data
1514) e guarda verso chi lo osserva. Il fondo è co-
stituito da paesaggio. Al basso sopra un parapetto
leggesi il motto in lingua provenzale: tar: velia: chi:
eien: eima: e alle due estremità stà ripetuto il mono-
gramma composto delle lettere f r a c p significanti :
Franciscus Christopliori pinxit. È un’apparizione non
priva d’un certo incanto poetico ed è soltanto da de-
plorare che il viso dell’individuo presenti un così sen-
sibile annerimento nel colore della carnagione, dovuto
non sappiamo se più all’azione dei ristauri o al ma-
teriale difettoso nella tecnica originale.
Al nome e alla operosità del Francia-Bigio e di
Andrea del Sarto poi si associa quello del Pontormo,
artista ingegnoso, disinvolto disegnatore, che per lar-
ghezza e facilità di mano non è secondo a nessuno,
se non al suddetto Andrea. Di lui abbiamo da regi-
strare qui un interessante episodio della vita di Giu-
seppe ebreo, che già il Vasari raccomanda a ehi vuol
vedere quanto egli facesse di meglio nella sua vita,
per considerare l’ingegno e la virtù di Jacopo ridia
vivacità delle teste, nel compartimento delle figure,
nella varietà delle attitudini e nella beller^m dell’ in-
velinone. Si compiace poi di descrivere il soggetto, il
quale rappresenta il momento nel quale Josef in Egitto,
quasi re e principe riceve Jacob suo padre con tutti
i suoi fratelli e figliuoli di esso Jacob, con amorevo-
lezze incredibili ; fra le quali fgure ritrasse a’ piedi
della storia a sedere sopra certe scale Bronzino an-
cora fanciullo e suo discepolo con una sporta, che è
una figura viva e bella a maraviglia.
È a quest’ opera medesima poi che si connette il
beU’aneddoto, contenuto nella Vita del Pontormo, dove
è narrato con quanta tierezza l’ antica proprietaria,
Margherita Borgherini, ne sostenne il possesso, rin-
viando con nobile sdegno Giov. Batt. della Palla, un
incettatore di quei tempi, che voleva gliela vendesse,
desiderando ingraziarsi Francesco F di Francia con
fargliene omaggio; esempio raro pur troppo, e che,
quando avesse trovato maggior numero d’imitatori, ci
avrebbe conservato gran copia di opere d’arte insigni,
le quali ai giorni nostri sono divenute il vanto dei
musei esteri.
Un altro pittore fiorentino del quale vuoisi fare men-
zione qui, pittore ingegnoso e pieno di garbo, massime
nelle composizioni di genere aneddotico a piccole figure,
è Francesco Ubertini detto il Bachiacca. Dotato di buone
disposizioni per appropriarsi non solo i motivi ma an-
che le maniere di parecchi suoi predecessori, incomin-
ciando dal Perugino e venendo via via al Franciabigio,
ad Andrea del Sarto e fin anco alle figure grandiose
di Michelangelo, le sue opere, succose e ricche di svariati
motivi, ci porgono quasi un riassunto di quanto di at-
traente era capace di produrre il tempo e l’ambiente pri-
vilegiato entro i quali egli potè esercitare la sua opero-
sità. Tale è l’impressione che risvegliano in noi le
due tavole lunghe e basse, provenienti pur esse dalla
casa dei Borgherini, gli eredi dei quali (come avver-
tono gli annotatori del Vasari nella vita di Aristotile
da S. Gallo) le vendettero a Lord Sanford. Ora esse
si trovano da alcuni anni nella Galleria Nazionale di
Londra, della quale sono degni, rivelandoci Fautore
ili tutta F abbondanza della sua vena narrativa, che
verte anco una volta intorno agli episodii fortunosi
della storia di Giuseppe e de’ suoi fratelli , ima-
ginati con ogni sorta di attrattive pittoresche, desunte
da ridente paesaggio e dai molteplici aggruppamenti
di figure in isvariati costumi ed atteggiamenti (1).
Lasciando da parte i maestri minori, non possiamo
tacere il nome del sommo Leonardo, per quanto dob-
biamo dire di non trovare le di lui traccie se non in
modo indiretto nella Galleria di Londra. Già si sa
che le sue opere di pittura autentiche a noi pervenute
(1) Il Museo del Louvre possiede nel novero dei disegni esposti due
interessanti stridii a carboncino su carta bigia che voglionsi conside-
rare quali cartoncini del Bacchiacca per alcuni degli episodii succitati.
Altro brano simile sta esposto nella Galleria di Christ Cburcli ad Ox-
ford, dove si trovano pure due quadri dell’ autore medesimo. Final-
mente fra i disegni esposti agli Uffìzi nell’ultima stanza, sta sotto il
nome di Franciabigio una figurina a rubrica studiata dal Bacchiacca
per essere riprodotta in una delle tavole suddette (disegno n. 1218).
È agevole cosa il costatare nelle opere di codesto amabile artista le
impressioni mano mano ricevute da diversi pittori. Così, una volta egli
prende di peso la composizione del Battesimo di Cristo quale si vede
in un disegno del Perugino al Louvre e se ne serve per introdurlo in
un suo quadretto grazioso, appartenente ora alla raccolta del signor
Enrico Costa di Firenze, un altra volta rappresentando Caino che uc-
cide Abele (altra raccolta in Milano) prende il fare del Franciabigio;
altrove, vale a dire nel suo importante quadro della Galleria Giovanelli
in Venezia (fotografata da Naya), dove è rappresentato Mosè fra il suo
popolo quando fa scaturire l’acqua, si serve di motivi evidentemente
tolti da Michelangelo e fln anco di certi particolari desunti da stampe
di autori d’oltremonte, e cosi via dicendo.
Frizzoni.
17
258 —
si contano sulle dita^ e che sono raccolte straordinaria-
mente privilegiate quelle che posseggono qualche sno
dipinto. Quando si eccettuino pertanto il suo Cenacolo a
Milano, oramai ridotto ad essere nulla più che un’ombra
di un dipinto, la Monna Lisa, la Madonna della Grotta,
quella della S. Anna al Louvre, l’Adorazione dei Magi
non terminata agli Uffizii, e il S. Gerolamo appena ab-
bozzato nella Galleria del Vaticano, si è forse enumerato
quanto si può attribuire con sicurezza al suo pennello.
Fortunatamente però quel grande e svariato genio, do-
tato d’una mano altrettanto abile quanto era profonda
e versatile la sua mente, si piacque di dar corpo a’ suoi
pensieri mediante l’arte del disegno e ci tramandò gran
numero di fogli trattati a penna ed a matita, nei quali
egli si fa conoscere in tutta la sua grandezza. L’In-
ghilterra pertanto, se ad onta delle sue ricchezze non
riuscì ad accappararsi alcun dipinto di Leonardo, può
andar superba di possedere molti suoi studii in ma-
noscritti ed in disegni originali. Nè sapremmo resistere
alla tentazione di rammentare qui quale tesoro pos-
segga la reale Accademia di Londra nel maraviglioso
suo cartone della S. Anna colla Madonna in grembo
che tiene il divin tiglio sulle ginocchia rivolto al San
Giovannino in atto di benedirlo. È un grande disegno
eseguito a carboncino e lumeggiato col gesso, e si ri-
vela come la più chiara dimostrazione dello spirito scru-
tatoi'e dell’artista, che cerca e ricerca a molte riprese
collo stromento materiale onde si serve, il tratto che
meglio corrisponda a rendere l’ideale della forma e del-
l’espressione quali egli le lia nella mente. Gli è quindi
tutt’ altro che un disegno nitido e finito, ma è di più;
è l’immediata estrinsecazione della facoltà creativa del-
— 259 —
l’ artista ed è in ciò che sta la sua grande impor-
tanza per lo studioso; laonde noi staremmo per ac-
cordarci coH’opinione del sullodato sig. Reiset, il quale
ritiene che non sia questo il cartone inteso dal Vasari
per quello che andò poi in Francia, destinato come si
vede dalla descrizione ad essere esposto alla pubblica
ammirazione, bensì semplicemente una prova fatta dal-
l’artista per uso proprio e al più forse di altri artisti (1).
Non è a dirsi poi di quanto valore sieno i numerosi
disegni di lui che si conservano (pur troppo rare volte
accessibili ai semplici mortali) nella Biblioteca reale di
Windsor ; studii di fisionomie umane, parte idealizzate,
parte tirate in caricatura, schizzi per vaste composi-
zioni ridotte in piccolissimo spazio, per monumenti, per
macchine di idraulica, di balistica ecc., indagini minu-
tissime intorno alle movenze ed alla struttura sì esterna
che interna del corpo umano. Nulla insomma si di-
rebbe essere sfuggito al suo spirito d’osservazione, nulla
avere egli stimato troppo vile oggetto per essere ritratto
dalle sue mani, dal più tenue muscolo della struttura
animale venendo fino alle radici degli alberi e alle sin-
gole foglie.
(1) Vedi l’opera citata pag. 106 e seg.
All’Ambrosiana in Milano vedesi una tavola dipinta dal Luini dove
è esattamente riprodotta la composizione di Leonardo (come tale
appagante l’occhio assai più che non quella del quadro del Louvre),
coll’aggiunta di una figura di S. Giuseppe che viene a riempire il vuoto
altrimenti esistente in un angolo. Quanto alla descrizione che fa il Va-
sari del cartone di Leonardo, si noti ch’essa non corrisponde neppure
interamente con quanto si vede nel grande disegno dell’Accademia di
Londra. Infatti il S. Giovannino non vi è punto accompagnato dal pe-
corino di cui fa menzione lo storico. Rimarrebbe bensì la possibilità
ch’egli avesse fra loro confusi, come gli accade talvolta, il cartone e
il quadro della S. Anna al Louvre, dove infatti avvi il pecorino ma non
il S. Giovannino.
— 260 —
Il quadro che sta esposto sotto il suo nome nella
National Gallery, pervenutovi tino dal 1880 dalla rac-
colta privata di Lord Suffolk, non è altro che una re-
])lica della sunnominata Madonna della Grotta, anzi^
per esprimerci senza ambagi, è una copia antica con
parziali modificazioni dall’esemplare del Louvre. E in
vero, l’opposta versione, professata principalmente da
un certo numero di eruditi alemanni, secondo la quale
l’opera primigenia viene additata nella tavola della Gal-
leria inglese, non saprebbe trovare una spiegazione
altrimenti se non in una conoscenza deficiente deH’in-
tima natura e del carattere artistico del Vinci. Poiché
quando si siano debitamente confrontati fra loro un
dipinto coll’altro, cosa oggi sensibilmente agevolata
mediante le ottime riproduzioni fotografiche della ditta
Brami, non è altrimenti lecito di stare in forse e di
dubitare a quale dei due sia da dare la preferenza,
come sola opera originale di mano del grande maestro.
Come non riconoscere infatti nell’esemplare del Louvre
la sovrana finezza e perfezione d’indole tutta toscana,
nell’altro invece una edizione posteriore d’impronta
lombarda eseguita quindi da qualche allievo in Mi-
lano? Le forme delicate e vivamente sentite che si
osservano nel primo, tanto nei visi quanto nelle estre-
mità, nelle pieghe e financo nelle erbe e nei fiori che
adornano il suolo, corrispondono in tutto al concetto del
più peregrino degli artisti, quelle dell’altro, più gonfie,
meno intese, meno elette in genere, agl’ intendimenti di
pittore subordinato, per quanto si voglia diretto seguace
del maestro. Fra le varianti da notarsi poi nel confronto
di un dipinto coll’altro emerge quella del braccio destro
dell’angelo inginocchiato dietro il bambino Gesù, il
— 261 —
cui gesto dimostrativo rivolto verso il S. Giovannino
inginocchiato dal lato opposto sotto la protezione della
Madonna costituisce un motivo che ha il valore come
di un intercalare di Lionardo, quale si riscontra anche
nel suo Cenacolo e in parecchi suoi disegni. Ora noi
non ci peritiamo di asseverare che 1’esistenza di que-
sto motivo^ visibile nella tavola del Louvre^ riesce al-
trettanto caratteristica in un originale del maestro
quanto meno è ammissibile l’avesse inventato il copista,
il quale invece lo trovò superfluo e volle sopprimerlo
nel dipinto che ora trovasi a Londra. Consultando
d’altronde il Catalogo recente della National Gallery
si vede che il sig. Burton con quel prudente riserbo
che lo distingue si astiene interamente dal pronunciarsi
in favore dell’esemplare inglese, là dove ne fa il para-
gone con quello di Parigi. Quello che deve recare me-
raviglia si è che il Vasari non faccia alcuna menzione
di simile creazione del genio di Leonardo, eh’ è pur
una delle pochissime opere di pittura da lui condotte
a termine.
Di quella del Louvre in fatti non si sa altro se non
che faceva parte della raccolta appartenente al re Fran-
cesco I, il fautore di Lionardo. Avvi i^agione a credere
che antecedentemente il pittore da Firenze se la fosse
portata a Milano, dove potè dar luogo alla origine del-
l’analoga tavola, che stette per due secoli e mezzo circa
nella chiesa di San Francesco. La circostanza dell’es-
sere esaltata quest’ ultima per opera originale di Leo-
nardo da G. P. Lomazzo (1) non vale certamente a
invalidare le opposte conclusioni della più sana critica
(I) Vedi; Trattato dell'Arte delta Pittura, 1584, libro li, cap. XVII e
libro IV, cap. 1.
moderna, ma tutt’ al più si potrà addurre a prova
che alla fine del XVI secolo a Milano la tavola in
S. Francesco si reputava opera del Vinci. Fatto sta
che nel 1787 più non vi si trovava, come attesta la
Guida di Milano del Bianconi di quell’ anno, e che
nel 1796 fu venduto al pittore Hamilton per soli trenta
ducati perchè si teneva per una copia. Da ultimo fa-
ceva parte della collezione del duca di Suffolk. I due
angeli eh’ erano ai lati del quadro principale vengono
tuttora conservati dal duca Melzi in Milano, e furono
probabilmente ideati ed eseguiti dallo stesso pittore.
Nella già citata raccolta della Biblioteca di Windsor
vedesi del pari rappresentato meglio che nella Galleria
Nazionale, il possente emulo del Vinci, il divino Mi-
chelangelo. Si sà quanto abuso siasi fatto in genere
più o meno in buona fede del suo gran nome con at-
tribuirgli delle produzioni, che talvolta non hanno nulla
a che fare con lui, più spesso non sono che copie od
imitazioni de’ suoi arditi concetti. Or bene, senza voler
sostenere che la raccolta di Windsor non contenga se
non cose di pregio inappuntabile, poiché è ben noto
quanto sia facile pascersi di illusioni negli apprezza-
menti massime di semplici schizzi buttati giù senza spe-
ciale cura, pure rimane assodato eh’ essa porge al-
l’osservatore alcuni fra i più bei disegni di lui, studii
eseguiti a matita, sia rossa sia nera, fra i quali si
distinguono massime quello del sublime gruppo di una
Madonna seduta col Bambino al collo e il S. Giovan-
nino ritto al fianco sinistro di Lei, un foglio con tre
fatiche di Ercole e scrittura del maestro, una compo-
sizione animatissima pel soggetto della Resurrezione
con 12 figure ignude, la Caduta di Fetonte, disegnata
— 263
per Tomaso de’ Cavalieri, per tacere di altri fogli egual-
mente genuini. — Di pregevoli disegni originali di
Michelangelo poi, altre raccolte d’Inghilterra ne pos-
seggono e sono principalmente quelle del Museo Bri-
tannico e della Taylor Institution ad Oxford (1).
Nella Galleria Nazionale havvi una pittura sul legno
da parecchi combattuta, da altri invece ritenuta per
una cosa preziosa e veramente originale del Buonar-
roti, ed è una composizione di sette figure alquanto
più piccole del vero, rimasta incompiuta e rappresen-
tante la Deposizione di Nostro Signore. Dal canto nostro,
come vi scorgiamo una scena tutt’ altro che piacente
nè bene riescita (perciò stesso forse lasciata a mezzo
daH’autore), non esitiamo punto ad accettarla per ori-
ginale, ed anzi assai interessante e degna d’osserva-
zione per chi desidera studiare il maestro in tanti suoi
tratti caratteristici. La reputiamo fatta neH’età sua gio-
vanile e c’induce a crederlo principalmente la semplice
e soave figura di una delle Marie che sta ritta a sini-
stra nel quadro, in cui, se non andiamo errati, è tut-
tavolta sensibile l’affinità coi puri tipi del suo primo
maestro Domenico Ghirlandaio, assai più che il fare
grandioso del Buonarroti. In pari tempo però è palese
in altre parti il suo modo di modellare che lo quali-
fica per scultore per eccellenza; le muscolature sono
poderose, come di consueto, la forma delle ossa tra-
spare generalmente assai accentuata; in modo analogo
a quello del noto suo tondo nella Tribuna degli Uffizii,
e dei freschi della volta della Sistina, opere come si
sa della sua fresca e bella età. Come in quelle, tu
(1) Vedasi in proposito il Catalogo Braun.
— 264 —
scorgi qui quella severità, quella profondità di vita
sprezzante di ogni grazia, che trabocca quale espres-
sione immediata dell’animo suo fiero e intollerante di
qualsiasi freno ed esigenza estetica, e sia pure a sca-
pito della giusta misura, del voluto equilibrio delle linee,
per cui una composizione artistica suole spesso imporsi
a prima vista all’ammirazione dell’osservatore (1).
Non merita di certo altrettanta fede un’altra tavola
presentata sotto lo stesso nome, eseguita a tempera
al pari della suddetta e come la medesima rimasta in
parte incompleta. È una Madonna seduta nel mezzo
la quale tiene un libro aperto, mentre che il divin
Bambino vi sovrapone la mano destra standosene
ritto accanto; dietro a lui il piccolo S. Giovanni e per
ciascun lato due angeli. Ciò che deve apparire a prima
vista al cospetto di questo dipinto, si è che non vi si
tratta di creazione molto originale. Ha bensì qualche
cosa di attraente come tipo generico del gusto fioren-
tino nella transizione dal Quattrocento al Cinquecento
colle sue qualità innate di grazia e di venustà, ma non
appartiene in vermi modo ad uno dei grandi maestri
noti per l’ impronta altamente individuale. Volendo
maggiormente precisare il nostro concetto, noi diremmo
avervisi a riconoscere la derivazione da un allievo di-
(1) Osserva il Catalogo che questa tavola può essere una delle opere
lasciate incomplete a cui accennano il Condivi e il Vasari. Essa faceva
parte della raccolta del Cardinale Fescli, di poi venne posta insieme
a molte altre pitture in un magazzino del palazzo Falconieri a Roma.
Nel 184.5 fu venduta dal principe di Musignano ad un negoziante di quadri
romano, dal quale lo acquistò nel 1846 il signor Roberto Macpherson con
alcune altre pitture, per una tenue somma. Tanto coperta di sudiciume
n’era la superficie, che le sue qualità non vi apparivano. Lavata di poi,
indi sottoposta al giudizio di parecchi conoscitori in Roma, fu dichiarata
opera di gran valore, e nel 1868 acquistata per la Galleria.
retto di Domenico Ghirlandaio , e forse condiscepolo
del Buonarroti, dal quale ritrae pure qualche cosa. In
poche parole, è secondo ogni probabilità fattura di
Francesco Granacci, poiché offre la maggiore affinità
colle opere sue in Firenze, massime con certe tavole
all’Accademia. Se il nostro giudizio, che formerebbe
in certo modo un criterio di mezzo fra l’antica deno-
minazione di Domenico Ghirlandaio applicata al quadro,
e la recente di Michelangelo Buonarroti, abbia proba-
bilità di apporsi al vero, è questione che noi rimettiamo
volentieri alla sentenza degli intelligenti.
Non sapremmo seguire l’egregio sig. Reiset nel suo
entusiasmo per lo storico quadro della Leda del Buo-
narroti (1) quando pure fosse quella stessa che appar-
tenne in origine ad Antonio Mini di lui scolaro, di
poi venduta a Francesco I, stette a lungo nel palazzo di
Fontainebleau e da ultimo sarebbe passsata in Inghil-
teiTa, ove rimase dimenticata a lungo, finché nel 1838
fu regalata alla Galleria dal duca di Northumbeidand.
Non vogliamo negare il meidto del sig. Guglielmo Boxali
nel compimento dell’ardua impresa del ristauim di
quella tela, ma ci sembra che l’impronta delle ingiurie
gravissime sofferte dalla medesima per le passate pe-
ripezie, sia tale da togliei’e moltissimo al fàscino che
sogliono generalmente esercitare le opere dei sommi
maestri (2).
Facciam plauso invoco al sig. Rcisct là dove egli
esalta il bellissimo tondo di marmo in bassorilievo ap-
ri) Vedi l’opera citata a pag. 97 e seguenti.
(2) Si noti che questo quadro non figura nel numero di quelli regi-
strati dal Catalogo, poiché non è esposto nelle sale pubbliche, parte
appunto pel suo stato di deperimento, parte pel soggetto un poco
scabroso.
— 266
partenente alla Reale Accademia di Londra, opera sol-
tanto abbozzata, rappresentante una Madonna coi due
Putti e fatta dal Buonarroti Ira il 1505 e il 1506, dalla
quale spira di nuovo tutta la sua grande anima, mentre
fa degna compagnia nello stesso locale al già men-
zionato cartone di Leonardo.
I discepoli ed i numerosi seguaci di Michelangelo,
privi del suo ingegno, come si sa, riuscirono ad imi-
tare piuttosto i difetti che gli elevati pregi del maestro,
e condussero l’arte in breve tempo sul declivio della
decadenza. Ciò nullameno la vena artistica ingenita nel
popolo fiorentino non inaridì completamente, ma diede
luogo anche in tempi avanzati ad artisti capaci e ad
opere di pregio e tuttora assai ambite. Prova ne sia
il grande favore di che godono generalmente e ben
a ragione nel commercio dell’opere d’arte i ritratti di
Angelo Bronzino, il devoto ammiratore del Buonarroti
e l’amico intimo del Vasari, come lo qualifica giusta-
mente il Catalogo della Galleria Nazionale.
Intorno a certi ritratti quivi additati per opere sue
avremmo alcun che a ridire (1), laddove vorremmo
sapere invece perche gli sia sottratta per aggiudicarla
al Pontormo una mirabile effìgie di un giovinetto
dell’approssimativa età di dodici o quattordici anni,
rappresentato al naturale, ritto in piedi, signorilmente
vestito in costume a seriche stoffe rosse e nere, alla
foggia pittoresca del tempo, la mano sinistra appog-
giata sull’elsa della spada, con un buon fondo di
(I) Ammettiamo il ritratto di dama in costume nobile del Cinquecento,
(n. 50); non così quello alquanto opaco e annerito, e molle nelle forme,
di una figura di un cavaliere di Santo Stefano e nemmeno il ritrattino
di Cosimo I granduca di Toscana, che vuol essere tenuto per una delle
molte copie che s’incontrano in diverse raccolte.
267 —
tenda color verdone (V. Tav, XVIII). A noi pare che
anco astrazion fatta dai modi particolari per cui si di-
stinguono l’uno dall’altro i due pittori, vi sia tanta
diversità nella natura loro, da non doverli confondere;
perchè mentre il Bronzino tiene qualche cosa del freddo,
del determinato e del finamente aristocratico, il Pon-
tormo invece, come scolaro di Andrea del Sarto, è più
molle e più sfumato , e nel suo modo di concepire
manifesta in genere una natura prettamente borghese.
Ora nel sullodato ritratto, acquistato a Parigi nel 1860,
ci si presenta un vero e perfetto piccolo gentiluomo
fiorentino che mostra di essere pienamente conscio
della dignità del proprio rango. Come esecuzione poi
è cosa tanto accurata, da aversi per una delle più
attraenti in fatto di ritratti fra quanti vedonsi nella
stessa raccolta.
Il valore del Bronzino in simile genere di pittura
ci conduce alla considerazione del divario notevole
che corre presso certi artisti fra il modo di trattare
la riproduzione del vero e quello della rappresentazione
dei soggetti ideali. L’essere codesto divario avvertito
massime in quelli che appartengono alla età in cui
l’arte incomincia a declinare non è cosa da doverci
recare meraviglia, ma da dimostrare sempre quale
serio fondamento sia dato all’arte nello studio fedele
della natura. Quando prevalgono invece dei pensieri
ricercati nella mente di chi vuol creare di suo colla
mira degli effetti nuovi e straordinari , accade che
l’ingenua inconsapevolezza dei bei tempi venga meno
e che le si sostituisca l’artificioso, indizio evidente di
decadenza.
È quanto si può osservare appunto in un quadro a
pochi passi dal lodato ritratto, dove il Bronzino mede-
simo volle rappresentare un soggetto di fantasia, allu-
sivo apparentemente alle lusinghe traditrici dell’amore
profano. Se la lode di singolare bellezza tributata dal
Vasari a questo quadro, che soggiunge essere stato
mandato in Francia dal re Francesco, dato il genere,
non gli vuole essere disputata, per un altro verso non
si può negare che le sue finezze e l’accurata esecu-
zione non compensano l’osservatore di buon gusto delle
leziosaggini ond’è improntata quella composizione (1).
IL
Scuola umbra; Raffaello: B. Peruzzi.
La scuola umbra quando vi si eccettui l’angelo della
pittura, Raffaello d’Urbino, apparisce alquanto povera
d’ingegni peregrini, a paragone della toscana. Ma
la Galleria Nazionale possiede alcuni saggi della me-
desima che non la fanno stigurare. Rammenteremo
anzi tutto il bellissimo trittico proveniente originaria-
mente dalla Certosa di Pavia, e dal duca Lodovico
Melzi d’Eril venduto nel 1856 al prezzo tenue di 85
mila franchi, considerato che è uno dei più insigni ca-
polavori di Pietro Perugino, a tale che parecchi scrittori
vorrebbero farci credere avervi avuto mano anche il
suo grande allievo d’Urbino. Si sa: fra il maestro e
lo scolaro in una data epoca della loro vita cioè in-
(1) La descrizione che ne fa il Vasari a dir vero (voi. VII, p. 598) o
non è molto esatta (come spesso gli accade), o farebbe nascere il
dubbio che si riferisse ad altra pittura.
torno al 1500 il divario che corre è poco sensibile,
essendosi il secondo grandemente assimilato il fare
del primo, ma ciò non ostante non avvi a dubitare
che codesto capolavoro sia tutt’ intero il frutto di una
felice ispirazione di quest’ultimo. Comunque sia l’ar-
gomento più infido sul quale si vorrebbe appoggiare
l’opinione della collaborazione di Raffaello in code-
st’ opera è quello che si riferisce alla pretesa circo-
stanza del trovarsi nella raccolta di Oxford un foglio
(a punta d’argento e lumeggiato di biacca) il quale
mentre apparisce come uno studio preparatorio per lo
scomparto a sinistra nel dipinto, dov’è raffigurato l’ar-
cangelo Raffaele che guida il Tobiolo (1), viene gene-
ralmente designato per un disegno di mano di Raffaello.
Ora per quanto genuino e pregevole sia a ritenersi,
stentiamo davvero a creder che autore di esso sia
l’Urbinate, al cui nome, come sempre })iìi si vede, si
usò fin qui rannodare tante mai cose clie in frequenti
casi non hanno con lui a ben andare altro legame, se
non quello di una parentela artistica, tanto in linea
ascendente quanto in discendente (2). La qual cosa
(1) La parte di mezzo del quadro rappresenta la beata Vergine che
adora il Divin Bambino il quale vien presentato da un angelo; in alto
tre angeli ritti che cantano. Nell’altro scomparto sta da solo l’arcan-
gelo Michele.
(2) Comunque sia meritano di essere meditati i ragionamenti del
sig. I. C. Robinson, intorno alle relazioni fra il disegno ed il quadro
suddetto. Nel suo particolareggiato Catalogo della raccolta di Oxford
infatti egli tenta di dimostrare (pag. 129) che il disegno, siccome su-
pera per ispontaneità e per vaghezza di esecuzione il dipinto, cosi non
può esser altro che uno studio, una invenzione del giovinetto urbinate
di cui il suo maestro si sarebbe di poi servito a prò della sua ancona.
L’argomento nel sentimento nostro non riesce persuasivo, per quanto
vero l’assunto del pregio del disegno, il quale invece ci conferma al
più nell’opinione che l’artista spesso riesce più vivo, più scevro d’ogni
convenzionalismo quando sbozza il suo primo pensiero, che non
— 270 —
si verifica precipuamente nei disegni^ dove un giudizio
preciso e sicuro riesce spesso tanto più difficile quanto
più vaghi 0 più sottili sono i dati^ che servono a
riconoscere l’autore. Nel surriferito foglio però dove
oltre alle due figure sonvi alcuni stridii intesi a me-
glio determinare gli atteggiamenti delle mani e del
soave viso del Tobiolo, gl’ indizi! che vi si scoprono,
e che si potrebbero riassumere in una certa rigidezza
generale del modellato delle forme e delle movenze,
c’inducono a ravvisarvi nuli’ altro che uno studio pre-
paratorio del maestro perugino da servirgli di norma
per resecuzione dell’accurata pala, ch’ebbe a spar-
gere la sua fama in Lombardia (1).
IMagramente è rappresentato in Galleria il com-
paesano di Pietro, noto sotto il nome di Bernardino
Pinturicchio. Dotato di fantasia più ingegnosa, più
ricca di pensieri che non quegli, gli si fa il torto
talvolta nelle Gallerie di attribuirgli certi prodotti della
pittura che rivelano piuttosto la mano di un mestie-
rante che non di un vero pittore. Così nella Galleria
Borghese (l"" sala) a Roma certe tavole larghe e basse
con istoriette di Giuseppe ebreo, fatture alquanto gros-
quando si mette all’impegno di presentarci un’ opera compita di tutto
punto. 11 carattere intimo del disegno di Oxford d’altronde, non meno
che la sua tecnica esecuzione ben corrispondono a quanto ci rivela
nella raccolta di Venezia lo studio pel quadro di Apollo e Marsia del
I.ouvre, dalla più recente critica riconosciuto per opera del Perugino.
Un disegno più eseguito pel Tobiolo coll’Angelo è nel Museo Britannico.
(1) Alla Certosa la pala si componeva in origine di sei parti, v. a. d.
sopra le tre suaccennate eravi dai lati una Madonna coll’ Angelo an-
nunziante; nel mezzo l’imaginedel Padre Eterno. Quest’ultimo soltanto
rimase al posto. Dove si trovi l’Annunciazione originale non sappiamo.
Per la Lombardia egli ebbe ad eseguire, come si sa, un’ altra pala, ed
è quella che vedesi tutt’ ora in S. Agostino a Cremona, segnata del
nome e dell’anno 1494.
solane. Dello stesso peso circa sono nella Galleria Nazio-
nale a Londra tre tavole di analoghe proporzioni, con-
tenenti, come accenna partitamente il Catalogo, tre fatti
della storia di Griselda del Boccaccio, che li racconta
nel suo Decamerone. Proveniente dalla vendita di una
di quelle raccolte private inglesi (quella cioè del signor
Barker messa all’incanto nel 1874) le quali spesso go-
dono di fama superiore al loro vero valore, esse non
valgono certamente a fornire allo studioso un concetto
esatto della capacità di colui eh’ è autore dei freschi
d’Aracoeli, di quelli dell’appartamento Borgia, dei di-
pinti di Spello, della pala assai hne che si conserva
presentemente nella Pinacoteca di Perugia, e così via
dicendo; laonde dobbiamo concludere, che quelle me-
schine tavolette, di valore affatto decorativo, non me-
ritavano di entrare a far parte di così distinta raccolta,
e in verun modo dovrebbero essere presentate per
opere di così fino artista. Sono bensì opere autentiche
del Pinturicchio una Madonna di gentil sapore quattro-
centistico, e un’ avvenente S. Caterina con un devoto
a lato, da porre sui primordi del Cinquecento.
Al compaesano detto lo Spagna viene ragionevol-
mente rivendicata una Orazione all’orto, che il Passa-
vant descrisse per opera di Raffaello (v. voi. II, n. 17).
Trasandiamo ora i diversi astri minori della scuola
umbra, ed affrettiamo il passo verso il maggiore, cioè
verso l’eletto figlio di quell’ umile Giovanni Santi che
porge pur esso nella Galleria un esempio del suo li-
mitato ingegno in una. mediocre Madonnina. Il nome
di Raffaello invece non ci risveglia esso l’idea del pit-
tore, anzi dell’artista per eccellenza, cui fu maestro
precipuo l’ingegno ferace quanto altri mai e lo squisito
sentimento del bello? Le numerose opere di disegno
riunite in Inghilterra, in parte già fino dal regno di
Carlo I Stuart nella prima metà del Seicento, ci pa-
lesano ad esuberanza queste sue felici disposizioni,
ed offrono il mezzo più istruttivo per famigliarizzarsi
co’ suoi concetti, e seguirlo in tutto il maraviglioso
sviluppo da’ suoi anni più giovanili infìno ai più pro-
vetti. Nè vi si oppongono i risultati in buona parte
negativi della moderna critica, severa quanto spassio-
nata indagatrice, la quale con buon fondamento è
giunta a tale da togliere infinite illusioni intorno al-
l’autenticità dei disegni; non esclusi quelli fin qui
pregiati per opere di Raffaello nelle rinomate raccolte
di Oxford, di Windsor e del British Museum. Infatti
quando anco si avesse a ritenere, che della grandis-
sima copia di fogli che vanno sotto il suo nome ,
la minima parte possa essere accettata come prova
genuina della sua mano, un’altra si scorga rimaneg-
giata da altri sopra leggiere traccie più o meno sva-
nite dell’ autore originale, una terza finalmente vada
definitivamente posta nel novero delle opere di scolari
e di imitatori (astrazion fatta dalle contraffazioni più o
meno ingannatrici e di epoca più o meno recente), ri-
marrà sempre vero, che codesto materiale di semplici
studii ci conduce addentro nella mente dell’Urbinate e
contribuisce ad accrescere la maraviglia che suscita la
sua prodigiosa attività artistica.
Per tale rispetto rimarranno pur sempre testimonianze
memorabili i noti cartoni per gli arazzi vaticani, che
vedonsi esposti in una sala del Museo di Kensington,
salvati d’ infra undici che dovevano essere in origine
ed acquistati in Fiandra da Carlo I verso il 1630 per
— 273 —
suggerimento del pittore Pietro Paolo Rubens. Come è
noto essi contengono varii fatti riferentisi alle vite de-
gli Apostoli Pietro e Paolo e furono eseguiti con co-
lori a tempera negli anni 1515 e 16 se’ non dalla mano
di Raffaello medesimo, certamente, secondo invenzioni
ed indicazioni di lui.
Se queste opere dalle classiche composizioni stanno
ad esaltare la potenza dell’inventore nella pienezza dei
suoi mezzi e nel fior degli anni, altre invece hanno l’at-
trattiva dei prodotti primordiali di un genio peregrino
e precoce, improntate come sono di una purezza piena
di grazia e di vera e sentita vitalità. Fra queste vuole
essere rammentato in primo luogo tanto il cartoncino,
quanto la corrispondente tavoletta del Sogno di un
cavaliere, entrambi conservati (l’uno accanto all’altro)
nella Galleria Nazionale. L’opinione del Lermolieff“ che
considera quest’opera quale primizia del giovinetto ur-
binate, confrontandola con felice pensiero al bottone
della rosa che annunzia la vicina primavera, ci pare
giustificata dall’apparenza della medesima. Vi spira
infatti un’aria di grazia così ingenua, che non s’addice
se non alla creazione di un giovinetto, ma di un giovi-
netto di precoce e privilegiato ingegno. — Il soggetto è
allegorico. Giace un giovane cavaliere in armatura, ad-
dormentato sul piano anteriore, il braccio destro appog-
giato sullo scudo, a piè di una pianticella d’alloro : alla
sua destra una figura femminile rivolgendosi a lui, mo-
strasi in quella di offrirgli una spada e un libro ; dal
lato opposto un’altra donna più giovane viene porgendo
un ramoscello di mirto in fiore. Il fondo è costituito da
campagna accidentata. In questa semplice composizione,
di un incanto poetico singolare, l’autore volle forse al-
Frizzoni.
18
— 274 —
ludere alle sorti che aspettano ruoino nella sua car-
riera vitale, dove è chiamato da un lato all’ adempi-
mento de’ suoi doveri con rivolgersi alle severe disci-
pline della scienza ed a combattere per la causa della
giustizia e della virtù, mentre dall’altra lo aspetta il
premio condegno della felicità e dell’amore.
Sul suolo inglese trovavasi fino a poco tempo fa un
quadretto di Raffaello, che ben s’accorda col suddetto
per la maniera della esecuzione, e che vuoisi quindi
ritenere appartenente alla stessa sua età giovanile.
È quello delle tre Grazie, passato dal palazzo Dudley
in quello del Duca d’Aumale. Tanto in codesto, quanto
nel Sogno del Cavaliere non si scorge alcuna atti-
nenza col noto maestro del Sanzio, Pietro Perugino;
(fircostanza facilmente spiegabile quando si ammetta,
che l’origine di detti lavori vada riportata, come è ve-
rosimile, ad alcuni anni prima del 1500, nei quali l’e-
letto giovinetto, come si applicò a dimostrare il Ler-
molieff, non poteva per anco essere entrato nello studio
del Perugino, ma secondo ogni probabilità ebbe a fruire
degli ammaestramenti del concittadino Timoteo A^iti,
reduce appunto dalla sua dimora in Bologna nella
bottega del Francia (1). E in vero, mentre i quadretti
accennati, ai quali si avrebbe ad aggiungere quello
del piccolo San Michele al Louvre, accusano indizi!
di una mente ingenua e quasi infantile, è sensibile il
cambiamento fatto dal pittore nella prima sua tavola
di grandi dimensioni, quella cioè a dire della Croce-
fissione, condotta per un altare della chiesa di S. Do-
menico in Città di Castello ed ora visibile nella raccolta
(I) Vedasi nel libro sulle Gallerie germaniche il sensato sviluppo dì
questo argomento.
RAFAELE SANZIO: LA MADONNA ANSIDEI - LONDRA.
Tav. 1©‘
p. 2T5
275
Dudley a Londra « la quale se noti vi fosse il suo
« nome scritto nessuno la crederebbe opera di Raffaello,
« ma sibbene di Pietro, » come ben dice il Vasari.
Uno sforzo di maggiore indipendenza già si scorge
nella nota pala proveniente dalla cappella Ansidei nella
chiesa di S. Fiorenzo in Perugia. Quivi stette fino al
176U iiicli passò nel castello dei duchi di Marlborough
a Blenheim, per finire ad essere incorporata alla Na-
tional Gallery nel 1885 (1) (V. Tav. XiX).
La disposizione del trono a baldacchino, sotto una
arcata che dà sull’aperta campagna, non che quella
della Madonna che vi stà insediata, colla sinistra ri-
volta ad un libro che le stà sul ginocchio e la destra
reggente il Bambino seduto infantilmente compunto
sull’ altro ginocchio, sono particolari di carattere emi-
nentemente umbro, da rammentare direttamente il Pe-
rugino, il Pinturicchio, lo Spagna. Alquanto più ori-
ginali invece appariscono i due Santi ai lati, Giovanni
Battista e Nicolò da Bari; quest’ultimo massime una
figura largamente e vivamente pensata.
L’origine del quadro, come si rileva dalla data se-
gnata in cifre ad oro in un lembo del manto della
Vergine, risale all’anno 1506 e vuoisi riportare ad un
periodo di parecchi mesi trascorsi a Perugia, interca-
(1) Se il valore effettivo di un’opera d’arte si avesse a dedurre dal
prezzo di vendita raggiunto, bisognerebbe dire che la Madonna Ansidei
è il più prezioso fra (pianti (luadri possiede oggi la Galleria, avendola
essa accjuistata notoriamente mediante la somma tonda di 74 mila lire
sterline, pari a un millione e 850 mila franchi. Di fronte ad essa riesce
tenue per un altro verso ciuella di 25 mila franchi, spesa pel piccolo
gioiello del Sogno del Cavaliere, preferibile, come concetto ingenuo e
sentito, alla grande pala. — Non sono frequenti d’altra parte i segni di
privata munificenza pari a quello dato dal Duca d’Aumale, che non si
peritò di consacrare all’acquisto della tavoletta delle Tre Grazie la
bella somma di 600 mila franchi.
— 27G
lati fra la sua prima e la seconda dimora a Firenze,
periodo nel quale dovette eseguire il celebre fresco di
S. Severo non che altri quadri di devozione (1).
Segue fra le opere del Sanzio nella pinacoteca inglese
la sua Santa Caterina di Alessandria, la quale si as-
socia, quanto a modo di esecuzione, alla più impor-
tante opera eseguita nel 1507, quale è la Deposizione
di palazzo Borghese, ed appartiene quindi al pari di
quella alla seconda maniera. Nobile ed elegante figura
è codesta Santa Caterina che sorge dalle ginocchia in
su, il braccio sinistro appoggiato alla ruota, simboli
del suo martirio, il destro ripiegato colla mano al petto
in atto di devota rassegnazione; il capo rivolto a de-
stra, mentre lo sguardo cerca le regioni celesti (2).
Dov’è da osservare tuttavia che le già menzionate
raccolte inglesi non che quella del Louvre, degli Uf-
fizi, ed altre ancora, porgono esempi interessantissimi
di disegni svariati del periodo accennato, da lui parte
ideati parte eseguiti, che rivelano uno slancio ed una
spontaneità quale non si ritrova appieno nelle con-
temporanee sue opere tradotte in pittura. Così rispetto
alla Santa Caterina dalia ruota si confronti il dipinto
col cartone punteggiato che trovasi al Louvre e si
dovrà riconoscere che in quest’ultimo v’è decisamente
maggior calore, maggior intensità di vita. Parimenti
fra le numerose prove fatte in abbozzo per istudiare
il miglior modo di aggruppare le figure nella tavola
della Deposizione, avvene più di una che per rispetto
(1) V. Lermolieff, ediz. ital., p. 347.
(2) Proviene dalla Raccolta Aldobrandini, e dopo essere passata per
varie mani in Inghilterra fu acquistata dalla Galleria nel 1839, al prezzo
di oltre 93 mila franchi.
— 277 —
a composizione di linee, ad espressione, ad atteggia-
menti sono senza alcun dubbio preferibili a quanto
seppe effettuare di poi nel quadro.
Da ultimo eccoci in faccia all’ avvenente Madonna
nota sotto la denominazione del Raffaello di casa
Garvagh dal nome della famiglia che la cedette alla
Pinacoteca Nazionale nel 1865 per la cospicua somma
di 220 mila franchi, a quanto riferisce il signor Reiset
SLillodato (1). Tanto è vero che il pregio delle opere
dei grandi maestri non si misura in ragion di gran-
dezza materiale, dappoiché la suddetta non oltrepassa
i 15 pollici di altezza e 13 di larghezza. Noi com-
prendiamo il criterio adottato in caso simile per parte
di una istituzione fondata da una grande e ricca po-
tenza, e siamo persuasi che la Direzione della mede-
sima non sarà mai redarguita per tale acquisto ; per
quanto la critica all’altezza dei tempi, o per meglio
dire non prevemita da alcun convenzionalismo tradi-
zionale debba fare alcune riserve rispetto alla parte
che concerne Rafaello stesso nella esecuzione di co-
desto dipinto. Nota ne è la composizione per mezzo
di stampe e fotografie; vi è rappresentata la beata
Vergine seduta davanti un pilastro che divide due
arcate ; sul suo grembo il Putto ignudo, rivolto verso
il San Giovannino che vedesi di profilo accostarsi alla
Madonna dal lato opposto e porgere un garofano al
Bambino Gesù; in distanza un paese a colline con
caseggiati.
Che l’origine dei quadro vada ricercata nel tempo
della dimora di Raffaello in Roma è circostanza da
(1) Apparteneva anch’essa alla Raccolta Aklobrandini e nel 1818 per-
venne in possesso di Lord Garvacli.
non porsi in dubbio. Se non che, mentre dall’insieme
trasparisce bensì una grazia veramente raffaellesca,
esaminando più attentamente le singole parti vi si
scorgono dei difetti, la responsabilità dei quali diffì-
cilmente si avrebbe a far risalire al Sanzio. Di fatti
per quanto spetta al disegno rocchio rimane offeso
dalla disposizione arbitraria dei panni posti sopra il
piano dove l’ avvenente Madonna avrebbe a sedere,
disposizione per la quale non è dato luogo in vermi
modo allo spazio richiesto per la collocazione delle
gambe. Quanto al colore riesce estranea per un’opera
deir autore delle Madonne di Foligno, della Sedia,
di S. Sisto, quella tinta fredda, quasi da pittura in
porcellana. Quando a queste riserve si associ la con-
siderazione delle grandi imprese alle quali Raffaello
dovea attendere in Roma durante i due noti pontifi-
cati, ne segue più che la probabilità la sicurezza che
in molti casi egli avesse avuto a ricorrere neiradem-
pimento dei suoi impegni alla collaborazione degli al-
lievi; nò apparisce fuori di luogo quindi 1’ ammettere
che uno di tali casi siasi verificato nella esecuzione
di codesta Madonna, già di casa Aldobrandini.
Simili indizi del resto si riscontrano fra altre delle
più celebrate Madonne. Per lo meno vorremmo ci-
tarne due, e sono Tuna la Vergine detta dal velo,
ossia dal diadema, al Louvre, dove la figura di S. Gio-
vannino in ispecic porge la più grande somiglianza
con quello del quadro di Londra (come ebbe già a
notare il signor Reiset), l’altra la Madonna d’Orleans,
ora in possesso del Duca d’Aumale (1).
(1) Degli altri tre numeri nella National Gallery registrati sotto il
nome di Raffaello, il Catalogo stesso ammette che il 929 non è se non
— 279 —
Da Raffaello a’ suoi scolari, per quanto abbiano cer-
cato d’ imitarlo, corre un gran passo, vorremmo quasi
dire un abisso. Di Giulio Romano nessuno potrebbe
farsi un’idea adeguata stando alle poche cose che di
lui porge la Galleria Nazionale. Gli è nelle grandi
opere di decorazione che si conosce appieno il valor
suo, quali vedonsi massimamente a Roma ed a Man-
tova; laonde non ispetta a noi l’occuparci qui ulterior-
mente di lui.
Merita invece d’essere messa in rilievo un’altra
opera, che se non proviene da un’ artista di quelli
che si contano fra i diretti scolari di Raffaello, pure
si qualifica per tale che deve essere stato fortemente
impressionato dagli esempi del Sanzio, non che dalla
maniera di Giulio Romano e di Michelangiolo. Vo-
gliamo parlare del Senese Baldassare Peruzzi. La
pregevole opera che conservasi di lui nella Galleria
Nazionale è un grande disegno, accuratamente eseguito
a chiaroscuro e rappresentante in vasto paese e con
molte figure l’Adorazione dei Magi. La compie in alto
un gloria con Dio Padre, circondato da angeli. Noi
vi scorgiamo in certo modo un riassunto di quanto
il Peruzzi era capace di fare quando già in età matura
cercò di assimilarsi i grandi esempi dell’ arte che
r ambiente di Roma gii veniva porgendo, tanto nella
statuaria antica cjuanto nelle produzioni dei valenti
contemporanci. Gli è sotto tale aspetto che il ricco
disegno del Peruzzi ci si presenta come vero prodotto
una copia antica della Madonna di casa Bridgewater (intorno alla quale
e alle altre due tavole raffaellesche della stessa casa, vedi Reiset, op.
cit. p. 78); il 661 un lucido di G. Schlesinger (a. 1822) dalla Madonna
Sistina di Dresda, il 27 una ripetizione, o più esattamente una copia
del ritratto di papa Giulio II.
— 280 —
di scuola romana nella sua più bella e più completa
esplicazione; la quale scuola del resto, come si sa,
non ha alcun carattere suo proprio ma è rappresentata
dal complesso dell’attività artistica di Michelangelo e
di Raffaello co’ suoi scolari (1).
III.
Scuola ferrarese : pittori di Bologna: Melozzo da Forlì.
Ma la via che ci sospinge è tuttora lunga e se l’a-
mico lettore non ha per anco perso la lena di seguirci,
noi lo pregheremo di unirsi a noi a richiamare le
opere più importanti che la Galleria di Londra pos-
siede in fatto di scuole dell’alta Italia, o per meglio
dire della valle del Po.
Prendendo a considerare la scuola ferrarese del
Quattrocento, la più eminente figura che ci si affaccia,
natura energica e vigorosa, si è Cosimo Tura detto il
Cosmè. Egli occupa in certo modo rispetto alla scuola
di Ferrara il posto che si compete al Mantegna rispetto
alla padovana. Ch’ egli stesso poi in origine discen-
desse dalla scuola padovana apparisce più evidente
dall’aspetto delle sue opere di quello che si possa dire
della sua pretesa derivazione da un Galasso Galassi,
pittore ferrarese, intorno al quale regna tuttora molta
oscurità ed incertezza. Le vicende dei tempi furono
avverse alla conservazione di par'ecchie sue opere, così
che i preziosi frutti del suo operato si sono fatti al-
ci) Per altri particolari intorno a codesto disegno vedasi la nostra
monografia intorno a Rald. Peruzzi.
281 —
quanto scarsi oggidì. Il quadro principale di lui che
la Pinacoteca inglese possiede è una Madonna in ornato
trono, col divin Putto dormiente sulle braccia e sei
angeli attorno ; opera interessante, come tale che rap-
presenta il pittore in tutto il suo aspetto spiccatamente
individuale, tanto meno avvenente nei tipi, che incli-
nano perfino al grottesco, cpianto più forte e saporito.
Finissimi poi sono gli ornati onde è decorato il trono
ben architettato (1).
Di carattere eminentemente ferrarese quattrocentista
è una tavola centinata, nella quale primeggia ritta in
piedi sopra un piedestallo una figura austera di un
Santo che veste l’abito domenicano, visto di faccia in
atto esortativo e con un libro nella sinistra. La lunetta
sopra il capo del Santo è occupata da una gloria di
angeli di minori dimensioni, coi simboli della passione
tra le mani, intesi a far corteo al Figliuolo di Dio
seduto nel mezzo. Codesta tavola, pervenuta alla Gal-
leria col nome di Marco Zoppo, per acquisto fattone
a Ferrara nel 1858 nella rinomata Pinacoteca Costabili
(1) Non deve recare maraviglia che un privato amatore abbia prefe-
rito all’austero (luattrocentista un elegante colorista veneto. Ciò av-
venne appunto rispetto al proprietario Sig. Federico Frizzoni di Ber-
gamo, da cui il quadro passò in Inghilterra nelle mani dell’ex direttore
Sig. Eastlake che lo cedette di poi alla Galleria, mentre al primitivo
proprietario diede in cambio una pi’egevole Madonna con Santi, se-
gnata col nome dal bergamasco Giovanni Cariani, dipinto con molta
vaghezza di colorito. Quanto alla Madonna del Tura, non è senza in-
teresse osservare che il lunettone, già nella raccolta Campana ora al
Louvre originariamente le serviva di complemento insieme od altri
brani, ora dispersi. — Anche il San Girolamo nel deserto, proveniente
dalla Galleria Costabili ed ora appartenente a quella di Londra, è un
esempio chiaro della sua mano, preferibile anzi per severa nobiltà
d’espressione alla tavola della Madonna. — Genuina infine, come che di
minore entità è una mezza figura della Vergine in orazione, proveniente
dalla raccolta Rnrker.
non corrisponde in alcun modo al fare del suddetto
pittore. Noi la stimiamo invece senza esitazione per
opera di quel Francesco Cossa, intorno al quale si è
fatto maggior luce da qualche anno in qua per merito
di alcuni valenti cultori degli studii artistici fra noi (1).
Dovendosi ritornare altrove su codesto argomento
ci limitiamo qui ad osservare che, da poi che venne
pubblicato dal Cav. Adolfo Venturi il singolare docu-
mento donde si ritrae che il giovane Cossa fosse il
più eminente fra i pittori del salone di Schifanoia, e
che d’altra parte il Lermolieff già anteriormente colla
pratica scorta del suo metodo sperimentale era riescito
a riconoscere la mano dell’ autore medesimo in una
tavola di un’Annunciazione della Galleria di Dresda,
fatta in origine per una chiesa di Bologna, ne viene
di conseguenza che si abbia a riconoscere la mano
del Cossa altresì nel quadro di che si tratta. Non
si saprebbe in fatti trovare altra pittura che mani-
festasse tanta coincidenza nella fattura e nello stile
coi dipinti surriferiti, quanto quella del Santo della
National Gallery; colla quale pure si accorda inoltre
un avanzo di affresco del Cossa, che apparisce dietro
l’altar maggiore della chiesa di Baraccano a Bologna.
Viene leggittimato quest’ultimo dalla iscrizione a piene
lettere, oltre che da un documento, dal quale si ricava
che fu eseguito nel 1472, mentre ci permette di conget-
turare che circa nello stesso tempo o poco prima il
Cossa avesse eseguito il quadro che trovasi ora a
Londra.
(I) La nostra versione è stata accolta del resto dalla ultima edizione
del Catalogo, mentre anteriormente il quadro passava per opera di
Marco Zoppo.
— 283 —
Terzo tra cotanto senno di Ferraresi del Quattrocento
ci si presenta Ercole di Roberto in una tavoletta a guisa
di predella^ passata da pochi anni in qua dal palazzo
Dudley a quello di Trafalgar Square. Il soggetto n’è
la Raccolta della manna nel deserto rappresentato con
efficaci gruppi di figure, sparsi sopra un vasto piano
confinato in giro da una serie di abitazioni in forma di
capanne. Per quanto intorbidato da ristauri e da cattive
vernici, i tipi delle figure, dalle teste a crani! tondeg-
gianti ampiamente, dalle membra scarne e tese, dagli
atteggiamenti espressivi, ci rivela in modo non dubbio
l’autore delle celebrate predelle della Galleria di Dresda.
— Se confrontiamo poi codesta opera con un curioso
piccolo Cenacolo, accuratamente eseguito, nella stessa
saletta (opportunamente dedicata alla scuola di Fer-
rara e di Bologna), di leggieri potremo scorgere la
differenza che passa fra il modo di presentarsi di un
artista di ordine elevato, quale è Tautore della predella
ed uno di povero ingegno, quale è quello del Cenacolo
stesso, che taluno volle pure identificare col Roberti,
laddove il Catalogo con più saggio riserbo registra il
quadro sotto la intestazione generica di Scuola del-
V Italia settentrionale, XV secolo. Comunque sia è un
soggettino trattato nella maniera di un miniatore, e si
distingue non meno pel vivace colorito che per la
composizione dell’ambiente in che sono raccolte le
figure, dove sono tracciati dei motivi architettonici e
ornamentali consentanei al gusto delicato del tempo.
Se dal più antico Ercole ci rivolgiamo al suo omo-
nimo iuniore, dal nome del padre chiamato Ercole di
Giulio Cesare Gi’andi, eccoci di fronte ad una magni-
fica pala, già ornamento cospicuo dell’altar maggiore
284
della chiesetta degli Esposti in Ferrara. Di là essa fu
ritirata nel palazzo dei marchesi Strozzi, i quali alla
loro volta la vendettero alla Pinacoteca inglese nel
1882. Citata dagli scrittori di Ferrara dapprima per
opera del Francia, poi del Costa, non è se non in
epoca recente e per iniziativa del Lermolieff eh’ essa
venne riconosciuta quale opera di Ercole. In questo
quadro in vero, come egli osserva, il Grandi si avvi-
cina tanto al suo maestro Costa, che si richiede un
occhio molto esperto della scuola ferrarese, per rico-
noscervi lo spirito e la mano dello scolaro.
Per quanto il Grandi del resto voglia essere tenuto
da meno del suo maestro, conviene dire che in co-
desta sua opera la Galleria Nazionale inglese ha avuto
la fortuna di accaparrarsi il suo vero capolavoro. Per
tale lo qualihca tanto il concetto complessivo della
composizione, quanto la gustosa hnezza della esecu-
zione in ogni particolare. Mentre davanti un arco in
prospettiva, dall’alto del trono eminentemente ferra-
rese, ornato in varii ripiani di predelle, di fregi, di
medaglioni, domina la Vergine col suo Bambino
ignudo, ritto in piedi in atto di benedire, si fanno ri-
scontro sul piano inferiore con vantaggioso contrasto
di acconciatura e di espressione i Santi Guglielmo e
Giov. Battista, cavalleresco giovane guerriero in ar-
matura il pt'imo, devoto, ascetico precursore di Cristo
il secondo. Fra gli ornati del trono voglionsi osservare
principalmente i tipi dei due fìnti medaglioni e delle
storiette allusive airinfanzia di Gesù, nei quali si scor-
gono gli indizii, e non puramente casuali come è a
credere, di un addentellato che collega in arte il se-
condo Ercole col primo. Indizii non ispregevoli per lo
— 285
studio dello sviluppo della scuola di fronte alla scar-
sezza delle attestazioni storiche (1).
Al pari del Quattrocento troviamo bene rappresentato
nello stesso ambiente il Cinquecento, rispetto ai pittori
di Ferrara. In fatto di ciascuno dei più cospicui rap-
presentanti di codesto secolo si hanno esempii notevoli,
quando si eccettui il Dosso, che vi fa tuttora difetto ,
essendo pitture di tempo posteriore quanto gli viene
aggiudicato presentemente (2).
Cominciando con Lorenzo Costa, che per A’erità sia
a cavallo dei due secoli, lo riscontriamo perfettamente
autentico in una sua opera divisa in cinque parti,
segnata del suo nome e datata del 1505. Non è piti
il Costa delle sue ispirate creazioni degli anni ante-
riori, ma non per anco molle e stracco come lo ve-
diamo negli ultimi tempi dopo essersi trasferito da
Bologna a Mantova.
Migliori sono una serie di tavole del Garofalo, gra-
zioso al solito e di tinte succose e fresclie. Finalmente
merita speciale menzione pei suo valore artistico una
tavola grande con entro vi tre santi ritti in piedi, ri-
tenuta come opera di Giovanni Battista Benvenuti detto
l’Ortolano, ma che in ultima analisi reputiamo sia
pure da noverare fra le opere del Garofalo stesso,
contrariamente all’opinione espressa dal Catalogo che
(1) DobV)iamo respingere come opera di Ercole di Giulio Cesare una
piccola tavola con numerose figure rappresentanti la Conversione di
S. Paolo, la quale si presenta piuttosto per una mediocre creazione di
un seguace dei Dossi.
(2) Sua nel concetto non già nella esecuzione una tela acquistata nel
1887 presso il pittore Murray, nella quale pare sia rappresentata una
Musa che istruisce un poeta (n. 1234). Non vi si riscontra nè la vigoria
nè rimpasto del colorito suo proprio.
— 286 —
mantiene l’ attribuzione all’Ortolano. — Quello che
ognuno di leggieri avverte osservando la tavola ac-
cennata si è eh’ essa appartiene ad un artista poeti-
camente ispirato e dotato di un senso pittorico e di
una robustezza non comune. Sta nel mezzo, le braccia
legate ad nn tronco d’albero la figura slanciata del
cristiano Apollo, S. Sebastiano, in espressione di serena
rassegnazione. Vieppiù profonda è la devozione che
trasparisce dal volto di S. Rocco alla sua destra, il
viso alzato al cielo, la sinistra sul petto, mentre dal
lato opposto si presenta in piena armatura appoggiato
all’ ornata lama della spada un vigoroso guerriero,
S. Demetrio, in atto fantasticamente pensieroso. Il fondo
è costituito da un paesaggio battuto da vividi sprazzi
di luce con terreno accidentato, cosparso di casolari e
di varie macchiette, fra le quali si osserva il grazioso
episodio di un abbeveraggio di cavalli entro una strada
montanina (Vedi Tav. XX).
Che le circostanze concernenti la vita di un pittore
Giovanni Battista Benvenuti detto l’Ortolano, dall’oc-
cupazione cui attendeva il padre, siano poco note e
che le sue opere e la sua biografia siano state confuse
con quelle del Garofalo ne conviene il Sig. Burton
medesimo. Il quadro di che si tratta, com’egli c’insegna,
si trovava in origine sopra un altare della chiesa pa-
rocchiale di Bondeno nel Ferrarese e vi stette fino al
1844, essendovi considerato come il capolavoro del-
l’autore.
Il Burton crederebbe quindi non esservi ragione per
togliere credito alla tradizione locale che l’assegna
all’Orùjlano. Se non che essa viene contradetta da altra
tradizione locale per la quale in Ferrara vengono at-
I
GAROFALO : I TRE SANTI - LONDRA.
p. 2H0.
20.“
287 —
tribuiti all’Ortolano vari! quadri nella sala capitolare
del dnomo ed una serie di affreschi già decoranti la
villa estense di Belriguardo^ che rivelano la mano di
un pittore affatto subordinato in confronto di quello
dell’ancona di Londra. Questa invece porge la pili
stretta attinenza con altra pregevole tavola di Galleria
Borghese rappresentante la Deposizione di N. S., la
quale per tradizione porta il nome di Garofalo. Ora a
noi pare che il Lermolieff seguendo detto pittore nello
svolgimento della sua carriera con un esame critico
delle sue opere abbia saputo determinare in modo
convincente il periodo della sua vita nel quale egli
deve avere condotto la pala di Bondeno, non che
varie altre opere che vengono da. lui enumerate (1).
I tratti caratteristici avvertiti in questo complesso di
dipinti appartenenti alla sua migliore età, ossia al
terzo decennio di sua vita, per quanto abbiano una
impronta individuale che non si smentisce interamente
negli anni posteriori, dal più al meno si coordinano
ad una sensibile influenza esercitata sul Garofalo dal
suo valente concittadino Dosso (di pochi anni mag-
giore di lui), tanto pel modo vivo e sentito di conce-
pire i soggetti, quanto nella scelta e nell’accordo dei
colori oltremodo succosi e a forti contrasti di luci e
di ombre, quali ben si riscontrano nel quadro di Londra,
che il critico sullodato collocherebbe verso l’anno 1509.
Passando da Ferrara a Bologna, il più antico pit-
tore che dovremmo qui rammentare è Lippo Dalmasio,
che fiorì sul declinare del XIV e sul principio del
XV secolo, e le cui opere sono alquanto ricercate, per
(I) Vedi: Die Galerien Borghese uncl Boria Panfili in Roma, pag. 2G4
e seguenti.
la loro rarità d’altronde piuttosto che pel valore in-
trinseco. La sua Madonna col divin Putto nella Gal-
leria di Londra entro una gloria circolare di cherubini
è infatti una creazione piuttosto insignificante e alla
quale i facoltosi figli d’Albione hanno reso troppo
onore accogliendola nella loro cospicua raccolta. A
noi sembra senza pur volergliela invidiare ch’essa spetti
a quel genere di monumenti i quali hanno più che
altro un certo valore locale rispetto al paese cui ap-
partengono, dove stanno a rappresentare quel dato
stadio a cui l’arte è giunta a’ tempi loro. II posto piti
naturale che si competerebbe dunque alla Madonna
del Dalmasio, ammesso che non avesse avuto ragione
di rimanere nell’originario luogo di devozione, sarebbe
stato certamente la Pinacoteca di Bologna ; ma il suo
significato quivi avrebbe pure avuto un’ importanza
vorremmo dire semplicemente negativa, poiché avrebbe
servito a dimostrare come la pittura in quella città
non desse indizio di alcun risveglio foriero di creazioni
grandi ed immaginose come si riscontrano, per es.,
nell’antica scuola veronese e nella senese anche in
tempo anteriore. Nella Galleria di Londra pertanto ci
sembra che detto quadro perda anche di Cjuesto suo
interesse molto relativo e quindi si trovi alquanto
spostato.
Ben altra cosa gli è quando si tratta di un vero
artista, quale Francesco Francia, il quale mettendo a
profitto della pittura le sue delicate qualità di orefice,
vi dispiegò un gusto tanto puro e castigato. La sua
carriera da pittore del resto, stando a quanto i fatti
indicano e come tentammo dimostrare in altro scritto,
deve essersi trovata in istretti rapporti con quella di
— 289 —
Lorenzo Costa, il quale giunse a Bologna già pittore
fatto allorché il Francia verosimilmente non aveva per
anco incominciato a rivolgersi al maneggio dei pen-
nelli; s’intende parecchi anni prima del 1490. Ciò nul-
lameno i loro caratteri individuali sono abbastanza
spiccati perchè si possano generalmente distinguere
rimo dall’altro. La Galleria Nazionale possiede di
ciascuno di essi una buona pala, entrambi provenienti
da chiese italiane (1) dove appariscono ben differenti
l’uno dall’altro, dappoiché il Costa usa nelle sue figure
delle forme notevolmente scarne e lunghe e non rag-
giunge pertanto quella bellezza quasi scultoria che
sà dare il Francia alle membra ed ai volti umani,
ma lo supera per verità di tipi e per la sua naturale
disposizione a produrre degli effetti pittorici, massime
laddove gli è dato campo di circondare le composi-
zioni de’ suoi vaghi paesaggi. Del resto stando a quanto
ci porge la Galleria di Londra non si può se non ri-
manere particolarmente impressionati dalla soavità
dell’espressione e dalla bellezza delle linee che mani-
festa il Francia nella sua lunetta rappresentante la
Vergine e due Angeli che piangono attorno al corpo
morto del Redentore.
Fra i pittori che dipinsero in Bologna e in Romagna
vuol essere rammentato qui anche Gerolamo da Tre-
viso. Benché egli non vada noverato fra i grandi ar-
tisti né presenti un carattere suo proprio bene spie-
(1) Quella del Costo, proviene dall’oratorio delle Grazie a Faenza,
ora soppresso; quella del Francia pure segnata (Francia Aurifex Bo-
noniensis, p.ì dalla cappella Buonvisi della chiesa di S. Frediano a
Lucca, chiesa che conserva tuttora un’ altra tavola del Francia. Dalla
chiesa la tavola suddetta passò nella raccolta del duca di Lucca, di
là nel 1840 in Inghilterra.
Frizzoni.
19
- 290 —
cato, pure lo troviamo relativamente bene rappresentato
nella Pinacoteca mediante una tavola grande d’altare,
recante il suo nome. Vi sta seduta in alto trono la
Madonna col Bambino, coi Santi Giuseppe, Giacomo
e Paolo ai lati, oltre al devoto committente della fa-
miglia Boccaferri che fece dipingere il quadro per
una sua cappella in S. Domenico a Bologna, La pala
fu venduta e portata ad Imola nel secolo scorso, da
dove passò poi in Inghilterra,
Gerolamo nacque nel 1497 e vale per scolare del
proprio padre Pier Maria Pennacchi: se non che nelle
sue opere egli apparisce quale vero ecclettico. La sua
tavolozza, intensa e calda, evidentemente deriva da.
quella dei coloristi ferraresi; nello stesso tempo l’in-
tiuenza raffaellesca si fa sentire.
Come ò noto egli tini la sua vita al servizio di En-
rico Vili d’Inghilterra e morì colpito da una palla
di cannone nel 1544 presso Boulogne, dove si trovava
in qualità d’ingegnere del re.
Lasciamo ora da parte i Bolognesi del Seicento,,
sempre riccamente rappresentati presso di noi, e rivol-
giamoci ad un valente artista nativo di una città della
vicina Romagna, cioè alla figura misteriosa di Melozzo
da Forlì, Figura misteriosa davvero, poiché mentre egli
è uno di quei maestri che fanno epoca o per meglio
dire segnano nella Storia dell’arte un periodo nuovo,,
ignoriamo tuttora chi gli sia stato maestro, chi lo abbia
dirizzato sulla via da lui battuta. Egli infatti, quasi coe-
taneo del Mantegna (questi come è noto essendo nativo
del 1431, il Melozzo invece del 38, come risulta dal suo
epitaffio) (1), ebbe parimenti di mira, quantunque con un
(1) L’epitaffio già nella chiesa della Trinità a Forlì, c’insegna ch’egli
— 291 —
ideale diverso ed indipendente, l’intento che vuoisi del
resto ritenere proprio del tempo in genere e dello stadio
a cui era giunta l’arte, di applicare con ogni esattezza
possibile le regole della prospettiva, tanto alle figure
quanto agli accessori che le circondano. Sono troppo
note le sue pitture murali o per meglio dire gli avanzi
delle medesime a Roma ed a P^orlì, perchè qui se
Il abbia a parlare. È pur noto ch’egli fu per alquanto
tempo il pittore del duca di Urbino, Federico da Mon-
tefeltro e che nel suo magnifico castello ebbe ad ese-
guire parecchie opere di pittura: provengono di là
appunto due tavole con figure allegoriche, credute
rappresentar l’una la Musica, l’altra la Rettorica, che
trovansi nella Galleria Nazionale fin dal 1866. Pro-
babilmente formarono parte in origine di una serie
rappresentante le sette Arti liberali, due delle quali
si conservano nella R. Galleria di Berlino. Una di
queste ultime si vede personificata in una figura di
donna, vestita di broccato in oro, seduta in un trono
riccamente ornato; un uomo attempato nel quale si
ravvisano le fattezze del duca stesso sta inginocchiato
davanti a lei in atto di ricevere con ambo le mani un
libro ch’essa gli viene porgendo; superiormente sopra
un bracciale di bronzo un’aquila che regge lo stemma
dei Montefeltro colle insegne papali. La menzionata
figura allegorica rappresenta probabilmente la Dialet-
tica. La seconda, del Museo di Berlino, tolta da pochi
anni dal ripostiglio dei quadri, dove fu trovata in cat-
tivo stato, evidentemente rappresenta l’Astronomia,
visse 56 anni e 5 mesi, e poiché come data della sua morte una cro-
naca manoscritta accenna il di 8 novembre 1494, il suo giorno di na-
scita di ragione cadrebbe sull’ 8 giugno 1438.
292
nell’atto che porge una sfera astronomica ad altro
uomo di grave aspetto^ che a detta del Prof. Augusto
Schmarsow sarebbe ad identificarsi in un congiunto
del duca, il Conte Ottaviano Ubaldini, poeta ed amico
dei letterati egli stesso, dedito agli studi di astronomia
e di astrologia (1). Le due figure femminili sulle ta-
vole di Londra sono parimenti sedute in trono e ri-
cevono omaggio ciascuna da un uomo, inginocchiato
davanti, mentre l’una, che vedesi riprodotta nella
Tav. XXI, accenna ad un piccolo organo da musica
posto a’ suoi piedi, l’altra dà l’indicazione di un passo
entro un libro che l’uomo le porge aperto (2). La prima
evidentemente personifica la Musica e il dignitario
che le fa omaggio dalla somiglianza con 1’ effigie in
una medaglia è ritenuto esser Costanzo Sforza, cognato
del duca, tuttora giovane, divenuto signore di Pesaro
nel 1473. La seconda, la Rettorica, pare intenta ad
istruire un altro giovane, che lo stesso Prof. Schmarsow
suppone poter essere Bernardino Ubaldino, figlio del
Conte Ottaviano. Sono pitture di un effetto veramente
solenne e monumentale, e ad immaginarle distese tutte
(1) Vedi; Melozzo da Forlì, Ehi Beitrag sur Kunst-und Kultuvge-
sehichte ItaUens ini XV Jahrhundert con August Schmarsow. Berlin
u. Stuttgart. Verlag von W. Spemann, 1886, pag. 87.
(2) L’iscrizione che si stende per un fregio ricorrente da una tavola
all’altra e si riferisce ai titoli del Duca quali si vedono lungo le pareti
del cortile del palazzo d’Urbino in altra iscrizione a bellissime lettere
romane è del seguente tenore; Fredericus Urbini. dux Montisferetri
ac Durantis Comes Sanetae Bornanae Ecclesiae Confalonerius atque
Italicae Confederationis Imperator, etc. Dei quattro quadri citati il
primo di Berlino doveva esser posto fra i due di Londra a giudicare
dal corso dell’iscrizione. Le figure mancanti sono la prima e le ultime.
Tanto il Catalogo di Berlino quanto quello di Londra osservano che
questa serie deve essere stata dipinta solo dopo il 1474, dappoiché in
detto anno Federico era stato creato duca da Sisto IV e solo d’allora
in poi lo stemma dei Montefeltri andò munito delle insegne papali.
— 293
e sette lungo una parete di una sala, forse divise fra
loro solo da appropriati pilastrini a legno intagliato,
secondo il buon gusto del tempo, certamente avranno
impresso all’ambiente (credesi una biblioteca?) un’aria
grave ed imponente. Ma la mutabilità della fortuna
volle che tutto ciò andasse disperso e che dell’insieme
dell’opera solo le menzionate membra staccate rima-
nessero alla vista del pubblico in remote regioni (1).
Il fatto del resto già osservato dal sullodato signor
Reiset, della nessuna analogia di questi dipinti con
quello della presentazione del Platina a Sisto IV nella
Pinacoteca Vaticana non varrebbe che a confermare
vieppiù l’enimma che avvolge l’autore dei dipinti me-
desimi e a far dubitare che l’esecuzione per lo meno
non vi sia tutta di Melozzo.
IV.
Scuole padovana e veronese.
Già tiri dalla prima metà del secolo XV vediamo
soi-gei’e in Padova una scuola propria sotto la nota
(1) Il Catalogo della Galleria Nazionale avverte bensì che un altro
quadro della serie si trova in possesso di S. M. la Regina, ma per
quante ricerche ne facesse lo scrivente non gli venne fatto di sapere
dove precisamente sia a vedersi. Vide bensì una tavola di Melozzo nella
raccolta del castello di VShndsor, dove la Regina suol soggiornare, ma
non ha nulla a che fare colla riferita serie, nè pel soggetto né per la
forma. È codesta una pittura in miserando stato di conservazione, e
vi sono effigiati Federico da Montefeltro col figlio giovinetto seduto a
sentire le spiegazioni d’un professore in cattedra. Nè dovette apparte-
nere alla stessa serie altra tavola in palazzo Barberini a Roma, ram-
mentata dal Catalogo di Berlino , ma troppo diversa nel concetto e
nella forma.
294
direzione di Francesco Sqiiarcione. L’ unica opera di
lui pienamente accertata è una tavola a vari scom-
partimenti che vien conservata, assai malconcia e re-
staurata, nella Galleria municipale di Padova, a giu-
dicar della quale, a parte ogni prevenzione, non ap-
parisce doversi assegnare aU’autore un posto eminente
fra gli artisti deH’epoca, se non per l’importanza che
egli ha come istitutore di una scuola numerosa e assai
caratteristica. — De’ suoi scolari Marco Zoppo e Gregorio
Schiavone la Galleria Nazionale porge alcuni esempi
nei quali i rispettivi pittori sono bene specificati. Ma
il gigante di detta scuola, quello che la domina tutta
quanta pel sovrano ingegno, chi non lo sa? è Andrea
Mantegna. Di lui, che fu uno dei più grandi artisti fra
quanti esistettero, devesi dire in pari tempo che fu
uno del di cui nome si è maggiormente abusato, sì
che aspetta alla sua volta gli venga fatta giustizia,
mercè i progressi non dubbi della critica illuminata.
Come che l’ Italia sia sempre il paese che offre i
maggiori dati per formarsi un’idea adeguata dell’arte
sua, massime per l’esistenza delle sue pitture murali
a Padova e a Mantova, pure convien riconoscere che
per forza di svariate vicende, molte sue opere anche
fra le più importanti si trovano oggidì sparse in estere
raccolte. Fra queste ci corre alla mente l’opera co-
lossale del Trionfo di Cesare, da lui eseguita sopra
nove grandi tele a tempera, terminate nel 1492 nel
palazzo di S. Sebastiano a Mantova, ed ora decoranti
un lungo corridoio nel palazzo reale di Hampton-
CoLirt. Sono insieme a’ suoi freschi quanto egli ha
fatto di più grande, di più ricco e di più multiforme,
e però è tanto più lamentevole il vederle oggidì sacri-
lega,ni6ote iTiaiiorncsse e coperte da goffo restauro,
operatovi sventuratamente sotto il regno di Guglielmo III,
che soleva risiedere in quel palazzo, e che in onta
a’ suoi meriti come re, nel caso di che si tratta non
av\ isò che, per quanto guaste dai danni del tempo
e delle vicende passate, conveniva rispettare serban-
dole intatte quelle creazioni sublimi di tanto artista.
Tali quali si presentano ora richiamano sempre la
nostra ammirazione per la vastità del concetto, per
1 ideale eminentemente ispirato dall’osservazione della
antichità classica, ma le finezze originarie dell’ esecu-
zione vi sono quasi interamente perdute (1). Altri pro-
dotti del suo ingegno in istato molto più godibile tro-
vansi in Inghilterra, benché d’importanza di gran lunga
interiore a quello del Trionfo di Coscire, che vorremmo
considerare quasi per suo capolavoro: fra questi alcuni
preziosi disegni appartenenti alla raccolta del Museo
Britannico che portano ben impressi gl’ indizi della
originalità.
Quanto agli esempi che ci vengono offerti dalla
Galleria Nazionale, quando se ne eccettui uno, sono
pure indubbiamente autentici e degni di speciale at-
tenzione. Consiste l’uno in una tempera sulla tela, della
larghezza di oltre 4 piedi per 9 e mezzo di altezza,
nella quale si presenta la Madonna seduta nel mezzo
col divin Putto pressoché ignudo, ritto sul di lei gi-
nocchio sinistro in atto di benedire ; a sinistra S. Maria
Maddalena, a destra S. Giovanni Battista, munito di
una croce ad asta lunga e sottile, intorno alla quale
è ravvolta una fettuccia recante, oltre alle parole ri-
(1) Vedansi in proposito le nove grandi riproduzioni della ditta Hraun.
— 296 —
tLiali deW Agnus Dei, la segnatura; Andreas AUntima
p, p. (civis patavinus fecit) eseguita in caratteri
minuti e poco appariscenti ; nel fondo una cortina con
baldacchino e dei cespugli d’agrumi. Pittura in buonO’
stato di conservazione, noi crediamo si apponga al
vero il Marchese Selvatico opinando che spetti alla
fresca età dell’autore, dappoiché vi si scorge un tare
molto simile a quello dell’ ancona a più scomparti
che trovasi nella Galleria di Brera (con S. Luca se-
duto nel mezzo in atto di scrivere) e ch’egli condusse
a termine, come risulta da documenti, verso il 1455,
per un altare di Santa Giustina in Padova, alloichè
non aveva per anco compiuto i cinque lustri. Am-
mirasi infatti in entrambe una nitidezza nel modo di
modellare, un’ accuratezza così eletta in ogni parti-
colare, che attestano il sommo amore usato dall autore
nel compimento de’ suoi lavori artistici. Che se egli
in realtà non venne mai meno a siffatte qualità
nella sua carriera vitale di 75 anni, ci pare tuttavia
che emergano massimamente nelle sue produzioni del-
l’età più fresca. Notevole poi è nel quadro di Londra
il tipo e l’espressione di candore e di ingenuità quasi
infantile ch’egli si compiace dare alla Vergine, umil-
mente intenta a reggere il suo divin Figliuolo, il quale
mentre stende la destra per benedire, si direbbe già
conscio della sua sovrumana dignità (1).
Appartiene invece agli anni più provetti l’altro suo
dipinto passato nella Galleria Nazionale, trattato a guisa
di fregio a chiaro scuro e noto colla denominazione
(1) Nel XVII secolo faceva parte della raccolta del Card. Monti in
Milano, poi passò per eredità in possesso di altre lamiglie private, fin
che fu acquistato per la National Gallery nel 1855.
— 297 —
di Trionfo di Scipione. Con esso l’artista volle tare
un omaggio alla famiglia dei Cornare che si dicevano
discendenti della romana gens Cornelia, avendo egli
avuto ad eseguirlo pel gentiluomo veneziano Francesco
Cornare, più tardi divenuto Cardinale. Nello stesso
tempo vi trovò campo di secondare nuovamente la
sua propensione all’antichità classica, cavando di là
il soggetto non solo, ma studiandosi inoltre di ritrarvi
con ogni proprietà l’aspetto di una solennità romana,
ricca di figure e di svariati accessori. Questa si rife-
risce come c’insegna partitamente il Catalogo, alla
cerimonia di ricevimento della Madre degli dèi frigii
fra le divinità pubblicamente riconosciute dallo stato
romano; ricevimento di cui fu incaricato, per delibe-
razione del Senato, Publio Cornelio Scipione Nasica,
secondo il racconto di Tito Livio (1).
Forse gli archeologi vedendo simili scene trattate
per mano del Mantegna, potrebbero aver da ridire
sulla scrupolosa esattezza dei particolari attinenti ai
costumi ed alle pompe romane del tempo della repub-
blica ; quel che nessuno però vorrà negare si è die
nessun artista interpretò con tanta dignità quanto il
Mantegna la fiera grandezza, la maestà sovrana del
(1) Consta che un pagamento anticipato di 25 ducati fu fatto al Man-
tegna per detta pittura nel 1504, e che essa fu condotta a termine nel
1506 solo pochi mesi prima della morte del pittore. Rimasta nel suo
studio (insieme all’altra tela appartenente ora alla Galleria di Brera
e rappresentante il Cristo morto veduto in iscorcio) il di lui figlio Fran-
cesco fece un tentativo, ma infruttuoso per appropriarselo come re-
taggio del padre, offrendo di rimborsare l’anticipazione già pagata. La
pittura pervenne effettivamente nel palazzo Cornano a S. Polo in Ve-
nezia, dove rimase fino al principio del presente secolo. Portata poi
in Inghilterra rimase per qualche tempo in mani private, finché la Gal-
leria l’acquistò nel 1873, rendendone cosi il godimento di ragione pub-
blica (Vedi le indicazioni del Catalogo della Galleria Nazionale].
— 298 ~
popolo romano. Egli è davvero il piti classico fra i
classici del nostro Risorgimento, e per Cjuanto abbia
pur eseguito pregevoli opere ]3el culto cristiano, forse
non vi è mai riescito in modo tanto conforme al suo
genio quanto nelle creazioni ispirate dalla mitologia e
dalla storia antica. È noto del resto ch’egli si compiacque
spesso servirsi di forme e di tipi dell’antichità pagana
anche in soggetti di storia sacra, tanto egli si sentiva
preso d’inclinazione per quella, da perfetto umanista
della sua epoca. Ci basti rammentare in proposito la
sua Giuditta che scortata da una serva mora, ripone nel
sacco la testa recisa di Oloferne, disegno meraviglioso
di lui, esposto nella raccolta degli Uffìzi a Firenze, dove
il profilo dell'eroina, facendo contrasto col viso dell’af-
fricana ancella, mostrasi degno di un carneo greco;
poi la sua figura di S. Giorgio dipinta in una tavo-
letta che vedesi all’Accademia a Venezia e nella quale
il giovane guerriero, tutto coperto da nitida armatura,
in atteggiamento di calma sicurezza, ti si presenta tale,
che ove venisse tradotto in iscultura, soddisfarebbe
pure appieno le esigenze di codest’ arte.
Caratteristica del pari per l’ apparenza plastica è
un’altra sua tela a tempera a chiaroscuro, acquistata
dalla Galleria nel 1883, rappresentante la traditrice
Dalila nell’ atto che taglia la chioma del dormiente
Sansone. Per quanto il soggetto vi sia trattato in modo
alquanto strano (la figura di Sansone d’altronde non
apparisce punto gigantesca come la vorrebbe la tra-
dizione) non si può a meno di rimanere ammirati
della sentita finitezza di ogni particolàre, sia delle figure
sia degli accessori nel fondo, dove 1’ autore si com-
piacque d’iscrivere sopra il tronco di un albero la sen-
— 299 —
tenza seguente : Foemina diabolo trihiis assibus est
inala peior (V. Tav. XXII).
Ad occhio intelligente e ben esercitato non deve
sfuggire la differenza che corre fra la esecuzione di
codesto chiaroscuro e quello di una tavola rappre-
sentante due figure femminili a finto bassorilievo di
bronzo dorato, intese a personificare probabilmente
l’Estate e l’ Autunno. Non è di certo la loro deriva-
zione dalla cospicua raccolta Hamilton circostanza
tale da valere a salvarle dalle riserve della sana
critica. Per parte nostra non dubitiamo eh’ essa sarà
per sanzionare il giudizio del Senatore Morelli, il quale,
non preoccupato da prevenzioni in proposito, ravvisò
nel dipinto i tratti che lo qualificano per null’altro che
una contraffazione, per quanto si voglia abilmente fatta.
Infatti, chiunque possiede le doti necessarie per inten-
dere l’arte dei grandi maestri, esaminando l’opera at-
tentamente vi dovrà scorgere il fare stentato, duro,
mancante di spontaneo sentimento, che la rende più
che sospetta (1).
Dei figli degeneri del grande artista, Francesco e
Lodovico, per essere sinceri, convien riconoscere non
essere giunta nessuna opera certa sino a noi. Non
sappiamo quindi perchè nella Pinacoteca di I.ondra
vengano additate senza esitazione come pitture di Fran-
cesco due tavolette, rappresentanti l’una Gesù Cristo
che apparisce alla Maddalena,, o a meglio dire il
Noli me tangere, l’altra la Resurrezione di Cristo. Il
giudizio deve essere basato sopra una semplice tradi-
(1) Tradiscono l’inganno, come ebbi ad osservare dal conto mio,
massime certe piccole figure Ante sopra un vaso, prive della distinta
nitidezza dell’autore presunto.
300
zione. Dall’ aspetto dei dipinti meschini e di poco ca-
rattere, si potrebbe tutt’al più dedurre che appartengono
alla scuola squarcionesca, senza che un nome detei’-
minato di pittore vi si riveli; donde sorgerebbe di
nuovo la domanda che cosa stiano a rappresentare
in una scelta galleria estera.
La storia del resto ci ammonisce che i figli' di uo-
mini insigni furono spesso tutt’altro che i continuatori
delle imprese dei padri. Ciò dev’essersi verificato anche
rispetto al grande Mantegna, che pur vediamo studiato
ed imitato non senza buon esito da parecchi artisti
contemporanei e seguaci di lui, estranei alla sua fa-
miglia. In Mantova, che in realtà non ebbe mai una
scuola propria, il più degno di raccoglierne la spiri-
tuale eredità fu Francesco Bonsignori, benché di gran
lunga non all’altezza di lui. — Quel che la Galleria
Nazionale possiede del Bonsignori è piccola cosa ; è
un ritratto dal petto in su, di un senatore veneziano in
veste rossa, segnato sopra un cartellino; Francisctis
Bonsifjiiorlus Veronensis P. 1487. Vi spira un realismo
semplice e sano, un fare franco e scevro d’artifici che
previene in favore del sobrio e castigato autore, in
onta a certa durezza nel modo di modellare (1).
Il nome del Bonsignori ci conduce naturalmente alla
scuola di Verona, città che lo vide nascere nel 1455
e che conserva tuttora parecchie opere di lui, fornite
di qualità serie e da robusto quattrocentista non privo
di carattere individuale. Ora poiché la Galleria Nazio-
(1) Vedasi nella raccolta Albertina a Vienna il volume primo dei di-
segni di scuola veneta. Vi si trova una serie di studi di teste (al car-
boncino) attribuite a Gentile Bellini. Sono invece senza dubbio del
Bonsignori; tanto è vero che quello al n. 5 si presenta quale studio
preparatorio pel ritratto della Galleria Nazionale.
— 301
naie forse più d’ogni altra raccolta estera è riuscita
ad arricchirsi di opere interessanti dell’antica scuola
veronese, è prezzo dell’opera rivolgervi una speciale
attenzione.
Verona, come da altri venne già osservato a pro-
posito, è la città dell’alta Italia che meglio d’ogni altra
si potrebbe paragonare colla gentile e monumentale
capitale della Toscana. Ricca di storici editici, cinta
da mura torrite scendenti pei declivi dei colli, resi
pittoreschi da gruppi di antichi cipressi, bagnata da
un copioso fiume che la divide in due parti, essa
offre all’ amatore una scuola di pittura che ha vera-
mente una fisionomia sua propria, la quale non si
smentisce da’ suoi più remoti principi fino nei tempi
avanzati della decadenza. Lasciando da parte gli artefici
che ne esprimono in certo modo i primi vagiti nelle
loro pitture murali, quali si vedono in ispecie nella
vetusta chiesa di S. Zeno, chi diede una impronta
nuova alla scuola veronese mercè una straordinaria
energia ed elevatezza di facoltà artistiche furono i due
pittori Altichiero da Zevio e Jacopo d’ Avanzo, che si
ispirarono alla loro volta, come apparisce ad evidenza,
agli esempi lasciati dal grande fiorentino nella cap-
pella dell’Arena in Padova. Mentre poi si nota che
l’operato di Giotto domina in certo modo quello del-
l’Altichiero e dell’Avanzo, crediamo sia ben fondato
quel giudizio che considera discendente in linea diretta
dai medesimi un artista nel senso piti compito della
parola, onore non solo di Verona ma deh’Italia tutta,
vogliamo dire il ben noto Vittor Pisano detto il Pisa-
nello, che visse ed operò durante la prima metà del
XV secolo. Se la di lui celebrità al dì d’oggi è dovuta
302 —
principalmente alla sua assoluta supremazia nell’ arte
del lavorar di medaglie^ ciò proviene per un verso
dalla straordinaria valentia da lui mostratavi e dal
carattere fiero onde Cjue’ suoi bronzi sono improntati,
per l’altro dalla mala sorte toccata alle sue maggiori
imprese di pittura, che andarono tutte distrutte per le
vicende dei tempi. Nulla infatti rimane di ciò eh’ egli
ebbe ad eseguire nella sala del gran Consiglio in Ve-
nezia, nulla de’ suoi lavori nel castello di Pavia, ram-
mentati dall’Anonimo morelliano. Verona sola conserva
alcune sue pitture murali, ch’è ragionevole ammettere
non appartenessero alle sue opere principali, dappoiché
una non serve che di complemento decorativo al mo-
numento Brenzon in S. Fermo, 1’ altra è posta assai
in alto, in luogo alquanto circoscritto, nella chiesa di
Santa Anastasia, e rappresenta l’episodio della libera-
zione della Principessa di Trebisonda per opera di
S. Giorgio. Danneggiata in parte e coperta di polvere
come è, quest’ ultima è tuttavia opera di grande inte-
resse per l’arte, grazie alla straordinaria finezza con
cui vi sono trattate la figura umana e quella dei
cavalli in ispecie, sì come egli era espertissimo nel
ritrarre ogni sorta d’animali.
Se non fosse segnata del suo nome la piccola ta-
vola che fu offerta nel 1867 alla Galleria Nazionale da
Lady Eastlake, la quale alla sua volta l’aveva acqui-
stata dalla Galleria Costabili in Ferrara, basterebbe a
legittimarla la somiglianza colla suddetta pittura mu-
rale. Fra le altre cose avvi anche nel quadretto di
Londra un S. Giorgio assai caratteristico, vestito di ben
compita armatura, il capo protetto singolarmente da
un cappello di paglia alla toscana a larghe falde; gli
303 —
fa riscontro il vecchio eremita Sant’Antonio accompa-
gnato dal suo animale fido, che il pittore però si com-
piacque rappresentare per un cinghiale. Il fondo è for-
mato da un bosco fitto di pini; superiormente nel cielo
avvi l’apparizione della Madonna col divin Figlio sulle
braccia (1). È gran peccato che questa opera, l’unica
tavola che esista dell’insigne artista, sia stata sottoposta,
dopo l’acquisto fatto a Ferrara, ad un restauro che
corrisponde quasi ad un rinnovamento della pittura;
rinnovamento che per quanto si voglia accuratamente
eseguito non ci giunge benvenuto quanto lo sarebbe
l’opera originale. Ben è vero che il ristauratore, che
tu il Prof. Molteni, persona altrettanto faceta quanto
di finissimo gusto ed intendimento, riteneva di essersi
immedesimato tanto nello spirito deH’autore, che dopo
compito il suo lavoro soleva dire fra amici non chia-
marsi egli oramai più Giuseppe Molteni, si bene Vit-
torio Molteni (2).
Stava appesa opportunamente in vicinanza a detto
dipinto una operetta di Bono da Ferrara (ora esposta
nella saletta dei Ferraresi), che vi si nomina discepolo
del Pisano sopra apposito cartellino, mentre è noto
del resto come uno degli allievi dello Squarcione ed
un aiuto di A. Mantegna nella cappella agli Eremitani.
Qui egli si presenta bensì sotto un aspetto primitivo
che s’attiene allo stile del Pisano, benché assai meno
elevato di lui. Vi è rappresentato un S. Gerolamo nel
(1) Questa pittura li^l8 pollici d’altezza per 11 1/2 di larghezza: porta
l’iscrizione Pisanus pi, in caratteri alquanto fantastici.
(2) Un’altra opera importante del Pisano trovasi in Inghilterra presso
Lord Ashburnham, rappresentante S. Uberto a caccia, cui apparisce
il Croceflsso sulla testa di un cervo. Vi sono notevoli fra altro le sva-
riate rappresentazioni di animali. Fotografato da Braun.
304 —
deserto (1). Proviene pur esso dalla Raccolta Costabili,
e la Galleria facendolo suo ottenne se non altro di
dar maggiore rilievo alla rara pittura del suo maestro.
Da questi ai pittori veronesi che seguono, fra quelli
rappresentati alla Pinacoteca, avvi un salto sensibile
di tempo e quindi anche di stile. Qualità dominante
vi è, si può dire, la straordinaria purezza di gusto
conservata fino a tempo relativamente assai avanzato,
cioè sin oltre la metà del Cinquecento. Il più vecchio
da nominarsi in codesta serie è Domenico Morone,
nato nel 1442, delle gesta del quale non si hanno
se non iscarsissime traccia. Ben lo avverte nel suo
Catalogo il sig. Burton, riconoscendo pure che non
ha serio fondamento la tradizione per la quale egli
viene detto autore della decorazione pittorica della an-
tica libreria del convento di S. Bernardino in Verona,
poiché in realtà rivelano un autore assai piti tozzo e
più dozzinale. Il Morone invece è un’ artista elevato
e capace di grandi cose, che il tempo pur troppo pare
ci abbia invidiato. Mentre i freschi attribuitigli dal
Vasari neU’interno della chiesa di S. Bernardino sono
quasi interamente distrutti o imbiancati, l’ unico punto
di partenza dal quale conviene dipartirci per ricono-
scere l’artista si è un monumentale quadro di soggetto
storico, che dalla proprietà del sig. Fochessati di Man-
tova è passato in quella del sig. Cristoforo Crespi di
Milano. Il quadro c firmato Dominieus Moronus ve-
ronensis pinxit li9i. Vi è rappresentato il fatto del-
l’assassinio di Rinaldo Buonacolsi per opera di Luigi
(1) Al basso sopra una fettuccia ondulata leggesi: Bonus Ferrariensis
Pisanus disipulus (sic). 11 dipinto misura 1 piede ed 8 pollici di altezza
per 1 ed 8 di larghezza.
— 305 —
Gonzaga con numerose figure raccolte in una piazza
della città. Le peregrine ed originali qualità dell’autore,
dalle figure slanciate e ben mosse, danno credito senza
meno alla classificazione sotto il suo nome di due
gustosissime tavolette, dalla National Gallery acqui-
state nel 1886, concernenti i Gonzaga (1). La scoperta
delle medesime devesi all’ occhio esperimentato del
dott. J. P. Richter. — La finezza e la grazia colla
quale vi sono trattati in ogni particolare i due tornea-
menti è altrettanto singolare quanto è rincrescevole la
scarsezza delle opere dell’autore.
Intorno al 1474 poi vien posta la nascita del di lui
figlio Francesco Morone, pittore di una semplicità e
di una ingenuità aurea, ch’egli conserva anche nel-
l’età pili avanzata. Lo mostra ben anco nella sua Ma-
donnina nella Galleria; essa se ne stà seduta tenendo
fra le braccia il divin Bambino con un pomo nella
mano. Dietro a lei si stende una cortina rossa che non
impedisce però che in distanza si veda un po’ di pae-
saggio. È un cosetta affatto casalinga e senza pretesa,
ma in ciò appunto stà il suo carattere e diciamo pure
il suo pregio (2).
Dal Morone a Paolo Morando detto il Ca^’azzola non
avvi che un passo, quale è quello che denota il divario
fra il maestro e lo scolaro, là dove il secondo supera
il primo. Il Cavazzola segna propriamente l’apogeo
della pittura veronese basata per anco sui principi! del
(1) Vedasene le particolareggiate descrizioni nel Catalogo.
(2) È curioso che presso il Barone Galvagna, dove il dipinto fu acqui-
stato nel 1855, passasse sotto il nome di Pellegrino da S. Daniele, col
quale non ha proprio alcuna analogia. Di poi fu attribuito a Gerolamo
dai Libri; che la denominazione attuale invece corrisponda al vero
avvi ragione per non dubitarne.
Fuizzoni.
20
— 306 —
purismo del Quattrocento. Nessuno più di lui verifica
nelle sue opere i pregi eminentemente spirituali, con-
giungendovi in pari tempo l’attrattiva sensibile del più
fresco e più lucente colorito. Se le sue simpatiche
tele sono quindi rare ed assai ambite oggidì, ciò non
dipende solo dall’aver egli chiusa la sua carriera ter-
restre nella fresca età di 36 anni (nell’Agosto 1522),
ma anche dal vero merito delle medesime. Ormai
non è se non a Verona nella Pinacoteca civica che
lo studioso trova un insieme di opere importanti di
lui da farsi un’idea adeguata del posto ch’egli occupa
fra i suoi concittadini. Le raccolte private pur troppo
son venute spogliandosi tanto, che in pochi anni ebbero
a fornire all’estero tre dipinti del nostro pittore, e sono;
un bellissimo ritratto d’uomo che di recente andò a for-
mare nuovo ornamento alla insigne Galleria di Dresda,
una figura di un San Rocco con un angelo, e una
delicata Madonna, questi ultimi riuniti ora nella Galleria
Nazionale di Londra (1). Non crediamo scostarci gran
fatto dal vero asserendo che in nessun’ altra fra le più
cospicue raccolte si riscontri alcun esempio della sua
artistica attività. Se è vero, come è verissimo, che la
scuola veronese in quel tempo conserva sempre un
(1) Il S. Rocco eh’ è rappresentato mentre scopre la sua piaga e la
mostra ad un angelo è una nobile figura, di espressione seria e com-
punta. È segnata del nome PatiLus Moràdus, e recava la data 1518 che
ora più non si vede. Ornava originariamente un altare della chiesa di
S. Maria della Scala ; poscia passò nella Galleria Caldana ; di là in quella
del Dott. Cesare Bernasconi, che la cedette nel 1884 alla Galleria Nazio-
nale. — Nell’altro quadro vedesi S. Giovanni Battista in sembianza di
soave giovinetto porgere un limone al Bambino Gesù sorretto dalla
Madre; fisionomia fina e delicata assai. Dietro a Lei un angelo mezzo
nascosto. Figure a metà circa del naturale. Nel fondo alcune frondi di
agrumi. Fu acquistato in Verona presso il conte Lodovico Portalupi
nel 1867. Pittura di stile puro e caratteristico, segnata PauLu.^ V. P.
— 307
tipo suo ben marcato ed indipendente dai veneto pro-
priamente detto^ il Cavazzola non ismentisce mai la sua
pertinenza al medesimo, nulla rivelando in esso, neanche
nei dipinti in Verona, una relazione con Giorgione e
molto meno con Tiziano, come da taluno si era cre-
duto. Si potrebbe anzi osservare che insieme al suo
splendido colorito, vivamente nutrito, ma nel senso ve-
ronese antico, cioè acuto anziché fuso, egli consei*va
sempre una certa rigidezza e secchezza di forme, che
è appunto l’opposto di cjuanto si vede nelle opere dei
grandi coloristi veneti.
Del contemporaneo di Francesco Morone, noto sotto
il nome di Gerolamo dai Libri, in grazia della spe-
cialità di miniatore cui erasi applicato suo padre Fran-
cesco, avvi un cjuadro eh’ è pure una delle più grate
apparizioni fra le opere dello stile italiano il più puro
nella Galleria, mentre si presenta come un tipo vera-
mente caratteristico della scuola locale. Rappresenta
le tre sacre generazioni nelle figure di S. Anna, della
Beata Vergine e del divino Infante; la prima seduta
sotto una pianta di agrumi colla propria figlia in grembo,
la quale alla sua volta tiene fra le braccia il Figliuo-
letto ignudo : ai piedi della Madonna sta un drago uc-
ciso, simbolo del maligno vinto dal principio opposto ;
dai due lati vedonsi dei cespugli di rose; al basso in
fine tre angeli d’impareggiabile candore, intenti alle
armonie musicali, che vanno intonando con gTistru-
menti di cui sono muniti. Nel fondo scorgi un’ariosa
e nitida campagna pittorescamente accidentata. A de-
terminare ulteriormente il dipinto, l’autore poi vi appose
il proprio nome (senza data) sopra un cartellino.
Poiché è noto che Gerolamo dai Libri divenne vec-
— 308
cliio, avendo oltrepassato gli 80 anni di vita^ non è
senza qualche meraviglia che noi constatiamo la re-
lativa scarsità delle sue opere. Forse ciò si deve spie-
gare dall’ essersi egli applicato molto all’ arte della
miniatura di cui più facilmente si perdono le traode
coll’andare dei secoli, forse ne sarà pure stata causa
la sua natura alquanto scarsa d’inventiva, e quindi
probabilmente poco produttiva per sè stessa.
Se il divario fra lo stile dei primi grandi A^eronesi
da noi accennati e quello del gruppo di pittori qui
contemplato è assai sensibile, giova riconoscere che
non lo è meno quello che passa fra l’indole di questi
ultimi e di un loro concittadino che da solo bastò ad
illustrare per tutto il mondo civile il nome della scuola
veronese. Ognuno comprende che vogliamo riferirci
a quel Paolo Caliari il quale coll’appellativo comune
di Veronese non viene confuso con alcuno de’ suoi
compaesani. È un fatto abbastanza strano da osser-
vare che mentre il semplice e primitivo Gerolamo dai
Libri protraeva i suoi anni di vecchiaia oltre la metà
del secolo, (essendo morto a quanto pare nel 1556),
sorgeva un ingegno potente e di grandissime risorse
d’immaginazione quale è appunto il Caliari, nato nella
stessa città fin dal 1528, e rivolto ad un ideale arti-
stico fondamentalmente diverso da quello del suo
vecchio concittadino. Poiché mentre questi si contenta
di un realismo tranquillo ed ingenuo e privo di qual-
siasi artifizio, quando non si voglia considerare tale
il grato accordo dei succosi colori ricercati da lui non
meno che dagli altri pittori dello stesso indirizzo, il
giovane Caliari si slancia ardito in un campo di azione
più variato, più grandioso e più ricco d’ogni genere
di apparato, non isdegnando di trarre profitto pe’ suoi
dipinti di tutte le manifestazioni di magnificenza e di
pompa che i costumi invalsi nella vita quotidiana della
Serenissima Repubblica gli venivano porgendo.
Del resto ci affrettiamo a riconoscere che questa
trasformazione della pittura veronese, non si va com-
piendo ad un tratto, ma attraversa anch’essa le sue
fasi preparatorie ed ha i suoi precursori che ne pre-
parono il terreno, quali sarebbero i fratelli Carotto, il
Torbido, Domenico Brusasorci, Antonio Badile, zio e
maestro di Paolo, ed altri di cui la Galleria che ci
occupa non possiede alcun esempio. Quanto al grande
Veronese l’opera sua più celebre a Londra è la vasta
tela, nota per la sua composizione rappresentante la
Famiglia di Dario ai piedi d’Alessandro dopo la bat-
taglia d’Isso, che proviene dall’antico palazzo Pisani
sul Canal Grande di Venezia. Senza trattenerci a farne
la descrizione, noi diremo soltanto che ci pare sia
stato alquanto esagerato il pregio attribuito a quest’o-
pera, la quale, per quanto si voglia sostenerne il pre-
gio, di certo non appartiene a quelle più vivamente
sentite dall’autore, nè alle più splendide di colorito.
Non crediamo quindi che si abbia a reputare la sua
dipartita come da molti fu giudicato, corrispondente
ad una delle perdite più sensibili subite dal nostro
paese in fatto di opere d’arte negli ultimi decennii (1).
(1) È noto che il quadro fu venduto alla Galleria nel 18D7 dal Conte
Viltor Pisani al prezzo di 360 mila lire austriache. 11 Catalogo riferisce
gli elogi che ne fa il barone Rumohr. Soggiunge che il quadro fu di-
pinto per un antenato del Conte Pisani. D’Argenville, n&W Abregé de
la Vie des plus farneuao Peintres, riferisce sull’autorità del Procura-
tore Pisani di quel tempo, che Paolo Veronese essendo stato tratte-
nuto da qualche circostanza accidentale alla Villa Pisani ad Este vi
dipinse quest’opera, e lasciandola nella sua stanza informò di poi la
famiglia ch’egli vi aveva lasciato di che coprire le spese del suo man-
tenimento.
— 310
Di opere di Paolo fortunatamente Venezia ne possiede
tuttora di splendidissime tanto nelle chiese quanto nelle
Gallerie^ mentre ve ne sono di assai buone anche a
Torino, a Firenze, a Milano, e in parecchie chiese,
massime nelle provincie venete, alcune delle quali non
hanno nulla da invidiare al quadro di casa Pisani.
Quanto alle altre tele, che la Galleria Nazionale
possiede di lui, esse in parte sono andate facendosi
in pochi anni straordinariamente caliginose ed opache,
non sappiamo se più in causa d’improvvidi instauri
o dell’azione dell’aria co’ suoi pulviscoli di carbon fos-
sile, che, come si sa, penetra dovunque e sembra es-
sere fatale massime alle pitture dei grandi coloristi.
Fatto sta che quali si vedono presentemente, hanno
perduto gran parte del fàscino che suol esercitare la
tavolozza dell’autore. Tuttavia è sempre assai notevole
la grandissima tela dell’Adorazione de’ Magi, che ap-
partiene alla sua età più provetta. La scena è rap-
presentata entro dei colonnati di classica architettura,
sopra un fondo di cielo arioso. Nelle figure grande
varietà di movenze. Il tocco è leggiero e scorrevole.
Fra i più recenti acquisti poi gli viene attribuita
una romantica figura di una Sant’Elena seduta presso
una finestra nel mentre le appariscono in sogno due
cherubini recanti la Santa Croce, pittura non priva
di grazia e di poetica fantasia, ma come altri ebbero
già ad avvertire, non tale da verificare le qualità spe-
ciali del Caliari, bensì solo di uno de’ suoi numerosi
seguaci, più molle e decisamente meno distinto, meno
caratteristico nel colorito (1).
(1) Come osserva il Catalogo, il soggetto medesimo trovasi inciso da
G. Bonasone e da altri. Il dipinto originariamente serviva da pala
— 311 —
Ma per tornare al nostro autore, noi ci affrettiamo
a constatare die si farebbe un’ idea troppo ristretta
di lui e della sua arte chi volesse considerarlo sem-
plicemente come un rappresentante della scuola vero-
nese; chè se egli vi appartiene in realtà per l’origine
sua, è troppo evidente che dovette respiicamento delle
sue qualità e il largo sviluppo raggiunto agli esempi
dei grandi coloristi veneti, i quali ebbero a presentar-
glisi in tutto il loro splendore, in ispecie Tiziano e il
Tintoretto, al suo giungere nella magica città delle
Lagune.
V.
Scuole venete.
Ed eccoci per tal modo spontaneamente condotti a
prendere di mira i prodotti di quella cospicua e fe-
racissima scuola, la quale colla denominazione gene-
rica di veneta comprende tanta parte delle manifesta-
zioni artistiche delle città di terraferma dell’alta Italia;
di quelle segnatamente che più o meno ebbero le-
gami di dipendenza anche nell’ordine politico colla Re-
pubblica di Venezia.
La scuola veneta, come generalmente si vede, è
forse pel pubblico degli amatori la prediletta fra tutte;
nè tal fatto è privo di ragione, poiché dove si riscontra
altrove una pittura che congiunga al pari della veneta
i pregi della grazia con quelli dello splendore, ossia
d'oltare in una cappella dedicata a Sant’Elena in Venezia. Di poi pas-
sata in Inghilterra, fu acquistata dalla Galleria dopo varie vicende
nel 1878.
— 312
la morbidezza della forma con la delicatezza e l’ar-
monico fulgore delle tinte? Da essa deriva in gran
parte il favore che incontrano certe raccolte non solo
in Italia, ma anche all’estero, quali sono, per non ci-
tare che le principali, la Galleria di Madrid, quella
del Louvre, quella di Dresda, le quali si gloriano di
andare riccamente fornite di esempi cospicui dell’in-
signe scuola. L’Inghilterra alla sua volta, coi suoi
opulenti e talvolta fini buongustai, non rimase insen-
sibile alle attrattive della medesima, come provano
ben parecchi capolavori passati dal nostro al loro paese
nel corso degli anni, in molti casi pur troppo non a
profitto della loro conservazione.
E per cominciare senz’altro col più venerando fra i
maestri della scuola veneta, con colui cioè che n’è
per così dire il vero padre e il degno capo, cioè
con Giovanni Bellini, è da asserire senza esitazione
che nessuna fra le estere Gallerie possiede tante pit-
ture di lui, quanto la Nazionale inglese. Maravigliosa
esistenza la sua che si prolungò per una vita operosa
di quasi 90 anni, e diresse negli ultimi anni, fors’anco
subì, le notevoli trasformazioni verificatesi nella pit-
tura veneta mano mano che progrediva nel proprio
sviluppo !
Le sue opere nella Galleria Nazionale, non hanno,
egli è vero per ricchezza e per vastità di composi-
zione l’importanza che si compete alle sue grandi
pale d’altare rimaste fra noi, ma per compenso of-
frono il vantaggio non indifferente per una Galleria
di rappresentarvi l’autore in epoche diverse della sua
memorabile carriera; la quale, incominciata sotto la
immediata disciplina di suo padre Iacopo, ascendendo
— 313 —
per la via di im progresso contiimo lo portò a quello
splendido indirizzo della pittura coloristica, che vanta
i nomi di Giorgione e di Tiziano fra’ suoi seguaci.
Per non dipartirci dalla sua origine ci cade in acconcio
qui di rammentare un monumento de’ più interessanti
che da pochi anni in qua venne acquistato dal Museo
Britannico e che fa parte di quella ragguardevole
raccolta di disegni. Intendiamo parlare del libro di
studii del summenzionato Iacopo Bellini, dove si ma-
nifesta in modo assai esteso la fonte alla quale at-
tinse il suo valente tìglio. Consiste in un grosso vo-
lume pieno di fantasie d’artista, leggermente tracciate
con una matita tenera, la di cui impronta pur troppo
si è assai affievolita a furia di svolgere, senza il do-
vuto riguardo, quei singolari fogli. In capo ai mede-
simi leggesi una iscrizione che se non è della mano
dell autore stesso, pure ha tutta l’apparenza di essere
antica ed attendibile, dove è detto: De mano de in (mes-
sere) Iacopo Bellino veneto USO in Venetia. I soggetti
sono svariati, riferendosi spesso a storie tolte dai Van-
geli e da leggende di Santi, destinati probabilmente
ad essere riprodotti in pittura’ altrove sonvi dei sem-
plici studii di prospettiva lineare, di architettura, di
animali, dei saggi di nudo e così via ; insomma quel
libro ha il pregio di condurci propriamente dentro il
laboratorio, o per meglio dire dentro il santuario del-
l’artista; artista poco conosciuto del rimanente, doven-
dosi argomentare che molte delle sue opere di pittura
sieno andate perdute. — In compenso è venuto alla luce
e fu acquistato dal IMuseo del Louvre più recente-
mente un altro grosso volume, ripieno di studii di lui
interessantissimi, e nei quali si rivela il compagno di
314 —
Vittor Pisano e di Gentile da Fabriano, d’ingegno
quasi pari al primo, decisamente superiore al secondo.
. Prima di passare in rassegna le opere di Giovanni
Bellini nella Pinacoteca inglese, è opportuno rammen-
tarne due altre che ragionevolmente voglionsi ritenere
provenienti dalla mano del suo maggior fratello Gen-
tile, scolaro anch’esso, come si sà, del padre.
Il Catalogo veramente gliene aggiudica uno solo,
ed è un ritratto d’uomo dall’aspetto grave e pensie-
roso, che se ne sta davanti un parapetto, la destra
alzata in atto dimostrativo, nella sinistra un compasso.
Che rappresenti le fattezze di Girolamo Mulatini mae-
stro di prospettiva dei due fratelli Gentile e Giovanni
Bellini, non è se non una congettura, fondata essen-
zialmente sull’attributo del compasso, non che suino-
bile portamento ed espressione della persona. Quanto
all’ autore, ben gli si addice l’elevata semplicità del
concetto, colla quale lo vediamo anche altrove, in
ispecie nelle sue grandi tele a soggetti storici, trattare
la figura umana (1). Per questo rispetto in genere,
non che pel modo particolare di modellare le forme
del viso (occhi, bocca, orecchio in ispecie) ed anche
della mano, modo di modellare di una efficacia ele-
mentare straordinaria, si rivela propriamente l’autore
medesimo in altra mezza figura della stessa raccolta,
tuttavia collocata dal Catalogo fra le opere del fratello
Giovanni, in base al cartellino colla segnatura Ioannes
BelUnnus (sic) pinxit. Trattasi della effigie di un mo-
naco domenicano cogli attributi di S. Pietro martire,
(1) Questo imponente ritratto, dopo essere stato con molta intelli-
genza ristaurato dal cav. L. Cavenaghi di Milano, fu venduto alla Gal-
leria nel 1886 dal dott. Jean Paul Richter,
315 —
un coltello nella testa, un pugnale nel petto, la palma
del martirio stretta nella mano destra. (Vedi Tav. XXIII).
Il merito di avere riconosciuto il vero quanto airau-
tore di detta pittura spetta all* intuito artistico del se-
natore Giov. Morelli, il quale invece di lasciarsi de-
terminare dalla presenza di un cartellino, la di cui
iscrizione scorretta a vero dire è atta più che ad altro
a suscitare dei dubbi intorno alla sua origine, riconobbe
l’autore dalla manifestazione di ciò che costituisce la
sua propria fisionomia artistica. È questo uno di quei
numerosi casi infatti nei quali al provetto conoscitore
è riescito di verificare la efficacia del suo metodo,
ch’egli si compiace di qualificare per isperimentale,
come quella che mira alla scoperta del vero collo
studio diretto dell’opera, in quanto vi si hanno a co-
statare le più decise caratteristiche peculiari a un dato
artista; le quali nel caso presente, dove si tratta di
un’opera alquanto ottenebrata da ristauri e da vernici,
risulta essenzialmente dal disegno e dal modellato delle
umane forme (1).
Più frequenti delle opere di Gentile s’incontrano in
genere quelle di Giovanni. Londra stessa ne possiede
un discreto numero. Attenendoci, secondo il nostro
assunto, alla raccolta pubblica, v’abbiamo da indi-
care in primo luogo un recente acquisto interessan-
tissimo, poi che ci fa conoscere l’autore nella sua ma-
niera primitiva, dove evidentemente si mostra dipen-
dente affatto dagli esempi del padre, e la cui origine,
come crediamo, vorrà essere ricercata intorno alla
(1) Questa mezza figura di S. Pietro Martire, contrassegnata col nu-
mero 808 del Catalogo, proviene dalla raccolta del marchese Picenardi
e fu acquistata nel 1870 presso il signor G. Basiini di Milano.
— 31G
metà del XV secolo. Lunga fuori di misura ed esile,
secondo lo stile di Jacopo, v’apparisce la figura del
Redentore, inteso religiosamente come richiamo alla
sua passione. Le mani e i piedi mostrano i segni delle sti-
mate ; dal costato destro sgorga uno zampillo di sangue,
che un angelo adolescente, devotamente inginocchia-
togli da canto viene raccogliendo in un calice. Poste-
riormente due tratti di parapetto ornati di composi-
zioni figurate a bassorilievo e nel mezzo il passaggio
all’aperta campagna con macchiette, castella e mon-
ticelli, intesi in modo analogo a quanto si scorge in
molti fondi delle composizioni disegnate dal padre.
(Vedi Tav. XXIV). Per quanto il quadro sia tutt’altro
che perfetto, ove si consideri dal lato esteriore delle
forme e delle proporzioni, pure vuoisi riconoscere che
la Direzione della galleria fu saviamente ispirata nel
farne l’accjuisto, se consideriamo quanto sia grande
l’attrattiva di scrutare gli artisti più eminenti in tutte le
fasi della loro operosità. È un fatto d’altronde che
in presenza dei primi timidi tentativi degli ingegni
più privilegiati noi ci troviamo compresi quasi da
un senso di tenerezza, da una emozione singolare,
osservando come il pensiero intimamente sentito si
fa strada in onta alle difficoltà materiali non peranco
superate dal giovine autore. È quanto si prova davanti
a codesta primizia di Giov. Bellini.
Ch’egli avesse trattato con predilezione i soggetti
attinenti alla passione di N. S. è cosa che fu avvertita fra
noi massime dopo quanto raccolse ed espose in pro-
posito il Lermolieff, che ne discorre con nuove, e illu-
minate vedute nella parte della sua opera nota, con-
cernente la Galleria di Berlino; che il quadro cui
rivolgiamo la nostra attenzione sia da pori-e a capo
di quelli dal sullodato critico enumerati, incominciando
con alcune tavole del Museo Correr in Venezia, ci
pare verosimile, confrontandolo con quelli, menti'e rav-
visiamo la più stretta analogia di disegno fra esso
e certa Madonna col Putto seduta sopra un parapetto,
di maniera affatto giovanile, che trovasi nella raccolta
dello scrivente. Vi apparisce insieme alla stessa in-
genua purezza d’espressione il modellato scarno me-
desimo, la stessa maniera di trattare i panni a pieghe
alquanto dure e fortemente scavate, lo stesso modo
di eseguire i capelli a masse solide acutamente illu-
minate, e via dicendo.
Caratteri analoghi si ritrovano tuttavolta nel secondo
quadro di Giambellino in ordine di tempo nella Gal-
leria Nazionale, ed è una tavola larga quasi il doppio
dell’altezza, rappresentante l’Orazione all’orto di Getse-
mane. In codesto quadro è espresso un pensiero serio
e profondo che denota già le solide qualità dell’ar-
tista: nè vi contribuisce per poco quell’aria di solenne
malinconia che gli piacque d’imprimere alla scena al-
tamente patetica, mediante gli effetti di una luce cre-
puscolare, la quale si diffonde per tutto il paesaggio
in modo, che già ci rivela per parte dell’artista il ta-
lento di cogliere dalle apparizioni della natura gli ef-
fetti che_ più si confanno al suo soggetto.
Citeremo in seguito la sua austera Madonna dagli
occhi abbassati. Sulla destra di lei stà seduto il Bam-
bino; nella sinistra essa tiene una mela, sul quale il
Putto posa la mano destra. Di dietro è appesa una
cortina verde con paesaggio ai lati. Sul parapetto sta
attaccato un nitido cartellino firmato Joannes Bellinus p.
— 318
Fu acquistata in Venezia presso il barone Galvagno nel
1855 e rappresenta a meraviglia l’autore nel suo pe-
culiare genere, cioè nella pittura delle Madonne, dove
ebbe tanti seguaci ed imitatori, senza che alcuno dei
medesimi tuttavia lo raggiungesse nella grazia severa
dei concetti e nella magistrale armonia del colorito.
Se questa tavola simpatica ci mette in relazione col
Bellini verosimilmente verso il penultimo decennio del
secolo, a giudicare dall’analogia con altre sue produ-
zioni, altro suo dipinto invece nella Galleria stessa si
riferisce con certezza ad un’ epoca, che non può se
non essere posteriore al 1500. Questo è il ritratto dal
petto in su, del doge Leonardo Loredano, il quale,
come verihca il Catalogo stesso, tenne il dogado per
20 anni, vale a dire, dal 1501 al 21. Proviene dal pa-
lazzo Grimani in Venezia e dopo essere appartenuto
successivamente a due privati in Inghilterra fu acqui-
stato dalla Galleria nel 1844. Invidiabile acquisto dav-
vero, tanto più in quanto sono rare le sue opere di
ritratto: nè della presente alcuno potrebbe dubitare,
visto che oltre il dipinto stesso, lo leggittima alla sua
volta il nitido e sicuro cartellino. Oltre l’effigie della
persona storica che vi è rappresentata, le dà impor-
tanza la vigorosa, morbida e finamente armonizzata
tavolozza, che in così limitato soggetto pure ci mostra
il sensibile progresso fatto dall’autore come pittore per
eccellenza. Quanto poi alla figura del doge espresso
con aurea semplicità, essa v’apparisce assai simile a
quella che vedesi eseguita in bronzo a bassorilievo
per mano dell’insigne scultore Alessandro Leopardi
in piazza S. Marco sopra uno dei mirabili porta sten-
dardi. Questi, come è noto, recano la data del 1505;
— 319 —
ond’è probabile che il ritratto fatto dal Bellini sia
circa dello stesso tempo, cioè quando il pittore era
pressoché ottuagenario (1).
Meno soddisfacente in fine è il quadro di compo-
sizione, di maggiori dimensioni, rappresentante il fatto
della morte di S. Pietro Martire. In esso il pittore svi-
luppa un grande sfoggio di paesaggio avendo voluto
rappresentare con molta evidenza lo storico bosco
presso Barlassi na, dove il Santo fu assassinato. Ci-
tare questo soggetto espresso per mano d’un pittore,
è quanto richiamare alla memoria il capo d’opera di
Tiziano che gli amatori rimpiangono perduto nell’in-
fausto incendio di S. Giovanni e Paolo in Venezia.
Non sarebbe il caso di stabilire dei confronti fra quello
e la pittura di che si ragiona; la disposizione a rap-
presentare argomenti che richiedono per se stessi una
azione animata e drammatica, non poteva in genere
essere tanto sviluppata ai tempi di Giambellino quanto
a quelli di Tiziano. Del resto, astrazion fatta da tale
circostanza, non sapremmo se non riconoscere per
motivati i dubbii manifestatici dal Senatore Morelli
intorno alla autenticità di codesta opera, per quanto
segnata pur essa in un canto colla parola Joannes Bel-
lirius ft., e generalmente celebrata come rara cosa
del grande artista. Guardandola spregiudicatamente
infatti ed esaminandola in ogni sua parte è giuoco
forza convenire che non vi si ravvisa nè un concetto
(1) Non è esatta l’asserzione dei Lermolieff (p. 139) che i ritratti del
Loredano i quali si vedono nelle gallerie di Bergamo e di Dresda siano
copie da quello di Londra. Benché inferiori al suddetto per merito ar-
tistico, e da non potersi attribuire al maestro, sono composti diver-
samente, col viso di profilo, e ricavati forse dallo stesso disegno o
medaglia che può aver servito al Leopardi.
3:20 —
nè ima esecuzione degna di tanto autore: al contrario
un insieme piuttosto goffo e di poco carattere, che non
si saprebbe attribuire se non a qualche mediocre suo
scolaro od imitatore (1).
In seguito alla parte che tocca direttamente a Gio-
vanni Bellini il Catalogo classifica due interessanti
pitture, l’una come attribuita a Giov. Bellini, l’altra alla
scuola dello stesso. Più correttamente andrebbero poste
entrambe sotto la stessa denominazione e considerate
quali prodotti egregi della fiorente scuola del Bellini,
ritenendo ben fondato il giudizio di quegli intelligenti
che vi riconoscono per chiari segni la mano del tre-
visano Vincenzo Catena. Infatti quando si prenda per
punto di paidenza a constatare il carattere dell’autore
certe sue opere sicure, come sarebbe la sua Madonna
con Santi segnata Viiicentius Tarvixius, nella Gal-
leria di Padova, la sua pala in Santa Cristina a Ve-
nezia, il suo ritratto firmato nella Pinacoteca di Bel-
vedere in Vienna, di leggieri uno riconosce la stessa
origine nelle due tele alle quali qui accenniamo; tele
che per la vaga freschezza delle tinte e per la finezza
tipica dei concetti occupano un posto tutto loro proprio.
(1) Di una Madonnina dal tipo bellinesco, segnata del nome del cre-
monese Francesco Tacconi, non diremo altro se non eh’ essa è quasi
una copia esatta, ma alquanto melensa, da una tavoletta ben cono-
sciuta in Venezia, la quale vedesi conservata dietro l’altare maggiore
nella chiesa degli Scalzi e viene generalmente additata per opera di
Giovanni Bellini, «luantunque osservata al lume della critica risulti es-
sere null’altro che un’opera di un suo imitatore. Quanto al Tacconi,
povero e rozzo pittore, come si vede nelle sue ante da organo con-
servate nei ripostigli della basilica di San Marco a Venezia, egli non
sarebbe neppure stato capace di produrre di suo un quadro quale è
il succitato, pervenuto alla Galleria di Londra; il quale dunque, come
si è detto, non è altro che una riproduzione di quello degli Scalzi,
salvo che la Madonna vi è rappresentata in figura intera.
"Tav. 25* p, 321.
catena: S. GEROLAMO - LONDRA
— 321 ^
Consiste la prima in nn S. Girolamo meditabondo e
intento alla lettura di un libro che tiene sopra un
leggìo; entro la parete vicina sono praticati due ar-
madietti che essendo aperti mettono in mostra degli
accessorii accuratamente fatti, dei libri in ispecie, un
candeliere, dei vasi, ecc. da rammentare la compia-
cenza consueta a Vittor Carpaccio in simili particolari;
sul piano anteriore avvi un leone giacente, una qua-
glia e il cappello da cardinale, il tutto eseguito colla
massima nitidezza. Nel fondo per una finestra aperta
si scorge il mare ed una collina con caseggiati. (Vedi
Tav. XXV) (1). È un dipinto da cui spira una quiete,
un raccoglimento straordinarii. Quel non so che di vi-
brato e di piccante nella luce è una qualità che ri-
troviamo in altri pittori della Marca trevigiana, quali
il Giorgione, il Lotto e Paris Bordone, e che a vero
dire conferisce ai loro dipinti una magìa singolare.
Più importante sarebbe l’altro quadro per rispetto a
grandezza ed a varietà di figure ; sventuratamente tro-
vasi in deplorevole stato di conservazione essendovi
stata dai ristauri grandemente compromessa la su-
perficie dei colori. Pure, sfregato e svelato qual’ è,
rimane ineffabile l’impressione che vi suscita quella
Madonna dal portamento nobilmente composto, l’atto
di profonda devozione con cui il devoto guerriero in
maglia ed in corazza si accosta quasi carpone a far
omaggio al divin Bambino che sta per dargli la be-
nedizione, e la comparsa veramente graziosa del gio-
vine palafreniere che da lungi regge le briglie del ca-
(1) Il quadro simile nella Galleria di Francoforte non è se non una
•copia, molto più opaca nel colorito e però sensibilmente posteriore.
Fkizzoni.
21
vallo. S. Giuseppe, come per lo più, sta alquanto ozioso
nel mezzo; nel fondo un lucente paesaggio.
Il dott. J. P. Richter a pag. 80 del suo ottimo libro
intorno alla Galleria vorrebbe rivendicare al Catena
un terzo dipinto, una di quelle tavolette cioè a dire
dove la larghezza supera l’altezza, fatte in origine pro-
babilmente ad uso di privata devozione, nelle quali
la Vergine è posta a sedere in aperta campagna sopra
un prato, tutta devotamente raccolta nella adorazione
del proprio Pargoletto, che se ne sta addormentato
sulle di Lei ginocchia. Se non che, esaminata l’opera
attentamente, noi non vediamo altrimenti il motivo per
disputarla al Basalti, come venne fin qui ammesso
ed apparisce ammissibile per virtù del dipinto stesso,
massime in considerazione del caratteristico sfondo a
paese. Questo è reso pittoresco dadiversi accessorii cam-
pestri, fra i quali sorge un caseggiato cinto da turrite
mura, là dove le figure principali vedonsi sgraziata-
mente allumacate dal ristauro. Marco Basalti, il quale
nel periodo corrispondente alla origine di detto quadro
deve essersi trovato al pari del Catena sotto l’intluenza
del grande maestro Giambellino, negli anni anteriori
ci si presenta bensì con un fare più duro e secco,
che dimostra attinenze certamente non casuali coi pit-
tori Alvise Vivarini e Antonello da Messina. Della sua
associazione col primo abbiamo una prova storica nel
monumentale quadro incominciato da Alvise e ter-
minato da Marco (come dalla iscrizione) all’altare di
S. Ambrogio nella chiesa dei Frari a Venezia, innal-
zato nel 1503 (1).
(1) Quocl Vicarine tua fatalis sorte neguisti Marcus Basitus nobile
prompsit opus. Tale il distico che leggesi a piè della tavola.
Fra i tre quadri di Antonello poi in galleria avvene
uno che richiama assai il fare di Basalti nella sua
maniera primitiva. È una tavoletta pervenuta alla Na-
tional Gallery in occasione della vendita della raccolta
Hamilton, rappresentante N. S. crocifisso dentro vasto
paese, con linee che rammentano alquanto quelle che
si presentano dalle alture dietro a Messina, prospi-
cienti il mare e la contrapposta costiera della Calabria.
Ai lati della croce, in atto di rassegnato dolore stanno
assorti la Madonna e S. Giovanni. Un’altra galleria
pubblica che già da tempo possiede un quadro di An-
tonello dello stesso genere è quella di Anversa, nella
quale si addita come una delle cose più rare una ta-
voletta analoga con scena del Calvario, racchiudente
oltre al supplizio di N. S. anche quello dei due ladroni,
appesi a due tronchi d’alberi a lato dell’altissima croce
di Gesù. Il quadro di Anversa inoltre è abbastanza
conservato e munito di un cartellino (1475 Antonellus
Messaneus me pinxit) laddove quello di Londra è assai
ridipinto e privo di firma.
Se in codesta opera l’autore spiega già il carattere
di pittore della scuola veneta, più fiamingo ci si ri-
vela e nello stesso tempo più inesperto e "duro nel suo
Salvator Mundi della stessa raccolta, dell’a. 1465; cir-
costanza che avvalora l’ opinione di chi, come il Ler-
molieff, ravvisa il tempo della sua nascita in anni di
poco anteriori alla metà del secolo.
Il terzo e il più pregevole prodotto del suo accurato
pennello ci si offre nel mirabile ritratto di giovane
uomo, che si suppone rappresentare la fisionomia del
pittore stesso. È un busto, senza le mani, il viso gi-
rato di terza, sbarbato il mento : berretta rossa in capo.
324 —
veste bruna, fondo nero. Apparte^e^•a fino a pochi
anni or sono all’ avv. Molfino di Genova, ed è uno
degli esempi più spiccati, palesanti le qualità di rigo-
roso ritrattista per cui si distingue l’autore, come che
il critico SLillodato a ragione vi noti quella esagera-
zione nella prospettiva lineare dell’occhio, per cui lo
sguardo della persona rappresentata acquista una acu-
tezza che si scosta dal naturale. (Vedasi in proposito
la Tav. XXVI) (1).
Fra i veri e più immediati scolari di Giovanni Bel-
lini vuole esser contato Francesco Bissolo, il quale
viene anzi tuttodì scambiato in più.d’un caso col mae-
stro, comecché, ben esaminato nelle sue opere, vi ap-
parisca sempre più meschino nei caratteri, più diluito
e smunto nella tavolozza. Il busto di dama, dalla ca-
pigliatura bionda, vestita signorilmente in istoffa rica-
mata è cosa abbastanza fine ed accurata, benché al-
quanto fredda e di poco rilievo, essendo stato il di-
pinto visibilmente svelato dal ristauratore. Che sia
opera del Bissolo del resto, col nome del quale fu accolto
in Galleria fino dal 1860, è cosa più che dubbia,
mentre l’opera stessa parla piuttosto in favore della
congettura manifestataci dal critico pseudo russo, che
crede ravvisarvi la mano di Bartolomeo Veneto. Co-
desto pittore suole scoprirsi dove si dà il caso, mas-
sime per un certo modo speciale di eseguire le capi-
ci) Notevole fra le opere di Antonello in Inghilterra è un busto di
Cristo coronato di spine e colla corda intorno al collo che trovasi a
Richmond nella Galleria Coock; soggetto simile a quello trattato dal
pittore in una tavoletta che dalla Galleria Manfrin passò in quella delle
Belle Arti in Venezia, se non che 1’ esemplare inglese è sensibilmente
più delicato e bello. Presso il sullodato sig. Coock, vedesi anche un
ritrattino d’ uomo aggiudicato ad Antonello, ma che nel parer nostro
vuol essere rivendicato ad Alvise Vivarini.
Tav. 26.'
p. 324
ANT. DA MESSINA: RITRATTÒ - LONDRA,
gliature femminili a linee serpeggianti o spirali ripe-
tute con Linirormità, tacendone quasi un suo intercalare.
Opera certa di lui poi è un ritratto del giovine signore
Lodovico Martinengo (n. 287 del Catalogo) munita
di un cartello col nome del rappresentato e del pittore,
colla data 1530. È cosa piuttosto rigida e secca e cer-
tamente meno attraente di quella nominata di sopra (1).
Altro pittore bellinesco piuttosto raro a trovarsi e di
cui la Galleria Nazionale riesci a procurarsi due esem-
plari di ragguardevoli dimensioni, benché alquanto
diversi di pregio, è Marco Marziale. In origine stavano
entrambi in Cremona come pale d’altare; più tardi
fecero parte della raccolta dei Marchesi Picenardi e
nel 1869 passarono nella Galleria Nazionale. La prima,
datata del 1500 , fa un’ impressione sorprendente a
tutta prima, massime per la ricchezza dei motivi che
contiene, lavorati con grande finitezza e con una pie-
nezza di colorito davvero straordinaria. Rappresenta
la Circoncisione di Nostro Signore e presenta fra 15
figure che formano la composizione, alcune figure
di devoti, ritratti con molta evidenza e con isfarzo
abbagliante di vesti. A completare l’effetto concorre il
fondo consistente in una cappella a volta dorata ed
ornata da rabeschi in colore nello stile del tempo. Os-
servando però le forme delle figure e massime le loro
estremità, si vede che l’autore è tufi’ altro che artista
di primo ordine, mostrandosi anzi piuttosto duro e rozzo.
Ciò poi si conferma vieppiù in altre sue pitture, non
esclusa la seconda della Galleria Nazionale opera del
( ) L iscriz. è del seg. tenore: Ludocicitm Marti, aetatis suae anno
XX\ I Bai tol. Venetus faeiebat MDXXX.XVI Zun. Fu acquistato presso
gli eredi Martinengo in Venezia nel 1855.
326 —
1507, rappresentante una Madonna in trono con Santi
ai lati, forniti di certe sagome di teste stranamente
quadre e brutte.
Dal Marziale, che benché veneto ebbe a trattenersi
qualche tempo a Cremona, il pensiero ricorre natural-
mente a Boccaccio Boccaccino nativo della stessa città.
Egli si rivela nelle sue opere per uno dei più deli-
cati allievi del gran patriarca della pittura veneta. È
uno di quei tipi dell’arte locale d’altronde che difficil-
mente s’ impara a conoscere fuori del proprio paese.
La tavola della Gita al Calvario che va sotto il suo
nome nella Pinacoteca inglese certamente non var-
rebbe a dare un’ idea di quel che fosse stato il più
A’alente fra i pittori cremonesi del tempo. Infatti, per
quanto siasi voluto trovare una corrispondenza di tipo
fra alcune delle figure che vi compariscono ed altre
di opere autentiche del Boccaccino, in realtà non si
manifestano nel quadro di che parliamo i distintivi ca-
ratteristici di lui, bensì un modo di disegnare più duro,
un accordo di colori più cupo e meno delicato. Giu-
dicando quindi spregiudicatamente è duopo convenire
qui che la più antica tradizione non va d’accordo colla
testimonianza resa dall’aspetto dell’opera medesima.
Che se le note di Marcantonio Michiel {['’ Anonimo
inorelliano) pertanto in tempo posteriore di pochi de-
eennii all’origine del quadro stesso lo additano senza
.ambagi quale opera del Boccaccino, dobbiamo am-
mettere oggidì che lo scrittore, come in altri casi così
nel presente abbia preso abbaglio. Crediamo quindi
poterne cavare nuova conferma all’opinione, che in
materia di critica artistica la costatazione dei docu-
menti storici non debba mai essere disgiunta, ove
— 327 —
sia possibile, dal controllo di un esame diretto dell’ar-
gomento al quale questi si riferiscono.
L’autore in fine, che confessiamo di non saper no-
minare, vorrà essere tenuto bensì per un contempo-
raneo, probabilmente per un concittadino del noto
Boccaccino, ma certo gli è inferiore come artista, tanto
da non poter essere scambiato con lui.
Altri veneti discretamente rappresentati in Galleria
sono Gir. da Santa Croce, il Previtali, il Cariani, G. B.
Cima, quest’ultimo in un quadretto fine di un S. Gi-
rolamo in vago paese. — Nulla della vena narrativa
del Carpaccio.
Quanto alla pala aggiudicata a Martino da Udine,
comunemente chiamato Pellegrino da San Daniele,
posta in un fianco dell’ottagono nella Galleria, esso
ci obbliga ad una riserva, cioè a dichiarare che
appartiene di certo ad altro autore ben distinto da
Pellegrino, benché suo compaesano. Infatti anziché lo
scolaro del Bellini e l’ emulo del Pordenone, noi vi
scorgiamo un seguace di Alvise Vivarini, anzi vor-
remmo pronunciare senza tema di andar troppo lungi
dal vero il nome di Giovanni da Udine il vecchio, come
quello che l’aspetto del dipinto ci suggerisce parago-
nandolo col suo quadro d’altare nel Duomo di Udine,
segnato : lòOl Ioannes Utmensis hoc parvo ingenio
fedi. Il colorito delle carnagioni pallide, color terra,
per non parlar d’altro, ce lo caratterizza affatto; nel
disegno é povero, senza distinzione nei tipi.
Ben altro artista è Lorenzo Lotto. La Galleria fin
a pochi anni or sono non possedeva che un dipinto
di lui alquanto manomesso dal restauro, il ritratto vale
a dire di Agostino della Torre, professore di medicina
328 —
a Padova accompagnato dal nipote Nicolò; figure sempre
vive e parlanti. Ora ne conta due di piìg v. a. d. una tela,
dove è ritratto con ingenuità artistica un gruppo di
famiglia, composto di padre, madre e due figliuoli vispi
attorno a un tavolo, allettati da un piatto di cigliege,
e un altra coll’effigie di Giuliano protonotario aposto-
lico, severa figura, concepita per altro con una certa
rigidezza, tanto nel portamento quanto nei particolari,
eh’ è insolita nelle opere del Lotto.
Il gran nome di Giorgione invano s invoca nella
Galleria Nazionale, come che figuri nel Catalogo. Pas-
sando ai giorgioneschi, invece e in primo luogo a Ti-
ziano , ci sia lecita una digressione dalla pubblica
Pinacoteca, essendo attirati irresistibilmente dalle ri-
membranze di un dipinto che vuoisi contare tra i più
peregrini prodotti dell’arte italiana, passato dalle nosti e
contrade ad arricchire uno dei più suntuosi palazzi
dell’Inghilterra, cioè il Bridgewaterhouse in Londra,
appartenente a Lord Ellesmere. Intendiamo riferirci ad
un dipinto di Tiziano, il cui soggetto viene celebrato
sotto la denominazione delle Tre età dell’uman genere.
Ne fa menzione il Vasari nella vita del Vecellio, di-
cendo che a Venezia fece per lo suocero di Giovanni
da Castel Bolognese in una tela ad olio un pastore
ignudo ed una forese che gli porge certi flauti perchè
suoni, con un bellissimo paese ; il qual quadro è oggi a
Faenza in casa del suddetto Giovanni. Il Vasari cer-
tamente non vide il quadro, ma lo conobbe solo per
fama; altrimenti oltre a trattenersi di più sulle sublimi
bellezze del medesimo, non avrebbe trascurato di no-
tare che insieme alle suddette figure quel bellissimo
paese contiene alcuni deliziosi putti da un lato, e
— 329 —
nel mezzo alqaanto in distanza una macchietta di
un vecchio venerando seduto solitariamente in mezzo
ad un prato, venendo così espresso, secondo l’ inter-
pretazione generalmente invalsa, il soggetto delle Tre
età. Avvi pure ragione a ritenere che lo scrittore aretino
erri ponendo quest’opera dopo quelle compiute dal
pittore in Ferrara pel Duca Alfonso, mentre 1’ argo-
mento tutto di fantasia e il modo chiaro e distinto
dell’esecuzione ci portano all’età fresca deU’autore, cioè
al primo decennio del Cinquecento e non lungi dal
tempo in cui egli ebbe a lavorare in compagnia del
Giorgione. Nulla di più fresco infatti, di più armonico
e di più idillicamente poetico di questo quadro, al di
cui fascino contribuisce fortunatamente l’ottima conser-
vazione, onde ci è dato assaporare tutta la grazia delle
tigure, l’indescrivibile finezza delle gradazioni sia nella
morbidezza delle carni e delle capigliature alternativa-
mente bionde, brune e canute, sia nel verde succoso
dei prati e dei cespugli , sia nella dolce trasparenza
delle tinte del cielo. È noto che lo stesso soggetto,
viene presentato come una delle cose più elette nella
rinomata Galleria Boria Pamphili in Roma. Pure o
c’inganniamo a partito o il quadro di Roma non è
se non una replica, per non dire decisamente una copia
dell’ esemplare di Lord Ellesmere, in quest’ ultima ri-
scontrandosi, nel parer nostro, tutta l’impronta di un’o-
pera primigenia, fornita di tutte le delicatezze di un
grande artista nel fior degli anni. Crediamo del resto
ne esistano più copie di tempo posteriore, e fra le piti
belle si vorrà citare senza dubbio quella che a buon
diritto viene attribuita al Sassoferrato e che trovasi
nella Galleria del Principe Borghese.
330 —
Lasciando da parte poi gli altri dipinti preziosi di Ti-
ziano che concorrono a dar lustro alla Galleria del no-
minato patrizio inglese per non dilungarci troppo dalla
Galleria Nazionale, il primo quadro al quale quivi dob-
biamo rivolgere la nostra attenzione si è una di quelle
composizioni in aperta campagna, di effetto incantevole
per l’avvenenza dei tipi e la sublime armonia delle
tinte, per cui Tiziano si distingue fra tutti gli artisti.
Yì è rappresentata la Madonna col Bambino e San
Giuseppe, più un pastore in adorazione, da riportarsi
alla più felice epoca del pittore, ossia verosimilmente
al sesto lustro di sua età.
Nella pienezza de’ suoi mezzi si rivela il grande co-
lorista e compositore in una delle sue tele dei Bac-
canali, già decoranti il castello del Duca Alfonso di
Ferrara. Come si sa la prima fu incominciata da Gio-
vanni Bellini, vecchio di 87 anni nel 1514 e terminata
di poi da Tiziano. Non cosi quella che trovasi nella
Galleria Nazionale, la quale invece fu compita solo
nel 1523 dal Vecellio (1). Rappresenta il giovane Bacco,
sulla spiaggia del mare in atto di slanciarsi arditamente
dal suo carro, framezzo al suo seguito festante, per
impossessarsi della bella Arianna che gli si scopre
pochi passi avanti. Nelle altre due tele dipinse un altro
baccanale e una grande composizione di Amorini fol-
leggianti intorno alla statua di Venere; scene anima-
tissime, piene di tratti di slancio c di vivace inven-
zione, come ci è dato osservare tuttora fra noi, se non
altro nelle copie fedelmente eseguite dal suo abile
(I) È in errore quindi il Catalogo che persiste ad assegnarla al 1514.
Vedi in proposito il prospetto cronologico delle opere di Tiziano. (Va-
sari tomo VII, p. 475).
imitatore il Varotari, detto il Padovaiiino, esposte nella
sala maggiore della Galleria dell’Accademia Carrara
di Bergamo (1).
Il quadro di Bacco ed Arianna (pur troppo mano-
messo parimenti da ritocchi) pervenne alla Galleria
nel 1826 dopo esser stato conservato a Roma succes-
sivamente nelle gallerie Barberini e Aldobrandini. 11 ^^a-
sari nel suo testo non ne fa menzione. Gli altri due
da lui descritti come eseguiti interamente da Tiziano,
portati in Roma parimenti, rimasero alcuni anni nel
palazzo Ludovisi, fintanto che un cardinale di quella
famiglia non li mandò in dono al re di Spagna. Ora
fanno parte della r. Galleria di Madrid. Il quarto infine,
vale a dire quello di Giovanni Bellini, già da tempo
trovasi in Inghilterra in possesso del duca di Northum-
berland ai confini della Scozia.
Altro prodigio di finezza artistica di Tiziano si è certa
sua Madonna di tratti oltremodo nobili ed avvenenti,
alquanto affini a quelli della Flora negli Uffizi, situata
in mezzo ad ubertosa campagna dalle tinte meridio-
nali, con una Santa Caterina accanto, splendente di gio-
vanile grazia e floridezza, la quale accoglie fra le sue
braccia il divin Bambino ; dall’ altro canto il San Gio-
vannino che porge dei fiori (2).
(1) Fra le quattro tele del Padovanino non figura però la composi-
zione del primo dei Baccanali, derivato dal Bellini. Egli vi sostituì in-
vece un concetto di sua creazione, nel quale riesci ingegnosamente ad
imitare i tipi ed il fare di Tiziano, rappresentando il trionfo di Venere
sopra una conchiglia, circondata da tritoni e da nereidi. Esiste infatti
una incisione di questo dipinto dove il Padovanino n’è indicato pittore
ed inventore ad un tempo.
(2) Vedi il numero 635 del Catalogo; il quadro è segnato TICIAN. — A
immaginarselo quale dovette essere da principio, senza il naturale of-
fuscamento dei colori e senza essere stato sfregato sulla superficie come
Gli va tolto invece^ come riconosce pure il signor
Burton nella sua ultima edizione^ il così detto ritratto
di Lodovico Ariosto^ ora semplicemente qualificato come
ritratto di un poeta, in origine certamente cosa bellis-
sima pel fulgore della tavolozza e, anche ridipinta qual’è,
attraente tuttora in grazia dell’effetto assai pittoresco
che vi produce quella robusta figura in ampia veste
rossa, che stacca sopra un fondo a folto cespuglio di
alloro. Senza parlare tuttavia della persona quivi raf-
figurata, che non ci richiama alla mente per nulla i
noti tratti deU’Ariosto, osserveremo quanto all’autore
dell’opera, che per tacito consenso era riconosciuto
essere il Palma, tuttoché il Catalogo attenendosi all'at-
tribuzione tradizionale lo avesse posto fin qui nel novero
dei dipinti di Tiziano, accennando anzi dover essere
questo ritratto quello descritto dal Ridolfi come crea-
zione del Vecellio già in possesso di Niccolò Renieri.
Se l’argomento non ci conducesse troppo lungi dal
nostro assunto non ci sarebbe difficile dimostrare come
altrove il Palma sia stato più volte scambiato nelle
sue opere con pittori più o meno affini, come Lorenzo
Lotto, Bonifazio e financo Giorgione. Questo fatto se
ci dimostra in certo modo la sua origine pittorica e
la sua affinità con parecchi suoi coetanei e seguaci, ci
è prova d’altra parte dell’ incertezza con cui si proce-
é oro, deve aver prodotto un’ impressione delle più sublimemente poe-
tiche. 11 Catalogo ci avverte che si trovava originariamente nella sa-
grestia deir Escurial, dove forse il pittore stesso ebbe a dipingerlo.
Come di là avesse potuto essere rimosso per passare in mani private
non ci è noto: quel ch’è certo si è che la Galleria Nazionale l’acquistò
dal sig. Edmondo Beaucousin in Parigi. — La tela di simile composizione
con qualche variante in Galleria Pitti (presso il ritratto della Bella di
Tiziano) certamente non si ha a ritenere se non per una copia del qua-
dro di Londra, di un pittore del tempo.
— 333 —
dette nei tempi passati nelle attribuzioni e come solo
con uno studio indagatore dei tratti caratteristici degli
autori, agevolato oggidì dai facili mezzi di lùscontro
comparativo, si riesca nella critica dell’arte ad acco-
starsi alla cognizione del vero.
In caso diverso, cioè quando uno giudichi stando
semplicemente sulle generali, è assai facile fra altro
di cadere nell’errore di scambiare le opere di uno
scolaro con quelle del maestro. È quanto si è veri-
ficato fino a parecchi anni or sono rispetto alla bel-
lissima tavola di Bonifacio Veronese, acquistata dalla
Galleria nel 1886 presso gli eredi Andreossi a Milano.
A Bergamo , dove stette a lungo in una raccolta
privata, e dove fu anche presentata in un’esposizione
artistica, da tutti veniva considerato per opera di Palma
il Vecchio, fin che un critico provetto e perspicace vide
che doveva essere aggiudicata invece al di lui scolaro
Bonifazio, Tale giudizio viene confermato dall’esame
critico dell’opera, nè saprebbe essere ulteriormente
contradetto. — Gl’Inglesi appassionati dell’arte dei nostri
grandi coloristi possono chiamarsi contenti delle cir-
costanze fortunate per loro che li misero in potere di
aggiungere una perla così preziosa alla loro raccolta
nella grande sala di scuola veneta, dove rifulge di
tutto il suo armonico splendore. — Una piccola ma ac-
curata fotografia, reperibile nel vestibolo della Galleria,
se non ci rendo lo attraenti varietà del colorito onde
si allieta la tavolozza del valente artista, massime in
codesta sua età giovanile, ci lascia intravedere se non
altro la finezza dei toni, la bellezza poetica dei visi (1).
(1) A onor del vero vuoisi rammentare che a ristabilire l’originale e
la freschezza del dipinto contribuì in gran parte l’intervento benefico
della mano del restauratore Prof. Cavenaghi.
Per questo rispetto non ci peritiamo di asserire che il
giovane allievo supera notevolmente il maestro, come
si può vedere anche in altre opere giovanili di Boni-
facio, fra le quali vogliamo noverare in primo luogo
una Sacra Famiglia nell’aperta campagna, uno de’
più pregevoli quadri della Galleria Ambrosiana di Mi-
lano, dove fu tenuto a lungo per opera di Giorgione.
Se Tiziano per un verso è l’artista più prossimo a
Giorgione, poiché stette con lui a Venezia e vi fu suo
condiscepolo ricevendo entrambi i primi ammaestra-
menti da Giovanni Bellini, per un altro sembra che ne’
suoi primordii si accostasse non meno a quest’ultimo
Sebastiano Luciani, noto di poi sotto il nome di Fra
Sebastiano dal Piombo. Ove si volesse tuttavia cogliere
Bastiano ne’ suoi primi passi come pittore colla scorta
delle opere rimasteci, bisognerebbe dire ch’egli inco-
minciò dal farsi anzi tutto pedissequo di Giovanni
Battista Cima da Conegliano. Non avvi che un’opera
sola che ci provi tale fatto, a nostra saputa, ma questa
in modo irrefragabile: ed è una tavola di un Cristo
morto, circondato e pianto da’ suoi devoti, con un fondo
di paese montuoso, la quale trovasi in Venezia in casa
di un illustre Signore inglese, Sir H. Layard, noto pure
per la sua benemerenza come fautore delle industrie
artistiche in Venezia. Codesta tavola da lui acquistata
parecchi anni or sono quale opera del Cima, come
l’apparenza indicava, non appena sottoposta ad una
conveniente ripulitura mise alla luce un cartellino au-
tentico, dapprima ricoperto, dove il nome di Sebastiano
Luciani si legge a chiare note (1). Non ci è dato sa-
(1) Il cartellino a vero dire lo indicherebbe quale scolaro di Giovanni
Bellini, poiché è cosi espresso : Bastian Luciani fuit desipalus Joannes
Belinus (sic); tuttavia il dipinto, come si disse, ha un aspetto affatto
cimesco.
335
pere quanto tempo egli pei’sistesse in questa sua pri-
missima maniera^ ma certamente dovette essere sempre
giovane allorché passò ad accostarsi al Barbarelli.
Della sua famigliarità col medesimo ci è prova sicura
l’aver egli dato l’ultima mano al quadro pei Tre Astro-
loghi che vedesi nella Galleria di Belvedere in Vienna,
ed è citato dall’Anonimo morelliano come opera inco-
minciata dal Giorgione e terminata appunto da Seba-
stiano. Circa della stessa epoca sarà stata la sua bella
pala di S. Giov. Crisostomo in Venezia. Nel 1511 lo
sappiamo già a Roma dove egli ebbe ad eseguire pa-
recchie lunette con soggetti mitologici in una sala della
Farnesina. Gli è pure a Roma senza dubbio ch’egli
trovò ed immortalò col fascino dell’arte il viso impron-
tato di una bellezza sana e vigorosa che si mira tuttodì
ritratto in una tela della Tribuna degli Ufhzii, dichia-
rata rappresentare la Fornarina dipinta dalla mano
stessa di Raffaello. L’attribuzione, come si sa, non ha
altro fondamento che quello di un’antica tradizione che
contrasta decisamente coll’evidenza del fatto, dappoiché
il dipinto di per sé si presenta anzitutto come un pro-
dotto di un colorista veneto, che dai migliori conosci-
tori viene riconosciuto per ragione di confronto non
essere altri se non Sebastiano Luciani. Giova anzi no-
tare ch’egli si compiacque ritrarre una seconda volta
simile figura variandone in modo piuttosto vantaggioso
l’atteggiamento ed il vestiario assai pittoresco. Que-
st’altro dipinto, cosa invero squisita, tanto che staremmo
per preferirla quasi a quella della Tribuna, trovavasi
tino a pochi anni or sono, non sappiamo per quali
vicende, in una suntuosa villa inglese, in quella cioè
del Duca di Marlborough, già da noi menzionata a prò-
posilo di una preziosa tavola di Raffaello, ed ora si am-
mira nella regia Galleria di Berlino. Noi vi scorgiamo
sempre Tartista nel fior degli anni, quale felice seguace
del sommo fra i coloristi, troppo presto scomparso
dalla scena del mondo. Vi è una spontaneità, una
grazia tutta veneta, die invano si cercherebbe ne’ suoi
lavori più provetti, dove egli si fece imitatore di Mi-
chelangiolo a scapito evidente del carattere origi-
nario. Ben è vero che in alcune parti e massime nelle
forme delle mani l’ influenza del Buonarroti già vi si
fa sentire.
Del di lui tempo avanzato sono le pitture meno at-
traenti e poco vantaggiose alla fama dell’artista, che
stanno raccolte nella Galleria Nazionale. È bensì ce-
lebre fra le medesime la grande pala rappresentante
la Risurrezione di Lazzaro, fatta in origine per Giulio
de’ Medici, creato vescovo di Narbona nel 1515, più
tardi papa Clemente VII, e dall’autore eseguita in Roma
fra il 1517 e il 1519; ma se ebbe a sollevare gran
rumore a suo tempo per essere stata fatta in concor-
renza colla Trasfigurazione di Raffaello, colla quale
venne pubblicamente esposta in Roma, osservata spas-
sionatamente ci si presenta come lavoro eseguito con
un certo fare artifìzioso e convenzionale, con una de-
licenza di spontaneità risultante dall’avere l’artefice
completamente rinnegata la propria origine giorgionesca
per abbracciare in tutto e per tutto l’esempio del Buo-
narroti. Attesta infatti il Vasari che Sebastiano fu aiu-
tato da Michelangelo nel disegno di parte della pittura,
quantunque da una lettera di Sebastiano stesso si ap-
prenda che Michelangelo era assente da Roma quando
la pittura veniva incominciata, cioè probabilmente nel-
— 337
l’autunno del 1517, allorché il Buonarroti fu chiamato
a Roma da Papa Leone per affari concernenti la chiesa
di S. Lorenzo in Firenze. Il quadro venne di poi man-
dato alla sua destinazione, vale a dire alla cattedrale
di Narbona, e vi rimase tinchè fu acquistato dal duca
d’Orleans sul principio del secolo scorso. Nel 1792 fu
portato in Inghilterra colla parte rimanente della Gal-
leria d’ Orleans, e pervenne in possesso del signor An-
gerstein, colle pitture del quale venne acquistato per
la nazione nel 1824 (1).
Finalmente non vogliamo lasciare senza menzione
il compatriotta di Giorgione nel senso pili stretto della
parola, il trevisano Paris Bordone. Chi non rammen-
terebbe il suo capolavoro in Venezia, rappresentante il
pescatore che presenta Tanello di S. Marco al Doge,
una delle più brillanti produzioni dell’arte veneta in
genere? — Assai meno nota è un’altra sua tela degna di
osservazione per la sua lucentezza tutta trevisana, che
vedesi nella Galleria Ladini in Povere al Lago d’Iseo,
dove insieme alla INIadonna sta un giovane santo guer-
riero e un San Cristoforo che pi'ende il Bambino sulle
(I) \'edi il Catalogo a pag. 258. Nella raccolta di disegni del Museo
Britannico si conservano due schizzi di figure a matita rossa che ser-
virono di studio per la figura di Lazzaro e di alcuni che lo circondano
presso il sepolcro; disegni di carattere attatto michelangiolesco. Due
opere di pittura di un lare largo e grandioso appartenenti all’ epoca
michelangiolesca di Fra Sebastiano trovansi in due altre Gallerie private
in Londra. È Luna una interessante tavola appartenente a Lord N'orth-
brook, dove vedesi dipinta la Madonna col Bambino e i Santi Giov. Bat-
tista e Giuseppe, più un devoto di sotto; opera ispirata e assai carat-
teristica per l’autore, riprodotta dal Catalogo illustrato della Galleria
Northbrook, con testo del Dott. J. P. Bichter: l’altra rappresentante
1’ el'lìgie dal Vasari menzionato, di un Signore da Bozzolo, preso dalle
ginocchia in su, pittura tenebroso, e tarda probabilmente, ma sempre
d’imponente eltetto. Appartiene al Marchese Landsdowne.
Fkizzoni.
22
— 338 —
spalle, il tutto eseguito con meravigliosa vivacità e fre-
schezza di tinte (1). — Una bellezza florida e robusta si
nota generalmente nei suoi tipi di figure femminili in-
tesi come ritratti, interpretati secondo la fantasia del-
r artista, quali vedonsi sparsi in parecchie gallerie e
massime in quella del Belvedere in \'ienna. U di tal
genere nella Galleria Nazionale rimagine di una su-
perba giovane quadrilustre. Con quale fondamento poi
essa venga qualihcata come appartenente alla famiglia
Brignole di Genova non si saprebbe dire (2). L’ultimo
proprietario prima che passasse in Inglhlterra nel 18G1
era il Duca di Cardinale di Napoli.
Così pure è una rigogliosa figura la sua Cloe seduta
sopra una panca insieme al pastor Dafni, mentre un
amorino sta per coronarla con una ghirlanda di mirti.
Dei soggetti erotici in genere egli seppe servirsi cavan-
done degli effetti straordinariamente pittorici, dando
campo da pertutto ad una esuberanza di vita molle e
rigogliosa oltre ogni dire. Maraviglioso come tale, in
ispecie per la sentita interpretazione del momento psi-
cologico, si è quello entrato recentemente nella Pina-
coteca di Brera (3).
Il favore che incontrò in Inghilterra Carlo Crivelli
colle suo opere viene attestato dall’ abbondanza delle
medesime, da tempo passate nella fortunata penisola.
(1) Vedasene la piccola riproduzione fatta dal fotografo Ogiiari di
Rrescia unitamente a quella di una Madonna di Iacopo Bellini.
(2) Riprodotta in eliografìa nell’opera del Ricliter.
(3) Egregiamente fotografato da C. Marcozzi.
— 339
Di lui non è ci accaduto di tener conto tin qui pel
motivo ch’egli fra i suoi concittadini occupa un posto
affatto distinto. Infatti^ benché veneto di nascita e di
famiglia, egli deve essere vissuto ed avere operato
principalmente ad Ascoli e nei dintorni, onde ebbe a
formarsi uno stile tutto suo che non lo mostra in al-
cuna relazione diretta colla scuola veneta propriamente
detta, bensì colla padovana. Nullameno là dove egli si
segna col proprio nome non manca mai di aggiun-
gervi la qualifica di veneto; dal 1490 in avanti poi
anche quella di mtles, essendo stato fatto cavaliere dal
re di Napoli. Giustamente soggiunge il Catalogo che
il Crivelli fu un buon colorista, poiché è un fatto che
i suoi colori, condotti a tempera, sono di una resistenza
e di una immutabilità prodigiosa dopo avere sfidato i
secoli: é vero altresì che egli riesci fra i pittori del
Quattrocento uno dei più rigidi e secchi nel modellato
delle forme, che ti si presentano spesso quasi fossero
scolpite in bronzo ; ma ciò non toglie che in onta alla
cerchia di soggetti alquanto limitata entro la quale si
aggira egli vada considerato per un autore sommamente
caratteristico fra tutti i contemporanei, di una nitidezza
e di un realismo ^meraviglioso nell’esecuzione de’ mol-
teplici accessorii, come i broccati e le dorature delle
vesti, i veli, i fiori e le frutta spesso disposte a festoni,
i troni e i parapetti di marmo e così via, dove egli
suole usare di una te ‘iiica di una perfezione non mai
raggiunta altrimenti. Ebbe anch’egli i suoi imitatori
che si riscontrano spesso in chiese e in gallerie, ma
che da lui si differenziano sempre per un fare sia più
fiacco, sia più grossolano : fra gli altri il suo proprio
fratello Vittorio, pittore alquanto meschino, di cui si
— 340 —
vedono fra altre alcune cose nella Galleria di Brera
a Milano.
LMiifiuenza del maestro d’altronde vuoisi pure av-
vertire nelle opere di Lorenzo da Sanseverino, secondo
di tale nome, del quale la Galleria inglese possiede
una tavola proveniente in origine dalla sagrestia della
chiesa di Santa Lucia in Fabriano. Il soggetto n’è lo
Sposalizio mistico di Santa Caterina , ed è segnato ;
LAVRENTIVS -I-I- SEVERINAS PISIT.
Le opere di Carlo Crivelli, che in complesso non do-
vettero essere rare, hanno quasi tutte abbandonato oggidì
il loro posto originario, essendo state molto ambite dai
raccoglitori. Fra le Pinacoteche quelle che ne vanno
meglio fornite sono la Galleria di Brera e quella di
Londra. Quest’ ultima fra grandi e piccole ne conta
non meno di otto, che formano una serie assai inte-
ressante e ci danno un’idea compita dell’autore. At-
traente è per l’espressione ingenua e severa nel tempo
stesso una tavola proveniente da una chiesa di Fermo,
dove è raffigurato il Cristo morto sorretto da due an-
geli; ma l’opera più importante è quella a parecchi
scompartimenti disposti in tre ripiani, acquistata presso
il principe Demidoff che la teneva nella sua cappella
privata in San Donato presso Firenze. La Vergine che
secondo il consueto vedesi seduta nel mezzo, non manca
di una certa grazia in onta alle durezze sempre sen-
sibili del Crivelli: sulle ginocchia di lei giaco il divin
Putto addormentato. Le fanno ala quattro figure di Santi
a figure intere ed altrettanti a mezze figure sorgono
a completare la celeste gerarchia in ciascuno dei piani
sovrapposti, Fultimo dei quali a vero dire non è costi-
tuito se non da cuspidi a sommità centinate. — Un grande
341
privilegio delle opere del Crivelli è quello, come ab-
biamo già accennato, di essere giunte fino a noi in un
perfetto stato di conservazione, che rese fortunatamente
superfluo in generale qualsiasi lavoro di ristauro ; qua-
lità che contribuisce non poco a rendere gustosi i pro-
dotti del suo pennello. È vero bensì, che colla adozione
pura e semplice del sistema di dipingere a tempera non
era possibile ottenere quella pastosità negli effetti pit-
torici, cui mirarono con tanta maestria i pittori poste-
riori, massime nella scuola veneta.
A questi ci è d’uopo ora fare ritorno per non trala-
sciare almeno di fare menzione di alcuni ritratti di straor-
dinario pregio artistico che la Galleria Nazionale ebbe
la fortuna d’ acquistare in Lombardia negli ultimi
anni e che contribuiscono notevolmente a darle lustro
e rilievo. Eccone due per es. di tali ritratti da nove-
rare fra le più squisite rarità in qualsiasi raccolta ; due
effigi di gentiluomini vale a dire, eseguite dal valente
bresciano Alessandro Bon vicino detto il Moretto. Rap-
presenta r uno in mezza figura il Conte Sciarra Mar-
tinengo Cesaresco di Brescia, seduto, il capo appog-
giato sulla mano destra. La sua espressione pensierosa
giustifica il motto greco attaccato al suo piumato ber-
retto, dove sta scritto: «col desiderio dell’estremo»,
alludendo alla sua bramosia di vendicare la morte del
padre che gli era stato assassinato. Il carattere indi-
viduale della persona colta sul vivo, la finezza signo-
rile dell’abito e del sovrapposto robbone foderato di
pelliccia, la disposizione dell’ insieme sopra un fondo
di cortina serica di color rosso cupo damascato a fio-
rami gialli hanno qualche cosa di così armonico e di
imaginoso nel concetto, che difficilmente si saprebbe
342 —
tìgiirarsi uii ritratto più attraente e poetico di questo
(v. Tav. XXVII) (1). Pure è ben degno di essergli
associato quello a tigura intera rappresentante un ignoto
signore, sui trent’anni circa, daU’aspetto meditabondo,
non scevro di una vena di melanconia, riccamente ve-
stito secojido la nobile foggia cavalleresca del Cinque-
cento : il fondo è formato da alcuni motivi d’architettui'a
e da un piccolo tratto di paese ben intonato col rima-
nente; al basso sta segnata la data dell’ opera, 152G.
p] un’apparizione delle più simpatiche fra quante imagini
dei nostri antenati si vedono spai'se ogni dove, e noi
deploriamo che il nostro paese sia stato privato di così
rara opera d’arte da che il Conte P^enaroli di Brescia
si risolvette nel 1876 di privarsene insieme ad alcune
altre pitture cedute al signor Giuseppe Basiini di
Milano (2).
Pù’a queste merita di essere notata di nuovo una
figura di un gentiluomo vestito da guerriero, creduto
essere un antenato della famiglia, situato davanti un
fondo a parete grigiastra e un piccolo tratto di cielo da
(1) Anticamente era nella Raccolta del Conte Leclii di Brescia, da
dove passò in possesso del sig. Ilenfrey a Torino, il quale lo vendette
nel 1858 alla Galleria Nazionale. 11 Conte Sciarra ivi rappresentato, ri-
mase ucciso in Francia, secondo riferisce il Catalogo nella campagna
degli Ugonotti che terminò colla battaglia di Montcour, il 3 Ottobre 1569.
(Vedi : Elogi Istorici di Hresriani illustri; Brescia, 1620).
(2) Del Moretto la Galleria possiede anche una pala d’altare, antica-
mente proprietà del Dott. Faccioli in Verona, che la vendette nel 18‘>2.
Rappresentai Santi Gerolamo, Bernardino, Nicolò da Bari ritti in piedi
insieme ai Santi Giuseppe e Francesco genuflessi: in alto sulle nubi la
beata Vergine col Bambino fra Santa Chiara e Santa Caterina.
Non è delle migliori sue pale, ma presenta ciò nulla meno dei tipi
nobili e dignitosi: e appartiene verosimilmente al novero delle opere
fatte fra il 1540 e il 50, cioè ad un periodo nel (lugle il suo fare si an-
dava facendo vieppiù molle e meno lucente nella tavolozza. Ila pure
subito le conseguenze di ristauro poco profìcuo.
p. 343.
moretto: ritratto del conte martinengo - Londra.
'Tav. sr.“
un canto. N’c autore il rinomato discepolo del ÌNIoretto,
il l'itrattista Gio. fìatt. Moroni di Bergamo. Per darne
nii’idea lo presentiamo riprodotto nelle Tav. XXA III.
Fra quante persone egli ha ritratte colla bravura
del suo pennello non ve n’ò forse alcuna che si presenti
con maggior evidenza di vita e più compita come tipo
di un signorotto risoluto e prepotente. Il modo finito
e ad un tempo largo e pastoso con cui il pittore si
compiacque eseguire ogni particolare spettante al bur-
banzoso cavaliere, daH’elmetto abbondantemente piu-
mato sul quale appoggia il suo braccio sinistro alla
maglia di ferro che gli copre le spalle e le braccia,
ottiene un’effetto dei più sorprendenti mostrandoci l’arte
della pittura, come maneggio del pennello , condotta
all’apice della sua potenza, quando anche l’opera per
se stessa non appartenga alla sua maniera più fina e
pili apprezzata, la quale vien qualihcata dall’intona-
zione grigia argentina, che sparge la più omogenea
intonazione sul dipinto.
Ma anche di detta maniera la Galleria Nazionale
può vantarsi di possedere un esemplare de’ più scelti,
rari non meno in Italia che all’estero, ed è il ritratto
di nn sarto, già da tempi antichi celebrato per la sua
grande naturalezza. Noto colla denominazione del Ta-
(jliapaiiiii, poiché è rappresentato davanti una tavola,
con una forbice nella destra, mentre tiene colla sinistra
un panno cui sta per dare la dovuta forma, è di Ini
che fa menzione il Boschini nella Carta del Navegav
pittoresco coi due versi che lo descrivoir.ì ;
Un Snrt,or sì belo e sì ben fatto,
Cile ’l parla più de qual se sia Avocato.
— 344 —
Quanto a Girolamo Romaniiio, T emulo del Bonvi-
cino in Brescia, egli ò da citare fra cjiiei maestri che
ili patria soltanto si possono giudicare rettamente, es-
sendo molto ineguale nel suo operato. L’ancona di lui
a cinque scomparti che viene mostrata nella Galleria
Nazionale, fatta nel 1525 per l’ aitar maggiore di San
Alessandro in Brescia, poscia passata in casa Averoldi,
essendo la sola sua pittura nella raccolta pubblica in-
glese, non ci dà un’idea sufficiente delle sue qualità;
calde e pastose vi appariscono le tinte, secondo il con-
sueto; ma le figure sono tozze e poco elevate, e ben
lungi dall’ingenua intimità d’espressione che si osserva
per es. in quelle della sua deliziosa tavola (ora oppor-
tunamente trasportata sulla tela che orna un’altare
della chiesa di S. Maria Calcherà), nell’opera di deco-
razione della cappella del Sacramento in S. Giovanni
Evangelista fatta insieme al Moretto, in una tela ap-
partenente alla Galleria di Berlino e cosi via dicendo ;
senza parlare de’ suoi due capolavori, le pale di S. Fran-
cesco a Brescia e di Santa Giustina a Padova.
Chiudiamo in fine la serie dei più eminenti Veneti
del secolo d’oro col nome del Tintoretto. Pittore di una
produttività prodigiosa, spesso trascurato e superficiale,
talvolta di una genialità singolare, che gli acquistò fama
di uno dei piìi potenti artisti della scuola, egli era so-
lito spaziare col suo fugace pennello sopra tele di vaste
dimensioni. Perciò non tuttelesue produzioni, per quanto
felicemente riuscite, sono tali da venire naturalmente
ricercate dalle gallerie. Quella di Londra che ne pos-
siede una di limitate proporzioni, fu veramente favorita
dalla sorte, poiché porge in una tela di soli cinque piedi
d’altezza per poco più di tre di larghezza un soggetto
— 345 —
che si prestava benissimo alla sua taiitasia viva e sbri-
gliata e che pone in efficace rilievo le sue qualità di
energico colorista. Il soggetto è quello tanto ricco di
ispirazioni per gli artisti del Rinascimento in genere
e che essendo desunto dal mondo leggendario cristiano
illustra il fatto della liberazione della nota principessa
per opera di San Giorgio, il Santo guerriero e caval-
leresco per eccellenza. Il Tintoretto ve lo seppe trat-
tare con una vigorìa di tocco, con una spigliatezza
che fanno valida testimonianza del suo brillante ingegno.
VI.
Scuola Lombarda.
La scuola lombarda milanese se è scarsamente rap-
presentata nella Galleria Nazionale porge tuttavia al-
cuni esempi degni della cospicua raccolta.
Air antico maestro della medesima fu opportuna-
mente restituita una grande tavola proveniente dalla
Raccolta del Card. Fesch e rappresentante un’Adora-
zione dei Magi, ricca di buon numero di figure. Re-
gistrata dapprima sotto il nome di Bartolomeo Suardi
detto Bramantino, noi vi scorgiamo d’accordo col signor
Clavalcaselle gl’ indizi! sicuri della maniera del vecchio
\^incenzo Poppa, cittadino bresciano che fu secondo
ogni verosimiglianza uno dei maestri del Bramantino.
Se altrove si poteva rimanere in dubbio fra il maestro
e lo scolaro, certo non era il caso dell’ esemplare di
cui discorriamo, dove la notevole estensione del di-
pinto coi molteplici motivi che contiene offrono suffi-
cienti termini di confronto per ravvisarvi un tipo della
— 346
produttività artistica del primo^ dappoiché, a chi ben
osservi non può se non riescire chiaro che tanto le
ligure quanto il paesaggio e l’architettura col solito edi-
(icio in rovina nel fondo nel modo come sono trattati
confermano pienamente il nostro asserto. Nel Poppa
si osserva un fare piti angoloso e quadrato^ che cor-
risponde alquanto a quello dei contemporanei scultori
lombardi; il principio coloristico vi è decisamente meno
sviluppato che presso il Bramantino (1). È vero d<d
resto che il suo incarnato, di una intonazione affatto
grigiastra, rimase tipico fra la maggior parte de’ suoi
seguaci nella scuola lombarda. L’accennata tavola dun-
que, se non è di quelle che brillano per qualità ap-
pariscenti, tanto più che vedesi ora assai annerita e
ritocca, pure tanto per la sua estensione quanto per
l’autore cui appartiene forma una opportuna ed inte-
ressante introduzione fra le opere di scuola lombarda.
Un altro schietto campione della scuola medesima
lo riscontriamo in Ambrogio Possano, detto il Borgo-
gnone. È una delle chiare e fresche opere sue la pala
proveniente dalla cappella di Rebecchino presso Pavia,
anticamente sotto l’ ordine della Certosa, e passata
nella raccolta della Galleria Nazionale nel 1857. Vi
si vede la beata Vergine seduta in un trono composto
(1) Fra i raccoglitori inglesi è possessore d’una piccola gustosissima
tavola del Bramantino il già menzionato Sir IT. T.ayard; il soggetto è
parimenti l’Adorazione dei Magi, senza che la composizione però vi
abbia attinenza alcuna con quella di che trattiamo. È notevole nel di-
pinto dell’egregio diplomatico inglese, non solo la finezza nell’esecu-
zione delle ligure nei loro pittoreschi costumi, ma anche la precisione
nell’osservanza delle regole di prospettiva nelle parti attinenti all’ar-
chittetura, da cui traspariscono evidentemente le qualità dell’erudito
architetto, sicché s’intende come dal suo grande maestro Bramante
egli avesse assunto il suo sopranome.
347
con la pi'atica e col gusto s(|uisito di un artista dei
bei tempi, versato anche nelle cose di architettura. La
Madonna tiene per mano Santa Caterina da Siena e
la presenta al divin Bambino, il quale stando sulle
ginocchia di sua Madre tiene un anello colla destra,
un altro colla sinistra, porgendone uno a Santa Ca-
terina d’Alessandria, l’altro a Santa Caterina da Siena,
postegli a lato. Se Tautore apparisce alquanto duretto
e limitato in questo dipinto, come nel suo operato in
genere, questi difetti vengono largamente compensati
dalla purezza che ne trasparisce, dalla espressione
ingenua dei volti e delle movenze. Si sa che per queste
doti egli presenta una fisionomia tutta sua particolare
ed occupa nella scuola lombarda un posto che sotto
certo rispetto vorremmo pai^agonare a quello tenuto
dal Frate Angelico nella scuola fiorentina, essendosi
posti entr*ambi con spirituale candore al servizio dei-
fi arde ecclesiastica, decorando e chiese e conventi dei
loi’o dipinti sul muro e sulle tavole. Il confronto tut-
tavia non regge se non in un senso alquanto gene-
rico e a condizione che si faccia asti^azione dalla di-
vei'sità del tempo cui appartengono e delle differenti
loro qualità personali, da un lato riconoscendosi nel-
l’Angelico un fare più primitivo, ma ad un tempo
congiunto ad un natui’ale così squisitamente fino ed
ideale, quale non si poteva lùscontrare se non in To-
scana, dall’altt'o nel buon ambrosiano ravvisandosi
uno sviluppo pili matui‘0 del l'ealismo artistico, ma
insieme una natura meno elevata, benché piacente per
la sua innocenza e semplicità.
Quanto alla parte della scuola milanese che più o
meno mostrasi influenzata dal potente soffio di Leo-
— 348
nardo da Vinci, giova riconoscere che essa fa quasi
completamente difetto nella raccolta pubblica inglese
di cui ci andiamo occupando. Nulla infatti quivi che
ci rammenti i nomi di Giovai! Pietrini, di Bernardino
de’ Conti, di Cesare da Sesto, di Gaudenzio Ferrari,
benché ci consti che l’ Inghilterra stessa colle sue rac-
colte sia private sia pubbliche, avrebbe di che sup-
plire a tali lacune (1).
Pure negli ultimi anni furono acquistati dalla Gal-
leria alcuni quadri lombardi dell’epoca accennata, e
sono : di Marco d’Oggiono in primo luogo una Madonna
col Bambino, il quale stende le braccia verso un fiore
che gli viene offerto dalla madre; figure grandi circa
la metà del vero, situate sopra un fondo a roccie.
L’autore spiega nel grazioso motivo tutta la vivacità
di colorito, per la quale si distingue in genere, lad-
dove i suoi tipi tendono al lezioso e al convenzionale.
(1) Di Marco d’Oggiono rammentiamo un gustoso quadretto perfet-
tamente conservato e mirabile pel consueto smalto del colorito; tro-
vasi nella Galleria di Ilampton-Court e rappresenta i due Bambini
Gesù e S. Giovanni in atto di baciarsi ed è quivi falsamente attribuito
a Leonardo; ma più importante di questa piccola tavola è quella
grande attribuita allo stesso autore, che porge la Reale Accademia di
Belle Arti in Londra nel locale medesimo ove abbiamo additato Leo-
nardo e Michelangelo. È una copia abbastanza fedele e sempre inte-
ressante del rinomato Cenacolo del suo grande maestro. — Un buon ri-
tratto di Bernardino de’ Conti deve trovarsi ora nella raccolta Morrison
a Londra proveniente dalla Galleria Castelbarco di Milano. Vi è l’i-
magine in profilo di una imponente dama, die veniva erroneamente
aggiudicata al Beltraltio. — Di Cesare da Sesto porge un degno esem-
plare la raccolta Cook di Richmond rappresentante un bellissimo
San Gerolamo in meditazione davanti il teschio con un fondo di paese
assai \ago. — Di Gaudenzio Ferrari infine un’opera scelta e della sua
piu bella epoca il palazzo Holford; tavola in origine appartenente
alla famiglia dei Conti Taverna in Milano e rappresentante il Bambino
Gesù corteggiato da angeli e adorato dalla Madonna e da un cardinale
devoto. Nè pretendiamo con queste citazioni di avere di gran lunga
esaurito il computo delle ricchezze inglesi in fatto di opere lombarde.
p. 34©.
BELTRAFFIO: MAD. COL BAMB. - LONDRA.
3'av. 2©
— 349 —
Il dipinto proviene dalla Galleria Manfrin di Venezia
e rappresenta favorevolmente il suo autore.
Di limitato merito artistico, ma non privo d’inte-
resse, se non altro in grazia del monogramma che
lo leggittima, è una tavoletta contenente una tigurina
di un S. Giovanni Battista in aperta campagna, con un
ginocchio a terra, in atto di attingere acqua con una
scodella presso una roccia. Il monogramma va in-
terpretato per « Martino Piazza pinse, » similmente come
in un quadro di una Adorazione dei pastori all’Am-
brosiana a Milano. — Più tino artista di lui fu il fra-
tello Albertino, che rappresenta l’età aurea dell’arte
lombarda a Lodi sul principio del Cinquecento e col
quale Martino eseguì in comune alcune opere.
Il più originale, il più efficace fra tutti i seguaci di
Leonardo, non ostante i suoi manifesti difetti è il So-
doma, che meriterebbe pertanto di essere rappresen-
tato nella cospicua Galleria più largamente di quanto
lo sia nella piccola ben che non ispregevole tavola
di che già si è fatto menzione nella monografìa in-
torno al detto pittore.
Fra i pittori che vogiionsi chiamare propriamente
allievi di Leonardo la Galleria novera il severo pa-
trizio milanese Giovanni Antonio Beltraffio, per quanto
non vi figuri altrimenti che per una semplice tavola
d’una Madonna in atto di porgere il seno al divino
Fanciullo che tiene giacente sulle sue ginocchia (1).
(Vedi la tav. XXIX). Ma questo dipinto di media di-
mensione, poiché non oltrepassa tre piedi di altezza
e ne ha meno in largo, per carattere e per vero me-
(1) Era anticamente nella Collez- Northvvik. Fu acquistato in Londra
nella vendita Davenport-Rromley nel 1863.
350
rito artistico ne vale ben parecchi. Spira dal mede-
simo il più sano realismo unitamente alla nobiltà dello
stile prettamente leonardesco, nè sapresti decidere mi-
randolo se in esso maggiormente ti colpisca l’aspetto
grave e dignitoso della beata Vergine, dai tratti lai'glii
e grandiosi, che ad occhi abbassati contempla il tiglio,
o la tìsionomia gioconda e l’ atteggiamento infantile
del medesimo. Il colorito poi è di una straordinaria
vigoria e forza di chiaro scuro.
Il Beltraffio quando anche si voglia considerare quale
semplice dilettante nell’arte della pittura, come tale che
appartenne a nobile e signorile famiglia, pure per varii
rispetti ed entro una cerchia d’attività piuttosto limitata e
ristretta è fra tutti i Lombardi quello che sembra essersi
maggiormente appropriato il fare del gran maestro to-
scano, massime nel disegno; nè dovrebbe recare meravi-
glia pertanto se fra gl’ innumerevoli fogli a disegno che
vengono attribuiti a Leonardo se ne avessero a scoprire
parecchi da rivendicare al suo degno allievo (1). Come
pittore di ritratti, nel qual ramo egli riuscì valente, si
accosta talvolta al suo concittadino Andrea Solari, il
quale tuttavia si mostra in genere più accurato e cor-
retto di lui nel disegno, più chiaro e limpido nel colorito,
ma meno elevato e meno grandioso nel concetto.
Quale distinto pittore di ritratti sia Andrea Solari
del resto ce lo indicano due quadri nella Galleria Na-
zionale, appartenenti a momenti diversi nello sviluppo
artistico dell’autore. Contiene il primo il busto di un
(I) Rammentiamo se non altro le due teste a pastello, (ritratto d’uomo
o di donna a canto al cartone di Ralaello all’Amhrosiana) ivi date a
Leonardo, ma dai migliori conoscitori ormai ritenute del Reltraffìo,
di cui rivelano il fare largo e pastoso.
351
Senatore Veneto in berretto nero e veste rossa; una
fascia nera gli traversa il petto scendendo dalla spalla
destra ; nella mano destra tiene un piccolo garofano ;
porta un grosso anello al pollice della sinistra mano:
il viso è quasi preso di faccia, col mento sbarbato.
Tutto ciò si vede eseguito con dei contorni precisi e
determinati; la tisionomia di espressione energica è
tutt'altro che attraente nelle fattezze, ma è trattata colla
massima fedeltà alla natura, tanto che ti pare quasi
ravvisarvi il senatore in persona. La Direzione della
Pinacoteca di Londra fu felicemente ispirata facendone
l’acquisto nel 1875 presso il signor Basiini, al prezzo
di 50 mila franchi. Al suddetto negoziante il quadro
era pervenuto sotto la denominazione di Giovanni Bel-
lini, nò ciò deve recare soverchia meraviglia quando
si osservi che appartiene evidentemente al tempo che
il Solari ebbe a trattenersi nelle vicinanze del vene-
rando artista, cioè sulle isole della laguna veneta, nella
prima metà dell’ ultimo decennio del XV secolo. Se
non che la maniera da lui adoperata in questo ritratto
più che Giambellino ci richiamerebbe il fare di An-
tonello da Messina, col quale pari-ebbe realmente egli
avesse avuto a trovarsi in contatto a Venezia, tanto
gli si accosta non solo nel modo di modellare, scritto
e preciso, ma anche nella tecnica eccellente dei co-
lori, non più raggiunta da altri pittori.
A Milano ebbe ad eseguire certamente il secondo
ritratto ora esistente nella Galleria di Londra, al quale
si compiacque apporre la seguente segnatura:
ANDREAS . D .
SOLARIO
. E .
1505.
352 —
Il rappresentato è il gentiluomo e legale milanese
Giovanni Cristoforo Longoni, come si vede dall’ indi-
rizzo che figura sopra la lettera ch’egli tiene nella
mano destra appoggiata sopra un parapetto. Sul li-
stello verticale del medesimo si legge un distico latino,
ricordo della saggezza antica, tanto gradita agii uma-
nisti dell’epoca, e che è del seguente tenore:
Ignorans qualis fueris, quatisque Juturus,
Sis qualis, studeas posse cidere din.
Ift-norando quale fosti e quale sarai,
Studiati di poter vedere a lungo qual sei.
È infatti l’effigie d’un uomo apparentemente savio
e grave quello che il pittore ci tramandò in detto di-
pinto. Preso quasi di faccia, tiene uno sguardo freddo
e scrutatore, il viso pallido, piuttosto pieno e col mento
interamente raso ; indossa un robbone nero ed in capo
un berretto nero del pari; di sotto il quale escono i
capelli in abbondanti masse, partitamente eseguite con
mano leggiera e diligente. Cosa più fine di questa
nella esecuzione non si saprebbe immaginare, doven-
dosi inoltre osservare quale pregio le aggiunga il bel-
lissimo paesaggio nei fondo, colla sua vasta prospet-
tiva aerea e cogli accidenti piacevoli dei succosi prati,
animati da macchiette e solcati dalle acque che vi
serpeggiano fra cespugli ed alberi, fra i quali secondo
un vezzo consueto delTartista non manca un tronco
dai rami secchi a contrasto colla vegetazione.
Messi a confronto fra loro i due ritratti, ciascuno
vede come il secondo mostri avere il pittore col pro-
(^esso degli anni ingentilito alquanto la sua maniera,
nella quale anzi egli riesci tanto perfetto, che le sue
— 353 —
opere^ massime quelle di ritratti, vengono scambiate
talvolta con quelle di artisti i cui nomi rammentano
quanto di più elevato si conosca.
Benché il Solari al pari del Lninl non venga an-
noverato fra i veri scolari di Leonardo da Vinci, pure
non mancano gl’indizii che entrambi siansi spesso
ispirati a queU’altissima fonte. Dell’amabile Bernardino
Luini le raccolte d’Inghilterra posseggono ben parec-
chie pitture nelle quali si rivela l’autore non scevro
dell’ influenza del grande florentino, col quale viene
anzi talora troppo leggermente scambiato. È quanto
si verificò per l’appunto col solo quadro di lui nella
Galleria Nazionale, una tavola a mezze figure rappre-
tanti Gesù adolescente in disputa con quattro Dottori.
Questo ragguardevole dipinto, conservato anticamente
negli appartamenti Aldobrandini in palazzo Borghese
a Roma, fin dal 1800 fu portato in Inghilterra e nel
1831 fu legato alla Galleria Nazionale dal Rev. \V. H.
Carr colla richiesta che venisse registrato sotto il nome
del Vinci. Fu rispettata a lungo l’ ingenua volontà del
defunto donatore, finché nell’ultima edizione del Ca-
talogo il noto Cristo fra i Dottori fu presentato quale
opera del Luini (1), mentre nel cenno biografico di
Leonardo, precedente secondo il solito l’enumerazione
dei rispettivi dipinti, veniva anteriormente compreso
nel numero de’ suoi allievi Bernardino Luini, asser-
zione questa che, come accennammo, non si potrebbe
a rigor di termine sostenere, dappoiché le primitive
opere del Luini quali vedonsi a Milano (nella chiesa
(I) Vieppiù ingenuo é il giudizio in base al «luale viene presentata
per opera di Leonardo una copia tarda e oscura del Luini della r,ol-
leria Nazionale, la quale sta esposta nella Galleria Spada in Roma.
Frizzoni.
23
354
della Passione, in qualche suo affresco in Brera, ecc.)
accennano piuttosto alla sua derivazione dalla vecchia
scuola lombarda quale è rappresentata da uomini come
Ambrogio Borgognone e 5^incenzo Civerchio, laddove
r influenza di Leonardo non si saprebbe riscontrare
in lui se non allorché crasi già fatto maestro pro-
vetto. Ch’essa si manifesti sino a un certo punto nella
citata tavola della Galleria Nazionale non lo vogliamo
negare, ma noi vi scorgiamo appunto un prodotto del-
l’età matura dell’autore. Tuttavia le sue caratteri-
stiche particolari vi spiccano non meno che nella
celebre composizione della Modestia e della Vanità,
uno dei principali ornamenti della Galleria dei principi
Sciarra in Roma, che fin qui fu pure considerata,
per verità senza alcun fondamento critico, quale crea-
zione di Leonardo (1).
VII.
Scuola Parmigiana.
L’ultima fra le scuole classiche che ci rimane da
esaminare è quella di Parma, la quale viene in gran
parte personificata dal pittore per eccellenza, Antonio
(1) Nel suntuosissimo palazzo del defunto Sir Richard Wallace, che
contiene la più ricca raccolta privata d’Inghilterra, sonvi due quadri
di Madonna del Luini di primaria finezza e di dolcezza ineit'abile. Di
queste è nota per mezzo di una riproduzione in istampa quella che
tiene il Bambino ritto sopra un tavolo porgendogli un fiore. Era te-
nuto anticamente per Leonardo. — Altri Luini manifesti, oggi ancora
attribuiti a Leonardo a Londra, sono una graziosa testa di donna, nel
Bridge waterhouse (nella stessa sala dove è il quadro delle Tre Età) e
una tavola graziosamente eseguita, appartenente alla Raccolta Ashbur-
ton, dove sono rappresentati neU’aperta campagna i due Bambini Gesù
c San Giovanni Battista.
— 355 —
Allegri detto il Correggio. Vana cosa sarebbe infatti
il rintracciare una vera scuola parmigiana prima della
venuta del Correggio in quella città, dappoiché non
vi incontreremmo se non degli artisti molto subordi-
nati e più o meno dipendenti dagli influssi di altre
scuole, in ispecie della padovana e della ferrarese.
Gli è da quest’ultima che si deve riconoscere ormai
essere derivato il Correggio stesso, come riesci a sta-
bilire irrefragabilmente il senatore Giovanni Morelli,
staccandosi dall’antica tradizione, che lo voleva senza
alcuna ragione valida educato all’arte del Mantegna
e de’ suoi seguaci, e appoggiandosi invece all’argo-
mento più positivo e sicuro dell’esame delle opere ap-
partenenti evidentemente all’età giovanile deH’autoi-e.
Pur troppo le più importanti di queste non si trovano
più fra noi, ma sono passate a decorare estere gallerie.
L’Inghilterra nella raccolta di Lord Ashburton ne
possiede una del più grande interesse per la storia
dello sviluppo artistico dell’Allegri; ed è una grande
tavola d’altare proveniente da una chiesa della sua
piccola città natale, quadro noto col nome della pala
di Santa Marta, o dei quattro santi, mentre la Santa
suddetta vi si vede rappresentata insieme ad altri tre
cittadini del paradiso, espressi con un sentimento di
estasi e di compunzione così pura, quale non si rin-
viene altrimenti in tutte le opere posteriori del Cor-
reggio.
Vieppiù antico vuoisi ritenere altro suo dipinto di
minori dimensioni, dall’Italia passato recentemente in
Inghilterra, dove trovasi nelle mani di un appassionato
amatore, il signor Roberto Benson. Il soggetto, rara-
mente trattato del resto, è inteso riferirsi al congedo
— 356
che N. S. prende devotamente dalla dolente Madre,
assistita da Santa Maria Maddalena e presente il di-
scepolo prediletto, San Giovanni. È un opera sciagu-
ratamente malmenata dal ristanro, ma nella quale le
forme dei visi, delle mani, non che F andamento dei
panni coi lembi pendenti abbondantemente sul suolo,
richiama in modo palese il vecchio maestro Lorenzo
Costa, laddove nel patetico concetto già prevale un
sentimento sensibilmente più moderno.
La Galleria della villa reale di Hampton Court poi
racchiude una piccola tavola che pur si presenta quale
opera giovanile del nostro autore, benché di maniera
già più sviluppata. Vi è dipinta dalle ginocchia in su
la Madonna, d’aspetto grazioso, giovanile, la quale
tiene seduto sul braccio destro il divin Bambino , al
suo lato destro gli si accosta il vecchio San Gii*olamo
penitente, a sinistra San Giuseppe: il fondo è formato
da un gruppo d’alberi folti.
Quanto ai quadri del Correggio che fanno parte
della Galleria Nazionale appartengono dal più al meno
alla sua maniera più progredita, quando cioè egli
sciogliendosi dai lacci della tradizione volle dar libero
corso al suo proprio ideale, tutto vita, grazia e movi-
mento. Ciò si vede verificato in modo assai saliente
nella sua Madonnina conosciuta per l’attributo della
cesta, che contiene arnesi di lavori femminili e giace
sul suolo accanto a lei. Volendo raffrontare questo
dipinto con uno dei più rinomati che si trovano tut-
tora a Parma, noi lo metteremmo di preferenza a
fianco della Madonna della Scodella, il non plus ultra
della luce, del sorriso e della vivacità. Anche nel qua-
dretto di Londra, la beata Vergine sogghigna con
una grazia tanto sensibile che già trascende nell’ af-
fettato : il Bambino è una creatura animata da brio
completamente umano, e sembra dimenarsi quasi ca-
pricciosamente sulle ginocchia della Madre, così che la
camiciola che indossa ne rimane scomposta, in modo
non mai usato anteriormente e gli copre solo la parte
superiore del corpo. Nel fondo alquanto in distanza
vedesi S. Giuseppe intento al suo mestiere di falegname.
Come soggetto e fors’anco come trattamento è da
porre a riscontro della celebre Antiope e Giove (con-
vertito in satiro) della Galleria del Louvre la tela rap-
presentante la scuola d’ Amore nella Pinacoteca di cui
ci occupiamo, benché non sia nel complesso un’ opera
così riescita e di così ammaliante effetto, fors’ anche
in grazia dello stato alquanto deplorevole in cui si
trova, sbilanciata quale è al presente in conseguenza
di cattivo restauro, onde vedesi in parte svelata nei
colori, in parte deturpata da macchie cagionate dai
ritocchi. Comunque sia, v’apparisce similmente come
nel suddetto quadro di Parigi che il pittore si fosse
compiaciuto a dare rilievo ai contrasti fra luce ed
ombra derivanti dal contrapposto della lucentezza delle
carnagioni col fondo opaco della boscaglia. La com-
posizione consiste di tre figure, e sono : Mercurio che
non indossa altro se non il suo berretto alato e i san-
dali, il giovinetto Amore che ne riceve l’istruzione
mostrandosi intento a decifrare un foglio, e \^enere
(con istrana licenza rappresentata alata) che l’osserva,
mentre nel frattempo si è incaricata dell’arco di Cu-
pido, eh’ essa tiene nella mano sinistra (1).
(1) Proviene dalla raccolta di re Carlo I, il quale l’aveva acquistato
dal Duca di Mantova insieme al rimanente della sua collezione nel
— 358
Se i soggetti di argomento mitologico anziché im-
porre al Correggio una stretta osservanza dei concetti
deirantichità classica gli servirono di mezzo ad espri-
mere delle scene gaie e strettamente umane quali an-
davano a genio al suo naturale, in quelli di argo-
mento religioso spesso volle esprimere colla maggioi’e
evidenza il contrasto degli affetti. La tavola dell’Ecce
Homo, nella stessa galleria, anticamente in possesso
dei Conti Prato di Parma, ce ne dà chiara prova. Vi
occupa il maggior posto la tigura di Cristo coronato
di spine, in attitudine di tranquilla rassegnazione, men-
tre davanti a lui si vede la Madre addolorata che non
reggendo alla vista pietosa del divin Figlio cade sve-
nuta fra le braccia della Maddalena; nel fondo scor-
gesi da un lato il prolilo della testa d’uno sgherro,
dall’altra entro il vano d’iina finestra la tigura Iredda
ed impassibile di Pilato in atto di mostrare al popolo
la vittima bramata. Questa composizione da gran tempo
celebrata, fu incisa da Agostino Caracci nel 1587. È un
esemplare assai caratteristico della maniera sua pro-
pria di concepire ed esprimere gli effetti pittorici, le
più forti gradazioni di chiaro-scuro. Se queste appa-
riscono oggidì esagerate alquanto, gran colpa se ne
deve attribuire all’alterazione di certi colori prodotta
dall’azione del tempo ed anche del restauro col con-
sueto malanno dello sfregamento e delle ridipinture.
Da ultimo ci troviamo di fronte a una composizione
1630. Uopo la dispersione degli ett'ctti del re, fu comperata per 800 lire
sterline dal Duca d’Alba; i successivi proprietarii furono il Principe
della Pace, il principe Murat, più tardi re di Napoli ; infine il marchese
di Londonderry da cui fu comperata nel 1834 insieme all’Ecce Homo
pure del Correggio (vedi il num. 15 del Catalogo) per la Galleria Na-
zionale.
correggesca che si vede ripetuta in due tavole en-
trambe in Londra; intendiamo cioè riferirci aH’Ora-
nell’ Orto, lavoro di piccole proporzioni, e che
insieme alla rinomata Notte della Galleria di Dresda
è un problema di chiaro-scuro condotto agli ultimi
estremi del possibile. L’esemplare più riputato è quello
che trovasi nella Raccolta del Duca di Wellington,
l’altro nella Galleria Nazionale. Vi si vede il Reden-
tore inginocchiato sulla cima del monte, illuminato
direttamente dal cielo, mentre l’Angelo che gli appa-
risce è rischiarato dalla luce che emana dalla ligura
di Nostro Signore. L’Angelo colla destra accenna alla
croce e alla corona di spine giacente al suolo, quali
emblemi della passione; colla sinistra addita il cielo,
come a rammentare i voleri del Padre. Nel fondo a
destra, tre Apostoli se ne stanno addormentati sul-
l’erba e dietro i medesimi la folla degli Ebrei guidati
da Giuda. In entrambe le tavole le ombre sono cre-
sciute a segno che male vi si distinguono le figure
poste, nella parte oscura, la quale si estende su tutta
la superficie della pittura, eccettuato un piccol tratto
occupato dalle figure di Gesù e deH’Angelo. Il Cata-
logo là dove registra l’esemplare della National Gal-
lery lascia l’alternativa fra la qualifica di ripetizione
e quella di copia. Se nonché a confronti fatti dobbiamo
convenire che si appone al vero il Richter, là dove
facendone breve menzione, l’ indica come una copia
di poco valore.
Il passaggio dal Correggio al Parmigianino sarebbe*
abbastanza naturale, considerato che quest’ultimo senza
essere precisamente uno scolaro del primo nello stretto
senso della parola ne subì certo una sensibile influ-
360 —
enza. conservando nnllameno, da valente artista quale
egli era, una fisionomia sua propria, e divenendo poi
alla sua volta un modello d’imitazione per molti pit-
tori, dell’Alta Italia massimamente, grazie al fascino
grandissimo dell’innata sua grazia ed eleganza. Se
non che l’unico esemplare che di lui porge la Galleria
Nazionale, è ben lungi dal rappresentarci l’autore sotto
il suo aspetto più attraente. L’argomento viene quali-
ficato dal Vasari come La Visione di S. Girolamo.
La figura predominanfe è un S. Giovanni Battista
adolescente, in grandezza maggiore del naturale, il
quale inginocchiato sul suolo accenna verso il cielo
ad un’apparizione della Vergine col divin Figlio; nel
piano di mezzo scorgesi San Girolamo giacente su-
pino addormentato. In questo dipinto, eseguito quando
il pittore contava da 24 o 25 anni appena, si ta sen-
tire piti quello che vi ha di esagerato e di affettato
nel suo fare che non le sue qualità migliori. Quella
figura di San Giovanni Battista dall’aspetto ridente Iia
infatti qualche cosa di contorto e di ricercato nel mo-
vimento, che si scosta già sensibilmente dalla giusta
misura corrispondente al vero buon gusto (1). Yì ri-
mane pur sempre da ammirare, è vero, la non co-
mune facilità e bravura nella condotta del pennello.
Dove il Parmigianino del resto s’innalza al livello dei
più eletti artisti, si è ne’ suoi ritratti dal vero, dappoi-
ché egli sa congÌLingcrvi l’aspetto della nobiltà c della
grazia colla conformità al naturale, in guisa da fai'ci
(1) Notiamo qui die nella Raccolta di Disegni del Museo Britannico
veniva collocata fra le produzioni del Correggio una testa a matita
rossa e nera, grande quasi al naturale, la quale evidentemente è uno
studio originale del Parmigianino pel suo S. Giovanni nel citato quadro
•della Galleria Nazionale.
— 361
scordare quasi interamente la tendenza del suo stile
al manierato e al convenzionale (1). Per questo rispetto
egli potrebbe essere opportunamente confrontato col
tiorentino Angelo Bronzino, artista di prim’ordine nel
ritrarre il naturale, affettato e ricercato invece nelle
opere d’invenzione, come già si è osservato.
CONCLUSIONE.
Se la presente rivista della parte spettante all’arte
italiana nella Galleria Nazionale di Londra pecca al-
quanto di prolissità, sì che non sapremmo lusingarci
che il lettore per quanto benevolo ci abbia voluto se-
guire tino a questo punto, ci serva di scusa se non
altro la grande copia di opere pregevoli e rare che;
valgono a fare testimonianza della grandezza e dello
splendore deU’arte nostra in così lontana regione. Per
un altro verso dovremmo dubitare che ci abbia ad
essere mosso rappunto di avere trascurato troppo nel
nostro esame gli autori appartenenti ai primordi del-
l’arte del Rinascimento non meno che quelli apparte-
nenti alle sue pili mature espressioni nei secoli più
vicini a noi. Pure anche da questo lato riputiamo di
potere addurre qùalche ragione a nostra difesa. Per
quanto concerne gli artisti primitivi, ci sia concesso
di osservare, che quand’anche ve ne siano alcuni,
(I) Si rammentino in proposito pii stupendi ritratti eli lui nella Gal-
leria di Napoli, la cosi detta Bella del Parmipianino cioè, e il cosi
detto Cristoforo Colombo, che a quanto dimostrò recentemente il Mar-
chese Sanvitale di Parma, è in realtà Perlipie di un suo antenato. Così
pure andrebbe menzionata la superba effìpie del condottiero Malatesta
Buglioni, e la propria immagine ritratta mediante Io specchio, che si
vedono nella Galleria di Belvedere in Vienna.
362
eziandio fra i più illustri, rappresentati con alcLine loro
opere alla Galleria, non lo sono in modo da risvegliare
nn grande interesse neH’animo dell’ osservatore, mas-
sime in confronto degli artisti di tempi posteriori, più
prossimi alla perfezione e più ricchi di manifestazioni del
carattere individuale. Quanto ai pittori che maggiormente
s’accostano ai tempi nostri e che dal più al meno segnano
l’epoca della decadenza, s’intende da sè che scapitano
d’importanza a tronte di quelli del secolo d’oro. In
line una ragione che ci sembra da applicare ai due
estremi contemplati si è che il valore storico tanto dei
primitivi prodotti dell’arte quanto di quelli della sua
decadenza , che noi siamo lungi dal voler negare,
emerge soltanto quando vengano studiati nel loro
complesso e massimamente in ciò che hanno di più
monumentale unitamente agli altri rami delle arti rap-
})resentative ; laonde meglio che in una galleria stra-
niera qualsiasi vogliono essere studiati sui posti pei
quali erano in origine destinati e dove si trovano tut-
tora, vale a dire nelle chiese, nei chiostri, nei palazzi.
K bensì vero che simile argomento tino a un dato
punto vale per tutta la nostra arte grande dei tempi
passati, sì che tutto ciò che si vede nelle singole rac-
colte non andrebbe considerato se non come altrettante
membra sparse da servir di complemento a quanto
rimane sul luogo oiùginario ; nullarneno è innegabile
che le opere appartenenti all’età aurea e che rivelano
in modo più spiccato il carattere individuale dell’au-
tore possono presentare anche pr*ese separatamente
da sè stesse un grande interesse, ed eccitare la pi fi
viva ammirazione.
È ciò (die noi abbiamo trovato rammemorando le
— 363 —
opere di ben parecchi egregi ingegni nella Galleria
Nazionale, prendendoli a considerare a seconda della
scuola cui appartengono. Così abbiamo veduto il genio
toscano risplendere in tutta la sua finezza spiritosa
mercè le invenzioni di un Botticelli, di nn Pier di Co-
simo, dei Cippi, per non citare che i principali; la
scuola umbra con alcune delicate pitture del Perugino
e di Rafaele; le caratteristiche scuole di Padova, di
Ferrara e di Verona coi suoi robusti rappresentanti
fra i quali grandeggia la figura del Mantegna; fra i
Veneti propriamente detti notammo come la Galleria
vada privilegiata pel possesso di varie opere del se-
vero ed amabile Giambellino, mentre vi abbondano
quelle dei numerosi suoi seguaci, dei coloristi per ec-
cellenza, da Tiziano e dal Lotto venendo fino al Mo-
retto e al suo allievo, il Moroni, e così via dicendo;
toccando dei Lombardi riscontrammo alcuni pochi ma
valenti campioni di un’arte severa e pura, per termi-
nare in fine colle pitture manifestanti l’estro personale
per cui si distingue fra tutti il Correggio.
Ma se l’Italia colla sua arte vedesi rappresentata
per tanti capolavori fin qui accennati, non vorremmo
del tutto ommettere come essa ci venga pure mirabil-
mente dipinta da alcuni autori di paesaggio e di ve-
dute di cui non ci accadde fare menzione fin qui. Al-
ludiamo anzi tutto ad un artista che se non fu italiano
di nascita, lo fu (^ertamente per educazà^ne e per sen-
timento, cioè a dire a Claudio di Lorena, il più ele-
vato fra quanti pittori di paesaggio si siano veduti.
Nessun paese d’Europa ormai va tanto ricco di opere
sue quanto l’Inghilterra. La Galleria Nazionale da .sola
ne porge non meno di undici, parecchie delle quali
— 364 ~
segnate del nome e dell’anno, alcune di sovrana bel-
lezza. Nulla di più incantevole infatti della sua larga
tela, dove, mediante le macchiette sono rappresentati
gli sponsali cV Isacco e eli Rebecca, ma che in realtà
offre anzi tutto allo spettatore un vastissimo paesaggio
che al pari della maggior parte de’ suoi dipinti non
consiste se non in una veduta della campagna romana
idealizzata. Ha molta rassomiglianza con quella che
ammirasi nella Galleria Boria Panfili, celebrata sotto
la denominazione del Molino, benché mostri delle va-
riazioni considerevoli nei particolari, ed ha le stesse
dimensioni di C{uella. E nel parer nostro, una delle
più perfette creazioni dell’eminente artista, tutta aria,
tutta luce meridionale, nè sapremmo spiegarci come
alcuni conoscitori l’avessero potuta sospettare una copia,
se non fosse in grazia della sua eccezionale freschezza
di tinte e della buona conservazione.
A questo quadro fa degno riscontro quello deH’//n-
barco della regina Saba dopo la visita presso Saio-
mone, dove l’autore con la magica sua disposizione
ad ottenere gli effetti i più pittoreschi, si compiacque
del pari di rappresentare una splendida scena della
natura, dipingendovi il mare e la costa illuminati dal
sole nascente, mentre la regina col suo seguito stanno
per salire nella nave (1).
Vogliamo rammentare da ultimo un pittore veneto
(1) Questi due quadri furono da Claudio dipinti in Roma nei 1648 pel
Duca di Bouillon e pervennero alla Galleria mediante la Raccolta Anger-
stein. Un mirabile disegno originale corrispondente al secondo trovasi
a Londra nella cospicua collezione del Sig. Ilolford. Entrambi poi tro-
vano il riscontro fra i fogli componenti il preziosissimo Liher Yeri-
tatii, che è una raccolta di schizzi dell’autore rispondenti ai quadri
da lui eseguiti e che già da tempo fa parte delle ricchissime raccolte
dei Duchi di Devonshire.
365 —
del secolo scorso, certamente affatto diverso dal suimo-
minato, ma che ottenne una rinomanza ben meritata per
la sua valentia nel genere da lui trattato, che è quello
delle vedute propriamente dette. Questi è Antonio Canal
comunemente detto il Canaletto, nato in Venezia nel
1697, e cui dobbiamo buon numero di quadri intesi
ad illustrare in modo assai brioso l’aspetto della città
delle lagune, non solo nei suoi canali, nelle sue piazze,
negli isolotti e nei lidi remoti, ma anche nell’ andiri-
vieni festevole de’ suoi abitanti. Altre volte rappresentò
delle vedute di Roma, parte prese dal vero, parte com-
poste fantasticamente, e di tali vedesi una, bella serie
in una galleria del castello di Windsor, dove s' alter-
nano coi graziosi paesaggi dello Zuccarelli, con indi-
cazione di date che vanno dal 1742 al 1744; finalmente
sonvi di lui anche alcune vedute fatte in Inghilterra,
ove egli giunse nel 1746 e si trattenne due anni.
Nella Galleria Nazionale egli si distingue massime
per certe vedute di Venezia, dove la vita animata e
variopinta della Repubblica Serenissima ci è messa
dinanzi agli occhi con tanto colorito locale, con un
tocco così efficace e caratteristico, che ci trasporta
nell’ambiente di quella maravigliosa città in allora
sempre prospera, ricca e piena di movimento a para-
gone di quello che trovasi essere oggidì (1).
(1) Anche le case private d’ Inghilterra vanno tornite di tele con ve-
dute del Canaletto. Se non che è da osservare che le sue pitture ven-
gono spesse volte confuse con (luelle del suo nipote ed abile imitatore
Bernardo Bellotto, il quale del resto si riconosce per gli elfetti d’atmo-
sfera più crudi e meno trasparenti, in generale per un modo di dipin-
gere meno delicato. Così delle undici tele attribuite ad Antonio Canal
nella Galleria Nazionale due sole ci appariscono improntate del suo
fare largo, della sua speciale valentia nel raggiungimento degli effetti
366 —
La Direzione della Galleria Nazionale in conclusione,
come già si ebbe ad osservare, ne’ suoi successivi
rappresentanti fn non meno abile che fortunata in com-
plesso neiraggiungere via via nuove perle artisticbe
al primitivo nucleo formatosi fin dal 1824 coiracquisto
della Collezione Angerstein. Negli ultimi anni suscitò
spesso generale meraviglia la notizia delle somme con-
sidei'evoli che la medesima ebbe il coraggio di offrire
pei quadri che più le importava di ottenere affine di ar-
ricchire la recente raccolta; se non che al presente
già siffatta maraviglia lia ceduto davanti alla persua-
sione che la Nazione inglese nello sfoggiare tanta mu-
nificenza si mostrò non meno che in altre circostanze
inspirata da ben inteso interesse, dappoiché è ricono-
sciuto che il valore della loro Galleria si è immensa-
mente accresciuto in proporzione del denaro speso.
Noi vediamo infatti dovunque il lume della civiltà
è penetrato, farsi strada la convinzione che le opere
di un valore veramente artistico e monumentale tra-
mandateci dai nostri avi si sono fatte ormai tanto rare
e prelibate che non si saprebbero facilmente innalzare
ad un prezzo troppo elevato.
Vorremmo quindi lusingarci che anclie fra noi avesse
a penetrare vieppiù tale convinzione e che insieme allo
stimolo di migliorare le nostre condizioni economiche
pittorici da eminente artista, e sono in primo luogo la tela piuttosto
grande rappresentante la animatissima cerimonia del giovedì santo
davanti alla scuola di S. Rocco, in secondo la veduta della scuola della
Carità, ora Accademia di Belle Arti, presa dalla opposta spiaggia del
Canale.
Fra le altre vedute che il catalogo registra indistintamente sotto il
suo nome, parecchie si qualificano per opere del nipote, altre eviden-
temente non ispettano se non a seguaci di lui.
— 367 —
riescisse pure a farsi vivo il sentimento che noi do-
vremmo essere gelosi custodi di ciò che costituisce
gran parte della gloria e nello stesso tempo della ric-
chezza del nostro paese, cercando per quanto è pos-
sibile di conservare intatte ed onorate le opere d’arte
che tuttora rimangono fra noi.
GLI AELfìESCHI
DI SANTA CECILIA
IN BOLOGNA
Frizzoni.
I.
In seno alla vetusta e monumentale Bologna si cela
una piccola chiesa degna di attirare l’attenzione di
quanti hanno a cuore le memorie artistiche del paese.
S’intitola dal nome di S. Cecilia e trovandosi situata
dietro la chiesa di S. Giacomo Maggiore è al pari
della medesima fiancheggiata dal grazioso portico co-
struito dall’architetto Giovanni Paci da Ripatransone
per ordine di Giovanni II Bentivoglio (1).
Decorata di preziosi affreschi lungo le due pareti
longitudinali, fu soppressa e tolta all’uso del culto fino
dal 1805, servendo successivamente ad alloggio per
militari e a passaggio pei padri del vicino convento.
Quanto danno avessero a sentire per tali vicende dette
pitture è facile l’immaginarlo. Buchi nel muro, chiodi
ed arpioni in esso conficcati, graffi e sfregi di ogni
genere, depositi di polvere e di fumo, rigagnoli d’acqua
scendenti dalle sovrapposte finestre male riparate ; tale
fu la serie dei guai, ai quali andarono soggette per
buon numero d’anni. Eppure non furono i più gravi
(1) Vedi le Memorie per la vita di Giovanni II Bentivoglio del Conte
Don Giovanni Gozzadini, pag. 27.
— 372
nè i più funesti^ poiché riesci certamente più fatale il
guasto arrecatovi in passato per opera di parecchi ri-
stauratori, che non sappiamo se siano da qualificare
più di audaci o d’ignoranti. Fatto sta che la Chiesa
di Santa Cecilia era ridotta fino a pochi anni or sono
in lagrirnevole stato e le pitture tanto manomesse e
ricoperte, che in alcune parti se ne distingueva a
stento il soggetto. Chi le avesse vedute, ignaro dei-
fi importanza ch’esse hanno per la storia dell’arte ita-
liana, in ispecie di quella che fiorì in Bologna sul
principio del secolo XVI, avrebbe creduto si trattasse
di opere di qualche pittore dozzinale, del quale non
mettesse conto curarsi tampoco. Tutte le Guide e le
Descrizioni della città fanno bensì menzione della
chiesa di Santa Cecilia, in grazia della sua decora-
zione pittorica dovuta al pennello del Francia, di Lo-
renzo Costa, e di alcuni loro scolari; ma ciò nulla-
meno l’ignoranza e l’inerzia dei tempi passati avevano
permesso che decadesse allo stato di volgare e ab-
bietto ripostiglio.
Non fu se non nell’aprile del 1874 che incominciò
a rivedere la luce di giorni migliori, mercè l’opera
prestatavi dal noto ristauratore Cav. Luigi Cavenaghi
di Milano. Il merito di avere promosso tale opera
riparatrice spetta a Marco Minghetti, in quel tempo
Presidente del Consiglio dei Ministri. Egli, che alle
curo della vita politica sapeva facilmente accoppiare
il culto del bello e del memorabile, già parecchi
anni avanti per suo conto aveva tatto spogliare del-
l’intonaco e ripulire gli avanzi dei pi'egevoli affreschi
dell’antica scuola bolognese del XIV secolo, che co-
privano per intero le pareti interne della chiesa della
— 373 —
Madonna di Mezzarata presso Bologna, da tempo
incorporata alla sua villa. Fra gli atti compiutisi sotto
il suo Ministero rimarrà degna di memoria pertanto
quello del recente ristauro della chiesa di Santa Ce-
cilia, uno dei rari esempi di un’opera fedelmente
■eseguita secondo i criterii corrispondenti allo scopo,
che non doveva essere altro se non quello di ridonare
all’ importante monumento il suo aspetto originale,
astrazion fatta dai guasti irreparabili cagionati dalle
diverse azioni deleterie.
L’origine della chiesa di Santa Cecilia, stando alle
fonti storiche che ne fanno menzione, risale all’anno
1319. Nel 1323 fu conceduta ed unita al Convento dei
Padri Agostiniani di San Giacomo Maggiore, che la
riedificarono nel 1356. Ma la forma architettonica e
la dimensione presente non le fu data se non verso
la fine del secolo, e più precisamente nel 1484,
allorché Giovanni Bentivoglio, avendo ottenuto da quei
padri di aggrandire la sua magnifica cappella in S. Gia-
como, accorciò la chiesa di Santa Cecilia e la fece
voltare per opera di Gaspare Nadi (1). La parroc-
chiale di Santa Cecilia circondata così da fabbricati
per ogni lato potè essere sufficientemente rischiarata
dall’alto dei muri per mezzo di finestre tonde, e sotto
di esse offrire due lunghe ed uniformi pareti nel senso
longitudinale, da prestarsi egregiamente ad un impor-
tante decorazione pittorica, a modo di quella che papa
Sisto IV in maggiori proporzioni aveva fatto eseguire
nella celebre cappella in Vaticano per opera dei mi-
gliori artisti contemporanei toscani ed umbri. Nò manco
(1) Vedi le Memorie suddette del Conte Gozzadini, pag. 148, n. 3.
— 374 —
difettò in Bologna il Mecenate che s’incaricasse di
siffatta impresa per la chiesa di Santa Cecilia, e questi
fu il Bentivoglio già nominato, che chiuse splendida-
mente la lunga serie degli anni di dominio nella città
facendovi dipingere, poco tempo prima della sua cac-
ciata, in dieci grandi quadri altrettanti episodii della
vita di Santa Cecilia, chiamando a concorrenza a tal
uopo i pittori più valenti che a quel tempo si trova-
vano a Bologna.
Si fu nel 1504 che venne dato principio all’opera,
secondo potò constatare l’erudito conte G. Gozzadini,
e poiché gli esecutori vi lavorarono a gara fra loro
e quindi contemporaneamente, si può ammettere che
l’impresa fosse stata compita prima della cacciata
dei Bentivoglio, seguita nel novembre del 150G. Ciò
verrebbe pure confermato dall’ essersi scoperta in oc-
casione dell’ ultimo instauro la data suddetta in uno
dei quadri stessi, come avremo ad osservare più
avanti.
Quanto agli artisti che ne furono gli autori rimane
oramai chiaramente definito quali fossero, e quale
parte spetti a ciascuno nell’esecuzione. Staremmo per
dire quindi che in nessun altro luogo ci è dato di
formarci un concetto cosi chiaro dello stato di quella
scuola sul principio del Cinquecento. Francesco Rai-
bolini, detto il Francia, e Lorenzo Costa vi appari-
scono evidentemente come gii antesignani ed i maestri
degli altri tre, che sono: Giovanni Maria Chiodarolo,
Cesare Tamaroccio, e Amico Aspertini (1). Ciascuno
(1) Merita d’essere rammentato che la prima opera stampata, la quale
faccia menzione di detti artisti, si è la Graticola di Bologna, ossia
Descrizione delle pitture, sculture ed architetture di detta città, fatta
375
di essi vi può essere conosciuto e valutato in ra-
gione delle proprie qualità e dei proprii tratti ca-
ratteristici, tanto più al presente, da che i dipinti ci
s’offrono liberati dagli elementi eterogenei che li de-
turpavano, e ristabiliti nel loro genuino aspetto.
Nè è r ultimo vantaggio ottenuto dal ristauro del
Cavenaghi quello di aver ridonato a codesta serie
di quadri murali la vaga loro incorniciatura ori-
ginale, ossia la loro divisione architettonica intesa
secondo il gusto del tempo mediante l’ interposizione
di finti pilastri fra un quadro e l’altro. Questi gli si
scopersero decorati di un motivo d’ornato a fogliami
di semplice ma squisita composizione, e coronati da
capitello di corrispondente tipo e di scelta forma, tale
da rivelare' direttamente il gusto del Francia, quale
apparisce di frequente nelle sue opere di pittura. I pi-
lastri poi reggono un leggiero ed appropriato corni-
cione che corre orizzontalmente lungo le due pareti
determinando il limite superiore dei quadri. Alcune
leggiere traccie di dorature avvertite sopra luogo dal
Vanno 1560, pel pittore Pietro Lamo, ristampata per la prima volta
in Bologna nel 1844 (Tipografia Guidi all’Ancora, strada Galliera 585), e
corredata di note illustrative.
In essa leggesi a pag. 34 il seguente passo che si riferisce alla chiesa
di S. Cecilia; Al salire del principio sotto il portico di S. JacP a ma
sinistra è la pistola de santa Cecilia, e qui è tutta dipinta a torno
de' capitoli a freschi de ma de carii maestri a concorrencia lu de
altro, e fra gli altri ce di ma del Francia bolognese e del Costa maìi-
tocano e de Cesare Tamarozio bolognese e de mP Amico da Bologna.
L’annotatore osserva : « I.e pitture qui citate dal Lamo pur troppo ri-
« sentono ornai irreparabilmente le ingiurie del tempo, se i RR. PP.
« non le riparano prontamente. Canuti Gaetano le ha pubblicate in li-
” tografia per non perderne la memoria.»
Noi aggiungeremo che pochi anni or sono tutta la serie fu riprodotta
in fotografia dalla ditta Alinari di Firenze, dove vedonsi genuinamente
specchiati i singoli iiuadri.
— 376
ristauratore non furono da lui trascurate^ ma gli ser-
virono di guida anzi a rinnovare colla dovuta parsi-
monia le parti perdute, giovando esse pure a dai-e
nobile rilievo all’insieme dell’opera a seconda dell’ in-
tenzione originale. A citare un esempio di quanto possa
l’ignoranza e l’ aberrazione da ogni gusto artistico,
basta rammentare che la sullodata parte decorativa
era stata interamente coperta e sostituita successiva-
mente da altre decorazioni, l’ ultima delle quali non
può risalire ad epoca remota, ma certamente fu la piìi
bar-bara, poiché, mentre faceva scomparire ogni traccia
dell’antico modello, vi sostituiva un nuovo sistema di
tinte mezze colonne affatto grossolane con nuova i-i-
quadi-atui-a interna, in grazia della quale veniva pui-e
ad essere diminuita d’ogni intorno la luce dei quadri
stessi. Il Cavenaghi non fu avaro nello spendere tempo
e fatica a rimuovere tali sconcezze e a rinnovare l’an-
tico sulle tracce rinvenute sotto l’ intonaco. Ma la parte
più delicata e di maggioi-e impegno era il restauro
dei quadri stessi, dove egli s’impose, com’è sua con-
suetudine, il pi-ocedimento il più cauto e il più riser--
vato, avendo di mir-a, da un canto di liberarli dall’im-
bratto delle ridipinture tenacissime, perchè in gran
parte fatte ad olio ed inveterate; dall’altro di conser-
vare scrupolosamente intatto l’affresco originale, a
costo di lasciarvi tuttora scorgere le impronte incan-
cellabili dei ritocchi subiti. Al suo pennello infine egli
non concedette altra parte che quella di rinnovare quel
tanto che si potesse con sicurezza accordare colla
parte vecchia, sicché il lavoro suo avesse a scoprirsi
il meno possibile, lasciando delle lacune nelle parti
più importanti, nelle quali non si sarebbe potuto porre
mano senza rinnovarle interamente, cosa che non si
aveva difficoltà ad ammettere in altri tempi, ma che
secondo i criterii più illuminati dell’oggi non si sa-
prebbero altrimenti tollerare.
Mentre possiamo rallegrarci di vedere la chiesa ri-
condotta al suo antico aspetto, ci rimane solo a de-
plorare la mancanza del quadro che originariamente,
stava sull’altare e che doveva essere opera d’epoca
anteriore ai freschi. Stando alle indicazioni di alcune
Guide antiche della città rappresentava il Cristo risorto
e doveva essere opera del ferrarese Ercole Grandi
(de’ Roberti) (1). Rimosso da oltre un secolo da quel
posto passò in casa Ercolani e di là probabilmente
in Inghilterra.
II.
^^eniamo ora ad esaminare partitamente le prege-
voli pitture a fresco, seguendo l’ordine cronologico
delle storie che vi sono rappresentate. In esse gli au-
tori si attennero al racconto della leggenda di Santa
Cecilia con quella interpretazione semplice ed ingenua
che costituisce gran parte dell’attrattiva della pittura
storica del loro tempo.
Incominciando col primo quadro a destra dell’altare,
vi si trova rappresentato lo Sposalizio della Santa
col giovano Valcriano. Per ispiegarci il modo con
cui l’artista volle qui rendere il soggetto, è necessario
(1) Pittore cuxtieo sullo stile del Mantegna, come dice una Guida del
1776; verosimilmente dunciue lo stesso che aveva latto le preziose pre-
delle che si trovano presentemente nella Galleria di Dresda, prove-
nienti dalla sagrestia di S. Giovanni in Monte a Bologna.
— 378 —
rammentare che la giovane Santa (nata di famiglia
romana verso il principio del terzo secolo) aveva fatto
voto^ come viene riferito, di conservare immacolata
la sua verginità, dedicandosi tutta alla vita contem-
plativa, ed in ispecie ad accordare il suono del canto
con quello degli istrumenti. Ferma nel suo proposito,
non fu se non per ottemperare al desiderio dei suoi
genitori cli’essa acconsentì alle sue nozze con Vale-
riano, giovane di distinta famiglia, ma pagano. Nel
quadro dunque noi vediamo appunto gli sposi cogli
amici rispettivi in presenza del sacerdote nel momento
dello scambio degli anelli. (V. Tav. XXX). La sposa
stende bensì la mano verso il gentile consorte per ri-
ceverne ranelle; ma Tanimo di lei vi è alieno e ben
lo dimostra all’atteggiamento e aH’espressione del viso
mestamente apatico. Tale la voile dipingere il h rancia
nella prima storia per mostrarsi fedele allo spirito del
racconto. La composizione consta di sole dieci tìgure
in proporzione di circa tre quarti del naturale, rac-
colte sullo stesso piano sotto un’ ampia arcata in mezzo
all’aperta campagna. Per purezza di disegno e bel-
lezza di forme è certamente la parte più eminente in
tutto codesto ciclo pittorico. Dalle teste graziosamente
tondeggianti spira l’aurea soavità di sentimento pecu-
liare di queiregregio artista. Talvolta hanno un aria
così spiccatamente personale da aversi a ritenere per
effigi ritratte dal naturale; tale, per esempio, la bel-
lissima donna signorilmente vestita che vedesi di pro-
filo alla destra della sposa, figura fredda nell’espres-
sione bensì, ma di un’eleganza di forme meravigliosa.
Ben manifesto apparisce l’argomento del secondo
scomparto. È la conversione di Valeriane al Cristia-
8Z0 b OS
FRANCIA: SPOSALIZIO DI S. CECILIA - BOLOGNA
— 379 —
nesimo. Egli se ne sta inginocchiato devotamente da-
vanti a Papa Urbano nel momento che gli fa la sua
professione di fede davanti alle pagine del Vangelo,
presentate da un sacerdote ritto nel mezzo della scena.
Dietro al Pontefice seduto stanno quattro ecclesiastici,
fra i quali si distingue un giovane cardinale d’aspetto
finamente individuale; dal lato opposto un gruppo di
poverelli con un pellegrino, che assistono pure al so-
lenne rito ; a maggiore distanza poi entro il vago pae-
saggio che forma il fondo del quadro, alcune mac-
chiette d’uomini a piedi e a cavallo ingegnosamente
disposte. Finalmente egli è in detto dipinto che si scorge
sopra un’ altura, a destra di chi osserva, un edificio
a guisa di castello o di villa, sul cui arco d’ingresso
venne fatto al Cavenaghi di scoprire un cartello, dove
sta segnato a piccole ma chiare cifre l’anno 1506.
L’autore è Lorenzo Costa, ferrarese, del quale non
esitiamo a dire che se è secondo al Francia per bel-
lezza di forme e nobiltà di stile, lo supera invece nelle
qualità dello spirito e dell’ immaginazione. Nella sua
composizione infatti avvi maggiore varietà di linee e
di motivi, e si manifesta un senso assai fino dell’ef-
fetto pittorico, ch’egli raggiunge dando un largo campo
all’elemento del paesaggio col favorito sfondo di larga
valle solcata dal serpeggiante fiume, e cosparsa di
casupole, d’alberi e di graziose macchiette. Sorpren-
dente è inoltre la forza e la succosità del colorito, die
per essere in pittura a fresco non potrebbe essere
maggiore; tanto da suscitare anche oggidì l’ammira-
zione degli artisti.
Nel terzo quadro vediamo papa Urbano assistito da
alcuni sacerdoti consacrare il neofito Valeriane con
380
le acque battesimali in riva ad un ruscello. A sinistra
un palafreniere che sonnecchia seduto presso un ca-
vallo sellato ; dal lato opposto due giovani, forse amici
di ^^aleriano, stanno spettatori. A notevole distanza
nel paesaggio piacque poi al pittore d’introdurre una
macchietta felicemente concepita: è la Santa in can-
dida veste come in altri scomparti, procedente a rapidi
passi in compagnia di altra donna più attempata e
preceduta da un cagnolino. È opera attribuita ragio-
nevolmente a Cesare Tamaroccio, pittore del resto
poco conosciuto, ma che viene ad essere identificato
dall’esistenza di altra opera segnata del suo nome, e
della quale discorreremo a suo luogo.
Nè maggiormente divulgato è il nome dell’artista
del dipinto seguente, vale a dire di Giovanni Maria
Chiodarolo, uno scolaro, a quanto si vede, non ispre-
gievole del Costa. Interpretando egli in senso poetico
la leggenda, vi rappresentò Cecilia e Valeriano, en-
trambi inginocchiati, mentre l’Angelo confortatore della
Santa, librandosi sulle ali, viene a deporre sul capo
di ciascun di loro una candida ghirlanda di rose. E
un gruppo codesto dei pili belli che veggansi in tutta
la cappella, in grazia dell’ aurea ])urezza ed austerità
d’espressione che vi traspare. Simultaneamente sonvi
rappresentati a certa distanza gli sposi suddetti in col-
loquio con Tiburzio fratello di lui, il quale viene pure
convertito al Cristianesimo. La parte concernente il
paesaggio è in cattivo stato pei diversi danni patiti
per r addietro, e così pure le macchiette sparse nello
sfondo (1).
(t) La lacuna di forma regolare che scorgesi al basso corrisponde
alla traccia di una porta che quivi esisteva ab antico e che venne po-
steriormente murata.
381 —
L’ultima composizione delle pareti è di Amico Asper-
tiiii, e ci presenta in ricchi ed isvariati gruppi la scena
della decapitazione subita dai martiri Tiburzio e Va-
leriano.
Vi fa riscontro sulla parete di faccia^ per mano
dello stesso, la Deposizione nel sepolcro dei detti Mar-
tin ; quadro già tanto offuscato da sembrare quasi per-
duto, finche airultimo ristauratore riesci di richiamare
a vita gran parte dell’originale, nel quale si scorgono
soltanto ora in modo distinto certi ingegnosi ghiribizzi
del fantastico pittore, C[uali una parete a vivacissimi
colori nel gusto di quelle degli antichi encausti ro-
mani, dipinta sullo sfondo di una cassa, e un pae-
saggio da un canto, nel quale egli ebbe di mira evi-
dentemente di rappresentare il Castel S. Angelo di
Roma, coronato dalla figura dell’Arcangelo ad ali
spiegate, e congiunto alla riva opposta per mezzo del
noto ponte, verso il quale vedesi avviata una caval-
cata di cardinali.
Ricomparisce Santa Cecilia cjuale protagonista nel
settimo quadro, eseguito, come dimostreremo più
avanti, da nessun altro pittore se non dal sunnomi-
nato Chiodarolo. La vediamo ritta in piedi nel mezzo
opporre con calma serena i suoi argomenti di fede
al prefetto Almachio, che vorrebbe indurla ad adoi'are
i lalsi Dei, effigiati sotto l’ immagine di due idoli posti
dietro il di lui seggio. Stanno ad ascoltare d’ambo i
lati guardie e sacerdoti pagani. Nel fondo un bel pae-
saggio che rammenta assai quelli del Costa (1).
(I) In galleria degli Uffizi a l'irenze vedesi uno schizzo a penna,
già attribuito a Filippino Cippi, che si qualifica evidentemente per un
primo pensiero del Chiodarolo di detta composizione un po’ modificata
nel dipinto (n. 166). In questa parte per una sgraziata locale condizione
del muro si sono riprodotte le emanazioni nitrose.
382
Il Tamaroccio vi fece seguito illustrando i martirii
della Santa, condannata dapprima nel bagno dell’olio
bollente, dipoi sottoposta alla scure sterminatrice di
un manigoldo. Benché l’autore vi si riveli disegnatore
non molto corretto, pure non gli fanno difetto i mo-
tivi graziosi e la purezza dell’espressione, la quale
trasparisce in modo assai attraente dal volto soave
della Martire. E invero il racconto della leggenda fa-
vorisce Fartista, poiché, come si vede, la Santa non
sente punto gli strazii del martirio, essendoché l’ar-
dore della fiamma per lei si converte miracolosamente
in deliziose rugiade; onde il giudice avuta la rela-
zione del miracolo manda un carnefice per troncarle
il capo nel bagno (1).
Nel penultimo scompartimento il Costa ebbe a rap-
presentare la Santa in un momento anteriore della
sua vita, vale a dire, quando essa dispensa le proprie
ricchezze ai poverelli, assistita da Papa Urbano. Ye-
donsi i mendichi accostarsi a lei in atti di delicata
riverenza (gruppi di donne con bambini assai artisti-
camente concepiti) ; ai lati alcune figure di ecclesia-
stici e di cavalieri. Il fondo offre un paesaggio pitto-
rescamente accidentato ed animato da ben trovate
macchiette.
Finalmente il decimo quadro rappresenta, per mano
del Francia, la Deposizione della Santa nel sepolcro.
(1) Questo quadro prima del recente ristauro, vedevasi alquanto dan-
neggiato dalle acque che scendevano dalle fessure della finestra so-
vrapposta. Ora si vede distintamente tutta la parte, dove non era in-
taccato rintonaco del colore originale. Rimane quasi tutto cancellato
il viso di un uomo a destra, per graffiature inflittegli probabilmente
per mezzo delle bajonette; sciupata pure la figura di un servo che
porta legna da attizzare il fuoco.
— 383
Bella di verginale candore giace la giovine Martire,
le mani incrociate sul petto, la fronte cinta di rose,
distesa sul lino funereo tenuto sospeso da due uomini.
Il Papa circondato dai chierici le impartisce l’estrema
benedizione, mentre daU’opposto lato stanno le amiche
che ne piangono la perdita pd un giovane di soavi
fattezze con un cero acceso. Ha sofferto più dell’altro
quadro dello stesso autore, e non presenta la stessa
accuratezza e perfezione di esecuzione, tanto da indurre
di leggieri alla congettura che fosse stato compito
quest’ultimo da altro degli scolari che presero parte
alla decorazione della cappella.
III.
Se ci volgiamo ora a stabilire dei confronti fra gli
artisti che in profìcua gara concorsero alla decora-
zione della cappella di Santa Cecilia, e a ricercare le
relazioni fra di loro intercedenti, ci si presenta a prima
giunta la domanda a quale dei due maestri princi-
pali, il Francia e il Costa, sia da ascrivere la comples-
siva direzione dell’impresa. Documenti storici da re-
carci una risposta in proposito crediamo non esistano ;
ma se si riflette che Francesco Raibolini era bolognese
e ch’egli godeva fra i suoi concittadini di una grande
reputazione, come si ha luogo a conoscere dagli elogi
che fanno di lui e poeti prosatori contemporanci, riesco
plausibile il fatto ch’egli fosse stato l’artista eletto a
stabilire il piano generale del lavoro e la divisione
di esso fra i diversi esecutori (1).
(1) Fra le varie testimonianze onorifiche triliutate al Francia da’ suoi
contemporanei merita di essere notata particolarmente quella che tro-
384
Se non che, ciò pure ammesso, è notevole d’ altra
parte l’ influenza preponderante del Costa, manifestan-
tesi nei dipinti di detta chiesa non meno che nella pit-
tura in genere fiorente a quel tempo in Bologna. Il
Costa infatti, nato, come si può rettamente presumere,
verso il 1460, ebbe a sentirsi chiamato già nell’ età di
poco oltre i 20 anni a compiere opere importanti in
quella città per incarico di Giovanni II Bentivoglio, il
quale aveva consacrata nel 1486 al suo patrono San
Giovanni Evangelista la nota cappella di San Giacomo
Maggiore, ornata tuttodì di pitture sulla tela e a fresco
dal sullodato Costa. Tutto induce a ritenere che in
quegli anni il Francia attendesse essenzialmente alla
sua professione originaria, ch’era quella dell’orefice,
e mentre rimane chiarito che il Costa teneva il pri-
mato nella pittura, non è difficile riconoscere nelle
opere che si qualificano per le prime in cui il Uai-
bolini si fosse esercitato col pennello, una pili stretta
attinenza alla maniera del maestro ferrarese. Tale si
presenta la preziosa sua tavoletta con Cristo croci-
fisso messo in mezzo da San Giovanni e da San Gi-
rolamo, appartenente alla Biblioteca dell’Archiginnasio
vasi nella Bononia illustrata di Nicolò Ilurzio da Parma, stampata a
Bolop-na nel 1494. Ivi, dove sono citati gli uomini insigni che in quel
tempo illustravano la città, è dedicato al Francia il seguente para-
grafo: Ex me etiam Fabri, Aur/flces, Sculptores atrjue Pictores nomi-
nandlssiini, inter quos unus omnium est mihi clarissimus Franciseus
Francia nuncupatus : cui in sculptura Phidias et Praxiteles si cioorent
palmam cederent ; in pictura similiter Parrhasius, Zeusis et Apollo-
lodorus ab eo in certamine superatos projìterentur. Quinimmo et
ipse Apelles, qui omnes prius atque futuros (teste Plinio) superaeit,
hoc idem non abnegaret. Hie prof ceto ingegnosus, affabilis, deeorus:
et graoitate morum exornatus.
Fra i poeti troviamo Girolamo Casio, Giov. Filoteo Acliillini ed altri
che vanno decantando ed esaltando l’egregio artista.
— 385 —
a Bologna; tale certa sua Madonnina accuratamente
eseguita pel senatore bolognese Bartolomeo Bianchini,
ora appartenente alla r. Galleria di Berlino (1), non
che altre che vennero di seguito. Avvi anzi motivo
a credere che il PYancia mantenesse anche più tai*di
le relazioni di amicizia col Costa, e si valesse del
suo ajuto per ammaestrare la nuova generazione di
pittori che sorgeva intorno a lui. Sono importanti in
proposito certi documenti pubblicati dal Malvasia nella
sua Felsinei Pittrice, laddove parla di Timoteo Vite
venuto da Urbino per imparare l’arte a Bologna. Da
essi si riconosce che il Pùmncia fin dal 1490 teneva
una specie di scuola o bottega, dove venivano edu-
cati i giovani a loro scelta a quel ramo dell’arte
pel quale si sentivano maggiormente inclinati (2). Che
egli in siffatta impresa fosse coadiuvato da altri ar-
tisti, è cosa troppo naturale, quando si consideri come
il h rancia stesso dovesse essere occupato in molteplici
faccende nella sua qualità di coniatore — e come tale
direttore della Zecca dei Bentivoglio — di orefice e di
pittore nel tempo stesso ; laonde non è a ritenersi im-
probabile che avesse affidato al Costa la direzione della
scuola di pittura, tanto più die il carattere degli artisti
(1) Vi si legge il distico seguente:
Bartolomei sutnptu Bianchini maxima matrum
Hic cieit manibus Francia pietà tuis.
(2) Vedi Malvasia, FeUina Pittrice, voi. J, pag. 55, dove l’autore ri-
lerisce alcune note scritte dal Francia stesso, nel modo seguente,
sotto il MgO : A di S luglio: Timoteo Vite da Uidjino preso in nostra
bottega il primo anno sensa niente, il secondo a nasone di sedesi fio-
rini a ogni trimestre, e il terzo e altri seguenti a fattura e in sua li-
bertà l’andare e lo stare cosi d'accordo. Sotto il 1491 : A di 2 settem-
bre: Fatti i conti e seddato con 'Timoteo Vite di comune concordia,
cole fare il pletore e però posto su lo salone co’ gli altri discepoli.
Fkizzoni.
25
che ne uscirono giungerebbe a conferma di tale con-
gettura, come già abbiamo accennato.
Il Costa ]DOÌ lo troviamo associato altre volte in opera
di pittura col Francia e precisamente ancora per la
famiglia dominante dei Bentivoglio, essendo stati en-
trambi chiamati a decorare di freschi il loro palazzo
(distrutto poi per furia di popolo nel Maggio del 1507)
mentre li vediamo pure occupati entrambi verso il 1499
nell’opera dell’altar maggiore della chiesa della Mise-
ricordia, per commissione di Antonio Galeazzo Benti-
voglio, figlio di Giovanni II (1).
Che il Costa possedesse le qualità opportune da co-
stituire un egregio maestro di pittura, non avvi luogo
a dubitarne; tutto dedito a tale arte fin da’ suoi anni
giovanili, stette stabilmente a Bologna fino al 1509,
dove molte tavole da altare da lui condotte a compi-
mento fanno fede delle sue facoltà non comuni di espres-
sivo e poetico artista. In queU’anno è noto essere egli
stato chiamato a Mantova dal Marchese Gianfrancesco
Gonzaga e avervi occupato il posto primario fra i
pittori, finchò sopraggiunse ad oscurare la sua fama
il romano Giulio Pippi, artista di nuovi e più vasti
concetti, esecutore di grandiose imprese, comecché di
mente assai più volgare e di gusto più corrotto. A
(1) Il Franciii vi aveva eseguila la parto principale, v. a. d. la bella
tavola dell’Adorazione dei Pastori, contenente i ritratti del commit-
tente e del poeta Girolamo Casio, tavola conservata oggidì nella H. l'i-
nacoteca di Bologna; il Costa invece la predella (un’Adorazione dei
Magi con vago fondo di paese, passata nella R. Galleria di Brera), e
tre tavole formanti la cimasa della pala, tuttora conservate al loro posto
originario. Queste dalle Guide generalmente sono attribuite al Francia,
ma di certo erroneamente, mentre il fare del Costa vi si vede bene
impresso. Vi sono rappresentati; nel mezzo un Cristo benedicente, ai
lati la Vergine e l’Angelo annunciante, di soave espressione.
— 387 —
Mantova stessa^ coni’ è egualmente noto^ tini il Costa
i suoi giorni in età di 75 anni.
Come SI disse adunque, gli è massime lo spirito del
Costa c[uello che rivive iieH’opera della chiesa di Santa
Cecilia, e per la parte ch’egli v’ebbe direttamente e
per quella de’ suoi contemporanei e seguaci.
Oltre al nome del Francia vi è ben noto quello di
Amico Aspertini (nato circa l’anno 1475, morto non
prima de 1552), famigerato fino dai suoi tempi pel
carattere fantastico e stravagante (1). Dotato d’ingegno
naturale e di vena abbondante, si distingue fra gli
altri per certi suoi tipi di figure alquanto tozze e a
teste tondeggianti, non che pel succoso colorito e per
la compiacenza straordinaria ad arricchire i suoi quadri
d’infiniti accessorii.
È quanto si può ben osservare in un curioso suo
tavolone quadrato conservato nella Pinacoteca di Bo-
(1) Ebbe un fratello per nome Guido, pure pittore. Il poeta contem-
poraneo Giov. Filoteo Achillini li decanta nel suo Viridario coi se-
guenti versi :
« Non taccio Guido, benché morte acerba
Gel tolse quando sua virtù fioriva.
Come tempesta che ruina l’herba.
Talché il villan del seme e frutto priva;
Ma la seconda vita si riserba.
Che Guido la Lucrezia morta avviva :
O bell’error che T Galeazzo finto
Spesso pel ver si honora ed é dipinto.
« Amico suo fratel con tratti e botte
Tutto il campo empie con le sue anticaglie
Retratte dentro a le romane grotte,
Bizar più che rovescio di medaglie;
E benché giovin sia fa cose dotte
Che cogli antichi alcun vuol che si agguaglie
Un altra laude sua non preterisco.
De la prestezza del pennel stupisco. »
— 388 —
logna, tutto che in cattivo stato, dal pittore qualificato
per suo saggio iniziale. (Ami/ci pietoris tirociniurn) (1).
Ma dove egli riesci più felicemente gli è nelle com-
posizioni di piccole dimensioni, come si vede di fatto
in una sua predella nella Galleria del palazzo Strozzi
a Ferrara, divisa in quattro parti, nelle quali sono rap
presentate la Visitazione, la Natività, la Presentazione
e lo Sposalizio ; quadretti oltremodo gustosi e piacenti
per la grazia eh’ egli seppe imprimere alle figure , e
pel tono profondo ed armonico del colorito.
Della sua abilità come disegnatore fanno testimo-
nianza parecchi studii conservati nel riparto dei di-
segni in Galleria degli Uffizi a Firenze. Notevole fra
altri come esempio di arte decorativa vi è uno schizzo-
a penna, inteso evidentemente come studio per un
arazzo. Contiene una medaglia nel centro dov’è rap-
presentato il Giudizio di Paride, entro un festone di
frutti, circondato di grottesche, le quali alla loro volta
sono inquadrate da ornati bordi. L’autore vi si distingue
(1) Rappresenta la Madonna in adorazione del divino Bambino con
sei Santi e due devoti ai lati : superiormente un trono ornato di bas-
sorilievi e sul quale stanno quattro Angeli.
Nella stessa Pinacoteca vedesi al n. 9 una tavola rappresentante
l’Adorazione dei Magi, attribuita quivi al fratello Guido. Vi è aggiunto
nel catalogo del del’. Cav. Giordani: «fioriva verso il 1550 », sbaglio
madornale che non si dovrebbe porre in mostra in una pubblica Gal-
leria, quando l’opera stessa si presenta da sè come tale che corrisponde
allo stile dei primi del secolo XVI. Del resto, basterebbe osservare che
la pubblicazione del Viridario dell’ Achillini risale all’anno 1513, e che
in esso egli parla di Guido come di pittore giù morto. — Quanto al
quadro suddetto, se si tiene conto del suo colorito vigoroso, del ge-
nere dei tipi che vi si presentano, ed in ispecie delle particolarità del
disegno, si è indotti a crederlo non d’altri che di Amico Aspertini. In
tal caso apparterrebbe certo alle sue opere migliori e più finamente
eseguite. Si noti eh’ esso ben s’accorda con una tavola dell’ Adorazione-
dei pastori nella R. Galleria di Berlino, segnata Amicus bononiemis-
faciebat. — Lo scolaro dal Costa vi è ben palese.
— 389 —
per lo spirito e per la scioltezza del tratto non che per
la facoltà di disporre acconciamente le singole parti.
Delle facciate da lui dipinte a Bologna, a detta del
Vasari, (che alcjuanto sprezzante verso di lui, sog-
giunge, non esservi nè chiesa nè strada in Bologna
che non abbia qualche imbratto di mano sua) non
rimane più nulla. Bensì vedesi sopra il portale destro
della facciata di San Petronio un’opera di scultura
rappresentante il Cristo morto, sorretto da Nicodemo,
che ci attesta essere l’Aspertini stato pure discreto
scultore (1).
Assai meno noto è il nome di Tamaroccio; tanto
che anzi molti inclinarono a ritenerlo immaginario
(tuttoché citato dal Lamo), credendo di poter atti'i-
buire i suoi due scomparti nella chiesa di Santa Ce-
cilia a Giacomo, figlio di Francesco Francia. Se non
che il dubbio, se pure vi poteva essere, rimane inte-
ramente sciolto oggidì, da che venne scoperta dal
comm. Giuseppe Bertini in Milano fino dall’anno 1874
una tavoletta, ora visibile nel Museo Poldi Pezzoli, la
quale presentandosi a prima giunta come fattura di
stile affatto costesco , ripulita dal Cavenaghi rivelò
chiaramente impresso sul lembo del manto della Ver-
gine il nome: Cesar Tamarodus. Rappresenta il Bam-
bino Gesù seduto sub ginocchio destro della divina
Madre, e il San Giovannino dal lato opposto che gli
fa omaggio incrociando le mani sul petto. In detto
quadro come abbiamo accennato, si nota una diretta
derivazione dal Costa , ed i caratteri originarii che
vi sono tornati alla luce non meno di quelli dei
(1) Dalle Memorie di Belle Arti, del Gualandi, si ricava che tale oper<oi
gli fu allogata nel 1526.
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dipinti della cappella di Santa Cecilia trovano un per-
fetto riscontro nelle due storie già descritte come crea-
zioni del Tamaroccio (1). Con Giacomo Francia, il
quale a quel tempo doveva essere sempre giovane
assai, egli non può essere in alcun modo scambiato.
Più simpatico artista finalmente è Giov. Maria Chio-
darolo, del quale d’altronde non conoscesi alcuna opera
segnata colla firma del suo nome. Pigliandolo quale
ce l’ha trasmesso una tradizione antica, vi ricono-
sciamo un degno scolaro di Lorenzo Costa, nò pos-
siamo trattenerci dal negare il torto fattogli dagli
scrittori vecchi, che tutti, uno di seguito all’altro, vollero
defraudarlo della paternità di uno dei quadri murali di
Santa Cecilia, vale a dire, di quello dove si vede la
Santa al cospetto del prefetto Almachio, il quale per
l’addietro veniva attribuito all’Aspertini. A quale epoca
risalga siffatta attribuzione non lo sappiamo: certo si è
ch’essa non regge alla forza di un critico esame, tanto
più dopo il compimento del recente ristauro che per-
mette di leggere in ciascuno dei dipinti il carattere
proprio del relativo autore, e in quello in questione
quindi ci fa ravvisare con sicurezza la mano del Chio-
darolo, pittore, come si vede, più normale e più casti-
gato nelle sue figure che non l’Aspertini, meno vago
di accessorii e di fantasticherie e più strettamente di
lui legato al fare del Costa.
(1) È bensì vero che nei suoi freschi egli rammenta non meno il
Francia che il Costa; ma il sentimento delle forme, certi suoi tratti
peculiari (come le fronti alte e sporgenti, il disegno meschinetto delle
estremità, una formazione particolare dell’orecchio alquanto grosso-
lano) si ravvisano identici nei freschi e nella tavola. Si osservi infine
la figura a mani giunte ritta presso Santa Cecilia nel bagno bollente,
e vi si troverà un tipo assai affine a quello della Madonna Poldi.
l
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Così si viene a stabilire che a ciascuno dei cinque
pittori fosse stata assegnata una parte eguale di lavoro
nella chiesa di Santa Cecilia^ vale a dire due posti,
l’uno dirimpetto all’altro. Quelli del Chiodarolo cer-
tamente non mancano di pregio, e ci fanno deplorare
la perdita di altri suoi dipinti eh’ egli ebbe ad ese-
guire in compagnia del suo antesignano, il Costa, e
di Amico Aspertini nel palazzine detto della Viola,
già casino di delizie dei Bentivoglio , ora annesso al
R. Giardino botanico in Bologna. Altre opere di lui
non vengono indicate all’ infuori di una tavola d’altare
nella chiesa dei Santi Vitale e Agricola, rappresen-
tante il Presepio con due Santi pellegrini ai lati, crea-
zione debole ad ogni modo e che se è veramente del
Chiodarolo non darebbe delle sue facoltà artistiche un
concetto molto favorevole (1).
Fra i dipinti in Santa Cecilia invece abbiamo osser-
vato che si distingue per severità e purezza il quadro
suo deirincoronazione degli Sposi; rispetto al quale non
è priva d’interesse la circostanza già avvertita dal conte
Gozzadini, avere cioè il celebre Domenichino riprodotto
(1) L’autore vi si mostra ad ogni modo seguace del Costa, ma al-
quanto rozzo. Rigido e mancante di finezza il disegno, il colorito pre-
senta certe crudezze e dei toni particolari di verde, di rosso e di tur-
chino che hanno analogia con quelli di Innocenzo da Imola. Notiamo
in proposito che l’ imolese Francucci decorò pure di suoi freschi la
palazzina della Viola, e che anzi essi vi sono i soli tuttora conservati,
mentre che gli altri o furono imbiancati o intieramente distrutti. (Veg-
gasi la descrizione iiarticolareggiatu dei frescld della Viola nella citata
opera del conte Giovanni Gozzadini, a pag. 146, nota 1).
Non crediamo dover noverare fra le opere del Chiodarolo certa ta-
vola attribuitagli, se non erriamo, gratuitamente nella Pinacoteca bo-
lognese (al n. 60 del Catalogo) e rappresentante la Natività con San
Giuseppe e la Madonna in adorazione; nel fondo un paesaggio chiaro
ed arioso. Non ne diremo altro, se non che vi è tanto decisa l’im-
pronta del Costa, che anziché d’altri vorremmo ritenerla di lui stesso.
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nell’essenziale con forme sue proprie tale composizione,
in una lunetta della cappella di Santa Cecilia in San
Luigi dei Francesi a Roma. Che se si volesse stabi-
lire un confronto fra i modi di rappresentare lo stesso
argomento di due autori i quali vissero alla distanza
di un secolo l’uno dall’altro, ciascuno riconoscerebbe,
crediamo, nel primo il pregio principale del concetto
serio ed elevato rivelantesi attraverso le forme sempre
rigide ed imperfette, nel secondo quello deH’animo in-
genuo e gentile, in mezzo ad un secolo di tendenza
artificiosa e barocca.
La chiesa di Santa Cecilia adunque, come accen-
nammo, si presenta oggidì come una vera galleria di
pittura della scuola prosperata in Bologna nei più bei
tempi dell’arte, auspici due valenti artisti, quali furon,,.
il Francia ed il Costa. Rispetto a questi vuoisi con-
chiudere, le loro relazioni reciproche essere state, come
quelle di amici intenti a giovarsi e ad ammaestrarsi
reciprocamente, primeggiando l’ uno in genere per la
finezza e la nobiltà dello stile, l’altro per le doti più
spiccate del pittore per eccellenza, onde egli viene a
qualificarsi come il vero caposcuola dei pittori sorti a
Bologna durante la sua dimora di oltre due decennii
in C|uella città, come ben dimostrano le pitture tuttora
sparse per quelle chiese ed in ispecie i freschi della
chiesuola di Santa Cecilia (1).
Quanto a quest’ultimo monumento non esitiamo ad
asserire che merita particolare considerazione non solo
(1) Partito il Costa per Mantova, pare che la scuola si accostasse
interamente al Raibolini. Lo dimostrano infatti le opere dei di lui figli
Giacomo e Giulio, di Jacopo de’ Boaterii (di cui tuttavia non si conosce
finora se non un quadro solo, segnato, in Galleria Pitti), e di altri di
ignoto nome.
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come sintesi importante delle produzioni dell’arte lo-
cale e come grato esempio della pura arte italiana in
genere, ma ben anco come la prima e trionfale testi-
monianza di un ristauro pittorico condotto in armonia
ai giusti criteri che debbono dirigere i lavori di tal
fatta, vale a dire, di un lavoro che lungi dall’essere
come in casi pur troppo frequenti, una ridipintura
dell’antico, si arresta, grazie all’intelligenza e al tatto
singolare dell’esecutore, entro i limiti di un ripristi-
namento dell’originale.